Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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sabato 29 marzo 2014

37. IL VOLO LEGGERO – Francesco Callegari


Occorre essere leggeri per volare senza sforzo. Gli uccelli sono un buon esempio di volo leggero. Il loro elemento è l’aria e quando stanno sulla terra sembrano sempre un po’ a disagio. Le loro zampe minuscole tengono bene i rami degli alberi o i fili della luce, ma aiutano poco i movimenti terrestri. I loro passi imbarazzati lasciano orme appena accennate, quasi per sbaglio, come di scusa. Il segreto degli uccelli sta nel paradosso dell’assenza, ha molto a che vedere con il vuoto, si spiega togliendo e non riempiendo.
Ho conosciuto persone come uccelli, passate sulla terra in punta di piedi, senza possedere nulla, senza rovinare nulla. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai. Il loro sguardo sfiora senza desiderio, la loro mano accarezza senza violenza, la loro parola incanta per la disarmante semplicità. Più del cielo che della terra, queste donne e questi uomini ci sono prestati per esempio, per indirizzo: il loro volo ci invita ad alzare lo sguardo.
E rimane lo stupore generato dalla gratuità, rimane lo scompiglio di fronte al silenzio, rimane la difficoltà di capire il perdersi per ritrovarsi. Noi, così pieni, così pesanti.  

Francesco Callegari   

venerdì 7 febbraio 2014

IL CAVALLO ROSSO - Eugenio Corti (1921-2014)


Uscito nel maggio 1983, Il cavallo rosso è stato subito accolto come un grande “caso” letterario; tale si è confermato col succedersi delle edizioni.
Questo grosso libro, il quale supera abbondantemente le mille pagine, viene proposto come romanzo; ma al pari dei grandi romanzi non si può catalogare in modo sbrigativo tra le opere di letteratura amena. Il fatto stesso che è ambientato in un’epoca storica ben definita, e nel contesto dei grandi avvenimenti del nostro tempo, richiama problemi e drammi, in cui il lettore preparato si sente coinvolto.
Le sue vicende, romanzesche e insieme vere (ambientate in Brianza, in Lombardia e in altri luoghi d’Italia, nonché all’estero, soprattutto in Russia e in Germania) si intrecciano inestricabilmente coi grandi avvenimenti che hanno sconvolto il mondo tra il 1940 e il 1974.
Il romanzo è scandito in tre parti, intitolate Il cavallo rosso (che dà il titolo all’intero volume), Il cavallo livido (entrambi i simboli sono dell’Apocalisse) e L’albero della vita. Ma la narrazione procede secondo due movimenti: dapprima è ascendente, e culmina negli eventi del 1948, poi si ripiega e digrada. E’ l’onda della storia che sale imponente e si colma d’epiche speranze, poi s’increspa e cade nello sciabordio della risacca.
Il cavallo rosso non è soltanto un romanzo storico, ma in parte almeno è addirittura autobiografico. Le vicende narrate si svolgono in un quadro storico a noi vicino e familiare. Ma anche quando l’orizzonte si allarga nelle sterminate pianure della Russia, e la temperatura si abbassa a parecchi gradi sotto lo zero, il senso di concretezza non si dissolve, né s’irrigidisce.
Catturato dalla trama densissima, il lettore compie di pagina in pagina l’esperienza straordinaria consentita dalla grande letteratura: gioisce, soffre, ride, piange, cresce insieme coi protagonisti e gli altri personaggi del romanzo e, nel contempo, si accorge di diventare più chiaro a se stesso, più consapevole del perché della vita e del significato del mondo.

Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Milano 1983, (Dalla quarta di copertina)

venerdì 11 ottobre 2013

GLI INCANTI E LE RINUNCE - Chiara Frugoni


Tracciando un bilancio fra le attese della giovinezza e la realizzazione concreta degli ideali, nella maturità, si potrebbe concludere che la vita di Francesco e Chiara fu una storia triste: contestato precocemente Francesco dai suoi stessi frati, sostanzialmente limitato dai pontefici, oppressa Chiara da una Chiesa che non seppe mai comprenderla, tiepidamente amata allora e oggi dai frati, lasciata sola, da un certo punto in poi, dal suo stesso maestro.
Patirono tante rinunce, tante costrizioni, ma seppero vivere i loro incanti e vividamente rappresentarli, diffondendo gioia fino a oggi in modo suggestivo e felice.
Chiara Frugoni, Storia di Chiara e Francesco, p. 178


domenica 15 settembre 2013

NON TRATTENERTI MAI - Madre Teresa di Calcutta


Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe,
i capelli diventano bianchi,
i giorni si trasformano in anni.

Però ciò che è importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno.

Dietro ogni linea di arrivo c'è una linea di partenza.

Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. 
Non vivere di foto ingiallite…
insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni. 

Non lasciare che si arrugginisca il ferro che c'è in te. 

Quando non potrai correre, cammina veloce.
Quando non potrai camminare veloce, cammina.

Però non trattenerti mai!
Madre Teresa di Calcutta

mercoledì 31 luglio 2013

LE FAVOLE E I DRAGHI - G. K. Chesterton (1874-1936)


Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. 
Perché questo i bambini lo sanno già. 
Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti. 

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), Tremendous Trifles, 1909 

sabato 13 luglio 2013

NON CHIEDERE LA STRADA - Rabbi Nachman di Breslav (1772-1810)


Non chiedere mai la strada a qualcuno che la conosce,
non ti sarebbe più possibile perderti.

Rabbi Nachman di Breslav (1772-1810)

martedì 9 luglio 2013

AMERICA! - Alessandro Baricco


Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l'aveva fatta lui, l'America.

Alessandro Baricco, Novecento, Milano 1994, p. 11

venerdì 7 giugno 2013

MI SENTIVO RESPONSABILE DELLA BELLEZZA DEL MONDO - Marguerite Yourcenar (1903-1987)


Il mio ideale era racchiuso in questa parola: il bello, di così ardua definizione a onta di tutte le evidenze dei sensi e della vista. Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo. Volevo che le città fossero splendide, piene di luce, irrigate d’acque limpide, popolate da esseri umani il cui corpo non fosse deturpato né dal marchio della miseria o della schiavitù, né dal turgore di una ricchezza volgare; volevo che gli alunni recitassero con voce ben intonata lezioni non fatue; che le donne al focolare avessero nei loro gesti una sorta di dignità materna, una calma possente; che i ginnasi fossero frequentati da giovinetti non ignari dei giochi e delle arti; che i frutteti producessero belle frutta, i campi le messi più abbondanti.

Marguerite Yourcenar (1903-1987), Memorie di Adriano [1951], Milano 1981, p. 127

domenica 7 aprile 2013

DIVENTIAMO NOI STESSI IL CAMBIAMENTO - Patrizia M.



Sento ancora vivo l'eco del tuo messaggio pasquale: un bellissimo augurio!
Le profezie e i pronostici ci hanno distratto e la nostra attenzione è stata rivolta sempre con tanta apprensione alle calamità naturali: alla troppa abbondanza di pioggia, alle frequenti frane e alluvioni, alle inaspettate scosse di terremoto.
Se siamo sensibili ai fenomeni della Natura, non di certo trascuriamo quegli eventi sociali, economici, politici che determinano e scrivono la "nostra storia", la storia dell'Umanità.
E'stato singolare il gesto di Papa Benedetto XVI, cioè dimostrare a tutti che non si può essere legati al fascino del potere. Lui umilmente ha rinunciato alla sua carica e ha lasciato che un altro suo fratello, con maggiori forze fisiche, fosse il Pastore in cammino con la Chiesa del mondo. Entrambe sono due persone straordinarie che hanno percepito il malessere della gente generato dalla grande crisi economica che sta sconvolgendo diverse nazioni.
Al momento, non si fanno avanti veri capi politici capaci di gestire la grave situazione del Paese. Sono troppo impegnati a litigare, a pensare solo alle campagne elettorali, alle nuove elezioni, ma non sanno scegliere fra di loro il vero uomo politico (ammesso che ci sia) che sappia governare senza seconde finalità o intrighi di potere.
Ora mi chiedo, però, interpretando le parole di Gandhi, come possiamo diventare noi stessi il cambiamento che desideriamo vedere.
Forse ci vuole un altro segno forte dal Cielo.
Patrizia M.

lunedì 25 marzo 2013

SERVONO PENSIERI GRANDI - Mila Spicola



Io voglio salvaguardarlo il futuro, voglio salvaguardare la mia vita, voglio ricondurla dentro un progetto più grande che è il valore del mio lavoro, voglio uscire con i miei ragazzi dalle pareti delle classi, e non solo fisicamente, e riprendere lo spazio che a loro spetta; ripulirlo, ricostruirlo, dare senso e prospettiva ai nostri sforzi: il loro di crescere e studiare, il mio di educarli, di condurli. Non basta la mia buona volontà, serve lo spazio che ci hanno tolto. Reale e ideale. Servono pensieri grandi, infiniti. Serve una visione del mondo che nessuno si dà la briga di custodire o predisporre, invece è qua a portata di mano.
Mila Spicola, La scuola s’è rotta, p. 148

giovedì 21 marzo 2013

IL FILOBUS NUMERO 75 - Gianni Rodari (1920-1980)



Una mattina il filobus numero 75, in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l'Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.
I viaggiatori, a quell'ora, erano quasi tutti impiegati, e leggevano il giornale, anche quelli che non lo avevano comperato, perché lo leggevano sulla spalla del vicino. Un signore, nel voltar pagina, alzò gli occhi un momento, guardò fuori e si mise a gridare:
"Fattorino, che succede? Tradimento, tradimento!"
Anche gli altri viaggiatori alzarono gli occhi dal giornale, e le proteste diventarono un coro tempestoso:
"Ma di qui si va a Civitavecchia!"
"Che fa il conducente?"
"E' impazzito, legatelo!"
"Che razza di servizio!"
"Sono le nove meno dieci e alle nove in punto debbo essere in Tribunale, - gridò un avvocato, - se perdo il processo faccio causa all'azienda."
Il fattorino e il conducente tentavano di respingere l'assalto, dichiarando che non ne sapevano nulla, che il filobus non ubbidiva più ai comandi e faceva di testa sua. Difatti in quel momento il filobus uscì addirittura di strada e andò a fermarsi sulle soglie di un boschetto fresco e profumato.
"Uh, i ciclamini" - esclamò una signora, tutta giuliva.
"E' proprio il momento di pensare ai ciclamini" - ribatté l'avvocato.
"Non importa, - dichiarò la signora, - arriverò tardi al ministero, avrò una lavata di capo, ma tanto è lo stesso, e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo."
Scese dal filobus, respirando a bocca spalancata l'aria di quello strano mattino, e si mise a fare un mazzetto di ciclamini.
Visto che il filobus non voleva saperne di ripartire, uno dopo l'altro i viaggiatori scesero a sgranchirsi le gambe o a fumare una sigaretta e intanto il loro malumore scompariva come la nebbia al sole. Uno coglieva una margherita e se la infilava all'occhiello, l'altro scopriva una fragola acerba e gridava:
"L'ho trovata io. Ora ci metto il mio biglietto, e quando è matura la vengo a cogliere, e guai se non la trovo."
Difatti levò dal portafogli un biglietto da visita, lo infilò in uno stecchino e piantò lo stecchino accanto alla fragola. Sul biglietto c'era scritto: - Dottor Giulio Bollati.
Due impiegati del ministero dell'Istruzione appallottolarono i loro giornali e cominciarono una partita di calcio. E ogni volta che davano un calcio alla palla gridavano: "Al diavolo!"
Insomma, non parevano più gli stessi impiegati che un momento prima volevano linciare i tranvieri. Questi, poi, si erano divisi una pagnottella col ripieno di frittata e facevano un picnic sull'erba.
"Attenzione!" - gridò ad un tratto l'avvocato.
Il filobus, con uno scossone, stava ripartendo tutto solo, al piccolo trotto. Fecero appena in tempo a saltar su, e l'ultima fu la signora dei ciclamini che protestava: - Eh, ma allora non vale. Avevo appena cominciato a divertirmi.
"Che ora abbiamo fatto?" - domandò qualcuno.
"Uh, chissà che tardi."
E tutti si guardarono il polso. Sorpresa: gli orologi segnavano ancora le nove meno dieci. Si vede che per tutto il tempo della piccola scampagnata le lancette non avevano camminato. Era stato tempo regalato, un piccolo extra, come quando si compra una scatola di sapone in polvere e dentro c'è un giocattolo.
"Ma non può essere!" - si meravigliava la signora dei ciclamini, mentre il filobus rientrava nel suo percorso e si gettava giù per via Dandolo.
Si meravigliavano tutti. E sì che avevano il giornale sotto gli occhi, e in cima al giornale la data era scritta ben chiara: 21 marzo. Il primo giorno di primavera tutto è possibile.
Gianni Rodari, Favole al telefono, p. 95-96

giovedì 27 dicembre 2012

CANZONE DI SAN DAMIANO - Claudio Baglioni (1972)



Ogni uomo semplice porta in cuore un sogno,
con amore ed umiltà potrà costruirlo;
Se con fede tu saprai vivere umilmente,
più felice tu sarai anche senza niente.
Se vorrai ogni giorno con il tuo sudore,
una pietra dopo l’altra in alto arriverai!
Nella vita semplice troverai la strada
che la calma donerà al tuo cuore puro.
E le gioie semplici sono le più belle,
sono quelle che alla fine sono le più grandi.
Dai e dai ogni giorno con il tuo sudore,
una pietra dopo l’altra in alto arriverai!

Canzone di san Damiano , scritta da padre Jean-Marie Benjamin, cantata da Claudio Baglioni  su musica di Donovan (1972).

venerdì 30 novembre 2012

LE LEGGI DI UTOPIA - Tommaso Moro (1478-1535)



Gli Utopiani hanno ben poche leggi, perché pochissime bastano a uomini così organizzati. Essi pensano che sia somma ingiustizia il legare gli uomini con leggi o troppo numerose per essere lette, o troppo oscure per potersi capire da chiunque.
Oltre a ciò non ammettono assolutamente avvocati, che trattino cause con astuzia o discutano cavillosamente di legge: pensano infatti che sia utile per ciascuno il discutere da sé la propria causa davanti al giudice dicendo a quest’ultimo ciò che avrebbe dovuto dire al difensore. In tal modo ci saranno meno giri e rigiri e più facilmente si caverà di bocca la verità. Sentendo ciascuno difendere se stesso senza essere stato prima ammaestrato, il giudice pondera accuratamente ogni cosa e, contro i raggiri dei furbi, viene in soccorso delle nature più ingenue. Agli altri popoli, questo è molto difficile da eseguire in mezzo a un gran cumulo di leggi intricatissime.
Del resto in Utopia, ognuno è esperto di legge: sono infatti ben poche, come ho detto, e poi quanto più semplici sono le interpretazioni, tanto sono ritenute le più giuste.
E’ chiaro che, essendo tutte le leggi promulgate al solo scopo di ricordare a ciascuno il proprio dovere, un’interpretazione troppo difficile servirebbe di avviso a ben pochi, perché pochi sarebbero quelli che la capirebbero, mentre il senso più semplice e ovvio è alla portata di tutti. 
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 102-103

giovedì 29 novembre 2012

LE CARICHE PUBBLICHE - Tommaso Moro (1478-1535)


A Utopia, chi si mostra ambizioso di cariche pubbliche perde ogni speranza di ottenerle. La vita sociale si svolge alla buona, perché nessun politico è borioso e terribile: sono chiamati padri e come tali si dimostrano. Nemmeno il principe in persona si distingue per veste o diadema, ma da un mazzo di spighe in mano; allo stesso modo, l’insegna del pontefice è un cero, che gli viene portato innanzi.
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 102

mercoledì 28 novembre 2012

LA PROPRIETA' PRIVATA - Tommaso Moro (1478-1535)


Io son pienamente convinto che non è possibile distribuire i beni in maniera equa e giusta, o che prosperino le cose dei mortali, senza abolire del tutto la proprietà privata! Finché dura questa, durerà sempre, presso una parte dell’umanità, che è di gran lunga la migliore e la più numerosa, la preoccupazione dell’indigenza, col peso inevitabile delle sue tribolazioni.
E’ sicuro che far sparire del tutto la miseria non è possibile; ma ben la si potrebbe alleviare un pochino, bisogna ammetterlo. Evidentemente si potrebbe stabilire che nessuno possegga al di là di una determinata quantità di terra, e fissare per legge la ricchezza in danaro di ognuno; come si potrebbe per legge evitare che un principe sia troppo potente o un popolo troppo insolente, poi che non si aspiri alle cariche pubbliche per mezzo di brogli o di danaro, né che si rendano necessarie grandi spese a chi le occupa, giacché gli si porge occasione a rifarsi economicamente per mezzo di frodi e rapine, e si sente poi il bisogno di dar quelle cariche a ricchi, mentre dovrebbero esser rivestite dai saggi.
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 51-52



martedì 27 novembre 2012

I BENI SUPERFLUI - Tommaso Moro (1478-1535)


Gli Utopiani si stupiscono che esista qualche mortale cui diletti l’incerto splendore di una piccola gemma, di una perla, quando può contemplare qualche stella e anche lo stesso sole.
Ugualmente si stupiscono che l’oro, per sua natura così inutile, sia stimato tanto ai nostri giorni che qualsiasi zoticone, disonesto o sciocco o con meno intelligenza di un pezzo di legno, possa tenere in servitù molti uomini sapienti e buoni; e questo per il solo fatto di trovarsi in possesso di un sacco di monete d’oro.
E che dire di quelli che accumulano beni superflui, per dilettarsi non già di far uso dei loro tesori, ma di conservarli? Ne ricevono un piacere vero o piuttosto si lasciano illudere da un piacere immaginario? O quelli che, per un’altra specie di stortura, nascondono l’oro in modo da non potersene più servire e forse non poterlo neanche più vedere? Eppure tu, dopo aver seppellito il tuo tesoro, esulti di gioia, come se ormai non avessi più pensieri! Ma se qualcuno nel frattempo te lo ruba e tu, senza sapere nulla del furto se non dopo dieci anni, per tutto quel decennio sei sopravvissuto alla perdita del denaro, cosa importa se ti fosse stato sottratto o lasciato lì? In un caso o nell’altro te n’è venuto lo stesso vantaggio, né più né meno.
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 80-81, 87-88

lunedì 26 novembre 2012

L'ISOLA DI UTOPIA - Tommaso Moro (1478-1535)



Ogni città è divisa in quattro parti eguali, e al centro di ogni parte c’è mercato di tutte le cose; qui, in determinati locali, si portano i prodotti del lavoro di ogni famiglia, e nei magazzini vengono ripartite separatamente le varie specie di prodotti.
Da qui attinge qualsiasi padre di famiglia tutto ciò di cui lui o i suoi abbisognano e, senza danaro o prestazione alcuna, ottiene tutto ciò che chiede.
E per qual motivo gli si dovrebbe rifiutare qualcosa quando c’è abbondanza di tutto, non solo, ma non c’è neanche la paura che qualcuno chieda più del bisogno? E perché supporre che possa chiedere il superfluo chi è sicuro che non gli mancherà mai nulla? E’ la paura che qualcosa venga a mancare che rende bramosi e rapaci i viventi di ogni tipo; fra gli uomini, invece, ciò è prodotto solo dall’orgoglio che vuol superare gli altri ostentando il superfluo.
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 70

Thomas More, italianizzato in Tommaso Moro (Londra, 7 febbraio 1478 – Londra, 6 luglio 1535), fu un umanista, scrittore e politico cattolico inglese; è venerato come santo dalla Chiesa cattolica, canonizzato come martire da Pio XI nel 1935.
Nel corso della sua vita si guadagnò fama a livello europeo come autore umanista e occupò numerose cariche pubbliche, compresa quella di Lord Cancelliere d'Inghilterra tra il 1529 e il 1532 sotto il re Enrico VIII. Il suo rifiuto di accettare l'Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il primato del Papa misero fine alla sua carriera politica e lo condussero alla pena capitale con l'accusa di tradimento. La Chiesa cattolica lo venera come santo; nel 2000 papa Giovanni Paolo II lo proclamò patrono dei governanti e dei politici cattolici.
Tommaso Moro coniò il termine "utopia", con cui battezzò un'immaginaria isola dotata di una società ideale, di cui descrisse il sistema politico nella sua opera più famosa, L'Utopia, pubblicata nel 1516.

domenica 18 novembre 2012

LE CHIESE DI UTOPIA - Tommaso Moro (1478-1535)




A Utopia, si osservano santuari splendidi. Sono però tutti un po’ oscuri, per consiglio dei sacerdoti, si dice, perché pensano che troppa luce disperda i pensieri, mentre a una luce più moderata e incerta gli animi si raccolgono e il sentimento religioso s’intensifica.
Ma poiché non tutte le persone hanno la stessa fede, e tuttavia le forme di essa, per quanto varie e molteplici, per diversa via s’incontrano tutte nello stesso e unico fine, cioè nel culto dell’essere divino, per tal motivo nelle chiese nulla si vede o si ode che non combaci manifestamente con tutto ciò che le fedi hanno in comune. Pertanto, nessuna immagine di dèi si vede in chiesa, affinché ognuno abbia la libertà di concepire Dio secondo il più alto sentimento religioso. E non si formulano preghiere che non possa pronunciare chiunque senza offesa per la propria setta.
Tommaso Moro, L’Utopia, 1516, Bari-Roma 1993, p. 126

venerdì 16 novembre 2012

LA PUBBLICITA' E' ABOLITA - Silvano Agosti



“Esiste da voi la pubblicità?”
“Esisteva. Poi i nostri esperti di economia hanno scoperto che eliminando la pubblicità tutto veniva a costare metà prezzo e allora…”
“E allora?”
“Il nostro ministero per il Miglioramento della vita ha proposto di sostituire alla pubblicità l’informazione, e per qualsiasi nostra necessità veniamo informati da un piccolo programma nel computer che ci indica dove si può trovare questo o quel prodotto, il più vicino possibile alla nostra abitazione.”
Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, dalla Quarta lettera
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