Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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mercoledì 22 giugno 2016

PROGETTARE INSIEME IL CURRICOLO – Marco Orsi


E tutto questo, promuovendo al massimo un disegno di azione didattica orientato a far sì che docenti e alunni elaborino assieme il percorso scolastico, per cui lo sforzo è quello di uscire dalla logica di insegnanti che progettano le cose che devono far fare ai bambini e ai ragazzi a favore della logica che richiede una costruzione condivisa di progetti e significati per cui tutti fanno qualcosa, hanno un ruolo, si prendono un impegno per portare avanti una ricerca, per scoprire una parte di mondo, per acquisire nuove conoscenze. 
Progettare significa chi fa che cosa e ciò riguarda tanto gli alunni, quanto i docenti.  In questo senso l’apprendimento diventa davvero cooperativo e nella scuola inizia costituirsi un’effettiva comunità di ricerca.
Marco Orsi, A scuola senza zaino, Erickson, Trento 2006


venerdì 10 giugno 2016

CHI DECIDE COSA DEVO IMPARARE? - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Non mi sembra che la mia vita sia stata significativamente arricchita dalla maggior parte delle cose che ho studiato. Ci sono molte materie che ho non studiato e, ripensandoci, credo che mi sarebbero state molto più utili rispetto a quelle che mi sono state imposte.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 102


giovedì 9 giugno 2016

INSEGNATE LE COSE IMPORTANTI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Quando gli obiettivi sono misurabili e definiti reciprocamente, gli studenti e l’insegnante non sono costretti a studiare cose irrilevanti.
Nel mostrare agli studenti come certi obiettivi potranno arricchire le loro vite, l’insegnante potrà accorgersi che parti del programma, in effetti, non vanno incontro ai bisogni degli studenti. Magari erano rilevanti nel momento in cui il programma era stato definito – cinquant’anni fa – ma ora non lo sono più.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 121-122


venerdì 27 maggio 2016

OBIETTIVI CHE ARRICCHISCONO LA VITA – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Se si vogliono definire gli obiettivi in modo reciproco, è importante che gli insegnanti sappiano comunicare con chiarezza in quali modi le vite degli studenti saranno arricchite dal conseguimento di determinati obiettivi. Questo è un punto fondamentale.
L’educazione che arricchisce la vita richiede che le scelte di insegnanti e studenti siano motivate dall’intenzione di arricchire la vita, non dalla paura di ricevere punizioni, né dalla speranza di ottenere premi (voti o borse di studio, ad esempio), né dal fatto che qualche documento afferma che le persone che occupano posizioni di autorità sanno che cosa è meglio per noi.
Allora, sto forse suggerendo che la scuola ideale dovrebbe essere fondata su un totale permissivismo, dove gli studenti studiano quando e come vogliono? Niente affatto.
Secondo me, il modo più chiaro per illustrare la differenza tra educazione volta alla dominazione, educazione permissiva ed educazione che arricchisce la vita è il seguente. Notate come sono definiti gli obiettivi di apprendimento:
·         Nell’educazione volta alla dominazione, gli obiettivi dell’insegnante vengono perseguiti senza che sia necessaria la partecipazione dello studente;
·         Nell’educazione permissiva, gli obiettivi dello studente sono perseguiti senza che sia necessaria la partecipazione dell’insegnante;
·         Nell’educazione che arricchisce la vita, vengono perseguiti soltanto quegli obiettivi che vengono decisi in modo reciproco da insegnante e studente.
Questo processo di definizione reciproca degli obiettivi può cominciare con una raccomandazione dell’insegnante, che suggerisce una materia di studio e descrive quali bisogni pensa che lo studente soddisferà se sceglierà di studiarla. Se lo studente vede il valore di questa proposta ed è d’accordo, gli obiettivi reciproci sono stati definiti. In alternativa, lo studente può suggerire un’area di studio che l’insegnante condivide.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 100-101


giovedì 26 maggio 2016

NELLA MAGGIOR PARTE DELLE SCUOLE – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Si dà per scontato che gli insegnanti sappiano quello che gli studenti hanno bisogno di imparare e come si devono comportare. Questo dà loro il diritto di usare tattiche di potere sugli studenti (premi, punizioni, sensi di colpa, doveri, obblighi) per controllare le loro azioni. Sempre sulla base di questi presupposti, le autorità scolastiche definiscono unilateralmente gli obiettivi di apprendimento. La maggior parte degli studenti, così, finiscono per vedere solo due possibilità, la sottomissione e la ribellione, e quegli insegnanti che non si sentono a proprio agio nel ruolo che è stato loro affidato si sentono intrappolati.

Ma se vogliamo preparare gli studenti affinché un giorno sappiano creare e mantenere organizzazioni che arricchiscono la vita, ritengo che dovremmo dare loro la possibilità di rapportarsi su un piano di parità con insegnanti e amministratori. Un modo per manifestare questa parità è quello di definire assieme gli obiettivi di apprendimento.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 99-100


venerdì 11 aprile 2014

LA CLASSE E’ QUELLA – Mariapia Veladiano


«La classe sarebbe buona se non ci fossero Federico, Sufyen e Margherita».  La classe è quella, tutti compresi, non un’altra. Come il mondo è questo. Sognare la parte che ci piacerebbe vuol dire non farsi carico di tutti, pensare che esista una legittimazione possibile all’esclusione di qualcuno, quelli che non ci fanno fare il programma. 
Ma il programma è quello che si può fare esattamente con le persone che ci vengono professionalmente e umanamente affidate.

Mariapia Veladiano, Parole di scuola, Trento 2014, p. 90

venerdì 24 settembre 2010

UNA PARAFRASI - Sergio Cicatelli




Se io possedessi la cultura dei migliori insegnanti, ma non avessi l'amore, non sarei che un oratore intelligente o una persona spiritosa e simpatica.
Se conoscessi tutte le tecniche e avessi provato tutti i metodi migliori o avessi una formazione che mi permettesse di sentirmi competente, ma non avessi compreso cosa provano i miei allievi e come pensano, ciò non mi basterebbe per essere un buon insegnante.
E se io passassi molte ore a prepararmi per non essere teso né nervoso, ma non provassi ad amare e a comprendere i problemi personali dei miei studenti, ciò non basterebbe ancora per essere un buon insegnante.
Un insegnante è pieno di amore, di pazienza, di bontà.  Non spettegola. Non si lascia facilmente scoraggiare. Non si comporta in maniera sconveniente. Per i suoi allievi è un esempio vivente di buona condotta e ne è consapevole.
L'amore non avrà mai fine. I programmi saranno sorpassati. I metodi passeranno di moda. Le tecniche verranno abbandonate. Il nostro sapere è limitato e noi ne possiamo trasmettere solo una piccola parte ai nostri allievi. Ma se abbiamo l'amore, allora i nostri sforzi avranno una forza creatrice e la nostra influenza resterà radicata per sempre nella vita dei nostri allievi.
(Sergio Cicatelli) 

mercoledì 19 maggio 2010

PARTI UGUALI TRA DISUGUALI - Don Lorenzo Milani

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino. Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.
Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.
Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere l'anno. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi [a Barbiana] ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.
Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita. Sandro se ne ricorderà per sempre. Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.
La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma. Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose restano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese. Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare. A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo. Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.
Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri. Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto. Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata [a Barbiana]? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere. Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima. Bella cura la vostra.
Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi. Appartiene alla ditta.
Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.
Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.
"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; . L'ha detto la Costituzione pensando a lui.

(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. Fiorentine, Firenze, pp 16-19)

martedì 8 settembre 2009

15. VOLTI DI LUNA - GLI ALUNNI CON DISABILITA' - Francesco Callegari




“La sua sola presenza fisica impone una montagna di ‘perché’. E quando si risponde a uno
qualsiasi di questi ‘perché’, il disabile fa un passo avanti, la scuola due”

VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2

Il 31 di luglio eravamo in pochi in ufficio e la giornata si preannunciava calda e tranquilla. Non è stato così. A metà mattina, una mamma è venuta a trovarmi. E quando se n’è andata, dentro di me piangevo.


LA MADRE SPECIALE - ERMA BOMBECK
Vi è mai capitato di chiedervi come vengano scelte le madri di figli handicappati?
In qualche maniera riesco a raffigurarmi Dio che dà istruzioni agli angeli, che prendono nota in un registro gigantesco.
"Armstrong Beth, un figlio. Santo patrono Matteo".
"Forest Marjorie, una figlia. Santa patrona, Cecilia".
"Rutledge Carne, due gemelli. Santo patrono... diamo Gerardo. E' abituato alla scarsa religiosità".
A un certo punto, Dio passa un nome a un angelo e sorride: "A questa, diamole un figlio handicappato".
L'angelo è curioso. "Perché a questa qui, Dio? E' così felice".
"Esattamente", risponde Dio sorridendo. "Potrei mai dare un figlio handicappato a una donna che non conosce l'allegria? Sarebbe una cosa crudele".
"Ma ha pazienza?", chiede l'angelo.
"Non voglio che abbia troppa pazienza, altrimenti affogherà in un mare di autocommiserazione e pena. Una volta superati lo shock e il risentimento, di sicuro ce la farà".
"Ma, Signore, penso che quella donna non creda nemmeno in Te".
Dio sorride. "Non importa. Posso provvedere. Quella donna è perfetta. E' dotata del giusto egoismo".
L'angelo resta senza fiato. "Egoismo? E' una virtù?".
Dio annuisce. "Se non sarà capace di separarsi ogni tanto dal figlio, non sopravvivrà mai. Sì, ecco la donna cui darò la benedizione di un figlio meno che perfetto. Ancora non se ne rende conto, ma sarà da invidiare. Non darà mai per certa una parola. Non considererà mai che un passo sia un fatto comune. Quando il bambino dirà 'mamma' per la prima volta, lei sarà testimone di un miracolo e ne sarà consapevole. Quando descriverà un albero o un tramonto al suo bambino cieco, lo vedrà come poche persone sanno vedere le mie creazioni. Le consentirò di vedere chiaramente le cose che vedo io - ignoranza, crudeltà, pregiudizio - e le concederò di levarsi al di sopra di esse. Non sarà mai sola. Io sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, poiché starà facendo il mio lavoro infallibilmente come se fosse al mio fianco".
"E per il santo patrono?", chiede l'angelo, tenendo la penna sollevata a mezz'aria. Dio sorride. "Basterà uno specchio".


Io non so se sia questo oppure un altro il modo in cui i bambini, e in particolare quelli con disabilità, vengono distribuiti sulla Terra. Credo però che le metafore ci aiutino a comprendere meglio le cose, ed è per questo che io le uso spesso. In questo caso, mi sembrano descritte bene le qualità, forse acquisite, delle mamme dei bambini con disabilità. E non solo delle mamme.
Quel giorno, la mamma di X è venuta a chiedermi il nulla osta per cambiare scuola. X è una bambina dislessica e noi non abbiamo saputo meritarla.
Questo fatto mi ha lasciato ancor più amareggiato in quanto la nostra è una scuola che fa dell’accoglienza il suo obiettivo primario, il suo impegno quotidiano: potrei portare numerosi esempi che parlano di percorsi di integrazione condivisi dai nostri consigli di classe o dai moduli fin nei minimi particolari, di docenti curricolari che cercano insieme ai docenti di sostegno le migliori strategie di inserimento, di insegnanti di sostegno che riservano un occhio particolare anche ai ragazzi i cui disturbi non sono certificati.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che: “la presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.


Mi riesce difficile parlare dei ragazzi disabili, forse perché sono più abituato a vivere con loro che a parlare di loro. La vita mi ha fatto il dono, che per la verità non sempre ho compreso e apprezzato, soprattutto quando ero piccolo, di avere accanto una persona speciale e di averla ancora. Una persona dal volto di luna, dal pensiero senza ipocrisie, dal sorriso che incanta. Una persona che ha fatto crescere me e tutti coloro che l’hanno incontrata.
“Grazie a loro, le nostre menti non stavano immerse nella palude delle certezze, tra mura spesse di buon senso. Quei nostri compagni, ci costringevano a chiederci continuamente perché, a farci delle domande, a usare la memoria, ad affinare la percezione. E così abbiamo scoperto che non tutte le nostre menti funzionano allo stesso modo”.
Accogliere in classe un alunno con disabilità vuol dire scommettere sulla solidarietà e sul dono, vuol dire imboccare sentieri sconosciuti verso mete fuori del comune, vuol dire cercare strade sempre diverse per piedi diversi e tutti speciali, vuol dire accettare di camminare a passo più lento ma forse più consapevole, vuol dire adottare occhi nuovi per nuovi orizzonti, vuol dire gioire nello scoprire insieme nuovi panorami di conoscenza.
“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare”.
Nelle Linee guida si invitano i docenti ad accettare le diversità presentate dagli alunni con disabilità e valorizzarle come arricchimento per l’intera classe. Provate a descrivere un tramonto a un bambino cieco, oppure la musica a un bambino sordo: vi scoprirete a inventare suoni, parole e immagini che non avreste mai pensato di conoscere e di adoperare.
Invitate anche i compagni a farlo: “E’ grazie a Giorgio che ho imparato a collegare e integrare le materie, a non isolare gli oggetti dal loro ambiente, a riconoscere che esiste una solidarietà tra le discipline”.
L’insegnante di sostegno è sicuramente una preziosa risorsa, ma dobbiamo essere consapevoli che l’alunno con disabilità appartiene, come tutti gli altri, alla classe e a tutti i suoi insegnanti. Le Linee guida auspicano che siano tutti i docenti della classe ad adoperarsi per coordinare le attività didattiche, per preparare i materiali e tutto quanto può consentire all’alunno con disabilità, sulla base dei suoi bisogni e delle sue necessità, la piena partecipazione allo svolgimento della vita scolastica nella sua classe e non fuori della classe.
Nelle Linee guida del 5 agosto ancora leggiamo: "Si è integrati/inclusi in un contesto quando si effettuano esperienze e si attivano apprendimenti insieme agli altri, quando si condividono obiettivi e strategie di lavoro e non quando si vive, si lavora, si siede gli uni accanto agli altri. E tale integrazione, nella misura in cui sia sostanziale e non formale, non può essere lasciata al caso o all’iniziativa degli insegnanti per le attività di sostegno, che operano come organi separati dal contesto complessivo della classe e della comunità educante. Per non disattendere mai gli obiettivi dell’apprendimento e della condivisione, è indispensabile che la programmazione delle attività sia realizzata da tutti i docenti curricolari, i quali, insieme all’insegnante per le attività di sostegno definiscono gli obiettivi di apprendimento per gli alunni con disabilità in correlazione con quelli previsti per l’intera classe. Date le finalità della programmazione comune fra docenti curricolari e per le attività di sostegno per la definizione del Piano educativo dell’alunno con disabilità, finalità che vedono nella programmazione comune una garanzia di tutela del diritto allo studio, è opportuno ricordare che la cooperazione e la corresponsabilità del team docenti sono essenziali per le finalità previste dalla legge”.
“E quando non c’è l’insegnante di sostegno?”
“Nelle ore in cui non è presente il docente per le attività di sostegno esiste il concreto rischio che per l’alunno con disabilità non vi sia la necessaria tutela in ordine al diritto allo studio. La logica deve invece essere sistemica, ovvero quella secondo cui il docente in questione è ‘assegnato alla classe per le attività di sostegno’, nel senso che, oltre a intervenire sulla base di una preparazione specifica nelle ore in classe, collabora con l’insegnante curricolare e con il Consiglio di classe affinché l’iter formativo dell’alunno possa continuare anche in sua assenza. Questa logica deve informare il lavoro dei gruppi previsti dalle norme e la programmazione integrata”.
“E se mi prendo indietro con il programma?”
“Nessuno nega la necessità dell’efficienza, ma non si può puntare solo all’efficienza, occorre perseguire anche l’efficacia. Efficienza è fare le cose bene, efficacia vuol dire fare le cose giuste”.
Lo so benissimo che non è facile e, senza compresenze, lo sarà ancora meno. Ma “nessuno vi chiede miracoli. Vi si chiede quello che vi è sempre stato chiesto: di non far parti uguali tra disuguali. Vi si chiede di valorizzare le diversità. E questo non significa cambiare il mondo, ma solo accettare con serenità ciò che non può essere cambiato, avere il coraggio di cambiare ciò che dovrebbe essere cambiato, sforzarvi di essere abbastanza saggi per distinguere una cosa dall’altra”.
Buon cammino a tutti noi, insieme.


FRANCESCO CALLEGARI
DIRIGENTE SCOLASTICO


Citazioni da:
SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze 1967.
Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, MIUR, 5 agosto 2009.
VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2, Erickson, Trento 2005.
GIUSEPPE PONTIGGIO, Nati due volte, Mondadori, Milano 2000.
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