Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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lunedì 2 aprile 2018

IL SILENZIO DEL FARE – Carlo Sini




Ma non è tutto qui. C’è il silenzio dell’essere umano che parla; c’è il silenzio dell’infante che non parla; e c’è il silenzio dell’animale che, direi, né parla né non parla: un silenzio difficile da considerare, anche perché siamo noi a parlarne (lui non se lo sogna nemmeno, né lo farebbe mai).

L’adulto, per esempio, sale le scale di corsa. Non sta a contare i gradini. Lo sa fare e basta: un sapere che non ha bisogno di rompere il silenzio per porsi in atto e che, anzi, del non farlo se ne giova.

Il lattante succhia il seno con evidente beatitudine. Non è in grado di dirselo e di saperlo, ma lo sa fare benissimo. Prende fiato e respira, strabuzzando gli occhi dal piacere. Oppure si succhia il dito, con metodo e soddisfatta applicazione. In perfetto silenzio.

Anche il cane, infine, sa scavare metodicamente la sua buca per nascondervi l’osso. Va da sé che lo faccia in silenzio, cioè senza dirsi alcunché, semplicemente impegnato nel suo progetto di scavo.

Si tratta dunque di azioni e competenze che non richiedono il linguaggio. È curioso che in fondo dobbiamo dire il medesimo anche di quella competenza che è il linguaggio. Lo so che so parlare senza bisogno di dirmelo; lo so in silenzio come quel signore che sa dell’obelisco senza esserselo mai detto espressamente; però sa dire dove sia. E così io: se qualcuno mi parla, rispondo subito a tono. Non ho bisogno di dirmi: ora userò il linguaggio e risponderò a tono.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Milano 2013


domenica 1 aprile 2018

LA PAROLA E IL SILENZIO – Carlo Sini



La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire. C'era già prima (si direbbe), ma solo ora, che non c’è più, in qualche modo lo si avverte.

Bisogna pensare allora che ci siano diversi tipi o modi del silenzio. Per esempio: c’è un abitante del posto che, in silenzio, sa da che parte sta la piazza con l’obelisco. E poi ci siamo noi forestieri, che ci siamo perduti e che dobbiamo ritrovare quella piazza e quell’obelisco per tornare in albergo. Il nostro è così il silenzio dell’ignorante: non sappiamo dov’è l’obelisco e non sapremmo dire come ci si arriva.

L’abitante del luogo invece sì, lo sa: «Girate qui a destra, non a sinistra...» Le sue parole rompono il silenzio (il suo) e così si scopre un silenzio sapiente che è l’opposto del nostro silenzio ignorante.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Milano 2013

martedì 19 settembre 2017

SONO LE NOSTRE OPINIONI A TURBARCI – Epitteto (50 ca. - 138 ca.)


Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose. Per esempio, la morte non è per nulla amara; altrimenti lo sarebbe stata anche per Socrate; ma l'opinione che si ha della morte, quello è l'amaro.
Pertanto, quando siamo agitati, afflitti, nervosi, non dobbiamo incolparne gli altri, ma solo noi stessi, cioè le nostre opinioni. Non è filosofo chi addossa sugli altri le colpe dei propri travagli, mezzo filosofo è l'addossarla solo a se stesso, da filosofo è il non darla né a se stesso né agli altri.

Manuale di Epitteto 


lunedì 2 novembre 2015

L’ETERNO RITORNO – Friedrich Nietzsche (1844-1900)



Che cosa accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l'hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione - e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L'eterna clessidra dell'esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!».
Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun'altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?

Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, Libro IV, n. 341.

giovedì 29 ottobre 2015

LA FELICITA’ SI COLTIVA QUI E ADESSO - Alexandre Jollien



Immaginando sempre la felicità come un altrove, io la differisco: "altrove", "dopo", non sono altro che modi di vedere della mente. E tutte le ore perdute a progettare se stessi, a imbastire mille strategie, per gioire un giorno della felicità, hanno oscurato i piaceri dell’istante.
Ma tu mi liberi da questa dissipazione, e posso aprire le braccia al bene che è a mia disposizione. Ecco la questione importante: gustare il qui e l’ora, assaporare tutte le cose buone, e sono davvero abbondanti, che mi offre il singolo istante.
Alexandre Jollien, Cara filosofia, p. 45.


mercoledì 28 ottobre 2015

COME ESSERE FELICE? - Alexandre Jollien



Mi sono spesso chiesto: «Di cosa ho bisogno per essere felice?». Con tenerezza, con insistenza, tu hai corretto il mio punto di osservazione: «Come essere felice, qui e ora?».
Riuscirò, dunque, a essere tanto audace da non rinviare più i miei desideri verso una felicità lontana, e cominciare invece a coltivare la felicità là dove essa si offre?
Alexandre Jollien, Cara filosofia, p. 43.


martedì 27 ottobre 2015

LA PIETRA SCHEGGIATA – Alexandre Jollien


Un uomo possedeva, come unica ricchezza, una pietra preziosa. Vegliava scrupolosamente sul suo tesoro. Un giorno lo sventurato lasciò cadere la pietra per terra; la caduta ne rovinò la superficie liscia e lucida. Allora l’infelice, dopo aver tentato inutilmente di ripararla da sé, decise di consultare i tagliatori di pietre del suo villaggio. Tutti si sforzarono di eliminare la scalfittura, ma senza successo. Finalmente arrivò un viaggiatore straniero, e il gioiello fu sottoposto anche a lui: “Guardi, la mia pietra è rovinata per sempre”. L’artigiano esaminò l’oggetto, poi prese i suoi strumenti e sui graffi disegnò foglie e petali.
Alexandre Jollien, Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri, Angelo Colla Editore, Costabissara (Vicenza) 2008, p. 21.


lunedì 26 ottobre 2015

CARA FILOSOFIA - Alexandre Jollien


Alexandre Jollien, nella premessa a Cara Filosofia afferma di aver scritto questo libro per «descrivere una condizione dello spirito e individuare alcuni strumenti che consentano di progredire nella gioia» e lo fa convocando alcuni filosofi ai quali si rivolge attraverso delle lettere, alternate a sette missive alla maestra di tutti, Dama Filosofia. I destinatari sono Severino Boezio, Epicuro, Erasmo da Rotterdam, Spinoza, Schopenhauer, Etty Hillesum, cioè coloro che hanno costituito dei punti di riferimento per la sua crescita interiore, coloro che l’hanno aiutato nel suo ‘dopoguerra’ a «liberare lo spirito dalle sue catene».
Alexandre Jollien è cerebroleso dalla nascita a causa di un’asfissia provocata durante il parto dal cordone ombelicale e ha trascorso diciassette anni in un centro specializzato per handicappati. Ha gravi difficoltà a camminare, leggere e parlare, ma è riuscito, con grande tenacia, a frequentare una scuola commerciale e studiare filosofia all’Università di Friburgo e poi a Dublino. Oggi è sposato e padre di due figli.
Aveva narrato la propria vicenda interiore e umana in Elogio della debolezza e poi in Il mestiere di uomo (editi da Qiqajon), mostrando come il concetto di normalità fosse relativo e come, nella debolezza, risiedesse la forza. Jollien parla di questo tempo passato come del ‘tempo del combattimento’, in cui ha cercato instancabilmente di trovare risposte a domande importanti che la vita gli aveva messo nella mente e nel cuore. Ora, in Cara Filosofia, approfondisce il mistero della propria e altrui vita, facendo appello alla libertà interiore, nella certezza che sia possibile il passaggio dall'angosciato chiedersi «Di cosa ho bisogno per essere felice?» a un interrogativo più pacato: «Come essere felice, qui e ora?». Con l’intento, come evidenzia il sottotitolo - Un percorso per la costruzione del sé - di offrire uno strumento di riflessione per dare forma a se stessi.
Jollien nel dialogo con i sapienti, riflette sul fatto che la felicità assoluta è irraggiungibile mentre è alla portata di ciascuno la gioia, che si può provare anche nel dolore; una felicità qui e ora, da viversi nei piccoli gesti quotidiani.
L’autore si rivolge anche alla Morte, in una delle lettere più toccanti e commoventi, prendendo in considerazione il proprio atteggiamento verso la fede: «Ho l'abitudine di dire che mi sveglio credente e mi corico ateo. Che tu mi possa cogliere al mattino!».
Alexandre Jollien, Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri, Angelo Colla Editore, Costabissara (Vicenza) 2008.

giovedì 9 aprile 2015

venerdì 16 gennaio 2015

L’APERTURA - Adyashanti


Non è tanto il pensiero, ma sono i cinque sensi che ti danno l'accesso più veloce a quest'apertura verso la tua vera natura. Ad esempio, se ascolti questo istante per intero, in ogni suo aspetto, e non solo i suoni che giungono alle orecchie, se senti tutto l'attimo presente, con tutto te stesso, ti apri ben oltre i confini del tuo piccolo io. Appare una sensazione particolare nel tuo corpo, e la senti - si estende, si allarga. Senti la quiete assoluta. Senti gli uccellini. Senti com'è sentire un suono.
I cinque sensi ti danno accesso immediato, al di là della realtà virtuale mentale, a qualcosa che non è cercato dalla mente. È sbalorditivo ciò che accade, quando consenti ai tuoi cinque sensi di spalancarsi. Ti rendi conto che il novantanove per cento del tuo problema è dovuto al fatto di relegare, concentrare tutto in una sola direzione, mentre quando ti apri alla totalità tutto diventa chiarissimo. E se ricominci a soffrire, è perché i tuoi cinque sensi hanno rinunciato a rivolgersi alla totalità per concentrarsi su una cosa sola, che causa sofferenza.

Adyashanti, La danza del vuoto

lunedì 12 gennaio 2015

UNO SPAZIO APERTO - Adyashanti


Quando sei aperto, fai la tua esperienza senza filtri [...]. Non cerchi di proteggerti [...].
Quando doni a te stesso la meravigliosa possibilità di non affannarti a trovar te stesso in qualche concetto o emozione particolare, allora l'apertura si dilata a tal punto che la tua identità si trasforma sempre più in uno spazio aperto, cessando di essere solo un punto di riferimento mentale, sotto forma di convinzione o di sensazione fisica.
Il punto principale non è sbarazzarsi dei pensieri o delle emozioni, ma non sentirsi confinati al loro interno.
Niente può disturbare l'apertura. Niente può disturbare la nostra vera natura. Restiamo turbati soltanto quando ci chiudiamo, identificandoci con un dato punto di vista, un concetto riguardo a chi siamo o a chi crediamo di essere; allora ci troviamo in conflitto con quello che accade.
Basta essere, rimanendo in questo luogo privo di parole.

Adyashanti, La danza del vuoto, Edizioni Tecniche Nuove, p. 17-18.

giovedì 3 aprile 2014

PER UNA VOLTA - Alexandre Jollien


Per una volta ho apprezzato la gioia, ho vissuto la semplicità dell'istante, ho sposato il corso naturale delle cose senza fissarmi, senza attaccarmi, senza cercare al di fuori una ricompensa, una consolazione o un'approvazione.
Leggero, ho gustato l'esistenza senza che il pensiero sia intervenuto a giudicare o condannare.

Alexandre Jollien, Il filosofo nudo, p. 152

sabato 1 febbraio 2014

IL TEMPO PRESENTE - Blaise Pascal (1623-1662)


Noi non ci atteniamo mai al tempo presente. Anticipiamo il futuro come troppo lento a venire, quasi per affrettarne il corso; oppure ricordiamo il passato per fermarlo come troppo rapido; così imprudenti che vaghiamo nei tempi che non sono nostri, e non pensiamo affatto al solo che realmente ci appartiene; e così vani, che riflettiamo su quelli che non sono più nulla, e fuggiamo senza riflettere quel solo che esiste.
Il fatto è che il presente, di solito, ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge; se invece per noi è piacevole, rimpiangiamo di vederlo fuggire. Tentiamo di sostenerlo per mezzo dell'avvenire, e ci preoccupiamo di disporre le cose che non sono in nostro potere, in vista di un tempo al quale non siamo per nulla certi di arrivare.
Ciascuno esamini i propri pensieri: li troverà sempre tutti occupati dal passato e dal futuro. Non pensiamo quasi mai al presente; o, se ci pensiamo, è solo per illuminarci circa il futuro. Il presente non è mai il nostro fine; il passato e il presente sono i nostri mezzi, per noi solamente il futuro è il fine.
In questo modo non viviamo mai, ma speriamo di vivere; e, preparandoci sempre a essere felici, è inevitabile che non lo siamo mai.

Blaise Pascal, Pensieri, n.172 (Brunschvicg)

sabato 9 novembre 2013

4/4. LA SCUOLA INSEGNI A VIVERE - Edgar Morin


Le interazioni tra differenti discipline sono difficili da riconoscere, ma sono necessarie. Per esempio, la mondializzazione di cui si parla molto oggi è un fenomeno economico che ha anche i suoi contro-aspetti: l'omogeneizzazione tecnica provoca dei movimenti di chiusura sull'identità nazionale e religiosa. Qualche cosa di economico ha dunque delle conseguenze sulla religione e sulla psicologia. 
In effetti, non si può separare l'economico, lo storico, lo psicologico, il mitologico ecc... Einstein lo mostrava già ai suoi tempi. Era un globalista-matematico, pensatore, ingegnere, qualcuno che sperimentava i concetti. Adorava suonare il violino, "perdeva tempo" interessandosi d'arte, di politica... Gli specialisti, loro, si accontentano di verificare le sue teorie. Si è disgiunto tutto ciò che riguarda l'essere umano: il cervello in biologia, la mente in psicologia...
Le scienze umane sono state esse stesse delimitate. La filosofia è una riflessione anzitutto sulle conoscenze acquisite e sul destino umano e sui grandi problemi del nostro tempo. Ora, le conoscenze sono troppo disperse perché questa disciplina possa nutrirsene. C'è qui una grande lacuna. La missione di raccoglierle insieme necessita tanto di uno sforzo nel mondo scientifico quanto nel mondo filosofico. 
È in questo senso che il sistema di insegnamento meriterebbe di essere riformato.

Tratto da Avvenire, 25 ottobre 2013

giovedì 27 giugno 2013

UN INFINITO NUMERO - Alexandre Jollien


Penso a Nietzsche, al suo amor fati, al suo eterno ritorno. Per lui si tratta di assumere ad ogni istante la totalità della vita e volere che essa si ripeta in eterno.
Ogni scelta, ogni decisione, deve essere presa come se si dovesse riviverla infinite volte: «Se, in tutto ciò che vuoi fare, cominci col chiederti: “Siamo sicuri di volerlo fare un numero infinito di volte?”, questo diventerà per te il più solido centro di gravità».

Alexandre Jollien, Il filosofo nudo, p. 51

giovedì 9 maggio 2013

ACCORGIMENTI NELLO SCRIVERE E NELL'INSEGNARE - Friedrich Nietzsche (1844-1900)



Chi una volta ha scritto e sente in sé la passione dello scrivere, apprende da tutto ciò che fa e che vive solamente quanto possa essere comunicato con la scrittura. Non pensa più a se stesso, ma allo scrittore e al suo pubblico: vuole comprendere ma non per uso proprio.
Chi insegna è per lo più incapace di fare qualcosa per il proprio bene: pensa sempre al bene dei suoi scolari, e ogni nuova conoscenza lo allieta solo nella misura in cui egli può trasmetterla ad altri. Egli finisce per considerarsi soltanto una via del sapere, e in genere come un mezzo, cosicché non prende più sul serio se stesso.
Friedrich Nietzsche (1844-1900), Umano troppo umano, I, 200.

mercoledì 8 maggio 2013

LA BENEVOLENZA - Friedrich Nietzsche (1844-1900)



Fra le cose piccole, ma infinitamente frequenti e perciò stesso molto efficaci, alle quali la scienza dovrebbe prestare attenzione più che alle cose grandi e rare, è da annoverare anche la benevolenza; voglio dire quelle manifestazioni di sentimenti gentili nei rapporti con gli altri, quel sorriso negli occhi, quelle strette di mano, quella gradevolezza di cui quasi ogni atto umano è di solito rivestito.
Ogni insegnante, ogni funzionario aggiunge questo ingrediente a ciò che per lui è dovere; è una continua attivazione di umanità, sono per così dire le onde della sua luce, nelle quali tutto si sviluppa; soprattutto nella cerchia più ristretta, in seno alla famiglia, la vita prospera e fiorisce solo grazie a quella benevolenza.
L’indulgenza, la benignità, la gentilezza del cuore sono effluvi inesauribili dell’istinto altruistico e hanno contribuito alla formazione della civiltà molto più potentemente di quelle molto più celebrate manifestazioni di esso che si chiamano compassione, misericordia e abnegazione. Ma si usa tenerle in poco conto, e in realtà in esse non c’è molto di altruistico.
La somma di queste piccole dosi è tuttavia imponente, la loro forza complessiva è una delle forze più grandi. Allo stesso modo, nel mondo si trova molta più felicità di quanta non ne vedano gli occhi offuscati: se cioè si valuta bene e non si dimenticano tutti i momenti piacevoli di cui è ricco ogni giorno, anche per la vita più tribolata.
Friedrich Nietzsche (1844-1900), Umano troppo umano, I, 49.

martedì 7 maggio 2013

LA LANCETTA DELLA VITA - Friedrich Nietzsche (1844-1900)



La vita consiste in rari momenti singoli di altissimo significato e in innumerevoli intervalli in cui nel miglior caso ci si aggirano intorno le ombre di quei momenti. L'amore, la primavera, ogni bella melodia, la montagna, la luna, il mare – tutto parla una sola volta veramente al cuore: seppure giunge mai a parlare. Giacché molti uomini non hanno affatto quei momenti e sono essi stessi intervalli e pause nella sinfonia della vita reale.
Friedrich Nietzsche (1844-1900), Umano troppo umano, I, 586.

domenica 21 aprile 2013

IL TEMPO COME DISTENDERSI DELL'ANIMO - Agostino di Ippona (354-430)



Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. 
E’ inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. 
Forse sarebbe più giusto dire che i tempi sono questi tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. 
Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente è la visione attuale, il presente del futuro è l’attesa.
Agostino, Le confessioni, XI, 20.

sabato 20 aprile 2013

ESISTE IL TEMPO? - Agostino di Ippona (354-430)



Questo però posso dire, in buona fede, di sapere: se nulla passasse, non vi sarebbe il tempo passato, e se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe il tempo futuro, e se nulla fosse, non vi sarebbe il tempo presente.
Ma, in quanto ai due tempi passato e futuro, in quale modo essi esistono, dal momento che il passato, da una parte, più non è, e il futuro, dall'altra, non è ancora?
E quanto poi al presente, se sempre fosse presente, e non trascorresse nel passato, non più sarebbe tempo, ma sarebbe, anzi, eternità. Se, dunque, il presente per essere tempo deve tradursi nel passato, come possiamo noi dire che esso esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà?
In realtà, non possiamo parlare di esistenza del tempo se non in quanto tende a non esistere.
Agostino, Le confessioni, XI, 14.
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