Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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lunedì 5 agosto 2013

IL PESCATORE E IL SAMURAI - Antico racconto giapponese


Un giorno, un samurai chiese al pescatore di saldargli un debito. “Spiacente” disse il pescatore, “ma ho avuto una pessima annata e mi duole doverle dire che non ho un soldo”.
Facile all’ira, il samurai sguainò la spada e si preparò a uccidere sull’istante il pescatore. Pronto di riflessi, il pescatore coraggiosamente disse: “Ho studiato arti marziali, e il mio maestro mi ha insegnato che non bisogna mai colpire in preda all’ira”.
Il samurai lo guardò per un minuto, poi abbassò lentamente la spada.
“Il tuo maestro è saggio” disse con calma. “Il mio maestro mi ha impartito la stessa lezione. A volte l’ira prende il sopravvento su di me. Ti darò un altro anno per ripagare il tuo debito, ma se mancherà un solo centesimo ti ucciderò senza fallo”.
Il samurai tornò a casa, arrivandoci a tarda notte.
Scivolò dentro in silenzio, per non svegliare sua moglie, ma fu colpito nel trovare nel suo letto due persone: sua moglie e un estraneo in abito da samurai.
In un impeto di gelosia e di rabbia, alzò la spada per colpirli ambedue, ma improvvisamente si ricordò delle parole del pescatore: “Non colpire in preda all’ira”.
Il samurai si fermò un istante, respirò profondamente e poi, deliberatamente, fece un forte rumore. Di colpo la moglie si svegliò, e così fece anche l’ “estraneo”, che si scoprì essere sua madre.
“Che significa tutto questo?” urlò. “Stavo per uccidervi entrambe!”
“Avevo paura dei briganti” spiegò la moglie.
“Così ho fatto indossare a tua madre il tuo vestito da samurai per tenerli lontani”.

Passò un anno, e il pescatore si presentò al samurai.
“Ho avuto un’ottima annata” disse tutto giulivo, “e così questi sono i soldi che le devo, con tanto di interessi”.

“Tieni pure i tuoi soldi” replicò il samurai. “Mi hai già ripagato tanto tempo fa”.

venerdì 5 ottobre 2012

IO, FRANCESCO - Carlo Carretto



Il discorso della non violenza è oggi recepito da tutti: è chiaro, semplice e potreste veramente con la sua dinamica cambiare la faccia della terra.
Parlate molto oggi di diritti dell’uomo ed è giusto.
Il primo diritto dell’uomo è di non essere violentato da nessuno, di essere lasciato in pace.
Il discorso è di un’ampiezza biblica e dovete viverlo fino in fondo.
Intanto diciamo subito che incomincia da lontano, molto lontano.
La non violenza riguarda innanzitutto la natura, i cieli, i mari, le miniere, i boschi, l’aria, l’acqua, la casa.
Sono le prime cose da non violentare e purtroppo è un peccato che avete commesso largamente e non so se riuscirete a salvarvi.
Avete violentato le foreste, sporcato i mari, saccheggiato ogni cosa come dei banditi.
Non c’è limite alla vostra prepotenza sulla natura.
Se ci fosse un tribunale del cielo, del mare e delle miniere sareste tutti o quasi tutti condannati a morte.
Ma forse c’è questo tribunale, anche se invisibile; difatti incominciate a pagare.
L’aria diventa irrespirabile, il cibo si fa cattivo, il cancro vi attacca con precisione.
Ora che avete quasi tutto distrutto mi avete nominato il santo della difesa ecologica, ma è un po’ tardi, dovete ammetterlo.
Non so cosa potremo fare.
Il male è che a governare sono sempre gli stessi: i potenti, i ricchi, i politici di mestiere.
Provate a mettere al governo i piccoli, i semplici, i poeti.
Ma chi crede ai poeti!
Fatevi governare da coloro che sono ancora capaci di guardare di notte le stelle o di passare un’ora a contemplare uno scarafaggio sotto una foglia secca nel bosco e a sognare dietro una lucciola in un campo di grano a maggio.
Questi vedrebbero meglio i problemi degli uomini, per lo meno non compirebbero tante nefandezze.
Siete arrivati a un limite insostenibile e non avete ragione a lamentarvi: siete degli incoscienti.
Continuate a fabbricare macchine che vi consumano materie prime e immensi capitali e non date il minimo aiuto a chi lavora in campagna dove sta la vera ricchezza del mondo e dove tutto va in rovina.
Fabbricate laureati che resteranno disoccupati, annoiati e sfiduciati in città e non cercate di formare giovani che amino il lavoro costruttivo, semplice, artigianale, agricolo e che prima dei soldi amino un oggetto ben fatto o un pezzo di pane integrale.
Il vostro errore di fondo è quello di mettere il denaro in cima alla scala dei valori invece di mettervi la verità e l’amore.
Fate della terra un giardino e il giardino vi darà ciò che cercate: il pane e la pace.
Ma ora capisco che sto dicendo ancora cose da “fioretti” che vi faranno solo sorridere e in cui non crederete.
Sono un sognatore.
Sono Francesco d’Assisi.

Carlo Carretto, Io, Francesco, Assisi 1980, p. 144-150

lunedì 20 febbraio 2012

UNA GRANDE RICCHEZZA - Seneca


È una grande ricchezza la povertà regolata dalla legge di natura. Li conosci i confini che ci ha fissato la legge di natura? Non patire la fame, né la sete, né il freddo. Per scacciare la fame e la sete non occorre sedere presso la soglia di superbi padroni, né sopportare una fastidiosa arroganza e una cortesia affettata e perciò offensiva, non è necessario affrontare i pericoli della navigazione o partire per la guerra. Quanto esige la natura è facile a procurarsi e a portata di mano.
E, invece, ci affanniamo per il superfluo; ecco che cosa logora la toga, cosa ci costringe a invecchiare sotto una tenda e cosa ci spinge in terre straniere, mentre quel che ci basta è a portata di mano.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio

domenica 19 febbraio 2012

POVERO E' CHI VUOLE SEMPRE DI PIU' - Seneca


Povero non è chi ha poco, ma chi vuole di più. Cosa importa quanto c'è nel forziere o nei granaî, quanti sono i capi di bestiame o i redditi da usura, se ha gli occhi sulla roba altrui e fa il conto non di quanto ha, ma di quanto vorrebbe procurarsi? Mi domandi quale sia la giusta misura della ricchezza? Primo avere il necessario, secondo quanto basta.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio

venerdì 17 febbraio 2012

M'ILLUMINO DI MENO - Caterpillar Radio Due


Buone abitudini per la giornata di M’illumino di Meno (e anche dopo!)
1. spegnere le luci quando non servono
2. spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici
3. sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria
4. mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola
5. se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre
6. ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria
7. utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne
8. non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni
9. inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni
10. utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto.

domenica 12 febbraio 2012

SCALARE MARCIA - Alessandra Paratella


Da genitore volevo semplicemente dirLe grazie per gli spunti che continuamente ci offre. E' come se ci desse modo di guardare al "mondo/sistema scuola" attraverso una finestra tutta nuova. Da idealista mi piace pensare che questa finestra si possa aprire su una scuola mirata semplicemente a far emergere quei talenti che ciascun bambino e ragazzo possiede e a farli "sbocciare", termine che (anche se affermo una cosa linguisticamente  non corretta) a me personalmente suona come il contrario di "bocciare".
Per quanto riguarda il tema della decrescita, che dire ... mi trova perfettamente sintonizzata! Mi ha fatto tornare in mente un libro letto qualche tempo fa sul concetto di "downshifting" (scalare marcia, rallentare il ritmo), nel quale si faceva riferimento anche alla scuola, intesa proprio come punto di partenza. Mi permetto di riportarLe qualche passaggio:
"…i ragazzi sono convinti che, in fondo, quello che pensano non è così importante, perché non è quello che il sistema scolastico richiede. Molti professori credono che insegnare voglia dire trasmettere dei contenuti. Ma questo non basta: insegnare significa innanzitutto (insegnare a) pensare"
"…a scuola ci insegnano la storia, la matematica, l'educazione civica ... nessuno che mi abbia parlato dei miei pregi, di come metterli a frutto o di come mitigare i miei vizi, o di come mettere a frutto pure quelli. Peccato perché staremmo meglio grazie alla conoscenza delle nostre potenzialità ..."
Il libro è "Adesso basta" di Simone Perotti.

Buon lavoro a Lei e a tutti gli insegnanti
Alessandra Paratella, genitore

sabato 11 febbraio 2012

TRE PER TRE - Luigi Memoli

Salve,
leggendo quanto da lei proposto, avverto la sofferenza di chi da tempo subisce inesorabilmente gli effetti devastanti di un sistema, quello scolastico, che molto lentamente sta vacillando. Uno sfogo, un urlo dal nostro più profondo io, che, stanco di subire, reagisce poiché avverte la necessità di non farsi sopraffare... di sopravvivere.
In un film di Mel Gibsson "L'uomo senza volto", c'è il sogno di un bambino che vorrebbe applicare nella vita reale una sorta di reazione a catena... Perché si abbia una reazione a catena è necessario che il numero delle nuove reazioni create dai prodotti di ogni singola azione sia maggiore di uno. Ebbene lui proponeva di fare tre buone azioni nei confronti di tre persone diverse. Alla riuscita di ognuna, chiedeva in premio semplicemente che la persona aiutata effettuasse a sua volta altre tre buone azioni nei confronti di altre tre persone e così via... In questo modo ci si renderebbe davvero coscienti di quanto possiamo essere preziosi l'uno verso l'altro. Da un paio di anni, ho scoperto la potenzialità di quel messaggio e da quel momento, nel mio piccolo cerco di avviare una sorta di reazione a catena in ogni persona che chiede aiuto o che semplicemente ha bisogno di un piccolo favore (per il momento mi fermo ai miei conoscenti...).
Se mi consente, questa volta sono io che le giro un articolo. Non guardi al discorso economico ma alla capacità di un popolo che urlava e che in modo compatto e responsabile, chiaro e propositivo ha iniziato a riprendersi ciò che gli apparteneva semplicemente interessandosi a quanto gli stava accadendo intorno.
Ecco il link:
Saluti
Luigi Memoli, genitore

venerdì 10 febbraio 2012

LEONIA - Italo Calvino

MACBA, Barcellona (2009)

La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti della Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé,  il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arretrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'innalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermentazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà  la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà  la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
Italo Calvino, Le città invisibili, p. 119-121

giovedì 9 febbraio 2012

LE COSE CHE SI ROMPONO – Calendario della Decrescita Felice


L’obsolescenza è l'invecchiamento di un oggetto  che lo porta al termine del suo ciclo di vita utile.
L'obsolescenza programmata è la progettazione di un prodotto affinché si rompa o non funzioni più in poco tempo. Ciò si può ottenere costruendo con materiali di qualità inferiore, con difetti appositi, e molto difficile da riparare.
Obsolescenza percepita: è un modo molto più subdolo per costringerci  a comprare un altro prodotto. Rendere prematuramente obsoleto un prodotto che ancora funziona, per immetterne sul mercato dopo poco tempo una nuova versione dotata di maggiori optional, preferibilmente dopo una adeguata campagna pubblicitaria che induca nel consumatore finale l’idea che la sua “vecchia versione” del prodotto sia ormai sorpassata ed inadeguata.
La grande macchina della pubblicità tiene in piedi l'obsolescenza percepita, ovvero ci fa sembrare che ciò che abbiamo sia vecchio e inadeguato, e ci fa sembrare indispensabili cose per noi inutili. Il meccanismo è semplice ci fa sentire inadeguati, dicendoci che non siamo felici perché non abbiamo certe cose.
E' etico, giusto, morale costruire o acquistare cose che si rompono subito o buttare cose ancora utilizzabili?
Direi proprio di no! Per costruire quelle cose abbiamo consumato risorse, abbiamo costretto persone, probabilmente nel terzo mondo a rinunciare alla propria felicità, sfruttandole nelle fabbriche, abbiamo consumato energie non rinnovabili, abbiamo intasato le strade per trasportarle, abbiamo inquinato per produrle e trasportarle. Abbiamo costretto i nostri amici e vicini a lavorare per vendercele. Dopo un istante effimero e falso di soddisfazione, le abbiamo tenute per un po’ e poi le abbiamo buttate!
Se le cose non si rompessero, o non le buttassimo perché la pubblicità ce le fa sembrare vecchie, ci servirebbero molti meno soldi, quindi dovremmo lavorare meno e avremmo più tempo per fare ciò che ci rende felici. 

mercoledì 8 febbraio 2012

LA DECRESCITA FELICE - Maurizio Pallante


La decrescita è elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione.
La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.
Maurizio Pallante, Decrescita felice

martedì 7 febbraio 2012

L'ILLUSIONE DELLA CRESCITA - Seneca


Egli s’illude che la sua prosperità sia stabile, che i beni a lui toccati non solo siano duraturi, ma crescano; e, dimenticando la volubilità a cui soggiacciono le cose umane, a sé solo promette una stabile fortuna.
Ma il vero bene che non muore, stabile ed eterno, è costituito dalla saggezza e dalla virtù: questo bene è l’unica cosa immortale avuta in sorte dai mortali. Eppure essi sono così insensati e dimenticano tanto facilmente il destino mortale verso cui sono spinti giorno per giorno, che si meravigliano se perdono qualcosa, quando un giorno dovranno perdere tutto. Qualunque sia l’oggetto di cui sei riconosciuto padrone, esso è accanto a te, ma non è tuo.
Che faremo, dunque, di fronte alla perdita dei beni? Ci ricorderemo di essi e impediremo che con essi vadano perduti anche i frutti che ne abbiamo ricavato. Se ci è tolto il possesso, non può esserci tolto il ricordo di esso.
È veramente ingrato chi, dopo aver perduto una cosa, non si considera in debito per averla posseduta. Il caso anche quando ci toglie una cosa, ci lascia tuttavia quei vantaggi che la cosa ci ha dato; ma noi, con i nostri ingiusti rimpianti, perdiamo anche quei vantaggi.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio

lunedì 6 febbraio 2012

DlSCORSO SUL P.I.L. - Robert Kennedy



"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas

venerdì 16 dicembre 2011

IL CLUB DEL 99 - Bruno Ferrero


C'era una volta un re molto triste che aveva un servo molto felice che circolava sempre con un grande sorriso sul volto. «Paggio», gli chiese un giorno il re, «qual è il segreto della tua allegria?».
«Non ho nessun segreto. Signore, non ho motivo di essere triste. Sono felice di servirvi. Con mia moglie e i miei figli vivo nella casa che ci è stata assegnata dalla corte. Ho cibo e vestiti e qualche moneta di mancia ogni tanto».
Il re chiamò il più saggio dei suoi consiglieri: «Voglio il segreto della felicità del paggio!».
«Non puoi capire il segreto della sua felicità. Ma se vuoi, puoi sottrargliela».
«Come?».
«Facendo entrare il tuo paggio nel giro del novantanove».
«Che cosa significa?».
«Fa' quello che ti dico...».
Seguendo le indicazioni del consigliere, il re preparò una borsa che conteneva novantanove monete d'oro e la fece dare al paggio con un messaggio che diceva: «Questo tesoro è tuo. Goditelo e non dire a nessuno come lo hai trovato».
Il paggio non aveva mai visto tanto denaro e pieno di eccitazione cominciò a contarle: dieci, venti, trenta, quaranta, cinquanta, sessanta...novantanove! 
Deluso, indugiò con lo sguardo sopra il tavolo, alla ricerca della moneta mancante. «Sono stato derubato!» gridò. «Sono stato derubato! Maledetti!». Cercò di nuovo sopra il tavolo, per terra, nella borsa, tra i vestiti, nelle tasche, sotto i mobili... Ma non trovò quello che cercava. Sopra il tavolo, quasi a prendersi gioco di lui, un mucchietto di monete splendenti gli ricordava che aveva novantanove monete d'oro. Soltanto novantanove. «Novantanove monete. Sono tanti soldi», pensò. «Ma mi manca una moneta. Novantanove non è un numero completo» pensava. «Cento è un numero completo, novantanove no».
La faccia del paggio non era più la stessa. Aveva la fonte corrugata e i lineamenti irrigiditi. Stringeva gli occhi e la bocca gli si contraeva in una orribile smorfia, mostrando i denti. Calcolò quanto tempo avrebbe dovuto lavorare per guadagnare la centesima moneta, avrebbe fatto lavorare sua moglie e i suoi figli. Dieci dodici anni, ma ce l'avrebbe fatta!
Il paggio era entrato nel giro del novantanove...
Non passò molto tempo che il re lo licenziò. Non era piacevole avere un paggio sempre di cattivo umore.

Bruno Ferrero, in Ma noi abbiamo le ali

E se ci rendessimo conto, così di colpo, che le nostre novantanove monete sono il cento per cento del tesoro. E che non ci manca nulla, nessuno ci ha portato via nulla, il numero cento non è più rotondo del novantanove. È soltanto un tranello, una carota che ci hanno messo davanti al naso per renderci stupidi, per farci tirare il carretto, stanchi, di malumore, infelici e rassegnati. Un tranello per non farci mai smettere di spingere.

sabato 26 novembre 2011

PICCOLO IL MIO, GRANDE IL NOSTRO - Tiziano Terzani


La soluzione è dentro di noi, si tratta di conquistarla facendo ordine, buttando via tutto ciò che è inutile e arrivando al nocciolo di chi siamo. Più che assaltare le cittadelle del potere, si tratta ormai di fare una lunga resistenza. Bisogna resistere alle tentazioni del benessere, alla felicità impacchettata; bisogna rinunciare a volere solo ciò che ci fa piacere. Non bisogna abbandonare la ragione per darsi alla follia, ma bisogna capire che la ragione ha i suoi limiti, che la scienza salva, ma anche uccide e che l'uomo non farà alcun vero progresso finché non avrà rinunciato alla violenza. Non a parole, nelle costituzioni e nelle leggi che poi ignora, ma nel profondo del suo cuore.
La strada da percorrere è ovvia: dobbiamo vivere più naturalmente, desiderare di meno, amare di più e anche i malanni come il mio diminuiranno. Invece che cercare le medicine per le malattie cerchiamo di vivere in maniera che le malattie non insorgano. E soprattutto, basta con le guerre, con le armi. Basta coi «nemici». Anche quello che faceva impazzire le mie cellule non era tale. Al momento siamo noi i nemici di noi stessi.
Bisogna riportare una dimensione spirituale nelle nostre vite ora intrappolate nella pania della materia. Dobbiamo essere meno egoisti, meno presi dall'interesse personale e più dedicati al bene comune. Bisogna riscoprire il senso di quel meraviglioso, lapidario messaggio sulla facciata del duomo di Barga in Garfagnana che lessi da ragazzo durante una gita scolastica e che da allora m'è rimasto impresso nella memoria.
«Piccolo il mio, grande il nostro.»
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, p. 571-572

martedì 15 novembre 2011

MACCHINE SEMPRE PIU' VELOCI - Tiziano Terzani

Agli inizi degli anni Trenta un avventuroso inglese di nome Paul Brunton fece un lungo viaggio in India sulle tracce della sua sapienza che lui vedeva minacciata dall'irresistibile avanzare della mentalità occidentale. Uno dei bei personaggi che Brunton incontra è un vecchio yogi che nel corso della conversazione gli dice: «Solo quando i sapienti occidentali rinunceranno a inventare macchine che corrono più svelte di quelle che già avete e cominceranno invece a guardare dentro di sé, la vostra razza scoprirà un po' di vera felicità. Lei non crederà che il poter viaggiare sempre più velocemente renda la vostra gente più felice?»
Sono passati più di settant'anni. Molti indiani son capaci ancora oggi di porci quella stessa domanda. Ma noi ce la siamo mai posta?
Pare proprio di no, visto che il correre sempre più velocemente è diventato il nostro modo di essere. Tutto è ormai una corsa. Si vive senza più fare attenzione alla vita. Si dorme e non si fa caso a quel che si sogna. Si guarda solo la sveglia. Siamo interessati solo al tempo che passa, a farlo passare, rimandando al poi quel che si vorrebbe davvero. Sul «poi», non sull'«ora», si concentra l'attenzione. Nelle città in particolare la vita passa senza un solo momento di riflessione, senza un solo momento di quiete che bilanci la continua corsa al fare. Ormai nessuno ha più tempo per nulla. Neppure di meravigliarsi, di inorridirsi, di commuoversi, di innamorarsi, di stare con se stessi. Le scuse per non fermarsi a chiederci se questo correre ci fa più felici sono migliaia e, se non ci sono, siamo bravissimi a inventarle.
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, p. 161

lunedì 14 novembre 2011

CORRERE PER CORRERE - Tiziano Terzani

A un semaforo, aspettando il verde, mi colpì la scena al mezzanino dell'edificio che avevo dinanzi: decine di uomini e donne nel riquadro di grandi finestre correvano, correvano, restando però lì dov'erano, sudati e paonazzi, rivolti verso la strada. Non era la prima volta che vedevo una palestra, ma l'immagine di tutti quei giovani che, finito l'orario d'ufficio, erano corsi a smaltire frustrazioni e grasso mi pareva riassumere tutto il senso di quella civiltà: correre per correre, andare per non arrivare da nessuna parte.
Mi parve d'essere uno dei tibetani della storia che mi raccontò una volta il fratello del Dalai Lama. Nel 1950 una delegazione di monaci e funzionari che non erano mai usciti dal Tibet venne invitata a Londra per discutere cosa l'Inghilterra poteva fare per il loro paese. Venivano da un mondo povero, primitivo, ma bellissimo. Erano abituati a grandi spazi vuoti, a una natura coloratissima e loro stessi erano colorati nelle loro tuniche, nei loro cappotti e berretti. A Londra furono ricevuti con grande cortesia e portati a giro a vedere la città. Un giorno, coi loro accompagnatori, i tibetani si ritrovarono nella metropolitana. Erano esterrefatti: tutta quella gente sotto terra! Uomini vestiti di nero, con la bombetta in testa, leggevano il giornale sulle scale mobili, la folla si accalcava nei corridoi correndo per salire sui treni in partenza; nessuno parlava a nessuno, nessuno sorrideva! Il capo dei tibetani si rivolse, pieno di compassione, all'accompagnatore inglese e gli chiese: «Cosa possiamo fare per voi?»
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, p. 147-148

sabato 12 novembre 2011

QUANTE COSE DI CUI NON HO BISOGNO! - Tiziano Terzani

 Foto di Tiziano Terzani
Con la sua pretesa scientificità, l'economia si sta mangiando la nostra civiltà creando attorno a noi un deserto dal quale nessuno sa come uscire. Meno di tutti gli economisti.
Ma il modo c'è, dico io. E, tanto per restare nel tema di questi giorni, ripropongo la mia vecchia idea: essendo fallite tutte le rivoluzioni, l'unico modo per non farsi consumare dal consumismo è quello di digiunare, digiunare da qualsiasi cosa che non sia assolutamente indispensabile, digiunare dal comprare il superfluo. Se venissi ascoltato sarebbe la fine dell'economia. Ma se l'economia continua a imperversare come fa, sarà la fine del mondo. Basta guardare questa piccola isola dove nel giro di pochi anni le foreste sono state tagliate e le spiagge cementificate in nome del progresso e dello sviluppo economico!
Per l'economia è una «buona notizia» che la gente compri di più, costruisca di più, consumi di più. Ma l'idea degli economisti che solo consumando si progredisce è pura follia. E’ così che si distrugge il mondo, perché alla fine dei conti consumare vuol dire consumare le risorse della Terra. Già oggi usiamo il 120 per cento di quel che il globo produce. Ci stiamo mangiando il capitale. Che cosa resterà ai nostri nipoti?
Gandhi nel suo mondo semplice, ma preciso e morale, lo aveva capito quando diceva: «La Terra ha abbastanza per il bisogno di tutti, ma non per l'ingordigia di tutti».
Grande sarebbe oggi l'economista che ripensasse l'intero sistema tenendo presente ciò di cui l'umanità ha davvero bisogno. E non solo dal punto di vista materiale.
Siccome il sistema non cambierà da sé, ognuno può contribuire a cambiarlo... digiunando. Basta rinunciare a una cosa oggi, a un'altra domani. Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver affatto bisogno. Questo sarebbe il modo di salvarsi. Questa è la vera libertà: non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere. La libertà che conosceva bene Diogene che andava a giro per il mercato di Atene borbottando fra sé e sé: «Guarda, guarda, quante cose di cui non ho bisogno!»
Quello di cui oggi abbiamo tutti bisogno è la fantasia per ripensare la nostra vita, per uscire dagli schemi, per non ripetere ciò che sappiamo essere sbagliato.
Tiziano Terzani, Un altro giro di giostra, p. 245-246
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