Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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lunedì 30 novembre 2015

UN PICCOLO PRESEPE IN OGNI CLASSE – Giovanni Zen


Fra un mese è Natale. Sapendo il significato di questa “festa”, nella nostra storia occidentale, al di là dello scivolamento consumistico degli ultimi decenni, cioè di una “festa” nata da un valore fortemente religioso che ha fatto crescere in tutti, al di là delle stesse convinzioni religiose, valori universali di fratellanza e solidarietà, credo sarebbe bello che in tutte le classi, per vostra iniziativa, ci fosse un piccolo presepe, magari con un piccolo albero di Natale. Un presepe ed un albero in ogni classe, piccoli segni-simboli.
Sappiamo tutti del momento difficile che stiamo vivendo, per gli attentati e la minaccia terroristica. Riaffermare dunque i valori-base attraverso questi piccoli segni-simboli, valori che sono il cuore della nostra cultura, religiosa e civile, (una cultura “nostra” nel suo valore universale), specialmente in questo momento, penso sia il modo migliore per aiutarci a non rassegnarci alle logiche della paura, del terrore, del sospetto, della prevaricazione. In tutti i sensi.
Qual è il valore del Natale, anche in senso civile? Quello cantato in una vecchia canzone di Renato Zero: “La vita è un dono”. Non ci sono economicismo ed utilitaristico che tengano, di fronte al dono della vita.
Un verso, poi, di una canzone di Biagio Antonacci (“Ti dedico tutto”) ci dice anche come reagire di fronte a questo momento storico: “Il mestiere si impara, il coraggio ti viene, il dolore guarisce, la tempesta ha una fine, ma diverso è sapere la cosa più giusta, siamo naufraghi vivi in un mare d’amore”.
Credo sia sempre utile, infine, quanto ricordato tempo fa da Maurizio Crozza: nel presepe c’è una coppia di immigrati, senza documenti, senza casa, quindi clandestini, con Maria che aspetta il figlio di un altro, che vanno ad occupare una capanna abusivamente...
Sappiamo che la convivenza richiede regole, reciprocità, rispetto, tolleranza, libertà responsabile, solidarietà, ecc.. Ma, forse, dovremmo tutti imparare, oltre tutto e tutti, che “la cosa suprema, che si può conquistare nella vita, è non voler possedere nulla. Neppure in amore” (Ernst Wiechert). Il vero senso universale del Natale.

Giovanni Zen, dirigente scolastico

lunedì 16 novembre 2015

NON NEL MIO NOME – Oriana D’Anna


Caro direttore,
come insegnante di una scuola primaria di Milano, formata da 22 alunni di cui solo cinque di nazionalità italiana, e di cui 12 di religione musulmana, mi interrogo su quello che vedrò riflesso sui volti dei bambini dopo i fatti di Parigi.
Gli episodi di terrorismo ci interrogano sia come cittadini sia come uomini e donne di buona volontà, ma soprattutto come membri di una società multietnica. Chiedo pertanto e mi auguro che si alzino tutti i musulmani che risiedono in Occidente al grido «non nel mio nome». Vorrei che la loro voce si alzasse così da sentirla chiaramente e nitidamente.
Spero che in Italia si alzino tutti i genitori musulmani degli alunni che dividono i banchi con i nostri figli, si alzino i papà e le mamme per dire ai loro bimbi cos'è davvero l'Islam così da spiegarlo anche a noi, affinché possano aiutarci a capire e a sentire la condanna di ciò che è male per perseguire, insieme a chi non è musulmano, ciò che è bene. Mi auguro un confronto alla luce della verità. Auspico che i popoli musulmani possano interrogarsi sulla loro identità, chiarirsela e chiarirla a noi che li accogliamo nelle scuole, nelle case. Mi auguro, entrando in classe, di poter scorgere nei volti dei miei alunni musulmani un riflesso, una traccia del fatto che nelle loro famiglie si condivida il desiderio di pace e si lavori perché ciò che abbiamo visto non accada più nel loro nome.
Mi chiedo allora se non sia opportuno cambiare qualcosa nella scuola e nelle politiche di accoglienza. Perché non introdurre l'insegnamento della lingua araba nelle scuole europee? Non certo per diventare arabi ma per aumentare gli strumenti di dialogo. Mi chiedo perché non la smettiamo di pensare di abbattere le differenze annullandole, ma accogliendole. Oggi nelle scuole si evita di parlare di alcuni soggetti d'arte perché troppo cristiani, si evita di parlare di alcune feste religiose per non urtare chi non è di fede cristiana, si festeggia Halloween ma non si specifica che la festa è quella di Ognissanti. Una ricorrenza che costringerebbe a parlare della morte, di affrontarla e inquadrarla nella cornice della verità. Ebbene la morte entra però nelle nostre case con gli attentati, le guerre e gli attacchi terroristici. Molti militanti dell'Isis sono giovani che hanno studiato in Europa. E' giusto chiedersi cosa non ha funzionato nel processo scolastico, nel processo di socializzazione e di accoglienza.
Non è negando le differenze culturali e religiose che si affronta il problema della convivenza, ma crescendo nella competenza. Conoscere le nostre tradizioni e accoglierne di nuove senza negare la nostra identità e quella altra da noi. Per questo si auspica che i musulmani residenti nel nostro territorio si alzino a far conoscere la loro cultura nel dialogo.
Oriana D'Anna, insegnante su La Stampa, 16 novembre 2015.


lunedì 18 maggio 2015

L’INCONTRO CON ALTRI MONDI - Massimo Recalcati


Il trauma della Scuola impone un taglio, una frattura, una separazione del soggetto dalla cultura e dalla lingua della sua famiglia. In nessun modo, infatti, la famiglia può esaurire l’orizzonte del mondo. L’obbligo della Scuola segna l’uscita necessaria del soggetto dalla famiglia e il suo possibile incontro con altri mondi: è l’obbligo dell’esilio, del passaggio dalla lingua madre alla lingua dell’alfabeto o alle altre lingue perché senza traduzione, come direbbe Benjamin, non c’è sopravvivenza.

Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.

venerdì 24 ottobre 2014

IL PESCE SULL'ALBERO - Albert Einstein


"Per una selezione equa tutti devono fare lo stesso esame: si prega di salire su quell’albero".

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un albero, vivrà tutta la sua vita credendo di essere stupido.
Albert Einstein

venerdì 12 settembre 2014

LA MOTIVAZIONE - Pierre Durrande


Nessuno può essere educato suo malgrado.

Pierre Durrande, L'arte di educare alla vita

martedì 9 settembre 2014

L’EMPATIA – Mamma Patrizia


Ciao, carissimo Francesco!
Ho letto con molta contentezza la tua lettera di inizio anno scolastico.
Mi fa piacere che la scuola (insegnanti, genitori e alunni) si ponga per tema  "l'inclusione". Non è solo un argomento da discutere, ma un obiettivo da raggiungere... gradualmente. Gli esclusi sono tanti e per i più svariati motivi.
Involontariamente e inconsciamente escludiamo dal nostro sguardo (e quindi dal gruppo) quegli alunni che, per gravi ritardi psicofisici, sono affidati a un insegnante di sostegno. La coscienza si sente a posto sapendo che qualcuno si prende cura di loro, per cui reputiamo che non sia necessario farli interagire dentro e fuori della classe.
Poi, ci sono quei ragazzi che, per una qualche difficoltà scolastica o disturbi di apprendimento, ci appaiono come "i più stupidi" della situazione, quelli che arrancano, fanno fatica e a malapena riescono... Questi vengono esclusi perché giudichiamo riprovevole rovinare un gruppetto di scolari promettenti.
Altri non hanno questo genere di problemi, ma un carattere turbolento, irrequieto, aggressivo. Questi tipi li vediamo come una minaccia: potrebbero essere di cattivo esempio a quei coetanei che si apprestano a osservare le regole della buona convivenza sociale.
Una piccola cerchia, invece si esclude da sé, si autoelimina, per timore dei pregiudizi dei compagni sul loro aspetto fisico. Spesso si sentono presi in giro con dei nomignoli dispregiativi.
Alla categoria degli autoesclusi appartengono, ancora, anche quelle persone timidissime, introverse, paurose. Sono talmente impacciate che non riescono a emergere, sono così invisibili che tanti si convincono che la loro esistenza sia insignificante.
Comunque sia, la terapia comune è "l'empatia", il vero e unico atteggiamento di accoglienza dell'altro. Empatici non si nasce: è qualcosa s'impara (un anno dovrebbe essere più che sufficiente...).

Ciao, un abbraccio affettuoso

Patrizia

lunedì 1 settembre 2014

39. UN BAMBINO FATTO IN CASA - Francesco Callegari



Ne ho provati tanti e sono giunto alla conclusione che il migliore sia quello altoatesino. Sarà per via dell’erba o dell’acqua, non so, ma lo yogurt dell’Alto Adige ha un sapore particolare. Mi piace soprattutto quello alla vaniglia e, quando al supermercato vedo allineati i barattoli da mezzo chilo, ne pregusto già il profumo e la morbida consistenza. L’unica cosa che allora osservo con attenzione è la data di scadenza, perché mezzo chilo di yogurt non lo consumi in mezza giornata.
Per giungere a questa scelta ne ho però assaggiati parecchi e ho letto le loro etichette: quante calorie e quanti fermenti lattici vivi (che al solo pensarci fa un po’ impressione), e poi gli zuccheri, gli amidi, la frutta. Le etichette sono importanti: se non ci fossero loro a dirci per esempio quanto residuo fisso rimane nell’acqua che beviamo, non oso pensare ai danni che provocheremmo al nostro organismo! Per fortuna, su tutti gli alimenti confezionati vige l’obbligo di apporre un’etichetta che ne descriva nel dettaglio gli ingredienti. La fabbricazione in serie, tipica dell’industria, consente la produzione di pezzi tutti identici, rendendo così di fatto possibile l’etichettatura.
Questa stessa operazione risulta invece molto complicata, e forse anche inutile se non rischiosa, per tutti quei beni che non sono prodotti in serie: molto probabilmente il pane fatto in casa risulterà diverso per dosi e sapore in ciascuna cottura, così come la passata casalinga di pomodori o la confettura di frutta. A questi alimenti non ci sogneremmo mai di apporre una minuziosa schedatura degli ingredienti, ma ci limiteremmo a gustarli nella loro meravigliosa fragranza lasciandoci sorprendere di volta in volta dall’incanto della loro novità.
Due genitori mi hanno appena scritto una bellissima lettera rivendicando, per il loro bambino fatto in casa, il sacrosanto diritto all’unicità.
Spesso la nostra mente applica inavvertitamente alle persone lo stesso processo conoscitivo utilizzato per le acque minerali: naturali o frizzanti, povere o ricche di sodio, con alto o basso residuo fisso, ecc. Questo meccanismo semplificatorio, che normalmente ci aiuta ad affrontare e comprendere il mondo reale riducendo l’ansia delle diversità, risulta però deleterio se applicato alle persone.
Alexandre Jollien, giovane filosofo francese, esprime bene questo rischio:
“Il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette, delle parole, a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle. Gli antichi vedevano nell’esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può anche portare a ridurre l’essere che ci sta di fronte a una etichetta”.
Alexandre Jollien, Il mestiere di uomo, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2003, p. 63
Incasellare le persone, limita prima di tutto la nostra possibilità di godere e apprezzare la ricchezza delle diverse individualità, ma offre anche incautamente il fianco ad atteggiamenti discriminatori che potrebbero propagarsi nel gruppo dei pari con conseguenze devastanti a livello relazionale.
Soprattutto in un ambiente come la scuola, creato appositamente per far crescere le persone al meglio delle loro possibilità e per allenarle alla vita sociale, è importante il rispetto sostanziale delle diverse individualità, rispetto che si manifesta anche attraverso l’uso di parole che creino empatia, che facciano crescere, che uniscano e non che dividano o escludano. Parole che parlino di libertà e non di prigioni: nel momento in cui etichettiamo una persona, magari a causa di un suo particolare modo di essere, di fare o di parlare, apponiamo su di lei un marchio indelebile che la imprigionerà per sempre portandoci a identificare quella stessa persona con l’etichetta che le abbiamo assegnato e impedendoci di vedere in lei tutto il resto.
Il primo passo, anche se forse il più difficile, è quello di non esprimere giudizi sulle persone. Lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, creatore del metodo della Comunicazione Non Violenta, scrive:
“Il filosofo indiano J. Krishnamurti una volta affermò che osservare senza valutare è la forma più elevata di intelligenza umana. Per la maggior parte di noi, è difficile osservare le persone e i loro comportamenti senza mescolarvi giudizi, critiche o altre forme di analisi.
Attribuendo etichette alle persone, tendiamo ad assumere nei loro confronti atteggiamenti che contribuiscono a generare i comportamenti stessi che ci preoccupano, il che poi lo vediamo come una ulteriore conferma della nostra diagnosi”.
Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, Ed. Esserci, 2003, p. 48, 50, 107.
Il cammino verso la comunicazione non violenta ci apre a nuovi orizzonti e ci invita a cambiare il nostro asse di prospettiva. Normalmente noi utilizziamo il metro di giudizio verticale che prevede a un estremo il concetto di giusto con il relativo premio, dall’altro il concetto di sbagliato con il relativo castigo. Esiste un altro asse relazionale: quello orizzontale, basato sulla comprensione dei bisogni e sul riconoscimento delle emozioni. Bisogni ed emozioni sono strettamente correlati: un bisogno soddisfatto genera un’emozione positiva e viceversa.
Si parla tanto oggi di scuola inclusiva: fino a ieri si diceva che la scuola deve integrare, oggi deve includere. Io non so quale sia tra i due il termine più corretto, so per certo però che una buona scuola è quella che è disposta all’incontro, che sa accogliere e valorizzare le diversità. Una scuola accogliente è una scuola attenta ai bisogni, è una scuola che tende a produrre emozioni positive, che non isola e non esclude, una scuola che non umilia e non mortifica, una scuola che non etichetta e non ingabbia, ma che valorizza il bello e il buono di ciascuno, facendo volare tutti, docenti e allievi. Insieme.
Una scuola attenta sa mettere ciascun allievo nelle migliori condizioni per apprendere. Ancora l’asse bisogni-emozioni, perché l’apprendimento passa più facilmente attraverso le emozioni: “Capitano, mio capitano!”. Lungo l’asse premio-castigo passa solo un apprendimento temporaneo, fasullo, buono solo per l’interrogazione del giorno dopo. Una grande perdita di tempo, in definitiva.
Secondo il filosofo Pierre Durrande:
“Il compito primario di un educatore è quello di offrire la testimonianza di un’umanità autentica e piena. Ed è solo attraverso un costante lavoro su se stesso che un educatore può impegnarsi in quest’opera vitale, poiché educare è innanzitutto incontrare e ogni incontro è possibile solo creando uno spazio di accoglienza in se stessi, quello spazio che nasce da una piena adesione alla propria umanità”.
Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2012.
Ed è proprio lì, nell’apertura consapevole all’incontro, che si gioca la grande sfida dell’inclusione/integrazione: è in classe, ma anche in casa, che le parole e i gesti assumono il colore dell’accoglienza, il sapore della libertà e il canto della speranza.
Buon anno scolastico.                                                                 
1 settembre 2014

Francesco Callegari                                                                      
dirigente scolastico

lunedì 7 ottobre 2013

SONO LORO IL NOSTRO PROSSIMO – Adriano Sofri


Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una pausa, di una tregua – non so, una settimana, almeno un paio di giorni – fra una tragedia e l’altra? O commuoversi comunque quando la cifra dei morti è così esorbitante? Quando ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è ogni volta un dettaglio nuovo. Questa volta è il fuoco acceso dentro una carretta con 500 persone, come accendere un falò in un autobus all’ora di punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo scampato a tutto, anche alla spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di ieri saranno troppi per raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza ed Espulsione, non saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e i mari che hanno attraversato, i cadaveri che hanno urtato, le preghiere che hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno chi abbia voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e capiranno tutto.

lunedì 17 dicembre 2012

GLI AUGURI - Bruno Ferrero



Il piccolo Carlo era un bambino timido e tranquillo. Un giorno arrivò a casa e disse a sua madre che avrebbe voluto preparare una cartolina di San Valentino per tutti i suoi compagni di classe.
La madre istintivamente esclamò: «Ma no! Non è il caso!».
Ogni giorno osservava i bambini quando tornavano a casa a piedi da scuola. Il suo Carlo arrancava sempre per ultimo. Gli altri ridevano e formavano un'allegra e rumorosa combriccola. Ma Carlo non faceva mai parte del gruppo. La madre decise di aiutare il figlio e acquistò cartoncini e pennarelli. Per tre settimane, sera dopo sera, Carlo illustrò meticolosamente trentacinque cartoline di San Valentino.
Giunse il giorno di San Valentino e Carlo era fuori di sé per l'emozione. Le accatastò con cura, le mise nello zainetto e corse fuori. La madre decise di cucinargli il suo dolce preferito e farglielo trovare con una tazza di cioccolata calda per quando sarebbe tornato a casa da scuola. Sapeva che sarebbe rimasto deluso e forse in questo modo gli avrebbe alleviato il dolore. Avrebbe dato una cartolina a tutti, ma lui non ne avrebbe ricevuta nemmeno una.
Quel pomeriggio preparò la torta e la cioccolata. Quando udì il solito vociare dei bambini, guardò fuori della finestra. Stavano arrivando, ridendo e chiacchierando come al solito. E come sempre l'ultimo era Carlo. Da solo.
Entrò in casa quasi di corsa e buttò lo zainetto su una sedia. Non aveva niente in mano e la madre si aspettava che scoppiasse in lacrime. «La mamma ti ha preparato la torta e la cioccolata», disse, con un nodo in gola. Ma lui quasi non sentì le sue parole. Passò oltre, il volto acceso, dicendo forte: «Neanche uno. Neanche uno!».
La madre lo guardò incerta.
E il bambino aggiunse: «Non ne ho dimenticato neanche uno, neanche uno».

Bruno Ferrero, in Il segreto dei pesci rossi

domenica 16 dicembre 2012

DA FORESTIERO - Enzo Bianchi



Il forestiero
è colui che viene da altrove:
è uno sconosciuto.

Il forestiero
è colui che passa e poi va:
è un pellegrino.

Il forestiero
è colui che può essere accolto o respinto:
è un ospite.

Il forestiero
è colui che non possiede casa né terra:
è un povero.

Il forestiero
è colui che non ha bagagli ingombranti:
è libero per camminare.

Enzo. Bianchi, Nella compagnia degli uomini, Casale Monferrato 1995, 5.  

martedì 6 novembre 2012

VI PUO' ESSERE QUALITA' NELLA SCUOLA DELL'EQUITA'? - Luigi Berlinguer



L’autonomia soffre della discriminazione sociale nella scuola, ma anche della caduta di qualità; soffre se non si realizza l’equità, ma anche se i risultati scolastici non sono buoni. In tal caso i ceti più deboli possono conseguire vantaggi formali, l’illusione di inclusione, ma poi riemergono gli svantaggi; sono ammessi a scuola ma non imparano.
Il segreto sta nel coltivare, assicurare la qualità nella scuola per tutti. Tutti hanno diritto di imparare al massimo delle proprie potenzialità e non al minimo. L’inclusione non è un’elemosina, non è la carità.
Come può realizzarsi questo?
  1. Ponendo al centro l’apprendimento.
  2. Rispettando le diversità degli allievi: vocazioni, attitudini, stili cognitivi, interessi culturali, propensioni professionali. E quindi individualizzando insegnamento e apprendimento.
  3. Moltiplicando la motivazione, e quindi l’impegno e il gradimento studentesco, aumentando così anche la responsabilizzazione.
  4. Modellando gli strumenti didattici su queste diversità e stimolando la partecipazione.

Luigi Berlinguer, L’autonomia incompiuta, “Dirigere la scuola”, XXI (2012), n. 4-5-6 

venerdì 19 ottobre 2012

UNA SOCIETA' A MISURA D'UOMO - Silvano Agosti



Oggi, durante il pranzo, che abbiamo consumato insieme a un migliaio di giovani nel parco principale della Capitale, il mio accompagnatore si è lasciato andare a una serie di riflessioni.
“Ognuno di noi è un capo di Stato, se non altro dello Stato che confina con se stessi. In fondo, la vera cultura sono i comportamenti e di questi ognuno di noi è autore, garante e responsabile. Ogni essere che viene al mondo cresce nella libertà e si atrofizza nella dipendenza.
La Kirghisia è soprattutto il territorio in cui il cuore umano può battere senza paure, perché qui si è cercato e si cerca di eliminare ogni forma di dipendenza. In questo piccolo paese, sperduto nel cuore dell’Asia, si tenta di portare al primo posto i desideri e le necessità degli esseri umani. Ogni settore del sociale viene organizzato a misura d’uomo, nella consapevolezza che il soggiorno sul pianeta sia, per ognuno, un’occasione unica e irripetibile nell’arco intero dell’eternità, e che quindi debba essere concepito nel modo più favorevole alla vita. Così, oltre a limitare il tempo di lavoro e ad offrire un’esperienza formativa basata sul gioco e sull’informazione certa, qui si va disegnando un percorso esistenziale, dalla nascita fino al termine dell’energia vitale, capace di offrire a ognuno una serenità quotidiana priva di turbamenti”.
Ho trascritto per voi, cari amici, il senso del discorso che mi ha avvinto nel profondo del cuore, tanto che alla fine siamo rimasti a lungo in silenzio e abbiamo comunicato solo con qualche sorriso.
Amici cari, vi abbraccio.
Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, dalla Terza lettera

sabato 16 giugno 2012

LA SCUOLA DELL'ECCELLENZA NON LASCIA INDIETRO NESSUNO - Simonetta Salacone


Ogni docente competente sa che deve riuscire a far emergere e a valorizzare in ogni alunno il meglio delle proprie attitudini e capacità, a partire dal bagaglio di esperienze che ciascuno ha fatto e continua a fare all'esterno della scuola. Ed è qui che si gioca la differenza fra i diversi soggetti, che non deve essere né appiattita, né negata, ma che non deve alimentare le disuguaglianze dei destini futuri della vita lavorativa e dell'inclusione sociale. Ma è anche qui, purtroppo, che si gioca l'incapacità della scuola di vincere sulle condizioni sfavorevoli di partenza di molti alunni, così che la scuola stessa, anziché diventare un fattore di promozione per tutti, rischia di diventare strumento di ratifica delle disuguaglianze e dei destini, già tracciati, dei soggetti più sfavoriti.

mercoledì 27 luglio 2011

MOLTI BOCCIATI, MOLTO ONORE! - Aluisi Tosolini



I primi dati del ministero dell'Istruzione sull'anno scolastico appena concluso parlano chiaro: ci sono più bocciati alle scuole medie e aumentano gli studenti che a settembre dovranno recuperare. Gli studenti non ammessi nei soli primi due anni delle medie potrebbero arrivare a circa 70.000 rispetto ai 45.000 dell'anno scorso.
Alla scuola superiore il 42,2 % degli studenti non è stato promosso: il 28,6% è stato sospeso con debiti e il 13,6% non è stato ammesso.
Il 18,1% degli studenti del primo anno e il 12% del secondo non sono stati ammessi alla classe successiva.

Parlando alla trasmissione RAI Uno Mattina il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha detto che «La scuola buonista del '68 è stata archiviata».
I dati richiedono qualche ulteriore e rapida riflessione
1. Una qualunque umana “impresa” che misuri il proprio successo dai propri fallimenti dovrebbe preoccupare. Se Marchionne sostenesse che la Fiat va bene perché produce il 30% di macchine difettose verrebbe licenziato in tronco. Lo stesso accadrebbe per un direttore sanitario che sostenesse che l’ospedale è andato alla grande perché sono aumentati gli interventi sbagliati ed inutili.
2. Considerare che l’aumento dei bocciati sia un indice di successo della scuola o della società significa negare alla radice il significato Costituzionale della scuola che consiste non nell’essere buonista o cattivista quanto piuttosto nel “rimuovere ostacoli …..”(art. 3)
3. Una conseguenza contro-intuitiva dell’aumento delle bocciature è l’aumento di spesa (in un momento in cui la scuola è impegnata a tagliare 8 miliardi di euro in tre anni): più bocciati, infatti, vuol dire più classi e per più anni.
4. Da ultimo siamo felici di sapere che il ’68 è archiviato (a scanso di equivoci, di sessanttotini, per motivi anagrafici, ce ne sono ormai davvero pochi a scuola..). Quello che non mi pare archiviato è l’anno prima, il ’67. L’anno in cui uscì "Lettera a una professoressa" di don Milani.

Da I dibattiti di PavoneRisorse, 1 luglio 2009

martedì 8 settembre 2009

15. VOLTI DI LUNA - GLI ALUNNI CON DISABILITA' - Francesco Callegari




“La sua sola presenza fisica impone una montagna di ‘perché’. E quando si risponde a uno
qualsiasi di questi ‘perché’, il disabile fa un passo avanti, la scuola due”

VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2

Il 31 di luglio eravamo in pochi in ufficio e la giornata si preannunciava calda e tranquilla. Non è stato così. A metà mattina, una mamma è venuta a trovarmi. E quando se n’è andata, dentro di me piangevo.


LA MADRE SPECIALE - ERMA BOMBECK
Vi è mai capitato di chiedervi come vengano scelte le madri di figli handicappati?
In qualche maniera riesco a raffigurarmi Dio che dà istruzioni agli angeli, che prendono nota in un registro gigantesco.
"Armstrong Beth, un figlio. Santo patrono Matteo".
"Forest Marjorie, una figlia. Santa patrona, Cecilia".
"Rutledge Carne, due gemelli. Santo patrono... diamo Gerardo. E' abituato alla scarsa religiosità".
A un certo punto, Dio passa un nome a un angelo e sorride: "A questa, diamole un figlio handicappato".
L'angelo è curioso. "Perché a questa qui, Dio? E' così felice".
"Esattamente", risponde Dio sorridendo. "Potrei mai dare un figlio handicappato a una donna che non conosce l'allegria? Sarebbe una cosa crudele".
"Ma ha pazienza?", chiede l'angelo.
"Non voglio che abbia troppa pazienza, altrimenti affogherà in un mare di autocommiserazione e pena. Una volta superati lo shock e il risentimento, di sicuro ce la farà".
"Ma, Signore, penso che quella donna non creda nemmeno in Te".
Dio sorride. "Non importa. Posso provvedere. Quella donna è perfetta. E' dotata del giusto egoismo".
L'angelo resta senza fiato. "Egoismo? E' una virtù?".
Dio annuisce. "Se non sarà capace di separarsi ogni tanto dal figlio, non sopravvivrà mai. Sì, ecco la donna cui darò la benedizione di un figlio meno che perfetto. Ancora non se ne rende conto, ma sarà da invidiare. Non darà mai per certa una parola. Non considererà mai che un passo sia un fatto comune. Quando il bambino dirà 'mamma' per la prima volta, lei sarà testimone di un miracolo e ne sarà consapevole. Quando descriverà un albero o un tramonto al suo bambino cieco, lo vedrà come poche persone sanno vedere le mie creazioni. Le consentirò di vedere chiaramente le cose che vedo io - ignoranza, crudeltà, pregiudizio - e le concederò di levarsi al di sopra di esse. Non sarà mai sola. Io sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, poiché starà facendo il mio lavoro infallibilmente come se fosse al mio fianco".
"E per il santo patrono?", chiede l'angelo, tenendo la penna sollevata a mezz'aria. Dio sorride. "Basterà uno specchio".


Io non so se sia questo oppure un altro il modo in cui i bambini, e in particolare quelli con disabilità, vengono distribuiti sulla Terra. Credo però che le metafore ci aiutino a comprendere meglio le cose, ed è per questo che io le uso spesso. In questo caso, mi sembrano descritte bene le qualità, forse acquisite, delle mamme dei bambini con disabilità. E non solo delle mamme.
Quel giorno, la mamma di X è venuta a chiedermi il nulla osta per cambiare scuola. X è una bambina dislessica e noi non abbiamo saputo meritarla.
Questo fatto mi ha lasciato ancor più amareggiato in quanto la nostra è una scuola che fa dell’accoglienza il suo obiettivo primario, il suo impegno quotidiano: potrei portare numerosi esempi che parlano di percorsi di integrazione condivisi dai nostri consigli di classe o dai moduli fin nei minimi particolari, di docenti curricolari che cercano insieme ai docenti di sostegno le migliori strategie di inserimento, di insegnanti di sostegno che riservano un occhio particolare anche ai ragazzi i cui disturbi non sono certificati.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che: “la presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.


Mi riesce difficile parlare dei ragazzi disabili, forse perché sono più abituato a vivere con loro che a parlare di loro. La vita mi ha fatto il dono, che per la verità non sempre ho compreso e apprezzato, soprattutto quando ero piccolo, di avere accanto una persona speciale e di averla ancora. Una persona dal volto di luna, dal pensiero senza ipocrisie, dal sorriso che incanta. Una persona che ha fatto crescere me e tutti coloro che l’hanno incontrata.
“Grazie a loro, le nostre menti non stavano immerse nella palude delle certezze, tra mura spesse di buon senso. Quei nostri compagni, ci costringevano a chiederci continuamente perché, a farci delle domande, a usare la memoria, ad affinare la percezione. E così abbiamo scoperto che non tutte le nostre menti funzionano allo stesso modo”.
Accogliere in classe un alunno con disabilità vuol dire scommettere sulla solidarietà e sul dono, vuol dire imboccare sentieri sconosciuti verso mete fuori del comune, vuol dire cercare strade sempre diverse per piedi diversi e tutti speciali, vuol dire accettare di camminare a passo più lento ma forse più consapevole, vuol dire adottare occhi nuovi per nuovi orizzonti, vuol dire gioire nello scoprire insieme nuovi panorami di conoscenza.
“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare”.
Nelle Linee guida si invitano i docenti ad accettare le diversità presentate dagli alunni con disabilità e valorizzarle come arricchimento per l’intera classe. Provate a descrivere un tramonto a un bambino cieco, oppure la musica a un bambino sordo: vi scoprirete a inventare suoni, parole e immagini che non avreste mai pensato di conoscere e di adoperare.
Invitate anche i compagni a farlo: “E’ grazie a Giorgio che ho imparato a collegare e integrare le materie, a non isolare gli oggetti dal loro ambiente, a riconoscere che esiste una solidarietà tra le discipline”.
L’insegnante di sostegno è sicuramente una preziosa risorsa, ma dobbiamo essere consapevoli che l’alunno con disabilità appartiene, come tutti gli altri, alla classe e a tutti i suoi insegnanti. Le Linee guida auspicano che siano tutti i docenti della classe ad adoperarsi per coordinare le attività didattiche, per preparare i materiali e tutto quanto può consentire all’alunno con disabilità, sulla base dei suoi bisogni e delle sue necessità, la piena partecipazione allo svolgimento della vita scolastica nella sua classe e non fuori della classe.
Nelle Linee guida del 5 agosto ancora leggiamo: "Si è integrati/inclusi in un contesto quando si effettuano esperienze e si attivano apprendimenti insieme agli altri, quando si condividono obiettivi e strategie di lavoro e non quando si vive, si lavora, si siede gli uni accanto agli altri. E tale integrazione, nella misura in cui sia sostanziale e non formale, non può essere lasciata al caso o all’iniziativa degli insegnanti per le attività di sostegno, che operano come organi separati dal contesto complessivo della classe e della comunità educante. Per non disattendere mai gli obiettivi dell’apprendimento e della condivisione, è indispensabile che la programmazione delle attività sia realizzata da tutti i docenti curricolari, i quali, insieme all’insegnante per le attività di sostegno definiscono gli obiettivi di apprendimento per gli alunni con disabilità in correlazione con quelli previsti per l’intera classe. Date le finalità della programmazione comune fra docenti curricolari e per le attività di sostegno per la definizione del Piano educativo dell’alunno con disabilità, finalità che vedono nella programmazione comune una garanzia di tutela del diritto allo studio, è opportuno ricordare che la cooperazione e la corresponsabilità del team docenti sono essenziali per le finalità previste dalla legge”.
“E quando non c’è l’insegnante di sostegno?”
“Nelle ore in cui non è presente il docente per le attività di sostegno esiste il concreto rischio che per l’alunno con disabilità non vi sia la necessaria tutela in ordine al diritto allo studio. La logica deve invece essere sistemica, ovvero quella secondo cui il docente in questione è ‘assegnato alla classe per le attività di sostegno’, nel senso che, oltre a intervenire sulla base di una preparazione specifica nelle ore in classe, collabora con l’insegnante curricolare e con il Consiglio di classe affinché l’iter formativo dell’alunno possa continuare anche in sua assenza. Questa logica deve informare il lavoro dei gruppi previsti dalle norme e la programmazione integrata”.
“E se mi prendo indietro con il programma?”
“Nessuno nega la necessità dell’efficienza, ma non si può puntare solo all’efficienza, occorre perseguire anche l’efficacia. Efficienza è fare le cose bene, efficacia vuol dire fare le cose giuste”.
Lo so benissimo che non è facile e, senza compresenze, lo sarà ancora meno. Ma “nessuno vi chiede miracoli. Vi si chiede quello che vi è sempre stato chiesto: di non far parti uguali tra disuguali. Vi si chiede di valorizzare le diversità. E questo non significa cambiare il mondo, ma solo accettare con serenità ciò che non può essere cambiato, avere il coraggio di cambiare ciò che dovrebbe essere cambiato, sforzarvi di essere abbastanza saggi per distinguere una cosa dall’altra”.
Buon cammino a tutti noi, insieme.


FRANCESCO CALLEGARI
DIRIGENTE SCOLASTICO


Citazioni da:
SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze 1967.
Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, MIUR, 5 agosto 2009.
VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2, Erickson, Trento 2005.
GIUSEPPE PONTIGGIO, Nati due volte, Mondadori, Milano 2000.
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