Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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venerdì 14 ottobre 2016

SE GLI ALTRI NON SODDISFANO I NOSTRI BISOGNI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

La prima ragione per cui i nostri bisogni non sono soddisfatti è che non esprimiamo il bisogno, ma una critica.
Se siamo riusciti a esprimere il bisogno, la seconda ragione per cui non viene soddisfatto è perché non abbiamo fatto seguire il bisogno da una richiesta precisa e chiara.
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2010, p. 76


giovedì 13 ottobre 2016

QUANDO GIUDICHIAMO GLI ALTRI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Ogni giudizio che noi facciamo sull’altro, è la tragica espressione dei nostri bisogni.
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2010, p. 73


lunedì 10 ottobre 2016

LA CAUSA DEI MIEI SENTIMENTI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Non far mai passare il messaggio che l’altra persona possa essere la causa dei tuoi sentimenti. Tutte le volte che esprimi un sentimento, fallo seguire dalle parole “Perché io…”, perché noi siamo la causa dei nostri sentimenti e non l’altra persona.
I nostri sentimenti sono causati dai nostri bisogni; i nostri bisogni sono sempre la causa dei nostri sentimenti.
Quindi, non colleghiamo i nostri sentimenti con le azioni degli altri, colleghiamo i nostri sentimenti con i nostri bisogni.
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2010, p. 70-71


sabato 18 giugno 2016

IL MODO IN CUI GLI ALTRI TI TRATTANO - Mantra Yoga



Il modo in cui gli altri ti trattano
fa parte del loro cammino,
il modo in cui tu reagisci
fa parte del tuo.

venerdì 20 maggio 2016

SODDISFARE I BISOGNI DI TUTTI – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Nel momento in cui le persone cominciano a parlare di ciò di cui hanno bisogno, anziché di quello che non va nell’altra persona, aumenta enormemente la probabilità di trovare un qualche modo per soddisfare i bisogni di tutti.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 57


giovedì 19 maggio 2016

QUANDO DIAMO LA COLPA AGLI ALTRI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Quando diamo agli altri la colpa dei nostri sentimenti, spesso lo facciamo sperando che si sentiranno in colpa ogni volta che non faranno quello che chiediamo loro.
Tanto più interpretiamo un “no” come un rifiuto personale e attribuiamo ad esso la causa della nostra infelicità, tanto più gli altri tenderanno a sentire le nostre richieste come pretese.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 68


mercoledì 18 maggio 2016

STIMOLO, NON CAUSA – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Ciò che gli altri dicono o fanno può essere uno stimolo per i nostri sentimenti, ma non può esserne la causa.
I nostri sentimenti derivano dal fatto che i nostri bisogni sono o non sono soddisfatti.

Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 55-56

mercoledì 11 maggio 2016

LA PUNIZIONE E’ UNA TATTICA PERDENTE - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


La punizione è una tattica perdente. Lo comprendiamo se ci poniamo due domande.
Prima domanda: “Che cosa vogliamo che l’altra persona faccia?”. Non stiamo chiedendo quello che non vogliamo che faccia, ma quello che vogliamo.
Se poniamo solo questa domanda, potrebbe ancora sembrare che talvolta la punizione possa funzionare. Possiamo probabilmente ricordare alcune volte in cui abbiamo usato la punizione e siamo riusciti a far sì che qualcuno facesse quello che volevamo. Ma se aggiungiamo una seconda domanda, vediamo che la punizione non funziona mai.
Questa seconda domanda è la seguente: “Per quali ragioni vogliamo che l’altra persona faccia ciò che le chiediamo?”.
Marshall B. Rosenberg, Spiritualità pratica, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2007, p. 37-38


martedì 10 maggio 2016

UN PREMIO PER OGNI RISPOSTA GIUSTA - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Sono andato a scuola per ventuno anni e non mi ricordo che mi abbiano mai chiesto, neanche una volta, quali erano i miei bisogni.
La mia educazione non si concentrava sull’aiutarmi a essere più vivo, più in contatto con me stesso e con gli altri. Era orientata, invece, a premiarmi per avere dato risposte giuste, cosi come erano definite dalle ‘autorità’.
Marshall B. Rosenberg, Spiritualità pratica, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2007, p. 31-32


lunedì 9 maggio 2016

SE CI VIENE VOGLIA DI UNA NUOVA AUTO – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Stiamo attenti a non mescolare i nostri bisogni con le nostre strategie. Non abbiamo bisogno, per esempio, di un’automobile nuova, ma alcune persone potrebbero scegliere di acquistarne una come strategia per soddisfare il loro bisogno di sicurezza e tranquillità.
Dobbiamo, però, stare attenti, perché la società può indirci a pensare, erroneamente, che ciò di cui abbiamo davvero bisogno sia un’automobile nuova.

Marshall B. Rosenberg, Spiritualità pratica, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2007, p. 10-11

martedì 19 gennaio 2016

LA MODA – Gabriella Caramore


La moda subdolamente impone un ritmo convulso, di per sé vuoto e immotivato, un’ansia di cambiare adeguandosi, di innovare prostrandosi ai modelli per un attimo imperanti, in una insensata rincorsa tra “novità” e “caducità”.
Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino, Bologna 2014, 15


venerdì 14 agosto 2015

UNA CATENA DI BISOGNI – Irvin Yalom


Noi vogliamo, vogliamo, vogliamo, vogliamo. Per ogni bisogno che giunge a livello di consapevolezza ce ne sono dieci in attesa dietro le quinte dell’inconscio.
La volontà ci guida inesorabilmente perché, una volta che un bisogno è soddisfatto, è in breve rimpiazzato da un altro bisogno e poi da un altro ancora, per tutta la vita.

Irvin Yalom, La cura Schopenhauer, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2005.

lunedì 1 settembre 2014

39. UN BAMBINO FATTO IN CASA - Francesco Callegari



Ne ho provati tanti e sono giunto alla conclusione che il migliore sia quello altoatesino. Sarà per via dell’erba o dell’acqua, non so, ma lo yogurt dell’Alto Adige ha un sapore particolare. Mi piace soprattutto quello alla vaniglia e, quando al supermercato vedo allineati i barattoli da mezzo chilo, ne pregusto già il profumo e la morbida consistenza. L’unica cosa che allora osservo con attenzione è la data di scadenza, perché mezzo chilo di yogurt non lo consumi in mezza giornata.
Per giungere a questa scelta ne ho però assaggiati parecchi e ho letto le loro etichette: quante calorie e quanti fermenti lattici vivi (che al solo pensarci fa un po’ impressione), e poi gli zuccheri, gli amidi, la frutta. Le etichette sono importanti: se non ci fossero loro a dirci per esempio quanto residuo fisso rimane nell’acqua che beviamo, non oso pensare ai danni che provocheremmo al nostro organismo! Per fortuna, su tutti gli alimenti confezionati vige l’obbligo di apporre un’etichetta che ne descriva nel dettaglio gli ingredienti. La fabbricazione in serie, tipica dell’industria, consente la produzione di pezzi tutti identici, rendendo così di fatto possibile l’etichettatura.
Questa stessa operazione risulta invece molto complicata, e forse anche inutile se non rischiosa, per tutti quei beni che non sono prodotti in serie: molto probabilmente il pane fatto in casa risulterà diverso per dosi e sapore in ciascuna cottura, così come la passata casalinga di pomodori o la confettura di frutta. A questi alimenti non ci sogneremmo mai di apporre una minuziosa schedatura degli ingredienti, ma ci limiteremmo a gustarli nella loro meravigliosa fragranza lasciandoci sorprendere di volta in volta dall’incanto della loro novità.
Due genitori mi hanno appena scritto una bellissima lettera rivendicando, per il loro bambino fatto in casa, il sacrosanto diritto all’unicità.
Spesso la nostra mente applica inavvertitamente alle persone lo stesso processo conoscitivo utilizzato per le acque minerali: naturali o frizzanti, povere o ricche di sodio, con alto o basso residuo fisso, ecc. Questo meccanismo semplificatorio, che normalmente ci aiuta ad affrontare e comprendere il mondo reale riducendo l’ansia delle diversità, risulta però deleterio se applicato alle persone.
Alexandre Jollien, giovane filosofo francese, esprime bene questo rischio:
“Il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette, delle parole, a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle. Gli antichi vedevano nell’esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può anche portare a ridurre l’essere che ci sta di fronte a una etichetta”.
Alexandre Jollien, Il mestiere di uomo, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2003, p. 63
Incasellare le persone, limita prima di tutto la nostra possibilità di godere e apprezzare la ricchezza delle diverse individualità, ma offre anche incautamente il fianco ad atteggiamenti discriminatori che potrebbero propagarsi nel gruppo dei pari con conseguenze devastanti a livello relazionale.
Soprattutto in un ambiente come la scuola, creato appositamente per far crescere le persone al meglio delle loro possibilità e per allenarle alla vita sociale, è importante il rispetto sostanziale delle diverse individualità, rispetto che si manifesta anche attraverso l’uso di parole che creino empatia, che facciano crescere, che uniscano e non che dividano o escludano. Parole che parlino di libertà e non di prigioni: nel momento in cui etichettiamo una persona, magari a causa di un suo particolare modo di essere, di fare o di parlare, apponiamo su di lei un marchio indelebile che la imprigionerà per sempre portandoci a identificare quella stessa persona con l’etichetta che le abbiamo assegnato e impedendoci di vedere in lei tutto il resto.
Il primo passo, anche se forse il più difficile, è quello di non esprimere giudizi sulle persone. Lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, creatore del metodo della Comunicazione Non Violenta, scrive:
“Il filosofo indiano J. Krishnamurti una volta affermò che osservare senza valutare è la forma più elevata di intelligenza umana. Per la maggior parte di noi, è difficile osservare le persone e i loro comportamenti senza mescolarvi giudizi, critiche o altre forme di analisi.
Attribuendo etichette alle persone, tendiamo ad assumere nei loro confronti atteggiamenti che contribuiscono a generare i comportamenti stessi che ci preoccupano, il che poi lo vediamo come una ulteriore conferma della nostra diagnosi”.
Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, Ed. Esserci, 2003, p. 48, 50, 107.
Il cammino verso la comunicazione non violenta ci apre a nuovi orizzonti e ci invita a cambiare il nostro asse di prospettiva. Normalmente noi utilizziamo il metro di giudizio verticale che prevede a un estremo il concetto di giusto con il relativo premio, dall’altro il concetto di sbagliato con il relativo castigo. Esiste un altro asse relazionale: quello orizzontale, basato sulla comprensione dei bisogni e sul riconoscimento delle emozioni. Bisogni ed emozioni sono strettamente correlati: un bisogno soddisfatto genera un’emozione positiva e viceversa.
Si parla tanto oggi di scuola inclusiva: fino a ieri si diceva che la scuola deve integrare, oggi deve includere. Io non so quale sia tra i due il termine più corretto, so per certo però che una buona scuola è quella che è disposta all’incontro, che sa accogliere e valorizzare le diversità. Una scuola accogliente è una scuola attenta ai bisogni, è una scuola che tende a produrre emozioni positive, che non isola e non esclude, una scuola che non umilia e non mortifica, una scuola che non etichetta e non ingabbia, ma che valorizza il bello e il buono di ciascuno, facendo volare tutti, docenti e allievi. Insieme.
Una scuola attenta sa mettere ciascun allievo nelle migliori condizioni per apprendere. Ancora l’asse bisogni-emozioni, perché l’apprendimento passa più facilmente attraverso le emozioni: “Capitano, mio capitano!”. Lungo l’asse premio-castigo passa solo un apprendimento temporaneo, fasullo, buono solo per l’interrogazione del giorno dopo. Una grande perdita di tempo, in definitiva.
Secondo il filosofo Pierre Durrande:
“Il compito primario di un educatore è quello di offrire la testimonianza di un’umanità autentica e piena. Ed è solo attraverso un costante lavoro su se stesso che un educatore può impegnarsi in quest’opera vitale, poiché educare è innanzitutto incontrare e ogni incontro è possibile solo creando uno spazio di accoglienza in se stessi, quello spazio che nasce da una piena adesione alla propria umanità”.
Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2012.
Ed è proprio lì, nell’apertura consapevole all’incontro, che si gioca la grande sfida dell’inclusione/integrazione: è in classe, ma anche in casa, che le parole e i gesti assumono il colore dell’accoglienza, il sapore della libertà e il canto della speranza.
Buon anno scolastico.                                                                 
1 settembre 2014

Francesco Callegari                                                                      
dirigente scolastico

lunedì 2 giugno 2014

LA RABBIA ALIENA DALLA VITA – Marshall B. Rosenberg


Ritengo che ogni tipo di rabbia sia il risultato di un modo di pensare che aliena dalla vita e che provoca violenza. L’essenza della rabbia è un bisogno che non viene soddisfatto. La rabbia quindi è preziosa se la utilizziamo come un campanello d’allarme per svegliarci, per accorgerci che abbiamo un bisogno che non viene soddisfatto e che stiamo pensando in un modo che ne rende improbabile la soddisfazione.
La piena espressione della rabbia richiede la piena consapevolezza del nostro bisogno. Inoltre, è necessario avere dell’energia per soddisfare tale bisogno. La rabbia, tuttavia, assorbe la nostra energia dirigendola verso la punizione delle altre persone anziché verso la soddisfazione del nostro bisogno.
Anziché provare una “giusta indignazione” vi suggerisco di connettervi empaticamente ai vostri bisogni personali o a quelli degli altri. Questo può richiedere molto esercizio, per mezzo del quale, più e più volte, sostituiamo consapevolmente alla frase «Sono arrabbiato perché loro…» quella «Sono arrabbiato perché ho bisogno di…».

Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, Reggio Emilia, 2003, p. 175-176

venerdì 18 aprile 2014

38. LE MANI DELLO ZIO GIOVANNI – Francesco Callegari


Lo zio Giovanni lavorava in fabbrica per tutta la settimana, ma ogni sabato pomeriggio il tavolo della sua cucina si trasformava in un laboratorio di meraviglie. Di fronte ai miei occhi stupiti di bambino si stendeva a un tratto un tappeto di microscopici ingranaggi: viti, perni e lancette; casse, ruote e dischi dentati; molle, spirali e bilancieri… 
Le mani grandi e forti dello zio distribuivano delicatamente i pezzi sul tavolo, mentre il suo occhio cercava i possibili difetti grazie a una speciale lente simile a un piccolo monocolo. Con una pinzetta, Giovanni prendeva il singolo pezzo, lo spazzolava e lo oliava, e alla fine lo fissava con precisione fino a ricomporre il meccanismo originale.
Tanti erano gli amici che approfittavano della sua bravura, e anche della sua generosità: lo zio Giovanni riparava per piacere sveglie e orologi di ogni tipo ridando la vita a oggetti che altrimenti sarebbero stati scartati.
E io, che assistevo incantato a questo piccolo miracolo, sentivo che stava accadendo qualcosa di importante. Qualcosa che mi è rimasto dentro e che ancora mi parla.
Il vocabolario Treccani propone tre diversi significati per la voce Riparare:
1.    Proteggere, difendere da una cosa pericolosa o dannosa, opponendo a essa un ostacolo o impiegando altro accorgimento.
2.    Eliminare o alleviare un male, correggere o limitare un errore che si è commesso, risarcendo, compensando, scusandosi, ecc.
3.    Rimettere in buono stato una cosa rotta, sciupata o logora.
Riparare è un verbo buono, che parla di attenzione e di generosità.
E’ un verbo transitivo, dove l'azione non riguarda solo il soggetto che la compie ma si riversa positivamente anche su altri, siano essi persone oppure oggetti.
Riparare è un verbo generatore, è un verbo della maturità, perché solo la consapevolezza adulta è in grado di dare la vita e soprattutto sa proteggerla e custodirla, anche a costo della propria.
I tre significati riportati dal vocabolario diventano così un’unica esperienza, dove il desiderio di salvaguardare persone e cose, la spinta a non dissipare affetti e risorse, lo slancio a creare vita e a mantenerla si esprimono secondo una modalità “ecologica” di essere nel mondo.    
Ci sono parole che più di altre si adattano a descrivere un evento, e a spiegarlo.
Riparare è parola che abita la Pasqua. E ciascuno di noi ha un proprio modo di sentire e di sperimentare la domanda di riparazione che il formidabile vento della Pasqua porta con sé.
E’ però nella brezza leggera e monotona dell’agire quotidiano che sussurrano le più concrete e autentiche istanze di riparazione. Ed è proprio lì, che prende corpo la grandezza di chi sa ascoltare queste richieste ed è pronto anche a metterci del proprio pur di riparare il meccanismo che stenta a funzionare.

Buona Pasqua di riparazione.
Francesco Callegari


lunedì 31 marzo 2014

LA SIGNORA KING - Anonimo


In una notte di pioggia c'era una signora di colore, al lato della strada, nello stato dell'Alabama (U.S.A.), il temporale era tremendo. La sua auto era in panne ed aveva disperatamente bisogno di aiuto. Completamente inzuppata cominciò a fare segnali alle auto che passavano.
Un giovane bianco, come se non conoscesse i conflitti razziali che laceravano gli Stati Uniti negli anni '60, si fermò per aiutarla. Il ragazzo la portò in un luogo protetto, le procurò un meccanico e chiamò un taxi per lei.
La donna sembrava avere davvero molta fretta, ma riuscì ad annotarsi l'indirizzo del suo soccorritore e a ringraziarlo.
Passati sette giorni, bussarono alla porta del ragazzo. Con sua grande sorpresa era un corriere che gli consegnò un enorme pacco contenente una grande TV a colori, accompagnata da un biglietto che diceva:

"Molte grazie per avermi aiutata in quella strada, quella notte. La pioggia aveva inzuppato i miei vestiti come il mio spirito, e in quel momento è apparso Lei. Grazie a Lei sono riuscita ad arrivare al capezzale di mio marito moribondo poco prima che se ne andasse. Dio la benedica per avermi aiutato. Sinceramente, Mrs. Nat King Cole"

sabato 29 marzo 2014

37. IL VOLO LEGGERO – Francesco Callegari


Occorre essere leggeri per volare senza sforzo. Gli uccelli sono un buon esempio di volo leggero. Il loro elemento è l’aria e quando stanno sulla terra sembrano sempre un po’ a disagio. Le loro zampe minuscole tengono bene i rami degli alberi o i fili della luce, ma aiutano poco i movimenti terrestri. I loro passi imbarazzati lasciano orme appena accennate, quasi per sbaglio, come di scusa. Il segreto degli uccelli sta nel paradosso dell’assenza, ha molto a che vedere con il vuoto, si spiega togliendo e non riempiendo.
Ho conosciuto persone come uccelli, passate sulla terra in punta di piedi, senza possedere nulla, senza rovinare nulla. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai. Il loro sguardo sfiora senza desiderio, la loro mano accarezza senza violenza, la loro parola incanta per la disarmante semplicità. Più del cielo che della terra, queste donne e questi uomini ci sono prestati per esempio, per indirizzo: il loro volo ci invita ad alzare lo sguardo.
E rimane lo stupore generato dalla gratuità, rimane lo scompiglio di fronte al silenzio, rimane la difficoltà di capire il perdersi per ritrovarsi. Noi, così pieni, così pesanti.  

Francesco Callegari   

martedì 11 marzo 2014

34. LA NOSTRA PIU’ PREZIOSA CONSEGNA – Francesco Callegari


LA NOSTRA PIU’ PREZIOSA CONSEGNA

LETTERA APERTA AL NUOVO MINISTRO DELL’ISTRUZIONE - 11 marzo 2014

Nelle nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione”, a pagina 9 si legge:
“La scuola realizza appieno la propria funzione pubblica impegnandosi, in questa prospettiva, per il successo scolastico di tutti gli studenti, con una particolare attenzione al sostegno delle varie forme di diversità, di disabilità o di svantaggio”.
E ancora: “Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende”.
Una scuola che ricerca quotidianamente il senso della propria esistenza nella centralità dell’alunno, senza se e senza ma, legge queste parole con grande favore.  Soprattutto perché la nostra è una scuola che da sempre considera l’alunno con disabilità come la sua più preziosa consegna.
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che:
“La presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.
E proprio questo, noi abbiamo cercato di fare in questi anni: organizzarci in modo da offrire ai ragazzi con disabilità il meglio della nostra competenza, delle nostre energie, della nostra didattica, della nostra capacità di accogliere e di creare benessere.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 20.
A complicare le cose, negli ultimi tempi, è venuta la carenza di personale specializzato nel sostegno. Gli alunni con le necessità più particolari, quelli che avrebbero più bisogno di docenti di grande competenza ed esperienza, vengono ora affidati a insegnanti precari, spesso senza alcuna preparazione specifica e attinti dalle graduatorie delle varie discipline: tecnologia, musica, educazione fisica…, sulla base del loro punteggio. Insegnanti con tanta buona volontà, ma nessuna specializzazione sul sostegno.
Quando, anziché l’alunno, a essere privilegiata è la “Graduatoria” o addirittura l’Intergraduatoria, che è la “Graduatoria delle graduatorie”, tutto può succedere. E così, di anno in anno, all’insegnante di musica subentra l’architetto, il docente di educazione fisica sostituisce l’insegnante di lingua straniera, e così via...  
Noi crediamo che, prima di ogni altra considerazione, il ragazzo con disabilità abbia il diritto di avere accanto a sé un esperto che sappia cogliere le sue difficoltà e le sappia gestire con competenza professionale. In caso contrario, corriamo il rischio che uno più uno non faccia due.
Gian Antonio Stella sul Corriere del 31 gennaio 2013, alla fine di un articolo dal titolo “Bocciare il merito, la scuola non cambia mai”, parlando dei modi in cui vengono assunti i docenti, scriveva:
“…ti senti sperduto in un'intricatissima foresta in cui ancora una volta è stata smarrita la strada che porta a quel «merito, merito, merito» di cui tutti si riempiono la bocca. E in cui i diritti fondamentali da difendere sembrano comunque essere ancora quelli dei professori e solo dopo (molto dopo) quelli degli studenti.”

Sperando in un futuro dove nella scuola italiana il primo “avente diritto” sia realmente l’alunno, Le porgo i più sinceri auguri di buon lavoro.

Francesco Callegari
Dirigente scolastico

sabato 4 gennaio 2014

LA BIMBA AL FREDDO - Anthony De Mello


Per la strada vidi una ragazzina che tremava di freddo. Aveva un vestitino leggero e ben poca speranza in un pasto decente.
Mi arrabbiai e dissi a Dio: “Perché permetti questo? Perché non fai qualcosa?”
Per un po’ Dio non disse niente. Poi improvvisamente, quella notte mi rispose: “Certo che ho fatto qualcosa. Ho fatto te”.

Anthony De Mello, Il canto degli uccelli. Frammenti di saggezza nelle grandi religioni

martedì 12 novembre 2013

DOPO 50 ANNI LA SCUOLA MEDIA VA SVECCHIATA - Antonio Mazzi

 
C'è bisogno di una nuova organizzazione e nuovi stimoli
Finalmente qualcuno si sta accorgendo che la scuola media compie 50 anni ed è in crisi di identità. Quando lo dicevamo noi, che la scuola la conosciamo certamente più dei ministri e più di certi dirigenti scolastici, qualche rara persona intelligente ci dava ragione.
Finalmente escono i dati Ocse sulle competenze scolastiche (disastrosi per gli italiani) e allora tutti spalanchiamo gli occhi. Mentre il mondo economico, bancario, politico si deve rinnovare totalmente quasi ogni anno, il mondo scolastico si declina con due date: la riforma Bottai, anni '40, e la cosiddetta riforma della scuola media unica del 1963.
Cioè, a partire dal 1963 i ragazzi di allora poterono frequentare la scuola dell'obbligo unica in sostituzione del doppio binario: scelta tra avviamento professionale e scuola media con esame di ammissione. Ripeto: correva l'anno 1963, cioè tempi nei quali i nostri figli, fino a quattordici anni, erano ancora veramente bambini. Fior di studiosi, di psicologi, di sociologi hanno prodotto migliaia di ricerche denunciando il disagio dei ragazzi (pensati ancora come bambini), la demotivazione dei docenti e la perdita secca di risultati rispetto all'Europa.
La media è una scuola che ha sconvolto la sua identità, schiacciata tra la primaria e la secondaria. Denuncio, per la millesima volta, che tutta la scuola continua ostinatamente a essere un orto chiuso, illuminato e sacro, lontanissimo dal mondo reale, poco sacro e poco illuminato.
I nostri figli, entrando in quelle porte, devono regredire almeno di cinque anni dalla loro vita reale. Fuori non esistono più i banchi, non esistono i castighi, non esistono i voti, non esistono i compiti per i compiti, non esistono più i bambini di 12 anni.
La divisione in materie e l'insegnamento frontale, con decine di adolescenti schierati, fa ridere (o meglio piangere). Se poi aggiungiamo il docente disarmato, nervoso, "specializzato" spesso in supplenze e che a malapena ricorderà i nomi dei suoi allievi a fine anno, ci portiamo a casa la disfatta totale.
ORARI PIÙ ELASTICI E ARMONICI. L'adolescenza è un periodo sconosciuto negli anni '60 e a quei tempi per i più sviluppati e svegli si parlava di preadolescenza anticipata o di caratterialità. Qui non si tratta di denaro da spendere - perché i soldi sono sempre i primi a essere tirati in ballo - si tratta invece di preparazione universitaria diversa, di organizzazione delle classi e di orari più elastici e armonici.
Rendiamo obbligatoria l'espulsione dei banchi (e non dei ragazzi), sostituiamoli con tavoli a quattro-sei posti, mettiamo insieme alcune classi per lezioni collegiali; facciamo attività musicali, sportive, culturali, artigianali settimanali.
Rischiamo, perché senza rischi non si educa.
Antonio Mazzi, “Famiglia Cristiana”, 3 novembre 2013


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