Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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sabato 25 luglio 2015

L’ALBERO DI CACHI – Padre Luciano Mazzocchi


Alcuni anni fa nel nostro giardino abbiamo trapiantato un alberello di cachi. A questo alberello devo un insegnamento importante che voglio condividere con gli amici, soprattutto con quelli ancora giovani come il nostro alberello.
Al sopraggiungere della primavera, l'alberello di cachi improvvisa una inflorescenza pallida, quasi impercettibile, tanto umile se paragonata a quella vistosa del melo o del ciliegio. Come gli esili fiori cadono, ecco comparire tanti e tanti minuscoli cachi verdi, incoronati da delle alette a forma di stella. Questi piccoli cachi, come perle verdi, trapuntano i rami dell'albero. Nel frattempo anche le foglie si fanno robuste e sfoggiano un verde intenso. Queste fanno la guardia ai minuscoli frutti che di giorno in giorno vanno crescendo.
In autunno, a frutti maturi, le foglie decorandosi di venature gialle e rosse faranno ritorno a casa, alla madre terra che le aveva generate. Adesso, invece, sono all'opera, vigorose, imperterrite anche di fronte alla siccità di questi giorni.
Il nostro alberello, dal suo trapianto nel nostro giardino, ha compiuto solo cinque anni ed è ancora adolescente; tuttavia i suoi rami stanno gestendo centinaia di piccoli frutti. Di tutti questi forse solo una decima parte giungerà a maturazione. Ogni giorno l'albero madre ne lascia cadere una decina, forse una ventina. Cadono anche senza che il vento soffi. Sono caduti l'anno scorso, anno di piogge continue. Cadono quest'anno, anno di siccità. L'anno scorso fu la prima volta che constatai il fenomeno, e sulle prime mi prese il timore che l'alberello avrebbe lasciato cadere tutti i suoi frutti, uno dopo l'altro, deludendo la mia attesa. Invece, già l'anno scorso, che fu il primo del suo rendimento, ci maturò tanti succosissimi cachi da saziare la voracità degli abitanti del giardino, degli uccelli in primis e poi degli esseri umani.
Sempre rievocando l'anno scorso, fu una mattina di metà agosto che constatai che l'alberello di cachi all'improvviso non aveva lasciato cadere più alcun piccolo frutto. Osservai quelli che teneva ancora sui rami e vidi che erano tutti di un bel colore verde, come conviene ai frutti ancora acerbi. Mi prese la voglia di contarli: alcune decine. Da allora non ne cadde più nemmeno uno. In ottobre, uno dopo l'altro, si offrirono a deliziare prima gli uccelli e poi anche gli esseri umani.
Come l'anno scorso, anche quest'anno nel mese di luglio il terreno sotto l'alberello si cosparge ogni giorno di minuscoli cachi, staccatisi dal ramo. Alcuni sono verdognoli, altri un po' ingialliti. Nella mia istintività ne ho addentato uno, dal colore giallo paglia. Disgustosissimo: né acerbo, né dolce. Sapore inqualificabile! Ci voleva anche questa sciocca esperienza per prepararmi ad apprendere la lezione che l'albero madre di cachi intende darmi.
Come l'anno scorso, anche quest'anno un bel giorno l'alberello cesserà di lasciar cadere i piccoli frutti. Sarà quando nella sua sapienza avrà verificato di aver mollato quanto gli è di sovrappiù. Quindi, con tutte le sue forze porterà a maturazione la porzione giusta, quella che corrisponde alle sue energie. In ottobre ci offrirà, a noi esseri umani e agli uccelli, i suoi cachi maturi, panciuti di delizioso nettare.
Ed ora, con parole mie, interpreto la lezione ricevuta dall'alberello madre, che voglio condividere con gli amici, soprattutto con gli amici giovani. La preziosa lezione è questa: liberandosi dal sovrappiù si matura a essere se stessi. La via della libertà non è aggiungersi delle cose, ma è liberarsi dalle cose.
L'alberello, senza rimpianto alcuno, ha restituito alla terra madre la maggior parte dei frutti che aveva concepito sui suoi rami. Tra i frutti concepiti ha riconosciuto quelli meno consistenti, che tendevano a maturare troppo presto, quelli che non ci stavano a maturare pazientemente nel tempo. E li ha lasciati cadere. L'albero stesso aveva percepito che non ce l'avrebbe fatta a maturarli tutti. Quindi li sacrificò, senza rammarico. Eppure, anche loro ci volevano per poter discernere liberamente quali trattenere e quali lasciar cadere.
Senza il passaggio del discernimento non matura nulla, ma tutto rimane mediocre, trascinato, pesante. Dopo tutto, i frutti restituiti senza averli maturati sono il grazie dell'albero alla madre terra. Sono anche la prova della signorilità dell'albero, che rimane identico alla sua portata, senza eccedere oltre. Nemmeno se l'albero vicino, forse con alcuni anni in più, sfoggia una produzione maggiore. Restituisce i frutti in sovrappiù, affinché nella grande trasformazione la terra li porti a maturare altrimenti.
La punta di diamante della lezione è proprio questa: la vera libertà non è quella di ghermire qualcosa in più, ma è quella di sacrificare i tanti qualcosa in più che ci tiriamo dietro. Michelangelo ha scolpito il Davide togliendo, non aggiungendo.
Sì, si diventa liberi e forti spogliandosi. E, meraviglia, spogliandosi ciascuno scopre quel qualcosa che è proprio suo, la sua identità. Nessuno può amare fino in fondo ciò che non gli è intimo. Non si può amare il sovrappiù, perché il sovrappiù sovrasta il proprio vigore, inaridisce la propria radice. Il sovrappiù appiattisce, squalifica. Eppure il sovrappiù ci voleva, per snellire la nostra coscienza a discernere cosa mollare e cosa conservare. Il discernere è la prima libertà, è la prima maturazione.
I cachi che maturano al loro delizioso sapore, così apprezzato dagli uccelli e dagli esseri umani, non hanno fretta di maturare prima del tempo. E nemmeno ritardano a maturare al di là del tempo. Sono liberi da ciò che è di sovrappiù. Gli uccelli e gli uomini fanno festa. Armonia cosmica!
p. Luciano

Cachi è parola giapponese (identica pronuncia come in italiano). L'ideogramma è: 柿. La prima radicale è <albero>, la seconda è <città>. Quindi: l'albero cittadino

martedì 15 luglio 2014

LE RACCOMANDAZIONI – Maria Luisa Spaziani (1924-2014)


Quando insegnavo all’università avevo messo una legge personale sulle raccomandazioni. Al mio ritorno da Roma trovavo sempre il tavolo pieno di lettere, tutte raccomandazioni, allora avevo fatto affiggere in bacheca un avviso che diceva: per gli esami della professoressa Spaziani è proibito presentarsi senza raccomandazione.
Non capivano, dicevano: «Guardi che c’è un errore».
«Nessun errore» ribattevo io, «non presentatevi qui senza raccomandazione, così siete tutti uguali».
Allora un ragazzo si fa avanti e dice: «Signora, sono figlio di contadini, non conosciamo nessuno».
«Si faccia raccomandare da sua madre, suo padre… mi basta».
Di poche cose in vita mia sono stata orgogliosa come di questa trovata!
Rita Levi-Montalcini: Aggiungere vita ai giorni, a cura di Raffaella Ranise e Giuseppina Tripodi, Longanesi, Milano 2013, p. 126-127.


venerdì 14 febbraio 2014

GLI "SCARTI" DELL'UTOPIA - Zygmunt Bauman


La maggior parte delle utopie si limita a descrivere il risultato finale del Grande disegno, mentre non si sofferma molto su come realizzare il progetto: tuttavia, nel risultato finale, i tipi che l’autore considera «indesiderabili» (fannulloni, guastafeste, seminatori di zizzania) spiccano per la loro assenza. Se sono scomparsi nel corso del passaggio (taciuto, dimenticato o riscritto) dalla preistoria alla perfezione dell’utopia, dev’essere accaduto loro qualcosa…

Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Roma-Bari 2011, p. 108

giovedì 13 febbraio 2014

IL "GIARDINIERE" DI BAUMAN - Zygmunt Bauman


Ho paragonato questo atteggiamento moderno a quello del “giardiniere” che, munito di una visione di armonia perfetta, elimina determinate piante considerandole erbe infestanti, ospiti non invitati né desiderati che alterano l’armonia e deturpano il paesaggio. L’attuazione di un progetto, la costruzione dell’ordine desiderato, impone di sradicare e avvelenare le erbe indesiderate per far sì che le erbe utili e/o esteticamente gradevoli possano prosperare e fiorire nell’aiuola o nell’orto. La distruzione delle erbacce è un atto di creazione. Ed è proprio l’atto di sradicare, avvelenare o bruciare le erbacce che trasforma un terreno incolto introducendovi ordine e armonia.
L’atteggiamento del “giardiniere” è ciò che distingue l’orientamento moderno e il fervore modernizzatore.

Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Roma-Bari 2011, p. 107-108

mercoledì 12 febbraio 2014

IL GRANDE DISEGNO DEI TOTALITARISMI MODERNI - Zygmunt Bauman


Ciò che distingue la storia dei regimi totalitari moderni da altre cruente espressioni della crudeltà umana verso gli esseri umani è stato il Grande disegno: l’assassinio come costruzione di un nuovo ordine millenario o addirittura eterno. Uccidere per costringere la realtà sociale a corrispondere all’eleganza di un Grande disegno. Qualcosa di simile alla risposta che diede Michelangelo quando gli chiesero come facesse a realizzare sculture così belle: semplice, prendo un blocco di marmo e tolgo tutti i pezzi che non servono…

Zygmunt Bauman, Vite che non possiamo permetterci, Roma-Bari 2011, p. 107

mercoledì 19 settembre 2012

TRA PIEDI E CERVELLI - Piero Angela


E’ pura follia quello che la politica sta facendo nel nostro paese, cioè investire poco e male in ricerca, lasciarsi scappare le menti migliori, non premiare il merito, non attrarre i ricercatori stranieri.
Non fare, cioè, quello che si fa nel calcio, dove l’Italia è ai primi posti, proprio perché le società calcistiche mettono in campo i giocatori migliori, la loro selezione è basata sul merito, i più bravi vengono pagati moltissimo proprio perché non scappino via, si cercano all’estero i giocatori più forti per rendere ancora più vincente la squadra.
E anche il “mister”, se non porta i risultati previsti, viene licenziato.
Insomma, ci impegniamo di più nella selezione dei piedi che in quella dei cervelli…
Piero Angela

lunedì 9 aprile 2012

IL VINO NEL VASO PIENO - Autore anonimo

Installazione a Figueres (Spagna 2010)
Un professore, all'inizio della sua lezione di filosofia, senza dire niente prese un grande vaso vuoto e lo riempì di palline da golf. Quindi chiese agli allievi se il vaso fosse pieno. Tutti i ragazzi confermarono che era pieno.
Allora  il professore  prese una scatola di ciottoli e li versò  nel vaso. Poi agitò leggermente il vaso. I ciottoli rotolarono negli spazi liberi  fra le palline da golf. Chiese di nuovo agli allievi se il vaso fosse pieno. Loro di nuovo assentirono.
Il professore prese allora una scatola di sabbia e la versò nel vaso, riempiendolo fino all'orlo. Chiese ancora una volta  se il vaso fosse pieno. Gli allievi risposero con un unanime "sì".
Il professore allora tirò fuori  due bicchieri di vino da sotto il tavolo e versò l'intero contenuto nel vaso. A quel punto gli allievi scoppiarono a ridere.
Quando le risate furono terminate, il professore disse: "Ora, io vorrei che  consideraste questo vaso come la vostra vita. Le palline da golf sono le cose importanti come la vostra famiglia, i vostri bambini, la vostra salute, i vostri amici e i vostri hobby, cose che se tutto andasse  perso e soltanto loro rimanessero, le vostre vite  comunque sarebbero ancora piene. I ciottoli sono le altre cose che importano come il vostro lavoro, la vostra casa. La sabbia è tutto il resto, le piccole cose di tutti i giorni. Se mettete la sabbia nel vaso per prima, non ci rimane spazio per i ciottoli o le palline da golf. Lo stesso vale per la vita. Se spendete tutto il vostro tempo ed energia sulle stupidaggini, non avrete mai spazio  per le cose che sono veramente importanti. Prestate attenzione alle cose che sono critiche per la vostra felicità. Giocate con i vostri bambini; trovate il tempo per  i controlli medici; fate una passeggiata; portate il vostro partner a cena fuori. Ci sarà sempre tempo di pulire la casa e riparare gli apparecchi rotti. Prendetevi cura delle palline da golf in primo luogo, le cose che realmente importano. Stabilite le vostre priorità. Il resto è solo sabbia!” 
Uno degli allievi sollevò  la  mano per domandare che cosa rappresentasse il vino. Il professore  sorrise: "Sono contento che tu me lo abbia chiesto. Serve a dimostrare  che per quanto possa sembrare piena la tua vita, c'è sempre spazio per un bicchiere di vino con un amico...”
Autore anonimo

venerdì 10 febbraio 2012

LEONIA - Italo Calvino

MACBA, Barcellona (2009)

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé,  il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà  la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà  la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
Italo Calvino, Le città invisibili, p. 119-121

sabato 29 ottobre 2011

L'OSPEDALE DI DON MILANI - Scuola di Barbiana


Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passare per pazzi.
Meglio passare per pazzi che essere strumento di razzismo.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 20

giovedì 27 ottobre 2011

TRA SUMMERHILL E BARBIANA - Francesco Callegari


Le parole di Anthony De Mello hanno veramente il potere di scompaginare i nostri modelli, mandando all’aria abitudini e certezze. Accoglierne la sfida non è facile, anche se la voglia di provarci è tanta.
Abbiamo probabilmente provato la stessa impressione leggendo di Alexander Neill e della sua scuola di Summerhill.
Forse è questo il segreto delle persone di valore: agire con una consapevolezza tale da rendere uniche e preziose le piccole cose d’ogni giorno. Un po’ come la magia suggerita da Thomas Gordon quando parla dell’insegnante-alchimista, che è in grado di cogliere il meglio da ciascun allievo. Lo vedremo insieme nei prossimi giorni.
Ripensando alla scuola di Summerhill, non possiamo non scorgere diverse analogie con quella di Barbiana:
“Barbiana, quando arrivai, non mi sembrò una scuola. Né cattedra, né lavagna, né banchi. Solo grandi tavoli intorno a cui si faceva scuola e si mangiava. D’ogni libro c’era una copia sola. I ragazzi gli si stringevano sopra. Si faceva fatica ad accorgersi che uno era più grande e insegnava. Il più vecchio di quei maestri aveva sedici anni. Il più piccolo dodici e mi riempiva di ammirazione. Decisi fin dal primo giorno che avrei insegnato anch’io”. Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 12.
A suo modo, la scuola di Barbiana, come quella di Summerhill, rende felici i ragazzi. Perché la conoscenza ruota intorno a loro, anziché il contrario:
“La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente il programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gianni non sapeva mettere l’acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Voi con i greci e i romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi, sull’ultima guerra si teneva quattr’ore senza respirare”. Ibidem, p. 17.


Tutto questo mi suggerisce un'immagine. Mi vengono in mente gli splendidi mosaici di Gaudì in Parc Guell a Barcellona: una distesa variopinta di cocci irregolari, frammenti di piastrelle colorate e pezzi di vetro frantumato. Ma, grazie alla mano dell'artista, quale spettacolo alla fine!
Francesco Callegari

giovedì 9 dicembre 2010

ROVESCIARE DON MILANI - Marcello Veneziani

Anche se parla con parole che toccano il cuore e stimolano la mente, non tutti la pensano come Domenico Starnone. E allora credo sia giusto dare voce anche a coloro che propongono idee dissonanti, elaborano pensieri sferzanti, seguono strade desuete rispetto alla nostra sensibilità. Persone con le quali possiamo anche non essere d’accordo, ma che rispettiamo sino in fondo perché siamo convinti che le loro posizioni siano dettate dalla più assoluta buona fede e perché solamente una riflessione senza pregiudizi ci può condurre un poco alla volta a trovare il “nostro” pensiero, la “nostra” idea su un determinato argomento.
Marcello Veneziani, giornalista, propone una lettura diversa rispetto a quella di Domenico Starnone, individuando nella pedagogia di don Lorenzo Milani le cause remote del marasma e del disorientamento in cui oggi la scuola vive. Il brano che segue è tratto dal libro: Rovesciare il ’68, scritto da Marcello Veneziani un paio d’anni fa.

Morì un anno prima che scoppiasse il 68, ma ne fu un appassionato precursore. Don Lorenzo Milani fu il mistico affondatore della scuola italiana. Il parroco della Barbiana con la sua celebrata Lettera a una professoressa, voleva cambiare radicalmente e generosamente la scuola, ma contribuì a distruggerla. Don Milani merita il rispetto che si deve agli idealisti in buona fede; ma insieme merita la diffidenza che si deve al devastante idealismo. Pie intenzioni e disastrosi effetti.
Tutti idealisti, in buona fede, convinti di liberare l'umanità e migliorarla. Tra questi spicca don Milani. Che per giunta era prete, applicava la carità, si dedicava ai ragazzi con tutto il cuore, agiva nella Firenze dei La Pira, padre Balducci e padre Turoldo, ed è morto pure giovane. Lasciando a noi posteri i danni bestiali della sua sublime utopia. Don Milani sognava una scuola non dei ricchi ma di tutti, con il professore uguale ai suoi alunni, dialogante, senza bocciature né autorità, perché "l'obbedienza non è una virtù". Don Milani delineò il modello della scuola assembleare e finse persino di aver scritto la sua lettera-libro insieme ai ragazzi, che in realtà assentivano soltanto. Nobili propositi, ma poi vennero gli esiti. La scuola che non premia i meriti e le capacità, che non seleziona e non è fondata sull'autorevolezza del docente, prepara sempre meno alla vita, non educa, non migliora; non produce alunni più liberi e uguali ma più bulli e prepotenti. È una scuola che non ha ridotto le distanze tra ricchi e poveri ma le ha ingigantite. Non a caso prima del 68 gran parte dei benestanti mandavano ancora i loro figli nelle scuole pubbliche; ora invece li mandano alle private. Compresi gli estimatori di don Milani: i loro figli vanno al college, non si confondono con plebaglia e gli immigrati.
"La selezione è un peccato contro Dio e contro gli uomini" scrisse don Milani; una bestialità che ha distrutto la scuola mentre i ragazzi si allontanavano da Dio e dagli altri uomini. La selezione non era classista ma al contrario faceva saltare le classi sociali perché faceva risaltare le capacità personali, il valore del singolo rispetto alla provenienza e all'appartenenza. Se togli i meriti restano il censo e quel che ti dà la famiglia. Al mio liceo il preside era figlio di contadini e da ragazzo faceva il contadino pure lui; e il professore di lettere era figlio di trovatelli. Con la loro tenacia e le loro capacità si erano fatti strada; il latino per loro non era una forma di oppressione di classe, come sostenevano i seguaci di Don Milani, ma una leva per emanciparsi, persino un mezzo di rivalsa rispetto ai ricchi, pigri e viziati, che non erano abituati ai sacrifici. La selezione dei più bravi aveva permesso il loro riscatto sociale.
La fine delle bocciature ha coinciso con la fine della meritocrazia; così si va avanti più di ieri per affiliazione, se si è figli o protetti dai potenti.
La brutta scuola d'oggi è figlia dei begli ideali di ieri.

Marcello Veneziani, Rovesciare il ’68, Mondadori, Milano 2008, p. 41-43.
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