Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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venerdì 11 marzo 2016

IL SISTEMA E’ INGESSATO - Norberto Bottani:


Nel mondo vi sono:
ü  scuole che cambiano, ma restano nel sistema,
ü  scuole che si liberano dagli obblighi del sistema scolastico, che diventano autonome e indipendenti,
ü  scuole diverse, fuori dal sistema scolastico.
Si ha l’impressione che in Italia esista poca innovazione scolastica, che ci siano pochi tentativi alternativi. C’è voglia di cambiamento, però paura, scarso supporto. Si esita a rompere con il modello dominante statale diretto dal MIUR , a proporre varianti.
Le idee non mancano. Gente che soffre e che ha proposte nel cassetto ce n’è, ma mancano le condizioni che mettono sulla rampa di lancio innovazioni e esperienze alternative nella scuola. Come dice Ribolzi, il sistema è ingessato.
Norberto Bottani


giovedì 10 marzo 2016

4. TROPPE SCUOLE SENZA DIRIGENTE


Più di un quarto delle scuole italiane sono senza dirigente, cioè hanno un preside in reggenza: un dirigente così si trova a dover gestire due (in alcuni casi tre!) istituti, senza la possibilità di essere sostituito neanche temporaneamente. Si pensi che il Presidente della Repubblica è sostituibile legalmente a tutti gli effetti, ma un dirigente scolastico, no!.
Questo fatto si traduce inevitabilmente in una grave dequalificazione del servizio. Una scuola senza dirigente è come una nave senza capitano e sulle navi c’è sempre un comandante in seconda…
I dirigenti chiedono di indire immediatamente un concorso dirigenziale affinché ogni scuola abbia il proprio dirigente.
E’ necessario inoltre prevedere una vera e propria “carriera” per gli insegnanti, prevedendo la vicepresidenza, anche per dare maggior senso alla transizione professionale tra docenza e dirigenza.

Laura Biancato e tanti altri dirigenti scolastici italiani
http://www.dirigentiscolasticitaliani.it/wp/


martedì 8 marzo 2016

2. ACCANIMENTO BUROCRATICO


Le scuole si trovano oggi a fronteggiare una straordinaria mole di incombenze amministrative, burocratiche, organizzative e gestionali che non hanno praticamente alcun impatto positivo sull’organizzazione del servizio scolastico.
La burocrazia non migliora gli apprendimenti, paralizza le iniziative di innovazione, limita l’autonomia organizzativa e distoglie risorse dall’obiettivo.
In luogo di questo «accanimento burocratico», che «paralizza le iniziative di innovazione» i dirigenti chiedono uno snellimento amministrativo: ogni nuova norma relativa alle pubbliche amministrazioni dovrebbe prevedere indicazioni specifiche per l’applicazione semplificata nelle scuole.

Laura Biancato e tanti altri dirigenti scolastici italiani

http://www.dirigentiscolasticitaliani.it/wp/


martedì 16 giugno 2015

L’ORGANIZZAZIONE – Tiziano Terzani


È la cosa più disorganizzata, più informale, più inesistente che ci sia, che però attraverso strane vie lega tutta una serie di persone a delle stesse idee, delle stesse intenzioni, delle stesse aspirazioni. E questo mi pareva coincidere anche con la mia congiura dei poeti. Un gesto, un darsi la mano in un certo modo, una sorta di mistica massoneria, nel mondo dei giovani in particolare, in cui in qualche modo si trovano nuove vie o si sente che c’è qualcosa di nuovo nell’aria.

Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, Longanesi, Milano 2006.

domenica 3 maggio 2015

PUNTO DI VISTA N. 6 – Vangelo di Luca


Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per attaccarlo a un vestito vecchio; altrimenti si trova con il vestito nuovo strappato e al vestito vecchio non si adatta il pezzo preso da quello nuovo.

Lc 5, 36.

sabato 2 maggio 2015

PUNTO DI VISTA N. 5 – Giancarlo Pretto


RAGIONE IN SCIOPERO

Si discute e sciopera in questi giorni nella scuola intorno a quanto ampia debba essere la platea degli assunti, e ai poteri dei presidi.
Il disegno di legge, sul secondo argomento e all’art.7, dice solo: “il dirigente scolastico propone gli incarichi di docenza...”, con effetto sui prossimi assunti e poi su coloro che in futuro chiederanno il trasferimento. I docenti di ruolo che vorranno muoversi non potranno più farlo semplicemente confidando sulla anzianità, com’è ora, ma su una proposta arrivata da una (o molte) scuole, una chiamata.
Conta poco sapere se le proposte dalle scuole possano essere più o meno meditate o ‘indecenti’, e può ben essere affievolita in legge la responsabilità univoca del dirigente scolastico. Perché secondo me il punto critico è un altro: a contare ora per il suo trasferimento non sarebbe più la sola volontà del docente. Diventa invece dirimente la sua reputazione, cioè quello che può confermare di saper fare e di aver fatto nella didattica, e quali elementi di valore siano presenti nella sua formazione, il curriculum e l’opinione.
A me pare che sia questa radicale trasformazione a irrigidire il corpo docente italiano oggi - che la intuisce più che capirla -, e non a torto: i più forse temono di patire in obliquo, e magari per la prima volta, la valutazione professionale. 
Perché una cosa è non ottenere il trasferimento richiesto per angheria di impersonale e ingrata graduatoria, o per aver sbagliato i tempi dell'agguato; altra cosa perché, visto pressappoco chi sei, nessuno ti chiama.
Dunque, mi pare si possa noi transigere su chi declami la proposta, se il preside o un coro, purché al chiedente sia richiesto di esporsi alla voce, e non di acquisire lui movimento in prevalenza per via dell’età.
Giancarlo Pretto, dirigente scolastico

giovedì 30 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 4 – Alex Corlazzoli


PRECARI A VITA

Caro collega precario, sei pronto? Ora tocca a te cercare il preside amico per farti assumere e tenerti per più di tre anni nella stessa scuola. Il premier Matteo Renzi ti aveva avvertito: basta graduatorie. Sarà così, non preoccuparti: il 28 di agosto non andrai più all’ufficio scolastico provinciale. Non dovrai più fare la coda all’happening del precario. Non sarai più un numero. Finirai in un albo e una sola persona, il dirigente, ti sceglierà. Ancora non si è ben capito sulla base di quali criteri ma non ti preoccupare: il preside li dovrà pubblicizzare. Lo dice il comma 3 dell’articolo 7 del disegno di legge che finirà nelle mani del parlamento. E una volta finito nelle mani di quel preside, zitto e mosca: sarai un operaio alla catena di montaggio dell’industria dell’istruzione.
Non metterti in testa di avere come datori di lavoro i tuoi bambini, d’ora in poi sarà il “sciur padrun” dell’ufficio di presidenza a decidere se andrai bene nella ditta della scuola.
Un consiglio: procurati tre almanacchi, a partire dalla data dell’assunzione perché ogni anno che passa dovrai ringraziare il buon Dio e il terzo anno dovrai accendere un cerino al santo preside perché sarà lui ogni tre a decidere se sarai da rinnovare o da rottamare.
Ora non mettiamoci a lamentarci: il posto fisso in una scuola non è un nostro diritto. E nemmeno la continuità didattica su una classe lo può essere.
Finalmente diventeremo tutti interinali. Saremo a tempo. Potremo scadere. Chissà forse nasceranno delle agenzie anche per noi: “Offresi posto da professore di matematica nella ditta della scuola di Monza. Contratto immediato, durata tre anni”. Renzi è riuscito a renderci precari a vita. Saremo dei nomadi: passeremo da paese in paese, da scuola in scuola. Dovremo procurarci delle carovane per casa.
Funzionerà tutto alla perfezione: se sei un professore di Mantova, e nell’albo territoriale della tua zona, non ci sarà più posto per te, andrai a lavorare a Livigno se il dirigente di quella città ti pescherà dall’albo.
Avevo immaginato una chiamata diretta. Avevo sognato, come in ogni colloquio di lavoro, un responsabile delle risorse umane o un collegio di persone che mi avrebbe chiamato, chiesto di presentare un curriculum, conosciuto per poi affidarmi a quella scuola e crescere all’interno di quella comunità. Speravo di non avere a che fare con un contratto a tempo e un “padrone” ma di essere licenziato qualora avessi dimostrato di non saper fare il mio lavoro.
Avevo immaginato una scuola dove l’insegnante avrebbe potuto godere veramente di prestigio, di dignità, di rispetto. E invece, ora, ci sentiremo tutti più precari. Ci sentiremo come l’insegnante di “Baradel” che cantava Enzo Maolucci nell’ “Industria dell’obbligo”: “Il preside dagli occhi morali di chi non fa mai l’amore ha controllato temi e registri vari e ha deciso che così non va. Io me ne frego Baradel però ti dico chi comanda”.

mercoledì 29 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 3 – Dario Antiseri


IL BUONO SCUOLA E’ LA SOLUZIONE PER UN’ISTRUZIONE MODERNA

È tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse». E ancora: «Basta guardarsi in giro e si scopre che l’insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali, in una sana gara a chi insegna meglio». Così Luigi Berlinguer in una coraggiosa e lungimirante dichiarazione di qualche giorno fa.
Questa «sana gara a chi insegna meglio», di cui parla Berlinguer, trova tuttavia un ostacolo insormontabile nel dogma che è buono soltanto ciò che è pubblico e che è pubblico soltanto ciò che è statale — per cui, in ambito formativo, sarebbe «buona scuola» unicamente la scuola statale.
La realtà è che nessuna scuola sarà mai uguale all’altra: insegnanti meglio preparati, un laboratorio ben attrezzato o una biblioteca ben fornita, personale amministrativo competente e disponibile...sono tratti che, di volta in volta, fanno la differenza tra scuola e scuola. Ora, però, se nessuna scuola è e sarà mai uguale a un’altra, sorprende che ci si ostini a negare che tutte le scuole, statali e non statali, potrebbero migliorarsi sotto lo stimolo della competizione. A base della ricerca scientifica, della società democratica e della libera economia, la competizione è la «macchina sociale», per dirla con Friedrich A. von Hayek, che porta alla scoperta del nuovo da cui scegliere il meglio. In tal senso, la competizione costituisce la più alta forma di collaborazione. E se questo cercare insieme, in maniera agonistica, la soluzione migliore è il terrore di ogni conservatore, il suo rifiuto equivale ad un rapido ritorno all’interno della caverna.
La scuola privata — osservava Gaetano Salvemini già nel 1907 — «può essere un utile campo di esperimenti pedagogici, rappresentare sempre un pungiglione ai fianchi della scuola pubblica, e obbligarla a perfezionarsi, senza tregua, se non vuol essere vinta e sopraffatta». Ed ecco, una decina di anni più tardi, Antonio Gramsci: «Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera, della scuola lasciata all’iniziativa privata e ai Comuni. La libertà nella scuola è possibile solo se la scuola è indipendente dal controllo dello Stato». Un’idea, questa di libertà di scuola, che, prima di Salvemini e di Gramsci e in contesti differenti, era stata difesa, tra altri, da Alexis de Tocqueville, Antonio Rosmini e John Stuart Mill e, dopo di loro e ancora tra altri, da Bertrand Russell, Luigi Einaudi, Karl Popper, don Luigi Sturzo e don Lorenzo Milani. Ma è chiaro che, senza parità economica, la parità giuridica tra scuole statali e scuole non statali è soltanto un ulteriore inganno carico di nefaste conseguenze. E qui va detto che, tra le diverse proposte per l’introduzione di una effettiva competizione all’interno del sistema formativo, la migliore è sicuramente quella del «buono scuola» — idea avanzata da Milton Friedman e ripresa successivamente da Hayek, e sulla quale da noi insiste e non da oggi Antonio Martino.
Con il «buono scuola» i fondi statali sotto forma di «buoni» non negoziabili (voucher) andrebbero non alla scuola ma ai genitori o comunque agli studenti aventi diritto, i quali sarebbero liberi di scegliere la scuola presso cui spendere il loro «buono». In tal modo, pressata dall’interesse di non vedere gli iscritti scappare da essa, ogni scuola sarebbe spinta a migliorarsi, e sotto tutti gli aspetti.
Quella del «buono scuola» è, insomma, una proposta in grado di coniugare libertà di scelta, giustizia sociale ed efficienza della scuola. E sembrava, dai vari annunci dei mesi passati, che il governo Renzi, con il principio di detrazione fiscale per le rette delle scuole paritarie, si avvicinasse alla proposta del «buono scuola». Sennonché, «dal gran banchetto di parole» è uscita fuori una solenne presa in giro: l’importo della detrazione proposto dal governo non è altro che un’elemosina.
E qua giunti, qualche domanda al presidente Renzi. Uno Stato che costringe suoi cittadini a pagare per comprare pezzi di libertà è davvero uno Stato di diritto? Aveva torto Luigi Einaudi a sostenere che il danno creato dal monopolio statale dell’istruzione «non è dissimile dal danno recato da ogni altra specie di monopolio?». E poi Salvemini: «Lo Stato ha il dovere di educare bene i miei figli, se io voglio servirmi delle sue scuole. Non ha il diritto di impormi le sue scuole anche se in esse i miei figli venissero educati male». Cosa c’è che non va in questa considerazione di Salvemini? Come può il presidente di un governo che si dice di sinistra non vedere — come, invece, anni addietro fece presente un noto rappresentante del Partito comunista — che il «buono scuola è una carta di liberazione per le famiglie meno abbienti? Avere un buon naso per fiutare i problemi e poi sbagliare via via le soluzioni significa sì andare avanti, ma andare avanti sulla cattiva strada. 


martedì 28 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 2 – Luigi Berlinguer


IL VECCHIO CONFLITTO TRA SCUOLA STATALE E SCUOLA PRIVATA

"Non conosco le ultime decisioni, non so cosa farà il governo, ma è davvero arrivato il tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse".

Luigi Berlinguer, nel marzo 2000 lei diede pari dignità alle scuole non di Stato, ma non diede risorse economiche alle private. Bisogna passare al finanziamento pubblico, ora?
"Basta guardarsi in giro e si scopre che l'insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali in una sana gara a chi insegna meglio".

Guardiamoci in giro, allora.
"L'Olanda fa gestire allo Stato solo il 30 per cento delle scuole, la Svezia ha passato la gestione ai comuni, l'Inghilterra ha ridotto sensibilmente la presenza statale, la Francia di Voltaire con la legge Debré ha impresso una linea diversa. L'Europa ha cambiato atteggiamento, in Italia siamo fermi alla confusione che scuola pubblica sia uguale a scuola statale".

Bisogna diradare le nebbie e riallinearsi?
"È il momento di rimeditare il tema rispettando il vincolo costituzionale: non è ammessa una pretesa al finanziamento statale, ma la nostra storica contrapposizione, Stato non Stato, è anti-europea e anti-moderna".

In un nuovo assetto quale deve essere, allora, il compito dello Stato.
“Deve assicurare gelosamente il rispetto delle condizioni di oggettività, neutralità e non faziosità dell'attività scolastica".

La contrapposizione ci ha tolto energie, diceva.
"Dobbiamo impegnare tutti i nostri sforzi per riformare profondamente l'impianto educativo italiano fermo al secolo scorso. E dobbiamo allargare il concetto di scuola".

A che cosa?
"Alla formazione e allo stesso lavoro. Oggi le funzioni educative non si possono limitare agli anni dell'infanzia e della giovinezza, devono coprire l'arco di una vita. Una cultura arcaica ed elitaria della scuola ha abbandonato al privato, spesso senza controllo, formazione e lavoro".

Il decreto del governo sembra arrivare a soccorrere scuole private in una crisi pesante.
"Dagli Anni cinquanta ad oggi gli istituti non statali si sono ridotti di tre quarti, in queste stagioni le famiglie faticano a pagare le duecento euro di retta mensili: uno sgravio si è fatto necessario ".

C'è un problema: diverse paritarie sono gestite da farabutti che regalano punti in graduatoria e non pagano gli insegnanti.
"Già la mia legge del Duemila prevedeva controlli seri, perché non si attuano? La liberale Olanda mette il naso ovunque, gli inglesi ogni due anni mandano ispezioni alle private. Iniziamo anche noi".



lunedì 27 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 1 – Alessandra Pirozzi



C’ERA UNA VOLTA LA SCUOLA PUBBLICA

Cari mamme e papà, cari bambini e ragazzi, 
Mi chiamo Scuola Pubblica e voglio raccontarvi la mia fine. 
Mi trovo in uno Stato, quello italiano, che non mi ama, anzi mi disprezza al punto tale che ha convinto tutti a fare lo stesso. Peccato che all’estero sono stata di esempio a tutti !
Dicono che i miei Docenti fanno troppe vacanze ma ... non dicono che fanno più giorni di didattica di tutti gli altri paesi europei  ( più di 200) e...  non dicono che le “vacanze” (si chiamano ferie in realtà) le fanno tutti … solo non tutte insieme in estate come da noi!
Non dicono che gli stipendi dei miei docenti sono i più bassi di tutti gli altri docenti d’Europa.
Dicono che le scuole in Europa sono aperte anche d’estate e che fanno campi estivi ...
Non dicono che sono chiuse molto spesso in inverno per le famose “vacanze” e
non dicono che i campi estivi sono tenuti da altre persone… non dai docenti che sono in ferie ( P.S. i campi scuola li facciamo anche noi !! )
Ora sarò io a raccontarvi qualcosa :
un signore di nome Renzi e i suoi amici hanno deciso di cambiare tutto!
Hanno deciso che ci sarà una sola persona, il Preside/Padrone a decidere tutto.
Tutto cosa? Direte voi…  Beh per esempio chi saranno i Professori e i Maestri.
E come lo farà? ... Dice Renzi  leggendo i curricola e scegliendo i più bravi. 
Bene direte voi… Male dico io…
E sapete perché? Se anche veramente scegliesse quelli che lui ritiene più bravi di tutti (e non la sorella, l’amico, il parente etc… ) succederà una cosa molto brutta. 
Ci saranno le scuole di SERIE “A” e quelle di SERIE “B” .
E voi farete la corsa ad entrare in quelle di serie A.... e se resterete fuori…. ?
Pazienza …
Ma a me non piace così, ora tutti stiamo insieme … ci aiutiamo per diventare migliori . 
Non esiste il più ricco che perciò è più bravo, e il più povero che perciò non lo è.
ORA CONDIVIDIAMO , non c’è COMPETIZIONE.
Gli sponsor privati entreranno nella scuola e nei P.O.F. (ossia nelle scelte della scuola , le scelte educative) decideranno loro - cosa imparare  - Chi dovrà e potrà imparare nelle scuole di serie A .
E gli altri … ?  E chi se ne importa?... E i bambini diversamente abili già ora inghiottiti nelle Foibe degli invalsi?... e i Bes? (come se un bambino o un ragazzo fossero una SIGLA!!!!)
A ME SCUOLA PUBBLICA SI! A ME IMPORTA!
Sono come una MAMMA! Non ho figli di serie A e di serie B io!
LI AIUTO , ACCOLGO , CRESCO ED EDUCO TUTTI ! Perché li amo come una mamma. Sono IL MIO FUTURO…iL FUTURO DEL MIO PAESE, LIBERO E DEMOCRATICO … ancora per poco … AIUTAMI TU ORA A RESISTERE ED ESISTERE ANCORA !
LOTTA CON ME E PER ME!!!!!
DICIAMO NO AL DISEGNO DI LEGGE “LA BUONA SCUOLA”
DICIAMO UN SECCO NO ALLA SCUOLA DELLA DISUGUAGLIANZA !
Maestra Alessandra Pirozzi.. a nome di tutti i Maestri della nostra Scuola Pubblica!!


Alessandra Pirozzi, nel WEB

mercoledì 12 novembre 2014

MIA MOGLIE ILLESA DOPO UN ICTUS - Stefano Aurighi


“Non sto tanto bene.  Ci vedo male, un po’ offuscato ”.
Mi dici così, mentre mi baci e sposti indietro i capelli in un gesto che ti ho vista fare tante volte.  Sei bellissima Ilaria, lo penso tutte le volte che ti vedo, anche se siamo sposati da 17 anni e ci conosciamo dai tempi dell’università.
Sono le cinque e mezzo del pomeriggio e a Bologna è buio. D’altro canto è il 14 gennaio, siamo nel cuore dell’inverno, le giornate sono ancora cortissime.  L’aria è secca, ma non c’è il freddo che ti aspetteresti.
Mi avevi  telefonato da Modena un paio d’ore prima: “Ho il pomeriggio libero, quasi quasi prendo il treno, vengo a Bologna, guardo qualche vetrina e poi torniamo insieme a Modena quando finisci di lavorare. Ok?”.
“Ok”, ti avevo risposto. “Alle cinque devo intervistare uno. Finisco di fare l’intervista e poi ci vediamo in via San Carlo”.
Alle cinque e mezzo ci vediamo sotto il portico, proprio di fronte al fornaio. 
“Non sto tanto bene.  Ci vedo male, un po’ offuscato ”, mi dici appena mi vedi.
“Sarai un po’ stanca, sarà un calo di pressione”.  Boh, che ne so. 
“Ma si, si. E poi ho mangiato poco a pranzo”, dici tra te e te, a bassa voce. E cammini di fianco a me, guardando per terra. 
“Vuoi che facciamo qualche ripresa”?, ti chiedo. “Ho la telecamera nello zainetto, se vuoi ci mettiamo pochi minuti”.
Lavoro da un anno a un documentario su via San Carlo. Questa cosa del documentario più di una volta ti ha fatta incazzare: “Già sei poco a casa, in più ti fermi anche a fare ‘sta roba”, mi hai detto un paio di volte.  
So che non c’entra via San Carlo, è solo che sono poco a casa. Pochissimo. E questa cosa ti pesa, devi pensare a tutto tu. Alla casa. Alle ragazze, Francesca, Giulia, le nostre meravigliose bimbe,  anche se sono già grandi, nell’imbuto dell’adolescenza. Ma un giorno mi hai spiazzato:
“Mi piacerebbe esserci”. 
“Dove”?
“Nel documentario. Mi riprendi mentre cammino sotto i portici”, mi hai detto qualche settimana fa.
E adesso ci siamo, in via San Carlo. Me lo chiedi di nuovo: “Mi riprendi mentre cammino?”.
“Si, tu fai finta che io non ci sia. Cammina senza guardare l’obiettivo della telecamera, ignorala. Guarda avanti, come se io non ci fossi e mi passi di fianco, ok?”.
Fai qualche passo e ti allontani, poi ti giri. Sei sotto le volte del portico, male illuminato.
“Ok, adesso cammina verso di me”, ti dico.
Fai qualche passo, mi passi di fianco e poi ti fermi.
“Facciamo un’altra ripresa per sicurezza”, ti dico.
Prima di spegnere la telecamera guardiamo come sono venute le immagini: “Non mi si vede neanche in faccia”, dici. E in effetti è così, luce alle spalle, il tuo viso rimane nell’ombra.
“Vuoi che rifacciamo?", ti chiedo.
“No, dai, andiamo a casa. Ho questo fastidio che non passa, andiamo a casa, facciamo un’altra volta”.
Ci prendiamo per mano, ti racconto piccole cose insignificanti mentre ci avviamo verso la stazione, ma vedo che sei da qualche altra parte con la testa. “E se ho qualcosa di grave”?, dici improvvisamente.
“Ma dai, figurati”.
“C’è questa cosa strana, non ci vedo bene, ma in un modo che non so spiegarti. Vedo come delle macchie. E poi nel mezzo c’è qualcosa, vedo un po’ male nel mezzo. Vedo tutto un po’ sfocato. E ho mal di testa”.
“Ma si, dai, sarai stanca. Andiamo a casa e stasera ci prendiamo una pizza, puro polleggio, senza cucinare”.
“Va bene, riusciamo a prendere il treno delle 6 e 52?”.
“Se ci diamo una mossa prendiamo quello prima, quello delle 6 e 28”, ti dico.
Acceleriamo un po’ il passo, ma l’ansia non molla la presa, te lo leggo in faccia. ”Senti Ila , chiama Valeria e le racconti cosa ti sta succedendo, così almeno non rimani con questo pensiero”. Valeria è tua sorella, è un medico, lavora in un Pronto Soccorso. E’ brava, e naturalmente tu ti fidi doppiamente di lei, dato che è tua sorella.
La chiami mentre siamo quasi in vista della stazione, ascolto quel che le dici mentre camminiamo, ti sento ridere, sei più tranquilla.
“Mi ha detto di andare al pronto soccorso se questa cosa non smette entro mezz’ora”.
“Beh, fermiamoci qui a Bologna”, propongo.
“Ma no, andiamo a Modena, mi passerà”.
“Sei sicura? Non vuoi che ci fermiamo almeno in farmacia per chiedere qualcosa?”.
“No, dai, andiamo, sono stanca”.
Sul piazzale della stazione di Bologna incontriamo anche Patrizia, una collega di lavoro. Un saluto veloce, due chiacchiere al volo, poi noi ci dirigiamo al piazzale Ovest. 
E lì mi dici: “E se ho un ictus”?
“Un ictus? Beh, prima devi firmare i documenti per l’eredità, così finalmente posso comperarmi la villa con la piscina. Poi fatti pure venire l’ictus”. 
Ci facciamo due risate,  in 17 anni di matrimonio il mio umorismo nero ha fatto breccia, in qualche caso è stato l’unico sistema per sciogliere i nodi delle tensioni. Ma poi torni seria: “Se prima o poi dovesse succedermi  qualcosa, stacca tutti i fili, io non voglio rimanere un vegetale”.
“Vai tranquilla Ila, passo io e stacco tutto”.
Saliamo sul treno, io sfoglio il giornale e tu mandi un messaggio alle tue amiche per dire che quella sera non andrai in palestra. Poi infili gli occhiali da vista e il tuo viso si illumina: “Con gli occhiali ci vedo molto meglio, è tutto più nitido”. 
“Ma si, vedrai, è solo questione di stanchezza. E poi stai invecchiando, stai diventando una talpa, come me, che senza occhiali non vado da nessuna parte”. 
La Repubblica, il martedì, ha un inserto dedicato alla salute che io di solito cestino senza neanche leggerne una riga, perché è pieno di tutte le possibili sfighe che ti possono capitare e io, da buon ipocondriaco, preferisco altre letture. Lo butto sempre  via.  Quel giorno, però,  non lo faccio, me ne dimentico, perciò mi imbatto senza volerlo nella pagina di apertura del fascicolo, dove si parla della possibilità di ridare la vista – con un occhio elettronico – a chi l’ha persa o a chi non l’ha mai avuta.
Giro il giornale verso di te: “Anche se ci vedi male sei a posto, visto? Mal che vada ti mettiamo un occhio bionico”. Ridi, mi mandi a cagare.
Mentre il treno supera Castelfranco rispondi al telefono, è Giulia che ti saluta. Chiudi la telefonata, poi suona il mio cellulare: è sempre Giulia: “Ciao papi, tutto bene”? 
“Si, certo, tu tutto bene? Ma non hai appena chiamato la mamma?”
“Si, come fai a saperlo”?
“Sono qui con lei sul treno, tra poco arriviamo a casa”.
“Papi, io però vado in palestra,  mi vieni a prendere alle otto e mezzo”?
“Si, stasera mangiamo la pizza”.
“Wow!”
“Ci vediamo dopo, ciao”.
Chiudo la telefonata mentre il treno entra nella stazione di Modena e il mio cellulare squilla di nuovo. Questa volta è Andrea, mio fratello. 
Scendiamo dal treno, tu mi precedi sul marciapiedi mentre io chiacchiero al telefono. Ti vedo un po’ indecisa prima di imboccare il sottopassaggio, come se non sapessi da che parte andare. 
E’ un segnale, ma non lo colgo.
Ti indico con un dito  le scale mentre continuo a parlare al cellulare. 
Scendiamo nel sottopassaggio, poi risaliamo e usciamo sul piazzale. 
Siamo a Modena, sono quasi le sette di sera. Non lo sappiamo, ma stanno per iniziare i momenti più terrificanti della nostra vita.
Mentre camminiamo sotto al portico che conduce alla rotatoria di piazzale Natale Bruni, ti volti qualche volta indietro. Cammini qualche passo avanti a me. C’è più freddo rispetto a Bologna e tu, per ripararti, ti stringi in te stessa,  con le mani che in un abbraccio vanno a coprire le spalle. E, più di una volta, ti giri indietro.  Io non ci faccio caso, ma quel semplice movimento, quel guardare indietro è invece un segno inequivocabile di quello che sta per accadere. Lo avremmo capito solo nei giorni successivi, rimettendo in ordine i ricordi di quei momenti.
Attraversiamo le strisce pedonali ai piedi del cavalcavia. Dobbiamo andare verso sinistra, ma tu tiri dritto, sei una decina di metri più avanti di me. Io, che sono ancora al telefono, ti chiamo: “Ila”. Tu non ti giri. Ti chiamo con più insistenza. “Ilaa, Ilaaa”. Niente, non ti giri. 
Dico a mio fratello al telefono: “Aspetta un attimo”, poi dico più forte. “Ilaaaaa”. E dai,penso, muoviti, ma dove stai andando?
Ti giri solo per un attimo verso di me e poi ti volti, dandomi nuovamente le spalle.  
Io rimango pietrificato.  
Non sono sicuro di avere visto bene.  
In un secondo ti raggiungo, ti giro verso di me e il mondo finisce in quel momento.
Il tuo viso è deformato, l’occhio sinistro e la bocca hanno una piega completamente innaturale, che ti cambia il volto. 
Tutto si fa buio intorno a me,  tutto ciò che ci circonda in quel momento scompare e rimani tu che mi fissi smarrita mentre riesco solo a dire “oh, cazzo, cazzo!”. Mio fratello, è ancora lì ad aspettare che riprenda la telefonata: “Andrea, ti mollo”, urlo. E immediatamente chiamo il 118, mentre tu mi guardi senza capire.
“Presto, venite, mia moglie ha un ictus in atto. Siamo in piazzale Natale Bruni”. Dico proprio così: un ictus in atto, come se avessi appena sfogliato un dizionario medico alla voce “ictus”. Tu mi guardi e mi dici: “Ma che cavolo stai dicendo”?? Anzi, provi a dirlo, perché non riesci a parlare. E te ne rendi conto solo in quel momento. Non ti eri resa conto di cosa stava succedendo neanche quando tutto stava succedendo.  
Sul tuo viso alterato non si muove niente, l’ictus ti ha paralizzata in un’espressione fissa che mette una distanza abissale tra noi due, tra te e il mondo.  Provi a parlare, ma ti esce solo un suono indefinito, monocorde, mmmmmmmmmmm, mmmmmmm.  
“Venite, presto”, continuo al telefono. La sensazione della catastrofe mi avvolge, ma da qualche parte ci dev’essere una riserva di lucidità che mi spinge a mantenere la calma, a parlarti tranquillamente. Ti prendo sottobraccio mentre tu continui a guardarmi con quell’espressione bloccata e provi a parlare, senza riuscirci. Spiego al 118 dove siamo, in quale punto del marciapiedi che circonda la grande rotatoria. Mi incasino, ovviamente, perché dico che siamo dal lato della stazione, anche se siamo dalla parte della chiesa. 
Decido di avvicinarmi al semaforo pedonale mentre ti tengo stretta. Camminiamo piano e io ti ripeto con calma quello che sta succedendo, cercando di minimizzare le cose:  “Hai l’occhio un po’ chiuso”, mento, “ma per fortuna siamo arrivati in tempo, non ti preoccupare”. Sparo cazzate a raffica, non ho la minima idea di quel che sta succedendo, vedo solo che il tuo viso è deformato, la tua voce non c’è più. E tu cominci a non reggerti in piedi, la parte sinistra del tuo corpo comincia a non rispondere. “Tranquilla Ila, tutto ok, tutto ok, per fortuna siamo arrivati in tempo”, continuo a dire.  Ma parlo da solo. Ti tengo stretta, ma non reagisci, mi guardi con quell’espressione che non dice niente. Io comincio a credere che tu non ci sia più, che tu non abbia coscienza di quello che sta succedendo, che tu  ti stia allontanando con la mente verso chissà quale lido da cui potresti non tornare mai. 
Suona il cellulare, è il 118 che mi ricontatta per chiedermi dettagli. Mi chiedono se sei cosciente. "Si. È cosciente", rispondo. Mi chiedono se cammini. "Si, cammina, ma fa sempre più fatica, la sto sorreggendo". Mi dicono di tenerti tranquilla, o almeno credo di capire questo. 
Arriviamo in pochi passi al semaforo pedonale, io non riesco più a tenerti, il tuo corpo non risponde e ti devo tenere quasi in braccio. Al semaforo ci sono altre persone, che non colgono quello che sta succedendo, vedono solo una coppia malamente abbracciata, con lei quasi appesa a lui. Non so dove trovi la lucidità, ma improvvisamente metti la mano destra nella tasca della giacca,  estrai le chiavi della macchina e me le dai provando a dire qualcosa, provando a stare in piedi. Ma ormai non stai più in piedi, ti sorreggo e chiedo a un uomo lì di fianco di aiutarmi: “Mi può aiutare? Mia moglie sta male”, dico. E ti stendo sull’asfalto, con il viso rivolto al cielo, la schiena sulle strisce pedonali. 
Qualche persona comincia a farsi intorno a noi, io mi chino su di te, continuo a parlarti anche se non capisco se riesci a sentirmi, se capisci. Ma il fatto che tu mi abbia dato le chiavi della macchina mi fa pensare che tu sia lucidissima, anche se totalmente inerme. 
Il traffico scorre veloce a mezzo metro da noi, qualcuno si mette in mezzo alla strada a deviare leggermente le auto per evitare che possano travolgerci. E io ti tengo la mano continuando a dirti che per fortuna abbiamo preso questa cosa in tempo. Ma è solo per darti coraggio, perché io comincio ad avere la sensazione di averti persa. Tu guardi da qualche parte, indefinita. Io ti guardo ma non so cosa fare. Siamo due mondi completamente separati, non c’è possibilità di comunicazione.
Comincio a pensare a cose pratiche, alle ragazze che ci aspettano a casa, a cosa dirò, al fatto che stanotte la passerò certamente all’ospedale con te e con le ragazze, a cosa ci aspetta da qui alle prossime ore. A come finirà.
Si sentono le sirene dell’ambulanza in lontananza, ti faccio coraggio: “Ecco, sono già qui”. Mi alzo in piedi, guardo in direzione delle sirene, ma non vedo niente. Quasi contemporaneamente mi cercano di nuovo al cellulare. E' il 118, mi dicono che non riescono a trovarmi e allora spiego dove sono, dico che siamo di fronte al Tempio, che siamo proprio in corrispondenza del semaforo pedonale prima del cavalcavia. L’ambulanza fa un giro a vuoto nella rotatoria, passa a pochi metri da noi e esce dalla parte opposta. Cazzo no, non da quella parte, non da quella parte!! 
Urlo per la prima volta, urlo alle persone che sono lì intorno di fermare l’ambulanza, di fare qualcosa. E in tre corrono al centro della rotatoria, fermano il traffico, si sbracciano per farsi notare dall’ambulanza che intanto si è riavvicinata. E’ questione di pochi secondi. L’ambulanza nota il trambusto nella nostra zona, si ferma immediatamente proprio di fronte al Tempio e subito scendono due addetti che corrono veloci verso di noi.
Si  chinano su di te, ti chiamano. “Ci sente? Ci sente?”, ti chiedono. Tu non rispondi, sei immobile anche se hai gli occhi aperti. “Faccia un cenno con la testa”, ti dicono. E tu rispondi con un cenno. Si, li senti. “Come si chiama”?
Se ci fosse una parte comica, questo sarebbe il momento. Uno dei due medici, chino su di te, si gira verso di me e mi chiede: “E’ sua figlia”?
Beh, vabbè che la mia stempiatura ha raggiunto un livello record e che i pochi capelli che mi sono rimasti virano al grigio senza pietà, ma che dimostrassimo trent’anni di differenza proprio non me l’aspettavo.  Ma i tuoi capelli biondi stesi come un foulard lì sull’asfalto e i tuoi occhi azzurri, ti danno evidentemente un’aria da ragazzina. “E’ mia moglie”, rispondo, e dentro di me un po’ rido e penso: “Questa domani la racconto a Paolo e Davide”. 
Ti prendono la mano destra e ti dicono di stringerla. La stringi.
Ti prendono la mano sinistra e ti dicono di stringerla. Tu pensi: “Dov’è la mia mano sinistra? Dov’è il mio braccio sinistro? Dov’è la mia parte sinistra”? Non c’è. Il tuo cervello l’ha cancellata. 
“Stringa la mano sinistra”, ti ripetono.
Niente. 
“Stringa la mano destra”. E tu la stringi. 
“Adesso la sinistra”. Niente, la sinistra non c’è. 
Nel frattempo è arrivata una seconda ambulanza, un’auto medica, credo.
Ti fanno ancora qualche prova, sono in tre su di te. Mi chiedono di mettermi un po’ in disparte.
“E’ un ictus”, dice uno dei medici.
“Ecco”, penso io. 
Ti caricano velocissimi  sulla barella e ti portano  verso l’ambulanza. Sento uno dei medici che dice di avvisare il Pronto Soccorso che stanno arrivando con un ictus. Io ti seguo a piedi per qualche metro, entro nell’ambulanza, ma il medico mi dice di scendere, che li dovrò seguire con la macchina, andranno all’ospedale di Baggiovara, il Sant’Agostino Estense, alle porte di Modena. 
Una donna, un medico, scende dall’ambulanza e mi chiede di rispondere a qualche domanda. Come ti chiami, dove e quando sei nata. Poi mi chiede quando hai iniziato ad avere i sintomi: “E’ fondamentale essere precisi nei tempi”, mi dice. Lo ripete: fondamentale. Io dico che ci siamo visti intorno alle cinque e mezzo e che tu mi avevi detto che da una mezz’oretta non stavi bene. Lei indossa i guanti monouso, azzurri. Scrive sulla superficie di quello che indossa sulla mano sinistra. “E’ allergica a qualche farmaco”? “No”, rispondo sicuro. Mi chiede se prendi farmaci, poi insiste di nuovo sull’eventuale allergia a qualche medicinale, bisogna essere sicuri. Io rispondo a tutto. Poi sale sull’ambulanza e chiude la portiera.
Dal momento in cui ho chiamato il 118 a quando se ne vanno a sirene spiegate, dopo aver fatto tutti i test lì sul posto, sono passati 15 minuti. Sono stati velocissimi. E adesso volano verso Baggiovara. Dentro, i medici, continuano a dire al conducente: “Passa con il rosso, vai, vai passa con il rosso!”. Durante il tragitto i medici ti tengono monitorata,  tra di loro continuano a dirsi che non riesci a parlare.
Tu, dentro di te, ripeti come un mantra: “Non sta succedendo a me. Non sta succedendo a me”.  
Io rimango con l’ultima immagine che ho di te:  stesa sull’asfalto, muta, semiparalizzata.
Chiamo subito Valeria, tua sorella: “Ilaria ha avuto un ictus”, le dico, anche se faccio un po’ fatica a parlare. 
“Dove la stanno portando?”, chiede lei?
“A Baggiovara”.
Valeria dice che ci raggiungerà al più presto, di tenerla aggiornata. La saluto e metto giù, ma quasi subito lei mi richiama: “Se ti chiedono l’autorizzazione a farle la trombolisi tu dagliela”, mi dice. Io non ho la minima idea di cosa sia la trombolisi, immagino che si tratti dell’intervento che le dovranno fare. Ok, dico, trombolisi.
Torno al semaforo, raccolgo il mio zainetto, la tua borsa e la giacca che ti hanno tolta per visitarti. Tutto ciò a cui riesco a pensare in quel momento è l’organizzazione: primo, chiamare Giulia che sta per iniziare l’allenamento di ginnastica artistica. Se non ha ancora iniziato passerò a prenderla, poi passeremo a casa a prendere Francesca e, insieme, andremo all’ospedale. E poi quel che sarà, sarà.
Chiamo Giulia, il telefono suona a vuoto. Mai una volta che rispondano, né lei né Francesca.  Dopo qualche istante mi arriva un messaggio su Whatsapp: “Papi, sono a ginnastica”, scrive Giulia.
Rispondo: “Ti viene a prendere la Ceci. Poi ti spiego”.  
Poi chiamo Francesca sul cellulare. Niente, non risponde neanche lei. Chiamo sul telefono di casa, finalmente risponde: 
“Ciao Franci”
“Ciao papi, scusa ma non sono riuscita a rispondere al cell, ero di là”
“Franci, senti, ti devo dire una cosa. La mamma non è  stata tanto bene”
“Oddio papi cosa succede!??!”
“No, no, niente, tranquilla. Non è stata tanto bene, aveva mal di testa, ma un mal di testa forte e allora abbiamo pensato che fosse meglio portarla all’ospedale per un controllo. Io sto andando lì, vuoi venire con me”?
“Ma ovvio, certo che vengo. Ma papi sei sicuro che va tutto bene?”
“Si, si, adesso arrivo. Senti, fatti trovare giù, portami il caricabatterie del mio cellulare”.
Salgo in macchina e chiamo Cecilia. Le devo chiedere di andare a prendere Giulia in palestra, io non saprei come fare.  Ma non risponde, allora chiamo Oreste, suo marito. “Ciao Stefano”, risponde lui. “Oreste, ciao. Senti, abbiamo un’emergenza. Purtroppo Ilaria ha avuto un ictus”. 
“Nooooo, non è possibile. Oh nooo”, dice Oreste. Sento la sua disperazione, siamo amici da tanti anni, lui è un informatore farmaceutico, sa esattamente di cosa stiamo parlando. Sa che stiamo camminando su un filo. “Oreste, io mi sto fiondando a casa a prendere la Francesca, potete andare voi a prendere la Giulia in palestra? Lei non sa ancora niente, non volevo dirglielo con un messaggio”.
“Andiamo noi, si”, dice Oreste. Sento la sua voce rotta, tutto intorno a noi precipita. Chiudo la telefonata mentre percorro in macchina la discesa del cavalcavia che fiancheggia lo stabilimento della Maserati.
Arrivo sotto casa, Francesca è già lì in strada che mi aspetta. Sale in macchina: “Come sta la mamma”?
“Franci, la mamma ha avuto un ictus”, le dico. Francesca ammutolisce. 
“La cosa buona – spiego – è che siamo stati velocissimi. Adesso andiamo lì, è in buone mani”. Ma lo dico solo per darle coraggio. Non ho nessuna idea di che cosa stia realmente succedendo.
“Ma cosa può succedere papi?”
“Non lo so Franci. La cosa buona è che siamo stati velocissimi”, ripeto. Ma invento. 
Francesca ha sedici anni, non posso comunque trattarla come se fosse una bambina: “Franci, dobbiamo prepararci al fatto che ci aspetta un periodo molto pesante. Comunque andrà, adesso stiamo tutti vicini alla mamma, ma vedrai che andrà tutto bene”.
“Si”, risponde Francesca con un groppo in gola che non la fa parlare. Piange nel buio della macchina mentre sulla tangenziale voliamo verso l’ospedale.
“Ascoltiamoci un po’ di musica”, dico accendendo la radio. 
Ripeto a Francesca che dobbiamo essere forti, stare vicini. Lei annuisce. 
Mi chiede se morirai. 
Entriamo al Pronto Soccorso e ci fanno accomodare nella sala d’attesa di un ambulatorio. A pochi metri da noi, dietro una porta, ci sei tu. Sei arrivata già da un po’. Quando ti hanno scaricata dall’ambulanza è stato come assistere al pit stop di un gran premio di formula 1. Incinque o sei ti si sono fatti intorno, ti hanno spogliata, ti hanno messo un camice e la procedura è partita. Bisogna capire cosa succede,dove si annida il grumo di sangue che chiude l'arteria e che sta provocando l’ictus, bisogna fare in fretta. Hai freddo, hai molto freddo. La tac risulta mossa perché hai i brividi, tremi. Ma si capisce comunque perfettamente cosa ti sta succedendo.
Noi aspettiamo fuori. Francesca si infila le cuffie, la musica le attutisce l’ansia.
Esce un medico, una donna. E’ uno dei medici che compone lo staff della Stroke Unit di Baggiovara, l’unità che si occupa del trattamento degli ictus. E’ un’unità di rilievo internazionale visti i risultati, ma io ancora non lo so. La dirige Andrea Zini, un medico giovane, bravo. Guida con sicurezza un team giovane e affiatato. Questo, alla fine farà la differenza. La dottoressa ci dice che a minuti uscirà Stefano Vallone, il neuroradiologo che si sta occupando di te. Ci darà tutte le informazioni. Ha già parlato con te, ma non puoi rispondere, perciò illustrerà a me quel che succede. Nel frattempo ti hanno fatta scrivere su un foglietto, che la dottoressa mi porge. La scrittura è incerta, ma è tutto chiaro. Come prima indicazione mi scrivi di chiamare Valeria. Già fatto, penso. Poi dici di occuparmi di Giulia, che è in palestra. Anche a Giulia abbiamo pensato. Poi ci sono altre scritte, tra cui avvisare i tuoi genitori.
Aspettiamo qualche istante, poi dalla stanza esce Vallone.
Ci spiega che hai una sofferenza cerebrale dovuta a un ictus. L’ictus è stato causato dalla dissezione della carotide e successiva formazione di un trombo che è andato a occludere il flusso del sangue in una zona del cervello. L’80% di quella zona sta soffrendo. Bisogna fare in fretta prima che i danni cerebrali diventino irreversibili.
Ci dice che a Baggiovara hanno una metodica che ha dato buoni esiti, ma i tempi sono fondamentali, perciò bisogna agire subito.
“La trombolisi”, dico io.
Lui, paziente, dice che ci sono due strade. La prima sarebbe quella di effettuare la trombolisi, cioè il trattamento farmacologico che scioglie il trombo e garantisce di nuovo l’irrorazione del cervello. 
Ma nel tuo caso c’è un problema che complica tutto:  l’arteria da cui è partito il trombo, la carotide, è lesionata. Ogni arteria è fatta di tre cerchi concentrici. Quello più interno si è staccato e si è spostato verso il centro, formando una piccola rientranza, una sacca che sporge verso la zona centrale della carotide. E’ proprio in quella sacca che il sangue si è coagulato e che  poi si è consolidato in un grumo che è partito verso il cervello. Quindi c’è un doppio problema: il trombo, su nel cervello; e l’arteria lesionata, più giù, all’altezza del collo.
Vallone non ci gira intorno e dice che non sa come si comporterà nei prossimi minuti la carotide. Il rischio potenziale è che l’arteria, dopo la dissezione che ha provocato la formazione del trombo, improvvisamente si chiuda del tutto, impedendo al sangue di salire al cervello. Se questo dovesse succedere, sarebbe un disastro.
Se scegliesse di iniziare a effettuare la trombolisi e la carotide si occludesse proprio durante il trattamento, spiega Vallone, a quel punto lui non potrebbe più fare niente e non ci sarebbero possibilità di tornare indietro.
Quindi, niente trombolisi.
L’ipotesi, allora, è di occuparsi innanzitutto della carotide, metterla in sicurezza, in sostanza aggiustarla, riparare la zona lesionata con uno stent, una gabbia che sostituisce la parte lesionata dell’arteria. Poi, una volta messa in sicurezza la carotide, risalire fino all’arteria cerebrale e rimuovere il grumo di sangue con uno stenttriever, uno strumento che permette di intrappolare il trombo e recuperarlo, liberando l'arteria. Questo intervento, che io trovo fantascientifico, si chiama trombectomia.
Ma i tempi – ripete Vallone – sono strettissimi. Scommettiamo sui tempi per avere buon esito, ma bisogna fare presto, dice.
Io dico “certo, va bene”. E un secondo dopo lui è già rientrato nell’ambulatorio, dove tu sei sveglia e lucida, ma non puoi parlare. 
“Vedrai che andrà tutto bene Franci, siamo in buone mani, hai sentito il dottore? Vedrai che adesso sistemano tutto. Dai dai dai che tutto si sistema”, dico alla Francesca stringendola. Lei si asciuga le lacrime. 
Una dottoressa si avvicina a noi e mi dice: “Vorrei spiegarvi di nuovo quello che sta succedendo, perché non sono sicura che abbiate capito cosa sta succedendo”.
Francesca si fa piccola dentro il cappotto, quasi ritraendosi, e affonda le mani dentro le tasche, aspettando le parole della dottoressa. 
“Sua moglie ha una seria sofferenza cerebrale, che comporta…” 
Io la fermo, le dico che può parlare liberamente e apertamente se ci sono delle cose da sapere. Dico che mia figlia è grande, quindi può dirci quello che ci dobbiamo aspettare. La dottoressa allora guarda Francesca, le chiede quanti anni ha.
“Sedici”, risponde Francesca.
“Sedici”, osserva la dottoressa. “Sei grande, si. Grande, ma ancora così giovane”. E poi ci spiega di nuovo quello che sta succedendo. Ma non aggiunge niente di nuovo, avevamo capito che eravamo in una situazione di rischio estremo. Francesca fa qualche domanda alla dottoressa, soprattutto quando parla di “rischi”, di “conseguenze”. Chiede quali rischi, quali conseguenze. Poi la dottoressa rientra nella stanza in cui stanno iniziando a intervenire sulla carotide. Entreranno con una sonda dall’arteria femorale e risaliranno per posizionare lo stent.
Nel frattempo nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso è arrivato Oreste. Faccio qualche telefonata, chiamo Paolo, da cui sarei dovuto andare quella sera e gli racconto cosa sta succedendo. Lui dice che arriverà subito lì a Baggiovara. Gli dico che mi fa piacere. Rispondo ai messaggi che iniziano ad arrivare. Mio fratello Andrea, con cui stavo parlando proprio mentre l’ictus si manifestava, mi scrive chiedendo cosa stia succedendo. Ricevo una telefonata di Valeria, mi dice che sta arrivando a Baggiovara insieme a tuo papà e tua mamma, Augusto e Gabriella. 
Quando arrivano, racconto cosa sta succedendo. Non ci sono parole, c’è poco da dire. Tuo papà Augusto, poi, è laureato in medicina, ha piena consapevolezza di tutto. E tu sei sua figlia, la consapevolezza deve fare molto male in questi casi. Poi Valeria può seguirmi nella parte interna del pronto soccorso, in cui sono ammessi solo i parenti stretti. Riesce a parlare con un medico. Alla parola “dissezione” non trattiene lo stupore. Io non avevo capito che la dissezione della carotide fosse una cosa così complessa, non sono un medico e non capisco il grado di pericolosità. Ma intuisco che le cose sono evidentemente ancora più serie di quanto io immaginassi. Parliamo dell’assurdità di quello che sta succedendo proprio a te, che non hai nessun fattore di rischio. Hai solo 46 anni, vai in palestra, sei magra, non fumi, non bevi, hai addirittura la pressione bassa.
L’intervento, intanto, procede. Noi aspettiamo lì fuori dall’ambulatorio, ma facciamo anche avanti e indietro dalla sala d’aspetto del Pronto Soccorso, dove nel frattempo sono arrivati in tanti. Paolo, Davide, Oreste. E poi Piero, Enrico, Diana, Cecilia, Giacomo. E altri che alla notizia si precipitano. Il mio cellulare suona, amici che chiedono cosa stia succedendo, che si offrono di aiutarci nel modo che riteniamo più idoneo, che ci fanno sentire la loro vicinanza. 
Valeria spiega a tuo papà che si tratta di una dissezione. E tuo papà, in quel momento, sembra perdere le speranze. La dissezione di un’arteria difficilmente lascia scampo, pensa tra sé e sé, memore dei suoi studi.
Giulia non è ancora arrivata, ma la sua lezione di ginnastica è finita, tra poco sarà qui. E le spiegherò cosa sta succedendo. Dovrà essere forte nella fragilità dei suoi 14 anni. Quando esce dalla palestra rimane sorpresa. Non aveva letto il mio messaggio, non sapeva che non sarei andato a prenderla. Ad aspettarla ci sono Cecilia, la moglie di Oreste, e Carlotta, amica del  cuore sia di Francesca che di Giulia. 
La scusa con cui la accolgono è che tu sei all’ospedale con un mal di testa molto forte. E le dicono che io sono lì con te. E poi il discorso devia su cose la mettono subito in guardia. Nel tragitto verso l’ospedale, infatti, Cecilia e Carlotta le fanno domande che sembrano fatte apposta per prendere tempo, per non dare spazio a niente che non sia un diversivo. 
Giulia si irrigidisce appena un po’, ma non fa domande. 
Quando arriva al Pronto Soccorso, vede che siamo tutti lì. Lei entra, io le vado incontro, la prendo sottobraccio e la porto fuori con me, la mia voce cede mentre parlo, mentre le dico che la mamma ha avuto un ictus. 
Giulia piange disperata, mi abbraccia forte, in un secondo è passata dalla prospettiva di una pizza e film in tv a quella della mamma che rischia di morire. Io la abbraccio, le dico che però adesso stai bene, che stai meglio, anche se sono frasi che non hanno senso. Nei giorni successivi Giulia mi confiderà che quando io le dicevo “adesso sta meglio”, lei si aspettava che io da un momento all’altro aggiungessi una cosa come “adesso che è finito tutto, adesso che è in cielo”. Adesso che è finita, adesso che ha finito di soffrire, sta meglio. Giulia teme che io dica questo.
Il tempo scorre, io e Valeria facciamo la spola tra l’ambulatorio e la sala d’attesa. Continuano le telefonate. Chiamo i miei, racconto senza troppe parole cosa sta succedendo. Mio papà mi richiama, dice che il giorno successivo mia mamma verrà a Modena e starà lì fino a quando ne avremo bisogno. Sento anche mio fratello Riccardo, mi dice di tenere duro, loro sono idealmente con noi.
Dentro l’ambulatorio l’intervento procede. La carotide deve essere messa in sicurezza, bisogna assolutamente stabilizzare tutto e poi iniziare con l’intervento. Posizioneranno lo stent nella carotide e poi risaliranno verso il cervello: asporteranno il coagulo che sta causando l’ictus, togliendolo dall'arteria cerebrale media destra.
Tu sei ancora ingabbiata in una dimensione di distacco da tutto, non parli, non muovi il braccio sinistro. E nei giorni successivi avremmo capito che quando eri sotto al portico, che ti giravi in continuazione, lo facevi perché cercavi di capire chi fosse che ti toccava la spalla. 
Chi era? 
Non c’era nessuno, era il tuo braccio. Ma il tuo cervello non lo riconosceva più e tu lo percepivi come un corpo estraneo appoggiato sulla spalla. Ecco perché ti giravi. 
Per un momento sono fuori, nel piazzale del Pronto soccorso. 
Mi avvicina Francesca, in silenzio. Mi abbraccia. Mi chiede: la mamma morirà? 
Anche Giulia vuole sapere: la mamma può morire? 
Siamo noi tre, vicini. Io baro, dico che non puoi morire. Spiego quali potranno essere le conseguenze. 
Giulia mi chiede: “Ma potrebbe parlare come Bossi”?
Nell’ambulatorio tutto procede. Tu sei sveglia e cosciente, ti hanno fatto solo un’anestesia locale nella zona in cui hanno inserito il catetere.
Bisogna evitare assolutamente che la carotide si chiuda, ripararla prima che questo possa succedere. 
E invece succede.
Quello che non deve succedere, succede.
La carotide si chiude. 
La sacca che si era formata, improvvisamente collassa verso il centro dell’arteria e la chiude. Stop. Il sangue non passa più. 
Inizia il conto alla rovescia per le funzioni cerebrali.
Vallone, che nel monitor sta guidando il catetere per posizionare lo stent, mantiene il sangue freddo. Ormai è vicinissimo alla zona lesionata, alla zona che adesso si è chiusa. La decisione di mettere innanzitutto in sicurezza l’arteria, si dimostra la scelta che cambierà la tua vita, Ilaria. 
L’abilità di Vallone permette in pochi secondi di raggiungere la zona che si è chiusa, forzare i tessuti e riaprire la carotide, posizionando lo stent. A quel punto la tua carotide è di nuovo una galleria ampia dentro cui il sangue riprende a scorrere a piena pressione. Questione di secondi, quelli che faranno la differenza nella tua vita. 
Immediatamente dopo, inizia l’intervento per rimuovere il grumo di sangue dall’arteria cerebrale. Tutto procede rapidamente. Vallone, sempre guardando il monitor, guida lo stenttriever sempre più su, fino all’arteria cerebrale: il grumo viene catturato, intrappolato e recuperato, liberando l’arteria. Nel giro di venti minuti inizi a sentire di nuovo la sensibilità al braccio, il tuo viso si rimodella, senti di nuovo il tuo corpo. Muovi le braccia, le sposti, apri e chiudi le mani. Passa un’infermiera e ti chiede come va: “Meglio”, rispondi, e ti accorgi che improvvisamente hai recuperato la capacità di parlare. Sono da poco passate le nove e mezzo della sera. Nell’ambulatorio risuona la tua voce, che era scomparsa da più di due ore. E’ un ottimo segnale, i medici sono soddisfatti. Portano la notizia fuori, nella sala d’aspetto: “Siamo andati bene”, dicono. 
Passa qualche minuto. Io e Valeria possiamo entrare. Chiediamo dove sei, ci indicano una barella lì in fondo. Non ti si vede, siamo in un lungo corridoio, ti raggiungiamo da dietro e, improvvisamente, dalla barella si vedono salire le tue braccia, verso l’alto. Apri e chiudi le mani, le apri e le chiudi tante volte. Riprendi possesso del tuo corpo, poco alla volta. Arriviamo di fronte a te, sei come nuova, non c’è nessun segno del passaggio violentissimo e brutale dell’ictus. Non ha lasciato tracce. Ci dici che non riesci a parlare benissimo, ma in realtà parli quasi perfettamente. E’ solo questione di ore e anche il linguaggio, che era bloccato, riprenderà a fluire del tutto, senza alcun intoppo. Sei di nuovo tra di noi, indenne. 
Ti fanno salire al primo piano, nello spazio protetto della Stroke Unit, dove ti terranno sotto stretta osservazione. Sei nel posto più sicuro del mondo, guidato da un medico bravissimo, Andrea Zini. Lì ci raggiungono anche Francesca e Giulia, e tuo papà e tua mamma. Devi riposare, ci concedono solo un minuto a testa per salutarti. Piangi, sei spaventata, ma sei di nuovo qui. 
La tac a 24 ore di distanza darà esito negativo. Non c’è stata nessuna lesione, non c’è nessuna conseguenza, di nessun tipo.
Sei illesa. 
Nessun segno. Nessuno. 
Nessuna conseguenza. Nessuna. 
E sei con noi. 
Una manciata di giorni di degenza, poi torni alla vita di tutti i giorni.

Seba, sul suo profilo facebook, il giorno successivo scrive alcune parole, preziose, che in poche righe racchiudono il senso di un’esperienza che non è stata solo nostra, ma di un territorio, di un modo di fare.  
E che, speriamo, possa salvare altre vite: 

“felice e orgoglioso di questa città dove in un ospedale pubblico c'è uno dei migliori centri europei per l'emergenza neurologica che ha preso per i capelli un'amica che se ne stava andando e ce l'ha restituita in cambio di un sorriso e una stretta di mano”

Stefano Aurighi, Te l'ho chiesto?

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