Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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martedì 15 luglio 2014

LE RACCOMANDAZIONI – Maria Luisa Spaziani (1924-2014)


Quando insegnavo all’università avevo messo una legge personale sulle raccomandazioni. Al mio ritorno da Roma trovavo sempre il tavolo pieno di lettere, tutte raccomandazioni, allora avevo fatto affiggere in bacheca un avviso che diceva: per gli esami della professoressa Spaziani è proibito presentarsi senza raccomandazione.
Non capivano, dicevano: «Guardi che c’è un errore».
«Nessun errore» ribattevo io, «non presentatevi qui senza raccomandazione, così siete tutti uguali».
Allora un ragazzo si fa avanti e dice: «Signora, sono figlio di contadini, non conosciamo nessuno».
«Si faccia raccomandare da sua madre, suo padre… mi basta».
Di poche cose in vita mia sono stata orgogliosa come di questa trovata!
Rita Levi-Montalcini: Aggiungere vita ai giorni, a cura di Raffaella Ranise e Giuseppina Tripodi, Longanesi, Milano 2013, p. 126-127.


martedì 13 marzo 2012

PALAZZO SALINA - Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Castro (2011)


Il palazzo Salina era attiguo alla Chiesa Madre. La sua breve facciata con sette balconi sulla piazza non lasciava supporre la sua smisuratezza che si estendeva indietro per duecento metri: erano dei fabbricati di stili differenti, armoniosamente uniti però intorno a tre vasti cortili e terminanti in un ampio giardino tutto cintato. All'ingresso principale sulla piazza i viaggiatori furono sottoposti a nuove manifestazioni di benvenuto. Don Onofrio Rotolo, l'amministratore locale, non aveva partecipato, non partecipava mai, alle accoglienze ufficiali all'ingresso del paese. Educato alla rigidissima scuola della principessa Carolina, egli considerava il vulgus come non esistente ed il Principe come residente all'estero sinché non avesse varcato la soglia del proprio palazzo; e perciò stava lì, a due passi fuori dal portone, piccolissimo, vecchissimo, barbutissimo, fiancheggiato dalla moglie assai più giovane di lui e poderosa, spalleggiato dai servi e dagli otto "campieri" col Gattopardo d'oro sul berretto e nelle mani otto schioppi di non costante innocuità. "Sono felice di dare alle Loro Eccellenze il benvenuto nella Loro casa. Riconsegno il palazzo nello stato preciso in cui è stato lasciato."
Don Onofrio era una delle rare persone stimate dal Princi­pe e forse la sola che non lo avesse mai derubato. L'onestà sua confinava con la mania e di essa si narravano episodi spettacolosi come quello del bicchierino di rosolio lasciato semipieno dalla principessa al momento di una partenza e ritrovato un anno dopo nell'identico posto col contenuto evaporato e ridotto allo stato di gromma zuccherina, ma non toccato. "Perché questa è una parte infinitesimale del patrimonio del Principe e non si deve disperdere."
Finiti i convenevoli con don Onofrio e donna Maria, la Principessa che si reggeva ormai soltanto sui nervi, andò di filato a letto, le ragazze e Tancredi corsero verso le calde ombre del giardino, Don Fabrizio e l'amministratore fecero il giro del grande appartamento. Tutto era in perfetto ordine: i quadri nelle loro cornici pesanti erano spolverati, le dorature delle rilegature antiche emettevano il loro fuoco discreto, l’alto sole faceva brillare i marmi grigi attorno ad ogni porta. Ogni cosa era nello stato in cui si trovava da cinquant'anni. Uscito dal turbine rumoroso dei dissidi civili, don Fabrizio si sentì rinfrancato, pieno di serena sicurezza e guardò quasi teneramente don Onofrio che gli trotterellava al fianco. "Don ‘Nofrio, voi siete veramente uno di quei gnomi che custodisco­no i tesori; la riconoscenza che vi dobbiamo è grande." In un altro anno il sentimento sarebbe stato eguale ma le parole non gli erano salite alle labbra; don 'Nofrio lo guardò grato e sorpreso. "Dovere, Eccellenza, dovere"; e per nascondere la propria emozione si grattava un orecchio con il lunghissimo unghio del mignolo sinistro.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, p. 79-80

martedì 20 dicembre 2011

LA MONETA FALSA - Charles Baudelaire


Mentre ci allontanavamo dalla tabaccheria, il mio amico fece una diligente selezione dei suoi spiccioli; nella tasca sinistra del panciotto introdusse alcune monetine d’oro; nella destra, qualche monetina d’argento; nella tasca sinistra dei calzoni, una abbondante manciata di soldoni, e nella destra, infine, una moneta d’argento da due franchi che aveva particolarmente esaminata.
«Singolare e minuziosa divisione!», osservai fra me.
Incontrammo un mendicante, che tese verso di noi il berretto, tremando. – Nulla conosco di più inquietante della muta eloquenza di quegli occhi supplichevoli, che contengono a un tempo, per l’uomo sensibile che sa leggervi, tanta umiltà e tanti rimproveri. Egli vi trova qualcosa che s’avvicina a quella profondità di complicato sentimento ch’è negli occhi lagrimanti dei cani frustati.
L’elemosina del mio amico fu assai più considerevole della mia, ed io gli dissi: «Avete ragione; dopo il piacere di rimaner sorpresi, non ve n’è alcuno maggiore di quello di produrre una sorpresa». – «Era la moneta falsa», egli mi rispose tranquillamente, come per giustificarsi della sua prodigalità.
Ma nel mio miserabile cervello, sempre intento a cercare l’assurdo (di quale estenuante facoltà mi ha fatto dono la natura!) entrò subitamente l’idea che un tal modo d’agire da parte del mio amico non fosse scusabile se non col desiderio di creare un avvenimento nella vita di quel povero diavolo, e fors’anche di sapere quali conseguenze diverse, funeste o no, possa produrre una moneta falsa in mano a un mendicante. Non poteva essa moltiplicarsi in monete buone? Non poteva anche condurlo in prigione? Un oste, un fornaio, per esempio, lo avrebbe forse fatto arrestare come falsario o come spacciatore di valuta falsa. O forse quella moneta sarebbe stata, per un povero piccolo speculatore, il germe di una ricchezza di pochi giorni. E così la mia fantasia galoppava, prestando le ali alla mente del mio amico e traendo tutte le deduzioni possibili da tutte le ipotesi possibili.
Ma l’amico troncò bruscamente la mia fantasticheria, riprendendo la mie stesse parole: «Sì, avete ragione; non c’è piacere più dolce di quello di cagionare sorpresa a un uomo donandogli più di quanto non speri».
Lo guardai nel bianco degli occhi e fui spaventato al vedere che quegli occhi brillavano di un incontestabile candore. Vidi allora chiaramente che aveva voluto fare, ad un tempo, la carità e un buon affare; guadagnarsi quaranta soldi e il cuore di Dio; portar via il paradiso a buon mercato; e infine pigliarsi senza spesa una patente d’uomo caritatevole. Gli avrei quasi perdonato il desiderio del delittuoso piacere di cui poco prima lo avevo supposto capace; mi sarebbe sembrato strano e singolare che si divertisse a compromettere i poveri; ma non gli perdonerò mai la meschinità del suo calcolo. Non si è mai scusabili d’esser malvagi, ma c’è un po’ di merito nel sapere che si è tali; e il più irreparabile dei vizi è quello di commettere il male per stupidità.
Charles Baudelaire, da Lo spleen di Parigi, in Opere, dall’Oglio, Milano 1965.

martedì 29 novembre 2011

L’INVITO - Onah Mountain Dreamer

Non mi interessa sapere qual è il tuo mestiere. Voglio sapere per cosa si strugge il tuo cuore, e se hai il coraggio di sognare l’incontro con ciò che esso desidera.
Non mi interessa sapere quanti anni tu abbia. Mi interessa sapere se correrai il rischio di fare la figura del pazzo per amore, per il tuo sogno, per l’avventura di essere vivo.
Non mi interessa sapere quali pianeti quadrano con la tua luna, voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se le difficoltà della vita ti hanno portato ad aprirti oppure a chiuderti in te stesso nel timore di soffrire ancora!
Voglio sapere se sei capace di stare nel tuo dolore, tuo e mio, senza nulla fare per nasconderlo, o allontanarlo o cristallizzarlo.
Voglio sapere se sei capace di stare nella gioia, tua e mia, se puoi scatenarti nella danza e lasciare che l’estasi ti invada fino alla punta delle dita dei piedi o delle mani, senza esortarci ad essere prudenti, realisti, o consapevoli dei limiti umani.
Non mi interessa sapere se la storia che mi racconti è vera. Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per restare fedele a te stesso, e non tradire mai la tua anima a costo che altri ti chiamino traditore.
Voglio sapere se puoi essere di parola e quindi degno di fiducia.
Voglio sapere se se capace di trovare la bellezza anche nei giorni in cui il sole non splende  e se puoi trarre fonte per la tua vita dalla presenza Divina.
Voglio sapere se puoi vivere con il fallimento, il tuo e il mio, e nonostante stare in piedi, sulle sponde di un lago gridando: “Sì” al bagliore d’argento della luna piena.
Non mi interessa sapere dove vivi, né quanto denaro possiedi. Voglio sapere se dopo una notte disperata di pianto, sei capace di alzarti, così come sei, sfinito e con l’anima coperta di lividi, per metterti a fare quello che c’è da fare per i bambini.
Non mi interessa sapere chi conosci, né come mai ti trovi qui. Voglio sapere se starai in piedi con me al centro del fuoco, senza tirati indietro.
Non mi interessa sapere cosa hai studiato, né con chi e neppure dove. Voglio sapere cosa ti sostiene da dentro quando tutto il resto viene a mancare.
Voglio sapere se puoi stare solo con te stesso, e se la tua compagnia ti piace veramente nei momenti di vuoto.
Onah Mountain Dreamer, Sognatore delle montagne, anziano uomo di medicina nativo americano

sabato 17 settembre 2011

LETTERA AL FIGLIO - Rudyard Kipling


Se riesci a mantenere la calma quando tutti gli altri intorno a te la stanno perdendo e danno la colpa a te;
Se sai di aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te, tenendo però nel giusto conto i loro dubbi;
Se sai aspettare senza stancarti di aspettare, o essendo calunniato non rispondere alle calunnie, o essendo odiato non dare spazio all’odio, senza tuttavia sembrare troppo buono, e parlare troppo da saggio;
Se sai sognare senza fare dei sogni i tuoi padroni;
Se sai pensare senza fare dei pensieri il tuo fine;
Se sai incontrarti con il successo e la sconfitta e trattare questi due impostori proprio allo stesso modo;
Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto, distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per ingenui; o guardare le cose, per le quali hai dato la vita, distrutte, e umiliarti a ricostruirle con i tuoi strumenti ormai logori;
Se sai fare un’unica pila delle tue vittorie e rischiarla in un solo colpo a testa o croce, e perdere, e ricominciare di nuovo dall’inizio senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;
Se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi a sorreggerti anche dopo molto tempo che non te li senti più e così a resistere quando in te non c’è più nulla tranne la volontà che dice loro: "Resistete!"
Se sai parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà o passeggiare con i re senza perdere il tuo comportamento normale;
Se non possono ferirti né i nemici né gli amici affettuosi;
Se per te contano tutti gli uomini, ma nessuno troppo;
Se riesci a riempire l’inesorabile minuto dando valore a ogni istante che passa,
tua è la Terra e tutto ciò che vi è in essa, e quel che più conta tu sarai un Uomo, figlio mio!

venerdì 31 dicembre 2010

LA TOLLERANZA - Mahatma Gandhi


Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo quando siamo riusciti a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere assolutamente irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato. In altre parole, per poter criticare, si dovrebbe avere un'amorevole capacità, una chiara intuizione e un'assoluta tolleranza. 
Perciò, dato che non penseremo mai tutti nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola d’oro della nostra condotta è la tolleranza reciproca.

Mahatma Gandhi

lunedì 15 dicembre 2008

9. IL VASCELLO E L'ELEFANTE - Francesco Callegari

Talvolta è vascello che scivola silenzioso e veloce sul mare appena increspato, e il navigare sembra facile e leggero, e la meta non troppo lontana. Più spesso prende la forma di un pachiderma e non sai da quale parte voglia andare e quali desideri o bisogni intenda assecondare. Quando si muove, schiaccia la terra con passo pesante e calpesta cieco le piante. Quando si impunta, c’è chi lo deve tirare dal fronte per farlo avanzare, e chi spinge da destra e da sinistra per dargli una direzione e mantenerlo sul sentiero. Moine, urla e bastoni: tutto un fare e disfare per cercare un senso, per trovare insieme la forza di continuare.
Ma che nessuno osi tirarlo per la coda! Sarebbe l’affronto peggiore per tutti quelli che stanno dando l’anima per farlo camminare: è il nostro pachiderma, perché a noi e alle nostre cure è stato affidato. I care, ci compete, ci preoccupiamo, ne siamo responsabili. E, per farlo avanzare, serve la forza di tutti e il cuore di ciascuno. Ciascuno di noi ha la possibilità di fare la propria parte con coraggio, mettendo a disposizione le proprie energie e competenze, gioendo per i pur modesti passi avanti, condividendo l’entusiasmo per le piccole conquiste quotidiane. Chi non se la sente, veda comunque di non rovinare la fatica di tutti gli altri.
Qui non stiamo scherzando: ne va come minimo del nostro lavoro, della nostra serenità, del nostro stare bene insieme. Se qualcosa nell’Istituto non funziona - e sicuramente ancora molto non funziona - cerchiamo in prima persona di agire per correggere la situazione, per trovare una soluzione che favorisca tutti, per proporre miglioramenti che aiutino il passo, lento ma inesorabile, di questo mastodonte. Facciamo presente le cose al coordinatore di classe, al responsabile di plesso o al vice, ai collaboratori, al dirigente. E insieme si troverà una soluzione, faremo fare un piccolo passo all’elefante. 
Molto è stato fatto e molto di più resta da fare e da migliorare. L’unica attività che non serve è il semplice denigrare quanto si sta faticosamente costruendo. Anche per rispetto dei tanti, e sono tanti, che accettano ogni giorno di mettersi in gioco per far funzionare questa nostra scuola. Con i loro limiti, certo, ma con la generosità di chi sa mettere i propri doveri avanti ai propri diritti.

Francesco Callegari Dirigente Scolastico
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