Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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mercoledì 9 maggio 2012

TROPPE INSUFFICIENZE FANNO MALE - Mario D'Adamo



Rapporto Eurydice: l'Italia è tra i pochi paesi ad avere ripristinato la valutazione in decimi

Nella maggior parte dei sistemi scolastici europei le scale di valutazione, organizzate per lo più su cinque - sei gradi alfabetico-numerici o per serie di giudizi, prevedono un maggior numero di voti positivi rispetto a quelli negativi, di solito uno o al massimo due. È un modo per graduare meglio giudizi favorevoli ed evitare nei confronti di quelli negativi gli inutili e scoraggianti accanimenti del nostro sistema di valutazione in decimi, che dal 2008 è stato esteso anche alla scuola primaria e secondaria di primo grado con la riforma del ministro Gelmini.
Un conto, infatti, è giudicare semplicemente non sufficienti i risultati di un alunno in una materia o in un elaborato di quella materia, un conto, ben più pesante, qualificarli con voti al di sotto del cinque. Inevitabilmente un voto molto negativo viene caricato di effetti emotivi e implicazioni che non aiutano lo studente a risollevarsi. Per trent'anni, fino all'anno scolastico 2007/2008 compreso, abbiamo giudicato generazioni di studenti della scuola dell'obbligo con un solo giudizio negativo (insufficiente) e con quattro giudizi positivi (sufficiente, buono, distinto, ottimo). Oggi abbiamo abbandonato questo sistema che altri paesi, imitandone la filosofia, hanno invece adottato o stanno per adottare. Dal prossimo anno scolastico in Svezia, ad esempio, verrà introdotto un sistema di voti da A a F, dove F corrisponde a un giudizio negativo, mentre giudizi positivi decrescenti vanno da A a E. Le più diverse soluzioni si possono trovare nell'organizzazione dei giudizi finali al termine dei cicli scolastici e, soprattutto, delle relative certificazioni: valutazioni solo di scuola, certificazioni solo di competenze e conoscenze acquisite, commissioni esterne o enti valutatori che rilasciano qualifiche di carattere nazionale. Sono alcune differenze del sistema di valutazione che emergono dall'ultimo fascicolo del bollettino di informazione internazionale, edito dalla rete Eurydice, sui sistemi scolastici europei 2012. Diciannove schede relative ad altrettanti stati illustrano la situazione dei paesi esaminati, ogni scheda si occupa di scuola dell'infanzia, primaria, secondaria inferiore e superiore, di durata dell'obbligo scolastico. Ci sono paragrafi sul curricolo, sull'organizzazione scolastica (calendario, orario delle lezioni giornaliero e settimanale, ecc.), su valutazione e certificazione, sui criteri di ammissione ai vari ordini di scuola. Il bollettino si può scaricare dal sito di Indire (http://www.indire.it/eurydice/content/index.php?action=read_cnt&id_cnt=13267), il cui presidente, Antonio Giunta La Spada, dirige anche lo staff dell'unità italiana di Eurydice.

domenica 12 febbraio 2012

SCALARE MARCIA - Alessandra Paratella


Da genitore volevo semplicemente dirLe grazie per gli spunti che continuamente ci offre. E' come se ci desse modo di guardare al "mondo/sistema scuola" attraverso una finestra tutta nuova. Da idealista mi piace pensare che questa finestra si possa aprire su una scuola mirata semplicemente a far emergere quei talenti che ciascun bambino e ragazzo possiede e a farli "sbocciare", termine che (anche se affermo una cosa linguisticamente  non corretta) a me personalmente suona come il contrario di "bocciare".
Per quanto riguarda il tema della decrescita, che dire ... mi trova perfettamente sintonizzata! Mi ha fatto tornare in mente un libro letto qualche tempo fa sul concetto di "downshifting" (scalare marcia, rallentare il ritmo), nel quale si faceva riferimento anche alla scuola, intesa proprio come punto di partenza. Mi permetto di riportarLe qualche passaggio:
"…i ragazzi sono convinti che, in fondo, quello che pensano non è così importante, perché non è quello che il sistema scolastico richiede. Molti professori credono che insegnare voglia dire trasmettere dei contenuti. Ma questo non basta: insegnare significa innanzitutto (insegnare a) pensare"
"…a scuola ci insegnano la storia, la matematica, l'educazione civica ... nessuno che mi abbia parlato dei miei pregi, di come metterli a frutto o di come mitigare i miei vizi, o di come mettere a frutto pure quelli. Peccato perché staremmo meglio grazie alla conoscenza delle nostre potenzialità ..."
Il libro è "Adesso basta" di Simone Perotti.

Buon lavoro a Lei e a tutti gli insegnanti
Alessandra Paratella, genitore

sabato 29 ottobre 2011

L'OSPEDALE DI DON MILANI - Scuola di Barbiana


Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passare per pazzi.
Meglio passare per pazzi che essere strumento di razzismo.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 20

giovedì 27 ottobre 2011

TRA SUMMERHILL E BARBIANA - Francesco Callegari


Le parole di Anthony De Mello hanno veramente il potere di scompaginare i nostri modelli, mandando all’aria abitudini e certezze. Accoglierne la sfida non è facile, anche se la voglia di provarci è tanta.
Abbiamo probabilmente provato la stessa impressione leggendo di Alexander Neill e della sua scuola di Summerhill.
Forse è questo il segreto delle persone di valore: agire con una consapevolezza tale da rendere uniche e preziose le piccole cose d’ogni giorno. Un po’ come la magia suggerita da Thomas Gordon quando parla dell’insegnante-alchimista, che è in grado di cogliere il meglio da ciascun allievo. Lo vedremo insieme nei prossimi giorni.
Ripensando alla scuola di Summerhill, non possiamo non scorgere diverse analogie con quella di Barbiana:
“Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era più grande e insegnava. Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 12.
A suo modo, la scuola di Barbiana, come quella di Summerhill, rende felici i ragazzi. Perché la conoscenza ruota intorno a loro, anziché il contrario:
“La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente il programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Voi con i greci e i romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi, sull’ultima guerra si teneva quattr’ore senza respirare”. Ibidem, p. 17.


Tutto questo mi suggerisce un'immagine. Mi vengono in mente gli splendidi mosaici di Gaudì in Parc Guell a Barcellona: una distesa variopinta di cocci irregolari, frammenti di piastrelle colorate e pezzi di vetro frantumato. Ma, grazie alla mano dell'artista, quale spettacolo alla fine!
Francesco Callegari

giovedì 8 settembre 2011

1. COSA INSEGNARE - Franco Venturella


“Non insegno mai nulla ai miei allievi.
Cerco solo di metterli in condizione di poter imparare”
( Albert Einstein )

Siamo già all’avvio di un nuovo anno scolastico, che si presenta particolarmente impegnativo.
Un anno che presenta anche il conto degli studenti persi lungo la strada. Di essi parlano le aride statistiche, accolte spesso con senso di compiacimento, come segno della riacquisita serietà della scuola, ma che denunciano la difficoltà di una istituzione a raggiungere gli standard fissati negli accordi a livello europeo.
La scuola non può limitarsi a certificare una situazione di svantaggio: dovrebbe, invece, costituire quell’ascensore sociale capace di permettere ad ogni soggetto di acquisire strumenti cognitivi e operativi per accedere a livelli più alti di responsabilità. A tutti, infatti, la scuola - secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione - dovrebbe garantire conoscenze e competenze essenziali per vivere in modo consapevole, autonomo e per esercitare una cittadinanza attiva orientata al bene comune: sono quelle “competenze di cittadinanza” che costituiscono la base formativa comune a tutti gli studenti europei. Ridurre il numero degli studenti “bocciati” deve costituire un impegno prioritario per tutte le Istituzioni scolastiche, concentrando su tale obiettivo strategico professionalità, risorse finanziarie e interventi mirati, eliminando l’eccesso di progetti.
Proprio per affrontare questi problemi, penso che tutti gli operatori della scuola, ma soprattutto i docenti, siano chiamati a rispondere a tre questioni fondamentali: “cosa insegnare”,  “come insegnare”, “perché insegnare”.
Di fronte all’ampliarsi a dismisura delle conoscenze, si pone l’esigenza di individuare ciò che è ritenuto essenziale per la comprensione dei fenomeni culturali, scientifici, sociali e l’acquisizione di solide competenze per affrontare in modo consapevole i processi di cambiamento e progettare il futuro. In definitiva, di quale bagaglio culturale devono poter disporre le nuove generazioni per essere in grado di leggere la realtà, di analizzare criticamente i diversi fenomeni e per agire in modo coerente e progettuale?
La sfida, per la scuola, è dunque quella di liberarsi dalla tentazione di riempire la testa degli alunni di una serie, spesso confusa, di dati e nozioni e di aiutarli a possedere le conoscenze fondamentali e le chiavi di lettura, di analisi e di interpretazione della realtà, attraverso l’interiorizzazione di schemi logico-concettuali mediante i quali integrare i diversi saperi. Occorre passare – come ci suggerisce Edgar Morin - dalla testa piena alla testa ben fatta. Per realizzare ciò, la scuola, attraverso la riflessione della comunità professionale dei docenti, deve individuare i “saperi essenziali”, i saperi fondativi, e aiutare gli alunni ad un apprendimento autonomo.
In ogni caso, risulta di fondamentale importanza il riferimento ai quattro pilastri dell’educazione indicati dalla Commissione Delors e che ci richiamano ad alcune imprescindibili competenze trasversali: imparare a conoscere (e quindi possedere una cultura generale di base che permette di avere gli strumenti per l’acquisizione graduale e progressiva delle conoscenze), imparare a fare (e quindi trasformare le conoscenze in competenze necessarie alla vita sociale e professionale), imparare a vivere con gli altri (e quindi  educarsi all’esercizio della cittadinanza, al rispetto dell’altro e della diversità, alla cooperazione, alla legalità, al bene comune) e soprattutto imparare ad essere (e quindi ad assumersi le responsabilità di uomini e di cittadini chiamati a costruire un nuovo umanesimo per sé e per gli altri).
Franco Venturella è il dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Vicenza

giovedì 28 luglio 2011

SPARARE IN UN CESPUGLIO - Scuola di Barbiana



Bocciare è come sparare in un cespuglio. Forse era un ragazzo, forse una lepre. Si vedrà a comodo.
Fino all'ottobre seguente non sapete cosa avete fatto. E' andato a lavorare o ripete? E se ripete, gli farà bene o male? Si farà le basi per seguitare meglio o invecchierà malamente su programmi non adatti per lui?


Lettera a una professoressa, Scuola di Barbiana, p. 39

mercoledì 27 luglio 2011

MOLTI BOCCIATI, MOLTO ONORE! - Aluisi Tosolini



I primi dati del ministero dell'Istruzione sull'anno scolastico appena concluso parlano chiaro: ci sono più bocciati alle scuole medie e aumentano gli studenti che a settembre dovranno recuperare. Gli studenti non ammessi nei soli primi due anni delle medie potrebbero arrivare a circa 70.000 rispetto ai 45.000 dell'anno scorso.
Alla scuola superiore il 42,2 % degli studenti non è stato promosso: il 28,6% è stato sospeso con debiti e il 13,6% non è stato ammesso.
Il 18,1% degli studenti del primo anno e il 12% del secondo non sono stati ammessi alla classe successiva.

Parlando alla trasmissione RAI Uno Mattina il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha detto che «La scuola buonista del '68 è stata archiviata».
I dati richiedono qualche ulteriore e rapida riflessione
1. Una qualunque umana “impresa” che misuri il proprio successo dai propri fallimenti dovrebbe preoccupare. Se Marchionne sostenesse che la Fiat va bene perché produce il 30% di macchine difettose verrebbe licenziato in tronco. Lo stesso accadrebbe per un direttore sanitario che sostenesse che l’ospedale è andato alla grande perché sono aumentati gli interventi sbagliati ed inutili.
2. Considerare che l’aumento dei bocciati sia un indice di successo della scuola o della società significa negare alla radice il significato Costituzionale della scuola che consiste non nell’essere buonista o cattivista quanto piuttosto nel “rimuovere ostacoli …..”(art. 3)
3. Una conseguenza contro-intuitiva dell’aumento delle bocciature è l’aumento di spesa (in un momento in cui la scuola è impegnata a tagliare 8 miliardi di euro in tre anni): più bocciati, infatti, vuol dire più classi e per più anni.
4. Da ultimo siamo felici di sapere che il ’68 è archiviato (a scanso di equivoci, di sessanttotini, per motivi anagrafici, ce ne sono ormai davvero pochi a scuola..). Quello che non mi pare archiviato è l’anno prima, il ’67. L’anno in cui uscì "Lettera a una professoressa" di don Milani.

Da I dibattiti di PavoneRisorse, 1 luglio 2009

martedì 26 luglio 2011

RAPPORTO OCSE SULLE BOCCIATURE - La Repubblica, 26 luglio 2011

IL CASO
I consigli dell'Ocse ai prof
"Non bocciate, è dannoso"
L'Organizzazione contesta il vecchio sistema di far ripetere l'anno scolastico: rafforza le diseguaglianze e pesa sui bilanci. L'Austria vuole abolirlo, la Francia discute la riforma. L'Italia ventiduesima nella classifica dei Paesi più severi
dal nostro inviato ANAIS GINORI

PARIGI - Tutti promossi. Non è il nuovo slogan degli studenti fannulloni ma il suggerimento, molto serio, dell'ultimo rapporto Ocse sull'organizzazione dei principali sistemi educativi nel mondo. Lo studio conferma quello che molti esperti vanno dicendo ormai da anni. Ripetere un anno di scuola non sempre serve a recuperare il ritardo sul programma. Anzi, spesso è un modo di penalizzare ancora di più l'alunno in difficoltà. Numeri alla mano, l'organizzazione internazionale dimostra che laddove esistono molti "ripetenti" peggiorano i risultati complessivi delle classi e, in finale, anche la percentuale degli alunni che riescono a diplomarsi. Se anziché bocciare si organizzano corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno (succede per esempio in Finlandia o in Gran Bretagna), allora l'efficienza nello studio migliora e il ritardo didattico può scomparire.

Come il voto e le pagelle, la bocciatura fa parte di una scuola "all'antica" oggi rimessa in discussione. In Europa, alcuni paesi si stanno già distaccando dal vecchio modello. L'Austria ha annunciato che abolirà le bocciature dall'anno prossimo mentre in Francia, con record di "ripetenti" sul continente, si discute una possibile riforma. E pazienza per chi sostiene, come il ministro Gelmini, che ci sia il rischio di essere troppo "buonisti". "Sono contraria ad una scuola modello '68 che non distingue chi si impegna e merita dai lavativi, che promuove tutti senza differenze".

"Nei
 paesi in cui un maggior numero di studenti ripete gli anni scolastici - osserva l'Ocse - la performance globale tende ad essere inferiore, e il background sociale ha un impatto maggiore sui risultati di apprendimento". Ovvero: la bocciatura rafforza le disuguaglianze, emargina ancora di più quei bambini o ragazzi con problemi scolastici. I ragazzi che devono ripetere l'anno non vengono quasi mai seguiti individualmente, perdono fiducia in se stessi e si allontanano dallo studio. Eppure, nonostante le tante critiche, continua a essere una tendenza diffusa. Secondo la classifica Pisa - che valuta i sistemi educativi nell'area Ocse - più di uno studente su dieci (il 13%) è stato bocciato almeno una volta nel suo percorso di studio. Il 7% alle elementari, il 6% alle scuole medie e il 2% al liceo. L'Italia si colloca al di sopra della media Ocse, con una percentuale di allievi bocciati del 18%. I ricercatori danno inoltre un giudizio negativo su un'altra pratica comunemente utilizzata per trattare gli studenti che vanno male a scuola, o hanno un comportamento inadeguato: il trasferimento in altre strutture scolastiche. Un metodo che, scrivono, "tende ad essere associato con una segregazione nel sistema scolastico, in cui gli studenti che provengono da contesti avvantaggiati finiscono in scuole con risultati migliori mentre quelli di origini svantaggiate finiscono in scuole peggiori". 

L'Ocse raccomanda anche maggiore elasticità da parte dei dirigenti scolastici sulla valutazione di fine anno, in base a criteri meno rigidi. Laddove i presidi hanno infatti più autonomia nel decidere la promozione, spesso vengono agevolati percorsi di accompagnamento che incentivano gli alunni più in difficoltà. Ultimo argomento: bocciare costa. Oltre a non garantire il progresso educativo, far ripetere un anno scolastico pesa sui bilanci dell'Istruzione pubblica, proprio in un momento di crisi economica e tagli alle scuole. Ogni bocciatura, hanno calcolato gli esperti dell'Ocse, costa in media tra i 10 e i 15 mila dollari annuali. In paesi come la Spagna, il Belgio o l'Olanda, i "ripetenti" incidono sul 10% del budget complessivo per l'educazione. Un altro effetto di lungo termine, registrato dall'Ocse, è il ritardato ingresso dello studente nel mondo del lavoro e la diminuzione di manodopera qualificata. Se le bocciature si ripetono nel ciclo scolastico, gli alunni tendono ad abbandonare lo studio, già prima del diploma. Un fallimento. Non solo per loro.

(La Repubblica, 26 luglio 2011)

giovedì 9 dicembre 2010

ROVESCIARE DON MILANI - Marcello Veneziani

Anche se parla con parole che toccano il cuore e stimolano la mente, non tutti la pensano come Domenico Starnone. E allora credo sia giusto dare voce anche a coloro che propongono idee dissonanti, elaborano pensieri sferzanti, seguono strade desuete rispetto alla nostra sensibilità. Persone con le quali possiamo anche non essere d’accordo, ma che rispettiamo sino in fondo perché siamo convinti che le loro posizioni siano dettate dalla più assoluta buona fede e perché solamente una riflessione senza pregiudizi ci può condurre un poco alla volta a trovare il “nostro” pensiero, la “nostra” idea su un determinato argomento.
Marcello Veneziani, giornalista, propone una lettura diversa rispetto a quella di Domenico Starnone, individuando nella pedagogia di don Lorenzo Milani le cause remote del marasma e del disorientamento in cui oggi la scuola vive. Il brano che segue è tratto dal libro: Rovesciare il ’68, scritto da Marcello Veneziani un paio d’anni fa.

Morì un anno prima che scoppiasse il 68, ma ne fu un appassionato precursore. Don Lorenzo Milani fu il mistico affondatore della scuola italiana. Il parroco della Barbiana con la sua celebrata Lettera a una professoressa, voleva cambiare radicalmente e generosamente la scuola, ma contribuì a distruggerla. Don Milani merita il rispetto che si deve agli idealisti in buona fede; ma insieme merita la diffidenza che si deve al devastante idealismo. Pie intenzioni e disastrosi effetti.
Tutti idealisti, in buona fede, convinti di liberare l'umanità e migliorarla. Tra questi spicca don Milani. Che per giunta era prete, applicava la carità, si dedicava ai ragazzi con tutto il cuore, agiva nella Firenze dei La Pira, padre Balducci e padre Turoldo, ed è morto pure giovane. Lasciando a noi posteri i danni bestiali della sua sublime utopia. Don Milani sognava una scuola non dei ricchi ma di tutti, con il professore uguale ai suoi alunni, dialogante, senza bocciature né autorità, perché "l'obbedienza non è una virtù". Don Milani delineò il modello della scuola assembleare e finse persino di aver scritto la sua lettera-libro insieme ai ragazzi, che in realtà assentivano soltanto. Nobili propositi, ma poi vennero gli esiti. La scuola che non premia i meriti e le capacità, che non seleziona e non è fondata sull'autorevolezza del docente, prepara sempre meno alla vita, non educa, non migliora; non produce alunni più liberi e uguali ma più bulli e prepotenti. È una scuola che non ha ridotto le distanze tra ricchi e poveri ma le ha ingigantite. Non a caso prima del 68 gran parte dei benestanti mandavano ancora i loro figli nelle scuole pubbliche; ora invece li mandano alle private. Compresi gli estimatori di don Milani: i loro figli vanno al college, non si confondono con plebaglia e gli immigrati.
"La selezione è un peccato contro Dio e contro gli uomini" scrisse don Milani; una bestialità che ha distrutto la scuola mentre i ragazzi si allontanavano da Dio e dagli altri uomini. La selezione non era classista ma al contrario faceva saltare le classi sociali perché faceva risaltare le capacità personali, il valore del singolo rispetto alla provenienza e all'appartenenza. Se togli i meriti restano il censo e quel che ti dà la famiglia. Al mio liceo il preside era figlio di contadini e da ragazzo faceva il contadino pure lui; e il professore di lettere era figlio di trovatelli. Con la loro tenacia e le loro capacità si erano fatti strada; il latino per loro non era una forma di oppressione di classe, come sostenevano i seguaci di Don Milani, ma una leva per emanciparsi, persino un mezzo di rivalsa rispetto ai ricchi, pigri e viziati, che non erano abituati ai sacrifici. La selezione dei più bravi aveva permesso il loro riscatto sociale.
La fine delle bocciature ha coinciso con la fine della meritocrazia; così si va avanti più di ieri per affiliazione, se si è figli o protetti dai potenti.
La brutta scuola d'oggi è figlia dei begli ideali di ieri.

Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, Mondadori, Milano 2008, p. 41-43.

mercoledì 19 maggio 2010

PARTI UGUALI TRA DISUGUALI - Don Lorenzo Milani

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.
Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere l'anno. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi [a Barbiana] ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.
La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri. Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata [a Barbiana]? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima. Bella cura la vostra.
Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; . L'ha detto la Costituzione pensando a lui.

(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. Fiorentine, Firenze, pp 16-19)
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