Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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domenica 28 giugno 2020

CHIAMATEMI DIRETTORE




“I limiti esistono soltanto nell’anima
di chi è a corto di sogni”
Philippe Petit, Trattato di funambolismo

“T
utto quello mi è capitato di buono non mi è venuto da una vera intenzione, ma come da sé, senza meta prefissa, senza posa della prima pietra e altre solennità d’inaugurazione”. Questo, Erri De Luca confessa nel suo Alzaia, squarciando di verità un’esistenza che solo illusoriamente pensiamo in mano nostra.  E, sempre su Alzaia, continua: “Suo compito a volte è solamente non opporsi, non frenare, insomma farsi suonare senza la pretesa di essere sempre suonatore, compositore”.
Anni di vita e di lavoro che creano un disegno, ma noi siamo troppo bassi, ci siamo dentro, per poterlo vedere tutto intero, e riconoscerlo. Ne sa qualcosa l’uomo descritto da Karen Blixen che, dopo una nottata di corse tribolate in giardino, scopre, il mattino dopo, che le sue orme avevano disegnato sul terreno una cicogna: “Quando il disegno della mia vita sarà compiuto, vedrò, o altri vedranno, una cicogna?”
Così, le lettere che in questi anni ho scritto per voi. A partire da Magiche alchimie del Primo settembre 2007, in tutte e in ciascuna ho lasciato che spirasse il vento della profezia: parola che sbaraglia, soffio di messaggio che ogni volta scompigliava me per primo. Di rado mi sono preoccupato che l’esito fosse poesia o aspra prosa. Di rado ho cercato parole che fossero condivisibili da tutti, anzi. Rileggendole, odo musica che invita a ballare, avverto ali che spingono a volare, odoro profumi che fanno sognare. Ma più di tutto, sento la mano che scuote decisa l’albero, affinché ciascuno possa godere del proprio frutto maturo.
Anche questa, ultima mia lettera come vostro dirigente, non cercherà facile consenso, ma avrà la durezza della terra da arare, sasso gettato nello stagno, uccello che vola controvento, sbattuto e inerme.
Nelle mie intenzioni, questo avrebbe dovuto essere il lascito ideale, il testamento pedagogico, qualcosa con cui farmi ricordare. Carrellata sui tanti anni di scuola, e di vita. Flash di eventi e ripasso di memoria. Pensieri scolpiti. E ringraziamenti per tutti voi che avete reso possibile una scuola con il cuore che batte.


Così si fa alla fine della carriera, questo ci si aspetta dal dirigente che va in pensione: parlarvi del progetto di scuola che fin dall’inizio ha infiammato il mio cuore e che giorno dopo giorno ho condiviso con voi. Ripercorrere i nostri sogni pedagogici, le avventure didattiche, le sperimentazioni organizzative, i nostri corsi di formazione, unici e irripetibili. Individuare ancora una volta assieme a voi la stella polare che indica il nostro oriente, il senso di tutto il nostro lavoro: i ragazzi e il loro seme cui offrire rispetto e nutrimento. La carne sempre prima delle carte. 
Niente di tutto questo. Perché sono mano prestata, idee che mi raggiungono e che ritrasmetto come onde nell’aria, vibrazioni che assumono la forma di chi le riceve, e le accoglie. Melodia su cui ciascuno intona il canto che sa, o che può. 

“La visione della stella polare non dice mai al pescatore in quale direzione debba muovere,
ma egli non avanzerà nella notte se non è in grado di riconoscerla”.
Simone Weil, Scritti londinesi
Per quanto mi riguarda, credo di avere compreso il disegno che tutti questi anni di corse tribolate, questo mio andirivieni di parole e di azioni, alla fine, hanno prodotto: incisa sulla terra del mio giardino riconosco l’immagine di un uomo per una scuola d’altri tempi e d’altri modi.
Chiamatemi direttore. Non prèside, direttore. Come di colui che dà una direzione, vento che soffia sulle vele e le gonfia, acqua che sostiene la nave e la fa navigare. Dito che indica la luna.
Vent’anni fa, per norma di legge, i direttori didattici e i prèsidi sono diventati dirigenti scolastici. Anche i direttori, da allora, hanno preferito farsi chiamare prèside, convinti così di salire di grado. Sbagliavano.
Parrebbe una questione puramente nominale, ma anche il modo in cui ci si riferisce a una persona contribuisce a definirne il ruolo, e la funzione ne assume i colori e le sfumature: mentre prèside è “colui che siede davanti”, il direttore “traccia, alza, costruisce”.
Tredici anni fa, non ne ero pienamente consapevole. E adesso è troppo tardi, per me, ma soprattutto per la scuola. Non servono i direttori. Altre sono le priorità e le urgenze che l’istituzione deve affrontare.
L’appellativo del dirigente è ormai solo questione di lana caprina.

“Se vuoi costruire una nave
non chiamare gente che porti il legno
che procuri gli attrezzi necessari
Non distribuire compiti
Non organizzare il lavoro
Prima sveglia negli uomini la nostalgia
del mare lontano e sconfinato
Appena si sarà svegliata in loro questa sete
gli uomini si metteranno subito al lavoro
per costruire la nave”.
Antoine De Saint-Exupery

In tredici anni, non ho mai scritto un ordine di servizio.
Ho sempre cercato di creare intorno a voi spazi di libertà, universi di fiducia. Intorno, ma più di tutto al di sopra. Ho liberato lo spazio da tutto ciò che poteva ostacolarvi in altezza, me compreso. Per consentirvi di crescere, di alzarvi in volo, senza paura, senza timore di andare a sbattere, di venire ripresi. Non ho mai dovuto infliggere una sanzione disciplinare.
E non mi sono mai arreso. In ogni Collegio, in ogni Consiglio, in ogni occasione, direttore come voce d’onda, costante sciabordio dell’acqua contro la chiglia della nave, megafono di domanda. A ricordare, a tenere alta e viva l’attenzione sul senso della navigazione. 
A ogni ondata, una domanda:
“Verso dove stai andando?”, “A cosa sei destinato?”, “Sei al tuo posto?”
E la domanda radicale per una scuola:
“Quale educazione?”
Cinque anni fa, nella lettera La domanda delle onde scrivevo:
Quando per esempio affermiamo che è l’allievo a essere posto al centro dell’azione educativa, intendiamo operare per accompagnarlo a scoprire e valorizzare la sua vocazione profonda oppure intendiamo fornirgli gli strumenti per integrarsi efficacemente nella società attuale? Non è la stessa cosa. Se riteniamo prioritaria l’integrazione all’interno di questa società in veloce cambiamento, daremo grande valore alle competenze. Ma se per centralità della persona intendiamo ciò che le onde ci hanno suggerito, allora ci assale lo sgomento, perché tutto lo sforzo che abbiamo fatto per abituarci a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze, si annulla nella nuova consapevolezza che la salvezza sta nella capacità del singolo di ritrovare quei perduti parametri esistenziali basati su valori che poco hanno a che vedere con tutto ciò che noi chiamiamo “progresso”.
Siate allora esempio di saggezza, perché se la competenza è il modo in cui usate la conoscenza, la saggezza ne è il perché, e soprattutto il quando.
“Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino,
bisogna soprattutto conoscere Giovannino”.
Jean-Jacques Rousseau, Emilio
La scuola ha bisogno di sogni, di respiri ampi, di visione. Ha bisogno di altezze, di andare aldilà, di vedere oltre. Soprattutto, oltre noi stessi. Perché la tentazione del rispecchiamento, anche se inconscia, è sempre dietro l’angolo: più mi assomiglia e più l’allievo è bravo, meglio ripete le mie parole e più ha capito, più si comporta come dico io e più è educato. Il grande fraintendimento sta nell’essere convinti di dovergli spiegare come deve essere, anziché cercare di capire come veramente è. Giovannino è venuto in questo mondo per uno scopo preciso: è una cosa così stupida e inutile prenderlo per mano e aiutarlo a capire quale sia questo scopo? Il Giovannino che è dentro ciascuno di noi è stato aiutato dai suoi insegnanti a scoprire il senso del suo camminare sulle strade di questo mondo? Oppure si sono preoccupati di qualcos’altro?
Sta a noi deciderlo. Certo, ci vuole coraggio. Il coraggio del prof. Keating che strappa le pagine dall’antologia e sale sulla cattedra per ricordare prima di tutto a se stesso che bisogna sempre guardare le cose da angolazioni diverse: “E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”. E il mondo appare effettivamente diverso.  Anche se è lo stesso. Perché tutto è Uno.
“Non insegnate ai bambini,
ma coltivate voi stessi, il cuore e la mente,
stategli sempre vicini,
date fiducia all’amore, il resto è niente”.
Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini
E il maestro diventa Maestro, che nella bottega artigiana si pone a esempio di fattura, modello di capolavoro. Ciascuno con la propria fatica, il proprio sudore, la propria vocazione. Nel rispetto. Nella fiducia. A un seme, per crescere, bastano acqua e buon terreno. Ed è abbastanza.
Termino questa lettera, facendo mie le parole che una persona speciale, la nostra DSGA Luisa, ci ha scritto la notte tra il 31 agosto e il Primo settembre 2018, al momento di andare in pensione:
“Se nulla succede per caso, voi siete stati il mio caso, e se domani non sono con voi, voi siete sempre con me. Vi voglio bene”.

30 giugno 2020                                              Francesco Callegari

 “E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre alla follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio -
è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

domenica 26 marzo 2017

LA PAROLA HA UN PESO – Gabriella Caramore


La parola ha un peso. La parola può uccidere o salvare, può incatenare o liberare. Perciò occorre avere pazienza nei confronti delle parole. Prendersene cura, conoscerle, usarle con cautela, con generosità ma senza eccedere, con parsimonia ma senza avarizia. Le parole vanno create. Ma anche custodite. Offerte. Ma non sprecate. Sono il tessuto stesso della persona umana. E, in quanto tali, delle relazioni tra essere umani.
Perciò, in definitiva, un difetto nel linguaggio è un difetto d’amore.

Gabriella Caramore, Pazienza, Il Mulino, Bologna 2014, p. 56-57.

sabato 7 maggio 2016

TENGO PULITO QUESTO PIAZZALE – Luciano Mazzocchi


Un uomo sessantenne è solito sostare e chiedere l'elemosina all'ingresso della chiesa di San Babila a Milano. Venerdì pomeriggio della settimana scorsa ho assistito al rito che l'uomo sessantenne compie appena arriva in sede. Depone un grosso zaino al lato dell'ingresso, lo apre e ne trae una scopa dal manico corto. Quindi si mette a spazzare il piazzale davanti la chiesa, liberando i canaletti del selciato dai mozziconi buttati dai passanti vestiti in giacca e cravatta. Li raccoglie in una lattina e quindi li riversa nel cassonetto. Poi stende una tappetino su cui siede e da cui tende la mano a chi entra per la preghiera.
Ieri (martedì) gli ho detto grazie per il quotidiano servizio ecologico che compie. "Sono sardo e lavoravo in un'autofficina a Cagliari. La ditta un bel giorno chiuse i cancelli e sono rimasto disoccupato. Ho lasciato la Sardegna e sono venuto a Milano per cercare lavoro. Se puoi, aiutami a trovare anche un piccolo lavoro. Nel frattempo tengo pulito questo piazzale: è il lavoro che posso fare. Qualche passante si ferma e mi dà un euro... ".

Luciano Mazzocchi

giovedì 17 dicembre 2015

IL DONO DELLE FATE MADRINE - James Hillman (1926-2011)


Quando guardiamo una faccia di fronte a noi, o una scena fuori dalla finestra o un quadro alla parete, noi vediamo un tutto, una Gestalt. Tutte le parti si presentano simultaneamente. Non c’è un pezzo che ne causa un altro o che lo precede nel tempo. Non ha importanza se il pittore ha inserito le macchie rosse per ultime o per prime, le striature grigie dopo un ripensamento o come struttura iniziale, o se magari esse sono segni residui di un’immagine precedente rimasti sulla tela: ciò che vediamo è esattamente ciò che c’è da vedere, tutto in una volta. È così anche per la faccia che ci sta di fronte: carnagione e lineamenti formano un’unica espressione, un’immagine sola, data tutta insieme.
Lo stesso vale per l’immagine dentro la ghianda. Noi nasciamo con un carattere; che è dato; che è un dono, come nella fiaba, delle fate madrine al momento della nascita.
James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997, p. 22.


domenica 18 ottobre 2015

FARSI MONDO PER AMORE - Rainer Maria Rilke


Amare, in un primo momento, non è ciò che si dice aprirsi, donarsi, farsi uno con un’altra persona (perché, cosa potrebbe mai essere la fusione di ciò che non è né chiaro né compiuto, che ancora non ha una propria coerenza?), ma è la possibilità più alta che sia offerta all’individuo per maturare, per divenire qualcosa in se stesso, per farsi mondo, farsi mondo in se stesso per amore di qualcun altro – un’aspirazione grande, priva di qualsiasi ritegno, una realtà che lo sceglie e lo chiama a ciò che è vasto.
Solo in questo senso, come un incarico assunto per lavorare su di sé (“tendere l’orecchio e picchiare notte e giorno con il martello”), i giovani dovrebbero servirsi dell’amore che viene loro offerto.
L’abbandonarsi, il donarsi interamente, e tutti i modi in cui si può realizzare l’unione, non sono per loro (a lungo, ancora a lungo essi devono risparmiarsi, e far tesoro di sé): si tratta della realtà finale, ciò per cui, forse, una vita umana potrebbe anche non bastare.
continua…
Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane, Qiqajon, Magnano 2015.


venerdì 9 ottobre 2015

IL DONO DELLA TERAPIA – Irvin D. Yalom


«I consigli di questo libro - scrive Irvin Yalom nell’introduzione al volume - sono tratti da annotazioni relative a quarantacinque anni di pratica clinica. Esso rappresenta un mèlange particolare di idee e tecniche che ho trovato utili nel mio lavoro. Queste idee sono così personali, presuntuose e qualche volta originali che difficilmente il lettore potrà trovarle altrove».
La terapia e il rapporto analista-paziente sono, come indica il titolo, l’argomento proprio di questo libro, ma in una maniera appunto così originale che l’esperienza terapeutica vi appare come una sorta di avventura, e analisti e pazienti vi sono raffigurati come singolari «compagni di viaggio» anziché come distaccati guaritori e infelici che soffrono.
Il dono della terapia è un viaggio unico ed emozionante al termine del quale la terapia apparirà come un itinerario complesso, un cammino arduo e non privo di trappole, tuttavia sempre ricco di soste appaganti e affascinanti scoperte. Un’intima collaborazione che, citando le parole di Reiner Maria Rilke, poeta caro a Yalom, è in grado di dare a tutti noi gli strumenti per affrontare «ciò che c'è di irrisolto nei nostri cuori».
Irvin D. Yalom, Il dono della terapia, Neri Pozza, Vicenza 2014.


giovedì 18 giugno 2015

AL VIANDANTE – Antoine de Saint Exupery


Per quale ragione lo ritieni indegno del tuo sorriso? Che cosa credi di dargli se non gli dai l’essenziale, l’ospitalità, quella stessa ospitalità che rende così nobili i tuoi rapporti, perfino col tuo più mortale nemico? Quale riconoscenza prevedi di avere da lui attraverso il fardello dei tuoi doni? Egli non potrà che odiarti: se ne va da casa tua carico di debiti. 

Perciò ho deciso di accoglierti in casa mia e nel mio regno, o viandante caduto dal cielo. Non ti chiederò nulla se non di camminare con noi e di bere il nostro latte in pace. 


Antoine de Saint Exupery, Cittadella, Borla, Roma 1978

venerdì 8 maggio 2015

NESSUNO PUO’ RESTITUIRE IL TEMPO - Seneca


Nulla ci appartiene, Lucilio, soltanto il tempo è nostro; la natura ci ha dato il possesso di quest’unico bene che fugge e scivola via, dal quale, però, esclude chi vuole esserne escluso. 
E gli uomini sono così stolti che, se ottengono cose insignificanti e di nessun valore e sicuramente recuperabili, accettano che vengano loro messe in conto, e invece nessuno per aver ricevuto il tempo ritiene di dover nulla, mentre questo è proprio l’unica cosa che nemmeno una persona riconoscente può restituire.

Seneca, Lettere a Lucilio in Seneca, Tutte le opere, a cura di G. Reale, Bompiani 2000.

lunedì 4 maggio 2015

IL DONO PIU’ GRANDE DEL MAESTRO – Massimo Recalcati


Il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro.
Se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende. Solo saper tacere l’amore può svuotare il luogo dell’Altro di ogni attesa e permettere al soggetto di incamminarsi per la propria via.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.


martedì 6 gennaio 2015

DONI



Che il fato, nel cui seno tutto è già avvenuto,
ci sorprenda con i suoi saggi doni.

Buon anno, amiche e amici miei.

Francesco


Acquerello di Cristiano Bertoncello

sabato 29 novembre 2014

MAPPE – Mariapia Veladiano


A volte sembra sicuro fin dal nascere quale sarà il nostro andare, per viottoli stretti stretti, già da soli disegnati perché il bisogno o la malattia o il nostro nome o anche la geografia, ci hanno costretti. La nostra sorte sembra un fatto di zanzare, pozzi da scavare e qualche volta, o forse spesso, pazzi al potere. Ci sono anche strade immense, fin troppo piane e proprio per noi, ci assicurano, da altri accomodate. E anche loro non son facili da lasciare.
Capita che non ci venga in mente che si possa fare.
E allora il nostro esistere in esemplare ci dipinge deferenti a un disegno, chissà come assimilato. Figli di chi quaggiù per ventura siamo, solo questo sembra che possiamo. Poi se il cielo vuole, c'è anche un vivere di grazie, ricevute in mille forme, da chi un pozzo l'ha scavato con noi o forse senza di noi, e insieme pane e libertà sono stati conquistati. E viene il tempo in cui non sembra vero di essere stato prigioniero e non aver voluto credere che una nuova strada c'era. Anche se davvero non la si vedeva, perché così capitava, e sempre capita se vogliamo, che la strada si disegna mentre andiamo, sotto i passi che facciamo.
Un far parte della vita che amiamo. Che amiamo.
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, p. 118.

mercoledì 12 novembre 2014

MIA MOGLIE ILLESA DOPO UN ICTUS - Stefano Aurighi


“Non sto tanto bene.  Ci vedo male, un po’ offuscato ”.
Mi dici così, mentre mi baci e sposti indietro i capelli in un gesto che ti ho vista fare tante volte.  Sei bellissima Ilaria, lo penso tutte le volte che ti vedo, anche se siamo sposati da 17 anni e ci conosciamo dai tempi dell’università.
Sono le cinque e mezzo del pomeriggio e a Bologna è buio. D’altro canto è il 14 gennaio, siamo nel cuore dell’inverno, le giornate sono ancora cortissime.  L’aria è secca, ma non c’è il freddo che ti aspetteresti.
Mi avevi  telefonato da Modena un paio d’ore prima: “Ho il pomeriggio libero, quasi quasi prendo il treno, vengo a Bologna, guardo qualche vetrina e poi torniamo insieme a Modena quando finisci di lavorare. Ok?”.
“Ok”, ti avevo risposto. “Alle cinque devo intervistare uno. Finisco di fare l’intervista e poi ci vediamo in via San Carlo”.
Alle cinque e mezzo ci vediamo sotto il portico, proprio di fronte al fornaio. 
“Non sto tanto bene.  Ci vedo male, un po’ offuscato ”, mi dici appena mi vedi.
“Sarai un po’ stanca, sarà un calo di pressione”.  Boh, che ne so. 
“Ma si, si. E poi ho mangiato poco a pranzo”, dici tra te e te, a bassa voce. E cammini di fianco a me, guardando per terra. 
“Vuoi che facciamo qualche ripresa”?, ti chiedo. “Ho la telecamera nello zainetto, se vuoi ci mettiamo pochi minuti”.
Lavoro da un anno a un documentario su via San Carlo. Questa cosa del documentario più di una volta ti ha fatta incazzare: “Già sei poco a casa, in più ti fermi anche a fare ‘sta roba”, mi hai detto un paio di volte.  
So che non c’entra via San Carlo, è solo che sono poco a casa. Pochissimo. E questa cosa ti pesa, devi pensare a tutto tu. Alla casa. Alle ragazze, Francesca, Giulia, le nostre meravigliose bimbe,  anche se sono già grandi, nell’imbuto dell’adolescenza. Ma un giorno mi hai spiazzato:
“Mi piacerebbe esserci”. 
“Dove”?
“Nel documentario. Mi riprendi mentre cammino sotto i portici”, mi hai detto qualche settimana fa.
E adesso ci siamo, in via San Carlo. Me lo chiedi di nuovo: “Mi riprendi mentre cammino?”.
“Si, tu fai finta che io non ci sia. Cammina senza guardare l’obiettivo della telecamera, ignorala. Guarda avanti, come se io non ci fossi e mi passi di fianco, ok?”.
Fai qualche passo e ti allontani, poi ti giri. Sei sotto le volte del portico, male illuminato.
“Ok, adesso cammina verso di me”, ti dico.
Fai qualche passo, mi passi di fianco e poi ti fermi.
“Facciamo un’altra ripresa per sicurezza”, ti dico.
Prima di spegnere la telecamera guardiamo come sono venute le immagini: “Non mi si vede neanche in faccia”, dici. E in effetti è così, luce alle spalle, il tuo viso rimane nell’ombra.
“Vuoi che rifacciamo?", ti chiedo.
“No, dai, andiamo a casa. Ho questo fastidio che non passa, andiamo a casa, facciamo un’altra volta”.
Ci prendiamo per mano, ti racconto piccole cose insignificanti mentre ci avviamo verso la stazione, ma vedo che sei da qualche altra parte con la testa. “E se ho qualcosa di grave”?, dici improvvisamente.
“Ma dai, figurati”.
“C’è questa cosa strana, non ci vedo bene, ma in un modo che non so spiegarti. Vedo come delle macchie. E poi nel mezzo c’è qualcosa, vedo un po’ male nel mezzo. Vedo tutto un po’ sfocato. E ho mal di testa”.
“Ma si, dai, sarai stanca. Andiamo a casa e stasera ci prendiamo una pizza, puro polleggio, senza cucinare”.
“Va bene, riusciamo a prendere il treno delle 6 e 52?”.
“Se ci diamo una mossa prendiamo quello prima, quello delle 6 e 28”, ti dico.
Acceleriamo un po’ il passo, ma l’ansia non molla la presa, te lo leggo in faccia. ”Senti Ila , chiama Valeria e le racconti cosa ti sta succedendo, così almeno non rimani con questo pensiero”. Valeria è tua sorella, è un medico, lavora in un Pronto Soccorso. E’ brava, e naturalmente tu ti fidi doppiamente di lei, dato che è tua sorella.
La chiami mentre siamo quasi in vista della stazione, ascolto quel che le dici mentre camminiamo, ti sento ridere, sei più tranquilla.
“Mi ha detto di andare al pronto soccorso se questa cosa non smette entro mezz’ora”.
“Beh, fermiamoci qui a Bologna”, propongo.
“Ma no, andiamo a Modena, mi passerà”.
“Sei sicura? Non vuoi che ci fermiamo almeno in farmacia per chiedere qualcosa?”.
“No, dai, andiamo, sono stanca”.
Sul piazzale della stazione di Bologna incontriamo anche Patrizia, una collega di lavoro. Un saluto veloce, due chiacchiere al volo, poi noi ci dirigiamo al piazzale Ovest. 
E lì mi dici: “E se ho un ictus”?
“Un ictus? Beh, prima devi firmare i documenti per l’eredità, così finalmente posso comperarmi la villa con la piscina. Poi fatti pure venire l’ictus”. 
Ci facciamo due risate,  in 17 anni di matrimonio il mio umorismo nero ha fatto breccia, in qualche caso è stato l’unico sistema per sciogliere i nodi delle tensioni. Ma poi torni seria: “Se prima o poi dovesse succedermi  qualcosa, stacca tutti i fili, io non voglio rimanere un vegetale”.
“Vai tranquilla Ila, passo io e stacco tutto”.
Saliamo sul treno, io sfoglio il giornale e tu mandi un messaggio alle tue amiche per dire che quella sera non andrai in palestra. Poi infili gli occhiali da vista e il tuo viso si illumina: “Con gli occhiali ci vedo molto meglio, è tutto più nitido”. 
“Ma si, vedrai, è solo questione di stanchezza. E poi stai invecchiando, stai diventando una talpa, come me, che senza occhiali non vado da nessuna parte”. 
La Repubblica, il martedì, ha un inserto dedicato alla salute che io di solito cestino senza neanche leggerne una riga, perché è pieno di tutte le possibili sfighe che ti possono capitare e io, da buon ipocondriaco, preferisco altre letture. Lo butto sempre  via.  Quel giorno, però,  non lo faccio, me ne dimentico, perciò mi imbatto senza volerlo nella pagina di apertura del fascicolo, dove si parla della possibilità di ridare la vista – con un occhio elettronico – a chi l’ha persa o a chi non l’ha mai avuta.
Giro il giornale verso di te: “Anche se ci vedi male sei a posto, visto? Mal che vada ti mettiamo un occhio bionico”. Ridi, mi mandi a cagare.
Mentre il treno supera Castelfranco rispondi al telefono, è Giulia che ti saluta. Chiudi la telefonata, poi suona il mio cellulare: è sempre Giulia: “Ciao papi, tutto bene”? 
“Si, certo, tu tutto bene? Ma non hai appena chiamato la mamma?”
“Si, come fai a saperlo”?
“Sono qui con lei sul treno, tra poco arriviamo a casa”.
“Papi, io però vado in palestra,  mi vieni a prendere alle otto e mezzo”?
“Si, stasera mangiamo la pizza”.
“Wow!”
“Ci vediamo dopo, ciao”.
Chiudo la telefonata mentre il treno entra nella stazione di Modena e il mio cellulare squilla di nuovo. Questa volta è Andrea, mio fratello. 
Scendiamo dal treno, tu mi precedi sul marciapiedi mentre io chiacchiero al telefono. Ti vedo un po’ indecisa prima di imboccare il sottopassaggio, come se non sapessi da che parte andare. 
E’ un segnale, ma non lo colgo.
Ti indico con un dito  le scale mentre continuo a parlare al cellulare. 
Scendiamo nel sottopassaggio, poi risaliamo e usciamo sul piazzale. 
Siamo a Modena, sono quasi le sette di sera. Non lo sappiamo, ma stanno per iniziare i momenti più terrificanti della nostra vita.
Mentre camminiamo sotto al portico che conduce alla rotatoria di piazzale Natale Bruni, ti volti qualche volta indietro. Cammini qualche passo avanti a me. C’è più freddo rispetto a Bologna e tu, per ripararti, ti stringi in te stessa,  con le mani che in un abbraccio vanno a coprire le spalle. E, più di una volta, ti giri indietro.  Io non ci faccio caso, ma quel semplice movimento, quel guardare indietro è invece un segno inequivocabile di quello che sta per accadere. Lo avremmo capito solo nei giorni successivi, rimettendo in ordine i ricordi di quei momenti.
Attraversiamo le strisce pedonali ai piedi del cavalcavia. Dobbiamo andare verso sinistra, ma tu tiri dritto, sei una decina di metri più avanti di me. Io, che sono ancora al telefono, ti chiamo: “Ila”. Tu non ti giri. Ti chiamo con più insistenza. “Ilaa, Ilaaa”. Niente, non ti giri. 
Dico a mio fratello al telefono: “Aspetta un attimo”, poi dico più forte. “Ilaaaaa”. E dai,penso, muoviti, ma dove stai andando?
Ti giri solo per un attimo verso di me e poi ti volti, dandomi nuovamente le spalle.  
Io rimango pietrificato.  
Non sono sicuro di avere visto bene.  
In un secondo ti raggiungo, ti giro verso di me e il mondo finisce in quel momento.
Il tuo viso è deformato, l’occhio sinistro e la bocca hanno una piega completamente innaturale, che ti cambia il volto. 
Tutto si fa buio intorno a me,  tutto ciò che ci circonda in quel momento scompare e rimani tu che mi fissi smarrita mentre riesco solo a dire “oh, cazzo, cazzo!”. Mio fratello, è ancora lì ad aspettare che riprenda la telefonata: “Andrea, ti mollo”, urlo. E immediatamente chiamo il 118, mentre tu mi guardi senza capire.
“Presto, venite, mia moglie ha un ictus in atto. Siamo in piazzale Natale Bruni”. Dico proprio così: un ictus in atto, come se avessi appena sfogliato un dizionario medico alla voce “ictus”. Tu mi guardi e mi dici: “Ma che cavolo stai dicendo”?? Anzi, provi a dirlo, perché non riesci a parlare. E te ne rendi conto solo in quel momento. Non ti eri resa conto di cosa stava succedendo neanche quando tutto stava succedendo.  
Sul tuo viso alterato non si muove niente, l’ictus ti ha paralizzata in un’espressione fissa che mette una distanza abissale tra noi due, tra te e il mondo.  Provi a parlare, ma ti esce solo un suono indefinito, monocorde, mmmmmmmmmmm, mmmmmmm.  
“Venite, presto”, continuo al telefono. La sensazione della catastrofe mi avvolge, ma da qualche parte ci dev’essere una riserva di lucidità che mi spinge a mantenere la calma, a parlarti tranquillamente. Ti prendo sottobraccio mentre tu continui a guardarmi con quell’espressione bloccata e provi a parlare, senza riuscirci. Spiego al 118 dove siamo, in quale punto del marciapiedi che circonda la grande rotatoria. Mi incasino, ovviamente, perché dico che siamo dal lato della stazione, anche se siamo dalla parte della chiesa. 
Decido di avvicinarmi al semaforo pedonale mentre ti tengo stretta. Camminiamo piano e io ti ripeto con calma quello che sta succedendo, cercando di minimizzare le cose:  “Hai l’occhio un po’ chiuso”, mento, “ma per fortuna siamo arrivati in tempo, non ti preoccupare”. Sparo cazzate a raffica, non ho la minima idea di quel che sta succedendo, vedo solo che il tuo viso è deformato, la tua voce non c’è più. E tu cominci a non reggerti in piedi, la parte sinistra del tuo corpo comincia a non rispondere. “Tranquilla Ila, tutto ok, tutto ok, per fortuna siamo arrivati in tempo”, continuo a dire.  Ma parlo da solo. Ti tengo stretta, ma non reagisci, mi guardi con quell’espressione che non dice niente. Io comincio a credere che tu non ci sia più, che tu non abbia coscienza di quello che sta succedendo, che tu  ti stia allontanando con la mente verso chissà quale lido da cui potresti non tornare mai. 
Suona il cellulare, è il 118 che mi ricontatta per chiedermi dettagli. Mi chiedono se sei cosciente. "Si. È cosciente", rispondo. Mi chiedono se cammini. "Si, cammina, ma fa sempre più fatica, la sto sorreggendo". Mi dicono di tenerti tranquilla, o almeno credo di capire questo. 
Arriviamo in pochi passi al semaforo pedonale, io non riesco più a tenerti, il tuo corpo non risponde e ti devo tenere quasi in braccio. Al semaforo ci sono altre persone, che non colgono quello che sta succedendo, vedono solo una coppia malamente abbracciata, con lei quasi appesa a lui. Non so dove trovi la lucidità, ma improvvisamente metti la mano destra nella tasca della giacca,  estrai le chiavi della macchina e me le dai provando a dire qualcosa, provando a stare in piedi. Ma ormai non stai più in piedi, ti sorreggo e chiedo a un uomo lì di fianco di aiutarmi: “Mi può aiutare? Mia moglie sta male”, dico. E ti stendo sull’asfalto, con il viso rivolto al cielo, la schiena sulle strisce pedonali. 
Qualche persona comincia a farsi intorno a noi, io mi chino su di te, continuo a parlarti anche se non capisco se riesci a sentirmi, se capisci. Ma il fatto che tu mi abbia dato le chiavi della macchina mi fa pensare che tu sia lucidissima, anche se totalmente inerme. 
Il traffico scorre veloce a mezzo metro da noi, qualcuno si mette in mezzo alla strada a deviare leggermente le auto per evitare che possano travolgerci. E io ti tengo la mano continuando a dirti che per fortuna abbiamo preso questa cosa in tempo. Ma è solo per darti coraggio, perché io comincio ad avere la sensazione di averti persa. Tu guardi da qualche parte, indefinita. Io ti guardo ma non so cosa fare. Siamo due mondi completamente separati, non c’è possibilità di comunicazione.
Comincio a pensare a cose pratiche, alle ragazze che ci aspettano a casa, a cosa dirò, al fatto che stanotte la passerò certamente all’ospedale con te e con le ragazze, a cosa ci aspetta da qui alle prossime ore. A come finirà.
Si sentono le sirene dell’ambulanza in lontananza, ti faccio coraggio: “Ecco, sono già qui”. Mi alzo in piedi, guardo in direzione delle sirene, ma non vedo niente. Quasi contemporaneamente mi cercano di nuovo al cellulare. E' il 118, mi dicono che non riescono a trovarmi e allora spiego dove sono, dico che siamo di fronte al Tempio, che siamo proprio in corrispondenza del semaforo pedonale prima del cavalcavia. L’ambulanza fa un giro a vuoto nella rotatoria, passa a pochi metri da noi e esce dalla parte opposta. Cazzo no, non da quella parte, non da quella parte!! 
Urlo per la prima volta, urlo alle persone che sono lì intorno di fermare l’ambulanza, di fare qualcosa. E in tre corrono al centro della rotatoria, fermano il traffico, si sbracciano per farsi notare dall’ambulanza che intanto si è riavvicinata. E’ questione di pochi secondi. L’ambulanza nota il trambusto nella nostra zona, si ferma immediatamente proprio di fronte al Tempio e subito scendono due addetti che corrono veloci verso di noi.
Si  chinano su di te, ti chiamano. “Ci sente? Ci sente?”, ti chiedono. Tu non rispondi, sei immobile anche se hai gli occhi aperti. “Faccia un cenno con la testa”, ti dicono. E tu rispondi con un cenno. Si, li senti. “Come si chiama”?
Se ci fosse una parte comica, questo sarebbe il momento. Uno dei due medici, chino su di te, si gira verso di me e mi chiede: “E’ sua figlia”?
Beh, vabbè che la mia stempiatura ha raggiunto un livello record e che i pochi capelli che mi sono rimasti virano al grigio senza pietà, ma che dimostrassimo trent’anni di differenza proprio non me l’aspettavo.  Ma i tuoi capelli biondi stesi come un foulard lì sull’asfalto e i tuoi occhi azzurri, ti danno evidentemente un’aria da ragazzina. “E’ mia moglie”, rispondo, e dentro di me un po’ rido e penso: “Questa domani la racconto a Paolo e Davide”. 
Ti prendono la mano destra e ti dicono di stringerla. La stringi.
Ti prendono la mano sinistra e ti dicono di stringerla. Tu pensi: “Dov’è la mia mano sinistra? Dov’è il mio braccio sinistro? Dov’è la mia parte sinistra”? Non c’è. Il tuo cervello l’ha cancellata. 
“Stringa la mano sinistra”, ti ripetono.
Niente. 
“Stringa la mano destra”. E tu la stringi. 
“Adesso la sinistra”. Niente, la sinistra non c’è. 
Nel frattempo è arrivata una seconda ambulanza, un’auto medica, credo.
Ti fanno ancora qualche prova, sono in tre su di te. Mi chiedono di mettermi un po’ in disparte.
“E’ un ictus”, dice uno dei medici.
“Ecco”, penso io. 
Ti caricano velocissimi  sulla barella e ti portano  verso l’ambulanza. Sento uno dei medici che dice di avvisare il Pronto Soccorso che stanno arrivando con un ictus. Io ti seguo a piedi per qualche metro, entro nell’ambulanza, ma il medico mi dice di scendere, che li dovrò seguire con la macchina, andranno all’ospedale di Baggiovara, il Sant’Agostino Estense, alle porte di Modena. 
Una donna, un medico, scende dall’ambulanza e mi chiede di rispondere a qualche domanda. Come ti chiami, dove e quando sei nata. Poi mi chiede quando hai iniziato ad avere i sintomi: “E’ fondamentale essere precisi nei tempi”, mi dice. Lo ripete: fondamentale. Io dico che ci siamo visti intorno alle cinque e mezzo e che tu mi avevi detto che da una mezz’oretta non stavi bene. Lei indossa i guanti monouso, azzurri. Scrive sulla superficie di quello che indossa sulla mano sinistra. “E’ allergica a qualche farmaco”? “No”, rispondo sicuro. Mi chiede se prendi farmaci, poi insiste di nuovo sull’eventuale allergia a qualche medicinale, bisogna essere sicuri. Io rispondo a tutto. Poi sale sull’ambulanza e chiude la portiera.
Dal momento in cui ho chiamato il 118 a quando se ne vanno a sirene spiegate, dopo aver fatto tutti i test lì sul posto, sono passati 15 minuti. Sono stati velocissimi. E adesso volano verso Baggiovara. Dentro, i medici, continuano a dire al conducente: “Passa con il rosso, vai, vai passa con il rosso!”. Durante il tragitto i medici ti tengono monitorata,  tra di loro continuano a dirsi che non riesci a parlare.
Tu, dentro di te, ripeti come un mantra: “Non sta succedendo a me. Non sta succedendo a me”.  
Io rimango con l’ultima immagine che ho di te:  stesa sull’asfalto, muta, semiparalizzata.
Chiamo subito Valeria, tua sorella: “Ilaria ha avuto un ictus”, le dico, anche se faccio un po’ fatica a parlare. 
“Dove la stanno portando?”, chiede lei?
“A Baggiovara”.
Valeria dice che ci raggiungerà al più presto, di tenerla aggiornata. La saluto e metto giù, ma quasi subito lei mi richiama: “Se ti chiedono l’autorizzazione a farle la trombolisi tu dagliela”, mi dice. Io non ho la minima idea di cosa sia la trombolisi, immagino che si tratti dell’intervento che le dovranno fare. Ok, dico, trombolisi.
Torno al semaforo, raccolgo il mio zainetto, la tua borsa e la giacca che ti hanno tolta per visitarti. Tutto ciò a cui riesco a pensare in quel momento è l’organizzazione: primo, chiamare Giulia che sta per iniziare l’allenamento di ginnastica artistica. Se non ha ancora iniziato passerò a prenderla, poi passeremo a casa a prendere Francesca e, insieme, andremo all’ospedale. E poi quel che sarà, sarà.
Chiamo Giulia, il telefono suona a vuoto. Mai una volta che rispondano, né lei né Francesca.  Dopo qualche istante mi arriva un messaggio su Whatsapp: “Papi, sono a ginnastica”, scrive Giulia.
Rispondo: “Ti viene a prendere la Ceci. Poi ti spiego”.  
Poi chiamo Francesca sul cellulare. Niente, non risponde neanche lei. Chiamo sul telefono di casa, finalmente risponde: 
“Ciao Franci”
“Ciao papi, scusa ma non sono riuscita a rispondere al cell, ero di là”
“Franci, senti, ti devo dire una cosa. La mamma non è  stata tanto bene”
“Oddio papi cosa succede!??!”
“No, no, niente, tranquilla. Non è stata tanto bene, aveva mal di testa, ma un mal di testa forte e allora abbiamo pensato che fosse meglio portarla all’ospedale per un controllo. Io sto andando lì, vuoi venire con me”?
“Ma ovvio, certo che vengo. Ma papi sei sicuro che va tutto bene?”
“Si, si, adesso arrivo. Senti, fatti trovare giù, portami il caricabatterie del mio cellulare”.
Salgo in macchina e chiamo Cecilia. Le devo chiedere di andare a prendere Giulia in palestra, io non saprei come fare.  Ma non risponde, allora chiamo Oreste, suo marito. “Ciao Stefano”, risponde lui. “Oreste, ciao. Senti, abbiamo un’emergenza. Purtroppo Ilaria ha avuto un ictus”. 
“Nooooo, non è possibile. Oh nooo”, dice Oreste. Sento la sua disperazione, siamo amici da tanti anni, lui è un informatore farmaceutico, sa esattamente di cosa stiamo parlando. Sa che stiamo camminando su un filo. “Oreste, io mi sto fiondando a casa a prendere la Francesca, potete andare voi a prendere la Giulia in palestra? Lei non sa ancora niente, non volevo dirglielo con un messaggio”.
“Andiamo noi, si”, dice Oreste. Sento la sua voce rotta, tutto intorno a noi precipita. Chiudo la telefonata mentre percorro in macchina la discesa del cavalcavia che fiancheggia lo stabilimento della Maserati.
Arrivo sotto casa, Francesca è già lì in strada che mi aspetta. Sale in macchina: “Come sta la mamma”?
“Franci, la mamma ha avuto un ictus”, le dico. Francesca ammutolisce. 
“La cosa buona – spiego – è che siamo stati velocissimi. Adesso andiamo lì, è in buone mani”. Ma lo dico solo per darle coraggio. Non ho nessuna idea di che cosa stia realmente succedendo.
“Ma cosa può succedere papi?”
“Non lo so Franci. La cosa buona è che siamo stati velocissimi”, ripeto. Ma invento. 
Francesca ha sedici anni, non posso comunque trattarla come se fosse una bambina: “Franci, dobbiamo prepararci al fatto che ci aspetta un periodo molto pesante. Comunque andrà, adesso stiamo tutti vicini alla mamma, ma vedrai che andrà tutto bene”.
“Si”, risponde Francesca con un groppo in gola che non la fa parlare. Piange nel buio della macchina mentre sulla tangenziale voliamo verso l’ospedale.
“Ascoltiamoci un po’ di musica”, dico accendendo la radio. 
Ripeto a Francesca che dobbiamo essere forti, stare vicini. Lei annuisce. 
Mi chiede se morirai. 
Entriamo al Pronto Soccorso e ci fanno accomodare nella sala d’attesa di un ambulatorio. A pochi metri da noi, dietro una porta, ci sei tu. Sei arrivata già da un po’. Quando ti hanno scaricata dall’ambulanza è stato come assistere al pit stop di un gran premio di formula 1. Incinque o sei ti si sono fatti intorno, ti hanno spogliata, ti hanno messo un camice e la procedura è partita. Bisogna capire cosa succede,dove si annida il grumo di sangue che chiude l'arteria e che sta provocando l’ictus, bisogna fare in fretta. Hai freddo, hai molto freddo. La tac risulta mossa perché hai i brividi, tremi. Ma si capisce comunque perfettamente cosa ti sta succedendo.
Noi aspettiamo fuori. Francesca si infila le cuffie, la musica le attutisce l’ansia.
Esce un medico, una donna. E’ uno dei medici che compone lo staff della Stroke Unit di Baggiovara, l’unità che si occupa del trattamento degli ictus. E’ un’unità di rilievo internazionale visti i risultati, ma io ancora non lo so. La dirige Andrea Zini, un medico giovane, bravo. Guida con sicurezza un team giovane e affiatato. Questo, alla fine farà la differenza. La dottoressa ci dice che a minuti uscirà Stefano Vallone, il neuroradiologo che si sta occupando di te. Ci darà tutte le informazioni. Ha già parlato con te, ma non puoi rispondere, perciò illustrerà a me quel che succede. Nel frattempo ti hanno fatta scrivere su un foglietto, che la dottoressa mi porge. La scrittura è incerta, ma è tutto chiaro. Come prima indicazione mi scrivi di chiamare Valeria. Già fatto, penso. Poi dici di occuparmi di Giulia, che è in palestra. Anche a Giulia abbiamo pensato. Poi ci sono altre scritte, tra cui avvisare i tuoi genitori.
Aspettiamo qualche istante, poi dalla stanza esce Vallone.
Ci spiega che hai una sofferenza cerebrale dovuta a un ictus. L’ictus è stato causato dalla dissezione della carotide e successiva formazione di un trombo che è andato a occludere il flusso del sangue in una zona del cervello. L’80% di quella zona sta soffrendo. Bisogna fare in fretta prima che i danni cerebrali diventino irreversibili.
Ci dice che a Baggiovara hanno una metodica che ha dato buoni esiti, ma i tempi sono fondamentali, perciò bisogna agire subito.
“La trombolisi”, dico io.
Lui, paziente, dice che ci sono due strade. La prima sarebbe quella di effettuare la trombolisi, cioè il trattamento farmacologico che scioglie il trombo e garantisce di nuovo l’irrorazione del cervello. 
Ma nel tuo caso c’è un problema che complica tutto:  l’arteria da cui è partito il trombo, la carotide, è lesionata. Ogni arteria è fatta di tre cerchi concentrici. Quello più interno si è staccato e si è spostato verso il centro, formando una piccola rientranza, una sacca che sporge verso la zona centrale della carotide. E’ proprio in quella sacca che il sangue si è coagulato e che  poi si è consolidato in un grumo che è partito verso il cervello. Quindi c’è un doppio problema: il trombo, su nel cervello; e l’arteria lesionata, più giù, all’altezza del collo.
Vallone non ci gira intorno e dice che non sa come si comporterà nei prossimi minuti la carotide. Il rischio potenziale è che l’arteria, dopo la dissezione che ha provocato la formazione del trombo, improvvisamente si chiuda del tutto, impedendo al sangue di salire al cervello. Se questo dovesse succedere, sarebbe un disastro.
Se scegliesse di iniziare a effettuare la trombolisi e la carotide si occludesse proprio durante il trattamento, spiega Vallone, a quel punto lui non potrebbe più fare niente e non ci sarebbero possibilità di tornare indietro.
Quindi, niente trombolisi.
L’ipotesi, allora, è di occuparsi innanzitutto della carotide, metterla in sicurezza, in sostanza aggiustarla, riparare la zona lesionata con uno stent, una gabbia che sostituisce la parte lesionata dell’arteria. Poi, una volta messa in sicurezza la carotide, risalire fino all’arteria cerebrale e rimuovere il grumo di sangue con uno stenttriever, uno strumento che permette di intrappolare il trombo e recuperarlo, liberando l'arteria. Questo intervento, che io trovo fantascientifico, si chiama trombectomia.
Ma i tempi – ripete Vallone – sono strettissimi. Scommettiamo sui tempi per avere buon esito, ma bisogna fare presto, dice.
Io dico “certo, va bene”. E un secondo dopo lui è già rientrato nell’ambulatorio, dove tu sei sveglia e lucida, ma non puoi parlare. 
“Vedrai che andrà tutto bene Franci, siamo in buone mani, hai sentito il dottore? Vedrai che adesso sistemano tutto. Dai dai dai che tutto si sistema”, dico alla Francesca stringendola. Lei si asciuga le lacrime. 
Una dottoressa si avvicina a noi e mi dice: “Vorrei spiegarvi di nuovo quello che sta succedendo, perché non sono sicura che abbiate capito cosa sta succedendo”.
Francesca si fa piccola dentro il cappotto, quasi ritraendosi, e affonda le mani dentro le tasche, aspettando le parole della dottoressa. 
“Sua moglie ha una seria sofferenza cerebrale, che comporta…” 
Io la fermo, le dico che può parlare liberamente e apertamente se ci sono delle cose da sapere. Dico che mia figlia è grande, quindi può dirci quello che ci dobbiamo aspettare. La dottoressa allora guarda Francesca, le chiede quanti anni ha.
“Sedici”, risponde Francesca.
“Sedici”, osserva la dottoressa. “Sei grande, si. Grande, ma ancora così giovane”. E poi ci spiega di nuovo quello che sta succedendo. Ma non aggiunge niente di nuovo, avevamo capito che eravamo in una situazione di rischio estremo. Francesca fa qualche domanda alla dottoressa, soprattutto quando parla di “rischi”, di “conseguenze”. Chiede quali rischi, quali conseguenze. Poi la dottoressa rientra nella stanza in cui stanno iniziando a intervenire sulla carotide. Entreranno con una sonda dall’arteria femorale e risaliranno per posizionare lo stent.
Nel frattempo nella sala d’aspetto del Pronto Soccorso è arrivato Oreste. Faccio qualche telefonata, chiamo Paolo, da cui sarei dovuto andare quella sera e gli racconto cosa sta succedendo. Lui dice che arriverà subito lì a Baggiovara. Gli dico che mi fa piacere. Rispondo ai messaggi che iniziano ad arrivare. Mio fratello Andrea, con cui stavo parlando proprio mentre l’ictus si manifestava, mi scrive chiedendo cosa stia succedendo. Ricevo una telefonata di Valeria, mi dice che sta arrivando a Baggiovara insieme a tuo papà e tua mamma, Augusto e Gabriella. 
Quando arrivano, racconto cosa sta succedendo. Non ci sono parole, c’è poco da dire. Tuo papà Augusto, poi, è laureato in medicina, ha piena consapevolezza di tutto. E tu sei sua figlia, la consapevolezza deve fare molto male in questi casi. Poi Valeria può seguirmi nella parte interna del pronto soccorso, in cui sono ammessi solo i parenti stretti. Riesce a parlare con un medico. Alla parola “dissezione” non trattiene lo stupore. Io non avevo capito che la dissezione della carotide fosse una cosa così complessa, non sono un medico e non capisco il grado di pericolosità. Ma intuisco che le cose sono evidentemente ancora più serie di quanto io immaginassi. Parliamo dell’assurdità di quello che sta succedendo proprio a te, che non hai nessun fattore di rischio. Hai solo 46 anni, vai in palestra, sei magra, non fumi, non bevi, hai addirittura la pressione bassa.
L’intervento, intanto, procede. Noi aspettiamo lì fuori dall’ambulatorio, ma facciamo anche avanti e indietro dalla sala d’aspetto del Pronto Soccorso, dove nel frattempo sono arrivati in tanti. Paolo, Davide, Oreste. E poi Piero, Enrico, Diana, Cecilia, Giacomo. E altri che alla notizia si precipitano. Il mio cellulare suona, amici che chiedono cosa stia succedendo, che si offrono di aiutarci nel modo che riteniamo più idoneo, che ci fanno sentire la loro vicinanza. 
Valeria spiega a tuo papà che si tratta di una dissezione. E tuo papà, in quel momento, sembra perdere le speranze. La dissezione di un’arteria difficilmente lascia scampo, pensa tra sé e sé, memore dei suoi studi.
Giulia non è ancora arrivata, ma la sua lezione di ginnastica è finita, tra poco sarà qui. E le spiegherò cosa sta succedendo. Dovrà essere forte nella fragilità dei suoi 14 anni. Quando esce dalla palestra rimane sorpresa. Non aveva letto il mio messaggio, non sapeva che non sarei andato a prenderla. Ad aspettarla ci sono Cecilia, la moglie di Oreste, e Carlotta, amica del  cuore sia di Francesca che di Giulia. 
La scusa con cui la accolgono è che tu sei all’ospedale con un mal di testa molto forte. E le dicono che io sono lì con te. E poi il discorso devia su cose la mettono subito in guardia. Nel tragitto verso l’ospedale, infatti, Cecilia e Carlotta le fanno domande che sembrano fatte apposta per prendere tempo, per non dare spazio a niente che non sia un diversivo. 
Giulia si irrigidisce appena un po’, ma non fa domande. 
Quando arriva al Pronto Soccorso, vede che siamo tutti lì. Lei entra, io le vado incontro, la prendo sottobraccio e la porto fuori con me, la mia voce cede mentre parlo, mentre le dico che la mamma ha avuto un ictus. 
Giulia piange disperata, mi abbraccia forte, in un secondo è passata dalla prospettiva di una pizza e film in tv a quella della mamma che rischia di morire. Io la abbraccio, le dico che però adesso stai bene, che stai meglio, anche se sono frasi che non hanno senso. Nei giorni successivi Giulia mi confiderà che quando io le dicevo “adesso sta meglio”, lei si aspettava che io da un momento all’altro aggiungessi una cosa come “adesso che è finito tutto, adesso che è in cielo”. Adesso che è finita, adesso che ha finito di soffrire, sta meglio. Giulia teme che io dica questo.
Il tempo scorre, io e Valeria facciamo la spola tra l’ambulatorio e la sala d’attesa. Continuano le telefonate. Chiamo i miei, racconto senza troppe parole cosa sta succedendo. Mio papà mi richiama, dice che il giorno successivo mia mamma verrà a Modena e starà lì fino a quando ne avremo bisogno. Sento anche mio fratello Riccardo, mi dice di tenere duro, loro sono idealmente con noi.
Dentro l’ambulatorio l’intervento procede. La carotide deve essere messa in sicurezza, bisogna assolutamente stabilizzare tutto e poi iniziare con l’intervento. Posizioneranno lo stent nella carotide e poi risaliranno verso il cervello: asporteranno il coagulo che sta causando l’ictus, togliendolo dall'arteria cerebrale media destra.
Tu sei ancora ingabbiata in una dimensione di distacco da tutto, non parli, non muovi il braccio sinistro. E nei giorni successivi avremmo capito che quando eri sotto al portico, che ti giravi in continuazione, lo facevi perché cercavi di capire chi fosse che ti toccava la spalla. 
Chi era? 
Non c’era nessuno, era il tuo braccio. Ma il tuo cervello non lo riconosceva più e tu lo percepivi come un corpo estraneo appoggiato sulla spalla. Ecco perché ti giravi. 
Per un momento sono fuori, nel piazzale del Pronto soccorso. 
Mi avvicina Francesca, in silenzio. Mi abbraccia. Mi chiede: la mamma morirà? 
Anche Giulia vuole sapere: la mamma può morire? 
Siamo noi tre, vicini. Io baro, dico che non puoi morire. Spiego quali potranno essere le conseguenze. 
Giulia mi chiede: “Ma potrebbe parlare come Bossi”?
Nell’ambulatorio tutto procede. Tu sei sveglia e cosciente, ti hanno fatto solo un’anestesia locale nella zona in cui hanno inserito il catetere.
Bisogna evitare assolutamente che la carotide si chiuda, ripararla prima che questo possa succedere. 
E invece succede.
Quello che non deve succedere, succede.
La carotide si chiude. 
La sacca che si era formata, improvvisamente collassa verso il centro dell’arteria e la chiude. Stop. Il sangue non passa più. 
Inizia il conto alla rovescia per le funzioni cerebrali.
Vallone, che nel monitor sta guidando il catetere per posizionare lo stent, mantiene il sangue freddo. Ormai è vicinissimo alla zona lesionata, alla zona che adesso si è chiusa. La decisione di mettere innanzitutto in sicurezza l’arteria, si dimostra la scelta che cambierà la tua vita, Ilaria. 
L’abilità di Vallone permette in pochi secondi di raggiungere la zona che si è chiusa, forzare i tessuti e riaprire la carotide, posizionando lo stent. A quel punto la tua carotide è di nuovo una galleria ampia dentro cui il sangue riprende a scorrere a piena pressione. Questione di secondi, quelli che faranno la differenza nella tua vita. 
Immediatamente dopo, inizia l’intervento per rimuovere il grumo di sangue dall’arteria cerebrale. Tutto procede rapidamente. Vallone, sempre guardando il monitor, guida lo stenttriever sempre più su, fino all’arteria cerebrale: il grumo viene catturato, intrappolato e recuperato, liberando l’arteria. Nel giro di venti minuti inizi a sentire di nuovo la sensibilità al braccio, il tuo viso si rimodella, senti di nuovo il tuo corpo. Muovi le braccia, le sposti, apri e chiudi le mani. Passa un’infermiera e ti chiede come va: “Meglio”, rispondi, e ti accorgi che improvvisamente hai recuperato la capacità di parlare. Sono da poco passate le nove e mezzo della sera. Nell’ambulatorio risuona la tua voce, che era scomparsa da più di due ore. E’ un ottimo segnale, i medici sono soddisfatti. Portano la notizia fuori, nella sala d’aspetto: “Siamo andati bene”, dicono. 
Passa qualche minuto. Io e Valeria possiamo entrare. Chiediamo dove sei, ci indicano una barella lì in fondo. Non ti si vede, siamo in un lungo corridoio, ti raggiungiamo da dietro e, improvvisamente, dalla barella si vedono salire le tue braccia, verso l’alto. Apri e chiudi le mani, le apri e le chiudi tante volte. Riprendi possesso del tuo corpo, poco alla volta. Arriviamo di fronte a te, sei come nuova, non c’è nessun segno del passaggio violentissimo e brutale dell’ictus. Non ha lasciato tracce. Ci dici che non riesci a parlare benissimo, ma in realtà parli quasi perfettamente. E’ solo questione di ore e anche il linguaggio, che era bloccato, riprenderà a fluire del tutto, senza alcun intoppo. Sei di nuovo tra di noi, indenne. 
Ti fanno salire al primo piano, nello spazio protetto della Stroke Unit, dove ti terranno sotto stretta osservazione. Sei nel posto più sicuro del mondo, guidato da un medico bravissimo, Andrea Zini. Lì ci raggiungono anche Francesca e Giulia, e tuo papà e tua mamma. Devi riposare, ci concedono solo un minuto a testa per salutarti. Piangi, sei spaventata, ma sei di nuovo qui. 
La tac a 24 ore di distanza darà esito negativo. Non c’è stata nessuna lesione, non c’è nessuna conseguenza, di nessun tipo.
Sei illesa. 
Nessun segno. Nessuno. 
Nessuna conseguenza. Nessuna. 
E sei con noi. 
Una manciata di giorni di degenza, poi torni alla vita di tutti i giorni.

Seba, sul suo profilo facebook, il giorno successivo scrive alcune parole, preziose, che in poche righe racchiudono il senso di un’esperienza che non è stata solo nostra, ma di un territorio, di un modo di fare.  
E che, speriamo, possa salvare altre vite: 

felice e orgoglioso di questa città dove in un ospedale pubblico c'è uno dei migliori centri europei per l'emergenza neurologica che ha preso per i capelli un'amica che se ne stava andando e ce l'ha restituita in cambio di un sorriso e una stretta di mano

Stefano Aurighi, Te l'ho chiesto?

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