Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli
NEWS
Visualizzazione post con etichetta INCLUSIONE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta INCLUSIONE. Mostra tutti i post
venerdì 12 maggio 2017
lunedì 30 novembre 2015
UN PICCOLO PRESEPE IN OGNI CLASSE – Giovanni Zen
Fra un mese è Natale.
Sapendo il significato di questa “festa”, nella nostra storia occidentale, al
di là dello scivolamento consumistico degli ultimi decenni, cioè di una “festa”
nata da un valore fortemente religioso che ha fatto crescere in tutti, al di là
delle stesse convinzioni religiose, valori universali di fratellanza e
solidarietà, credo sarebbe bello che in tutte le classi, per vostra iniziativa,
ci fosse un piccolo presepe, magari con un piccolo albero di Natale. Un presepe
ed un albero in ogni classe, piccoli segni-simboli.
Sappiamo tutti del
momento difficile che stiamo vivendo, per gli attentati e la minaccia terroristica.
Riaffermare dunque i valori-base attraverso questi piccoli segni-simboli,
valori che sono il cuore della nostra cultura, religiosa e civile, (una cultura
“nostra” nel suo valore universale), specialmente in questo momento, penso sia
il modo migliore per aiutarci a non rassegnarci alle logiche della paura, del
terrore, del sospetto, della prevaricazione. In tutti i sensi.
Qual è il valore del
Natale, anche in senso civile? Quello cantato in una vecchia canzone di Renato
Zero: “La vita è un dono”. Non ci sono economicismo ed utilitaristico che
tengano, di fronte al dono della vita.
Un verso, poi, di una
canzone di Biagio Antonacci (“Ti dedico tutto”) ci dice anche come reagire di
fronte a questo momento storico: “Il mestiere si impara, il coraggio ti viene,
il dolore guarisce, la tempesta ha una fine, ma diverso è sapere la cosa più
giusta, siamo naufraghi vivi in un mare d’amore”.
Credo sia sempre
utile, infine, quanto ricordato tempo fa da Maurizio Crozza: nel presepe c’è
una coppia di immigrati, senza documenti, senza casa, quindi clandestini, con
Maria che aspetta il figlio di un altro, che vanno ad occupare una capanna
abusivamente...
Sappiamo che la
convivenza richiede regole, reciprocità, rispetto, tolleranza, libertà responsabile,
solidarietà, ecc.. Ma, forse, dovremmo tutti imparare, oltre tutto e tutti, che
“la cosa suprema, che si può conquistare nella vita, è non voler possedere
nulla. Neppure in amore” (Ernst Wiechert). Il vero senso universale del Natale.
Giovanni Zen,
dirigente scolastico
lunedì 16 novembre 2015
NON NEL MIO NOME – Oriana D’Anna
Caro direttore,
come insegnante di
una scuola primaria di Milano, formata da 22 alunni di cui solo cinque di
nazionalità italiana, e di cui 12 di religione musulmana, mi interrogo su
quello che vedrò riflesso sui volti dei bambini dopo i fatti di Parigi.
Gli episodi di
terrorismo ci interrogano sia come cittadini sia come uomini e donne di buona
volontà, ma soprattutto come membri di una società multietnica. Chiedo pertanto
e mi auguro che si alzino tutti i musulmani che risiedono in Occidente al grido
«non nel mio nome». Vorrei che la loro voce si alzasse così da sentirla chiaramente
e nitidamente.
Spero che in Italia
si alzino tutti i genitori musulmani degli alunni che dividono i banchi con i
nostri figli, si alzino i papà e le mamme per dire ai loro bimbi cos'è davvero
l'Islam così da spiegarlo anche a noi, affinché possano aiutarci a capire e a sentire
la condanna di ciò che è male per perseguire, insieme a chi non è musulmano,
ciò che è bene. Mi auguro un confronto alla luce della verità. Auspico che i
popoli musulmani possano interrogarsi sulla loro identità, chiarirsela e
chiarirla a noi che li accogliamo nelle scuole, nelle case. Mi auguro, entrando
in classe, di poter scorgere nei volti dei miei alunni musulmani un riflesso,
una traccia del fatto che nelle loro famiglie si condivida il desiderio di pace
e si lavori perché ciò che abbiamo visto non accada più nel loro nome.
Mi chiedo allora se
non sia opportuno cambiare qualcosa nella scuola e nelle politiche di accoglienza.
Perché non introdurre l'insegnamento della lingua araba nelle scuole europee? Non
certo per diventare arabi ma per aumentare gli strumenti di dialogo. Mi chiedo
perché non la smettiamo di pensare di abbattere le differenze annullandole, ma
accogliendole. Oggi nelle scuole si evita di parlare di alcuni soggetti d'arte
perché troppo cristiani, si evita di parlare di alcune feste religiose per non
urtare chi non è di fede cristiana, si festeggia Halloween ma non si specifica
che la festa è quella di Ognissanti. Una ricorrenza che costringerebbe a parlare
della morte, di affrontarla e inquadrarla nella cornice della verità. Ebbene la
morte entra però nelle nostre case con gli attentati, le guerre e gli attacchi terroristici.
Molti militanti dell'Isis sono giovani che hanno studiato in Europa. E' giusto
chiedersi cosa non ha funzionato nel processo scolastico, nel processo di
socializzazione e di accoglienza.
Non è negando le
differenze culturali e religiose che si affronta il problema della convivenza, ma
crescendo nella competenza. Conoscere le nostre tradizioni e accoglierne di
nuove senza negare la nostra identità e quella altra da noi. Per questo si auspica
che i musulmani residenti nel nostro territorio si alzino a far conoscere la loro
cultura nel dialogo.
Oriana D'Anna,
insegnante su La Stampa, 16 novembre
2015.
lunedì 18 maggio 2015
L’INCONTRO CON ALTRI MONDI - Massimo Recalcati
Il trauma della
Scuola impone un taglio, una frattura, una separazione del soggetto dalla
cultura e dalla lingua della sua famiglia. In nessun modo, infatti, la famiglia
può esaurire l’orizzonte del mondo. L’obbligo della Scuola segna l’uscita
necessaria del soggetto dalla famiglia e il suo possibile incontro con altri
mondi: è l’obbligo dell’esilio, del passaggio dalla lingua madre alla lingua
dell’alfabeto o alle altre lingue perché senza traduzione, come direbbe
Benjamin, non c’è sopravvivenza.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.
venerdì 24 ottobre 2014
IL PESCE SULL'ALBERO - Albert Einstein
"Per una selezione equa tutti devono fare
lo stesso esame: si prega di salire su quell’albero".
Ognuno
è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un
albero, vivrà tutta la sua vita credendo di essere stupido.
Albert Einstein
venerdì 12 settembre 2014
martedì 9 settembre 2014
L’EMPATIA – Mamma Patrizia
Ciao, carissimo
Francesco!
Ho letto con molta
contentezza la tua lettera di inizio anno scolastico.
Mi fa piacere che la
scuola (insegnanti, genitori e alunni) si ponga per tema "l'inclusione". Non è solo un
argomento da discutere, ma un obiettivo da raggiungere... gradualmente. Gli
esclusi sono tanti e per i più svariati motivi.
Involontariamente e inconsciamente
escludiamo dal nostro sguardo (e quindi dal gruppo) quegli alunni che, per
gravi ritardi psicofisici, sono affidati a un insegnante di sostegno. La
coscienza si sente a posto sapendo che qualcuno si prende cura di loro, per cui
reputiamo che non sia necessario farli interagire dentro e fuori della classe.
Poi, ci sono quei
ragazzi che, per una qualche difficoltà scolastica o disturbi di apprendimento,
ci appaiono come "i più stupidi" della situazione, quelli che
arrancano, fanno fatica e a malapena riescono... Questi vengono esclusi perché
giudichiamo riprovevole rovinare un gruppetto di scolari promettenti.
Altri non hanno
questo genere di problemi, ma un carattere turbolento, irrequieto, aggressivo.
Questi tipi li vediamo come una minaccia: potrebbero essere di cattivo esempio
a quei coetanei che si apprestano a osservare le regole della buona convivenza
sociale.
Una piccola cerchia,
invece si esclude da sé, si autoelimina, per timore dei pregiudizi dei compagni
sul loro aspetto fisico. Spesso si sentono presi in giro con dei nomignoli
dispregiativi.
Alla categoria degli
autoesclusi appartengono, ancora, anche quelle persone timidissime, introverse,
paurose. Sono talmente impacciate che non riescono a emergere, sono così
invisibili che tanti si convincono che la loro esistenza sia insignificante.
Comunque sia, la
terapia comune è "l'empatia", il vero e unico atteggiamento di
accoglienza dell'altro. Empatici non si nasce: è qualcosa s'impara (un anno
dovrebbe essere più che sufficiente...).
Ciao, un abbraccio
affettuoso
Patrizia
lunedì 1 settembre 2014
39. UN BAMBINO FATTO IN CASA - Francesco Callegari
Per giungere a
questa scelta ne ho però assaggiati parecchi e ho letto le loro etichette:
quante calorie e quanti fermenti lattici vivi (che al solo pensarci fa un po’
impressione), e poi gli zuccheri, gli amidi, la frutta. Le etichette sono
importanti: se non ci fossero loro a dirci per esempio quanto residuo fisso
rimane nell’acqua che beviamo, non oso pensare ai danni che provocheremmo al
nostro organismo! Per fortuna, su tutti gli alimenti confezionati vige
l’obbligo di apporre un’etichetta che ne descriva nel dettaglio gli ingredienti.
La fabbricazione in serie, tipica dell’industria, consente la produzione di
pezzi tutti identici, rendendo così di fatto possibile l’etichettatura.
Questa stessa operazione
risulta invece molto complicata, e forse anche inutile se non rischiosa, per
tutti quei beni che non sono prodotti in serie: molto probabilmente il pane
fatto in casa risulterà diverso per dosi e sapore in ciascuna cottura, così
come la passata casalinga di pomodori o la confettura di frutta. A questi alimenti
non ci sogneremmo mai di apporre una minuziosa schedatura degli ingredienti, ma
ci limiteremmo a gustarli nella loro meravigliosa fragranza lasciandoci
sorprendere di volta in volta dall’incanto della loro novità.
Due genitori mi
hanno appena scritto una bellissima lettera rivendicando, per il loro bambino
fatto in casa, il sacrosanto diritto all’unicità.
Spesso la nostra
mente applica inavvertitamente alle persone lo stesso processo conoscitivo
utilizzato per le acque minerali: naturali o frizzanti, povere o ricche di
sodio, con alto o basso residuo fisso, ecc. Questo meccanismo semplificatorio,
che normalmente ci aiuta ad affrontare e comprendere il mondo reale riducendo
l’ansia delle diversità, risulta però deleterio se applicato alle persone.
Alexandre Jollien,
giovane filosofo francese, esprime bene questo rischio:
“Il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni
giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di
ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a
focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di
conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette,
delle parole, a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle. Gli
antichi vedevano nell’esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può
anche portare a ridurre l’essere che ci sta di fronte a una etichetta”.
Alexandre Jollien, Il mestiere di uomo, Edizioni
Qiqaion, Magnano (BI) 2003, p. 63
Incasellare le
persone, limita prima di tutto la nostra possibilità di godere e apprezzare la
ricchezza delle diverse individualità, ma offre anche incautamente il fianco ad
atteggiamenti discriminatori che potrebbero propagarsi nel gruppo dei pari con
conseguenze devastanti a livello relazionale.
Soprattutto in un
ambiente come la scuola, creato appositamente per far crescere le persone al
meglio delle loro possibilità e per allenarle alla vita sociale, è importante
il rispetto sostanziale delle diverse individualità, rispetto che si manifesta anche
attraverso l’uso di parole che creino empatia, che facciano crescere, che uniscano
e non che dividano o escludano. Parole che parlino di libertà e non di prigioni:
nel momento in cui etichettiamo una persona, magari a causa di un suo
particolare modo di essere, di fare o di parlare, apponiamo su di lei un
marchio indelebile che la imprigionerà per sempre portandoci a identificare
quella stessa persona con l’etichetta che le abbiamo assegnato e impedendoci di
vedere in lei tutto il resto.
Il primo passo,
anche se forse il più difficile, è quello di non esprimere giudizi sulle persone.
Lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, creatore del metodo della
Comunicazione Non Violenta, scrive:
“Il filosofo
indiano J. Krishnamurti una volta affermò che osservare senza valutare è la
forma più elevata di intelligenza umana. Per la maggior parte di noi, è
difficile osservare le persone e i loro comportamenti senza mescolarvi giudizi,
critiche o altre forme di analisi.
Attribuendo
etichette alle persone, tendiamo ad assumere nei loro confronti atteggiamenti
che contribuiscono a generare i comportamenti stessi che ci preoccupano, il che
poi lo vediamo come una ulteriore conferma della nostra diagnosi”.
Marshall B. Rosenberg, Le
parole sono finestre, Ed. Esserci,
2003, p. 48, 50, 107.
Il cammino verso la
comunicazione non violenta ci apre a nuovi orizzonti e ci invita a cambiare il
nostro asse di prospettiva. Normalmente noi utilizziamo il metro di giudizio
verticale che prevede a un estremo il concetto di giusto con il relativo
premio, dall’altro il concetto di sbagliato con il relativo castigo. Esiste un
altro asse relazionale: quello orizzontale, basato sulla comprensione dei
bisogni e sul riconoscimento delle emozioni. Bisogni ed emozioni sono
strettamente correlati: un bisogno soddisfatto genera un’emozione positiva e
viceversa.
Si parla tanto oggi
di scuola inclusiva: fino a ieri si diceva che la scuola deve integrare, oggi
deve includere. Io non so quale sia tra i due il termine più corretto, so per
certo però che una buona scuola è quella che è disposta all’incontro, che sa
accogliere e valorizzare le diversità. Una scuola accogliente è una scuola
attenta ai bisogni, è una scuola che tende a produrre emozioni positive, che non
isola e non esclude, una scuola che non umilia e non mortifica, una scuola che
non etichetta e non ingabbia, ma che valorizza il bello e il buono di ciascuno,
facendo volare tutti, docenti e allievi. Insieme.
Una scuola attenta
sa mettere ciascun allievo nelle migliori condizioni per apprendere. Ancora
l’asse bisogni-emozioni, perché l’apprendimento passa più facilmente attraverso
le emozioni: “Capitano, mio capitano!”.
Lungo l’asse premio-castigo passa solo un apprendimento temporaneo, fasullo,
buono solo per l’interrogazione del giorno dopo. Una grande perdita di tempo,
in definitiva.
Secondo il filosofo
Pierre Durrande:
“Il compito primario di un educatore è quello di offrire la
testimonianza di un’umanità autentica e piena. Ed è solo attraverso un costante
lavoro su se stesso che un educatore può impegnarsi in quest’opera vitale,
poiché educare è innanzitutto incontrare e ogni incontro è possibile solo
creando uno spazio di accoglienza in se stessi, quello spazio che nasce da una
piena adesione alla propria umanità”.
Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita,
Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2012.
Ed è proprio lì,
nell’apertura consapevole all’incontro, che si gioca la grande sfida
dell’inclusione/integrazione: è in classe, ma anche in casa, che le parole e i
gesti assumono il colore dell’accoglienza, il sapore della libertà e il canto
della speranza.
Buon anno scolastico.
1 settembre 2014Francesco Callegari
dirigente scolastico
lunedì 7 ottobre 2013
SONO LORO IL NOSTRO PROSSIMO – Adriano Sofri
Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una
pausa, di una tregua – non so, una settimana, almeno un paio di giorni – fra
una tragedia e l’altra? O commuoversi comunque quando la cifra dei morti è così
esorbitante? Quando ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è
ogni volta un dettaglio nuovo. Questa volta è il fuoco acceso dentro una
carretta con 500 persone, come accendere un falò in un autobus all’ora di
punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio
nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo
scampato a tutto, anche alla spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei
suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di ieri saranno troppi per
raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i
superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza
ed Espulsione, non saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e
i mari che hanno attraversato, i cadaveri che hanno urtato, le preghiere che
hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno chi abbia
voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e
capiranno tutto.
lunedì 17 dicembre 2012
GLI AUGURI - Bruno Ferrero
Il piccolo Carlo era un bambino timido e
tranquillo. Un giorno arrivò a casa e disse a sua madre che avrebbe voluto
preparare una cartolina di San Valentino per tutti i suoi compagni di classe.
La madre istintivamente esclamò: «Ma no!
Non è il caso!».
Ogni giorno osservava i bambini quando
tornavano a casa a piedi da scuola. Il suo Carlo arrancava sempre per ultimo.
Gli altri ridevano e formavano un'allegra e rumorosa combriccola. Ma Carlo non
faceva mai parte del gruppo. La madre decise di aiutare il figlio e acquistò
cartoncini e pennarelli. Per tre settimane, sera dopo sera, Carlo illustrò
meticolosamente trentacinque cartoline di San Valentino.
Giunse il giorno di San Valentino e Carlo
era fuori di sé per l'emozione. Le accatastò con cura, le mise nello zainetto e
corse fuori. La madre decise di cucinargli il suo dolce preferito e farglielo
trovare con una tazza di cioccolata calda per quando sarebbe tornato a casa da
scuola. Sapeva che sarebbe rimasto deluso e forse in questo modo gli avrebbe
alleviato il dolore. Avrebbe dato una cartolina a tutti, ma lui non ne avrebbe
ricevuta nemmeno una.
Quel pomeriggio preparò la torta e la
cioccolata. Quando udì il solito vociare dei bambini, guardò fuori della
finestra. Stavano arrivando, ridendo e chiacchierando come al solito. E come
sempre l'ultimo era Carlo. Da solo.
Entrò in casa quasi di corsa e buttò lo
zainetto su una sedia. Non aveva niente in mano e la madre si aspettava che
scoppiasse in lacrime. «La mamma ti ha preparato la torta e la cioccolata»,
disse, con un nodo in gola. Ma lui quasi non sentì le sue parole. Passò oltre,
il volto acceso, dicendo forte: «Neanche uno. Neanche uno!».
La madre lo guardò incerta.
E il bambino aggiunse: «Non ne ho
dimenticato neanche uno, neanche uno».
Bruno Ferrero, in Il
segreto dei pesci rossi
domenica 16 dicembre 2012
DA FORESTIERO - Enzo Bianchi
Il
forestiero
è colui che
viene da altrove:
è uno
sconosciuto.
Il
forestiero
è colui che
passa e poi va:
è un
pellegrino.
Il
forestiero
è colui che
può essere accolto o respinto:
è un ospite.
Il
forestiero
è colui che
non possiede casa né terra:
è un povero.
Il
forestiero
è colui che
non ha bagagli ingombranti:
è libero per
camminare.
Enzo. Bianchi,
Nella compagnia degli uomini, Casale Monferrato 1995,
5.
martedì 6 novembre 2012
VI PUO' ESSERE QUALITA' NELLA SCUOLA DELL'EQUITA'? - Luigi Berlinguer
L’autonomia soffre
della discriminazione sociale nella scuola, ma anche della caduta di qualità;
soffre se non si realizza l’equità, ma anche se i risultati scolastici non sono
buoni. In tal caso i ceti più deboli possono conseguire vantaggi formali, l’illusione
di inclusione, ma poi riemergono gli svantaggi; sono ammessi a scuola ma non
imparano.
Il segreto sta nel
coltivare, assicurare la qualità nella scuola per tutti. Tutti hanno diritto di
imparare al massimo delle proprie potenzialità e non al minimo. L’inclusione
non è un’elemosina, non è la carità.
Come può
realizzarsi questo?
- Ponendo al centro l’apprendimento.
- Rispettando le diversità degli allievi: vocazioni, attitudini, stili cognitivi, interessi culturali, propensioni professionali. E quindi individualizzando insegnamento e apprendimento.
- Moltiplicando la motivazione, e quindi l’impegno e il gradimento studentesco, aumentando così anche la responsabilizzazione.
- Modellando gli strumenti didattici su queste diversità e stimolando la partecipazione.
Luigi Berlinguer, L’autonomia incompiuta, “Dirigere la scuola”, XXI (2012), n. 4-5-6
venerdì 19 ottobre 2012
UNA SOCIETA' A MISURA D'UOMO - Silvano Agosti
Oggi, durante il
pranzo, che abbiamo consumato insieme a un migliaio di giovani nel parco principale
della Capitale, il mio accompagnatore si è lasciato andare a una serie di riflessioni.
“Ognuno di noi è un
capo di Stato, se non altro dello Stato che confina con se stessi. In fondo, la
vera cultura sono i comportamenti e di questi ognuno di noi è autore, garante e
responsabile. Ogni essere che viene al mondo cresce nella libertà e si
atrofizza nella dipendenza.
La Kirghisia è
soprattutto il territorio in cui il cuore umano può battere senza paure, perché
qui si è cercato e si cerca di eliminare ogni forma di dipendenza. In questo
piccolo paese, sperduto nel cuore dell’Asia, si tenta di portare al primo posto
i desideri e le necessità degli esseri umani. Ogni settore del sociale viene
organizzato a misura d’uomo, nella consapevolezza che il soggiorno sul pianeta
sia, per ognuno, un’occasione unica e irripetibile nell’arco intero dell’eternità,
e che quindi debba essere concepito nel modo più favorevole alla vita. Così,
oltre a limitare il tempo di lavoro e ad offrire un’esperienza formativa basata
sul gioco e sull’informazione certa, qui si va disegnando un percorso
esistenziale, dalla nascita fino al termine dell’energia vitale, capace di
offrire a ognuno una serenità quotidiana priva di turbamenti”.
Ho trascritto per
voi, cari amici, il senso del discorso che mi ha avvinto nel profondo del
cuore, tanto che alla fine siamo rimasti a lungo in silenzio e abbiamo
comunicato solo con qualche sorriso.
Amici cari, vi
abbraccio.
Silvano
Agosti,
Lettere dalla Kirghisia, dalla Terza lettera
sabato 16 giugno 2012
LA SCUOLA DELL'ECCELLENZA NON LASCIA INDIETRO NESSUNO - Simonetta Salacone
Ogni docente
competente sa che deve riuscire a far emergere e a valorizzare in ogni alunno
il meglio delle proprie attitudini e capacità, a partire dal bagaglio di
esperienze che ciascuno ha fatto e continua a fare all'esterno della scuola. Ed
è qui che si gioca la differenza fra i diversi soggetti, che non deve essere né
appiattita, né negata, ma che non deve alimentare le disuguaglianze dei destini
futuri della vita lavorativa e dell'inclusione sociale. Ma è anche qui,
purtroppo, che si gioca l'incapacità della scuola di vincere sulle condizioni
sfavorevoli di partenza di molti alunni, così che la scuola stessa, anziché
diventare un fattore di promozione per tutti, rischia di diventare strumento di
ratifica delle disuguaglianze e dei destini, già tracciati, dei soggetti più
sfavoriti.
mercoledì 27 luglio 2011
MOLTI BOCCIATI, MOLTO ONORE! - Aluisi Tosolini
I primi dati del ministero dell'Istruzione sull'anno scolastico appena concluso parlano chiaro: ci sono più bocciati alle scuole medie e aumentano gli studenti che a settembre dovranno recuperare. Gli studenti non ammessi nei soli primi due anni delle medie potrebbero arrivare a circa 70.000 rispetto ai 45.000 dell'anno scorso.
Alla scuola superiore il 42,2 % degli studenti non è stato promosso: il 28,6% è stato sospeso con debiti e il 13,6% non è stato ammesso.
Il 18,1% degli studenti del primo anno e il 12% del secondo non sono stati ammessi alla classe successiva.
Parlando alla trasmissione RAI Uno Mattina il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha detto che «La scuola buonista del '68 è stata archiviata».
Alla scuola superiore il 42,2 % degli studenti non è stato promosso: il 28,6% è stato sospeso con debiti e il 13,6% non è stato ammesso.
Il 18,1% degli studenti del primo anno e il 12% del secondo non sono stati ammessi alla classe successiva.
Parlando alla trasmissione RAI Uno Mattina il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini ha detto che «La scuola buonista del '68 è stata archiviata».
I dati richiedono qualche ulteriore e rapida riflessione
1. Una qualunque umana “impresa” che misuri il proprio successo dai propri fallimenti dovrebbe preoccupare. Se Marchionne sostenesse che la Fiat va bene perché produce il 30% di macchine difettose verrebbe licenziato in tronco. Lo stesso accadrebbe per un direttore sanitario che sostenesse che l’ospedale è andato alla grande perché sono aumentati gli interventi sbagliati ed inutili.
2. Considerare che l’aumento dei bocciati sia un indice di successo della scuola o della società significa negare alla radice il significato Costituzionale della scuola che consiste non nell’essere buonista o cattivista quanto piuttosto nel “rimuovere ostacoli …..”(art. 3)
3. Una conseguenza contro-intuitiva dell’aumento delle bocciature è l’aumento di spesa (in un momento in cui la scuola è impegnata a tagliare 8 miliardi di euro in tre anni): più bocciati, infatti, vuol dire più classi e per più anni.
4. Da ultimo siamo felici di sapere che il ’68 è archiviato (a scanso di equivoci, di sessanttotini, per motivi anagrafici, ce ne sono ormai davvero pochi a scuola..). Quello che non mi pare archiviato è l’anno prima, il ’67. L’anno in cui uscì "Lettera a una professoressa" di don Milani.
2. Considerare che l’aumento dei bocciati sia un indice di successo della scuola o della società significa negare alla radice il significato Costituzionale della scuola che consiste non nell’essere buonista o cattivista quanto piuttosto nel “rimuovere ostacoli …..”(art. 3)
3. Una conseguenza contro-intuitiva dell’aumento delle bocciature è l’aumento di spesa (in un momento in cui la scuola è impegnata a tagliare 8 miliardi di euro in tre anni): più bocciati, infatti, vuol dire più classi e per più anni.
4. Da ultimo siamo felici di sapere che il ’68 è archiviato (a scanso di equivoci, di sessanttotini, per motivi anagrafici, ce ne sono ormai davvero pochi a scuola..). Quello che non mi pare archiviato è l’anno prima, il ’67. L’anno in cui uscì "Lettera a una professoressa" di don Milani.
Da I dibattiti di PavoneRisorse, 1 luglio 2009
martedì 8 settembre 2009
15. VOLTI DI LUNA - GLI ALUNNI CON DISABILITA' - Francesco Callegari
qualsiasi di questi ‘perché’, il disabile fa un passo avanti, la scuola due”
VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2
LA MADRE SPECIALE - ERMA BOMBECK
Vi è mai capitato di chiedervi come vengano scelte le madri di figli handicappati?
In qualche maniera riesco a raffigurarmi Dio che dà istruzioni agli angeli, che prendono nota in un registro gigantesco.
"Armstrong Beth, un figlio. Santo patrono Matteo".
"Forest Marjorie, una figlia. Santa patrona, Cecilia".
"Rutledge Carne, due gemelli. Santo patrono... diamo Gerardo. E' abituato alla scarsa religiosità".
A un certo punto, Dio passa un nome a un angelo e sorride: "A questa, diamole un figlio handicappato".
L'angelo è curioso. "Perché a questa qui, Dio? E' così felice".
"Esattamente", risponde Dio sorridendo. "Potrei mai dare un figlio handicappato a una donna che non conosce l'allegria? Sarebbe una cosa crudele".
"Ma ha pazienza?", chiede l'angelo.
"Non voglio che abbia troppa pazienza, altrimenti affogherà in un mare di autocommiserazione e pena. Una volta superati lo shock e il risentimento, di sicuro ce la farà".
"Ma, Signore, penso che quella donna non creda nemmeno in Te".
Dio sorride. "Non importa. Posso provvedere. Quella donna è perfetta. E' dotata del giusto egoismo".
L'angelo resta senza fiato. "Egoismo? E' una virtù?".
Dio annuisce. "Se non sarà capace di separarsi ogni tanto dal figlio, non sopravvivrà mai. Sì, ecco la donna cui darò la benedizione di un figlio meno che perfetto. Ancora non se ne rende conto, ma sarà da invidiare. Non darà mai per certa una parola. Non considererà mai che un passo sia un fatto comune. Quando il bambino dirà 'mamma' per la prima volta, lei sarà testimone di un miracolo e ne sarà consapevole. Quando descriverà un albero o un tramonto al suo bambino cieco, lo vedrà come poche persone sanno vedere le mie creazioni. Le consentirò di vedere chiaramente le cose che vedo io - ignoranza, crudeltà, pregiudizio - e le concederò di levarsi al di sopra di esse. Non sarà mai sola. Io sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, poiché starà facendo il mio lavoro infallibilmente come se fosse al mio fianco".
"E per il santo patrono?", chiede l'angelo, tenendo la penna sollevata a mezz'aria. Dio sorride. "Basterà uno specchio".
Io non so se sia questo oppure un altro il modo in cui i bambini, e in particolare quelli con disabilità, vengono distribuiti sulla Terra. Credo però che le metafore ci aiutino a comprendere meglio le cose, ed è per questo che io le uso spesso. In questo caso, mi sembrano descritte bene le qualità, forse acquisite, delle mamme dei bambini con disabilità. E non solo delle mamme.
Quel giorno, la mamma di X è venuta a chiedermi il nulla osta per cambiare scuola. X è una bambina dislessica e noi non abbiamo saputo meritarla.
Questo fatto mi ha lasciato ancor più amareggiato in quanto la nostra è una scuola che fa dell’accoglienza il suo obiettivo primario, il suo impegno quotidiano: potrei portare numerosi esempi che parlano di percorsi di integrazione condivisi dai nostri consigli di classe o dai moduli fin nei minimi particolari, di docenti curricolari che cercano insieme ai docenti di sostegno le migliori strategie di inserimento, di insegnanti di sostegno che riservano un occhio particolare anche ai ragazzi i cui disturbi non sono certificati.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che: “la presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.
Mi riesce difficile parlare dei ragazzi disabili, forse perché sono più abituato a vivere con loro che a parlare di loro. La vita mi ha fatto il dono, che per la verità non sempre ho compreso e apprezzato, soprattutto quando ero piccolo, di avere accanto una persona speciale e di averla ancora. Una persona dal volto di luna, dal pensiero senza ipocrisie, dal sorriso che incanta. Una persona che ha fatto crescere me e tutti coloro che l’hanno incontrata.
“Grazie a loro, le nostre menti non stavano immerse nella palude delle certezze, tra mura spesse di buon senso. Quei nostri compagni, ci costringevano a chiederci continuamente perché, a farci delle domande, a usare la memoria, ad affinare la percezione. E così abbiamo scoperto che non tutte le nostre menti funzionano allo stesso modo”.
Accogliere in classe un alunno con disabilità vuol dire scommettere sulla solidarietà e sul dono, vuol dire imboccare sentieri sconosciuti verso mete fuori del comune, vuol dire cercare strade sempre diverse per piedi diversi e tutti speciali, vuol dire accettare di camminare a passo più lento ma forse più consapevole, vuol dire adottare occhi nuovi per nuovi orizzonti, vuol dire gioire nello scoprire insieme nuovi panorami di conoscenza.
“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare”.
Nelle Linee guida si invitano i docenti ad accettare le diversità presentate dagli alunni con disabilità e valorizzarle come arricchimento per l’intera classe. Provate a descrivere un tramonto a un bambino cieco, oppure la musica a un bambino sordo: vi scoprirete a inventare suoni, parole e immagini che non avreste mai pensato di conoscere e di adoperare.
Invitate anche i compagni a farlo: “E’ grazie a Giorgio che ho imparato a collegare e integrare le materie, a non isolare gli oggetti dal loro ambiente, a riconoscere che esiste una solidarietà tra le discipline”.
L’insegnante di sostegno è sicuramente una preziosa risorsa, ma dobbiamo essere consapevoli che l’alunno con disabilità appartiene, come tutti gli altri, alla classe e a tutti i suoi insegnanti. Le Linee guida auspicano che siano tutti i docenti della classe ad adoperarsi per coordinare le attività didattiche, per preparare i materiali e tutto quanto può consentire all’alunno con disabilità, sulla base dei suoi bisogni e delle sue necessità, la piena partecipazione allo svolgimento della vita scolastica nella sua classe e non fuori della classe.
Nelle Linee guida del 5 agosto ancora leggiamo: "Si è integrati/inclusi in un contesto quando si effettuano esperienze e si attivano apprendimenti insieme agli altri, quando si condividono obiettivi e strategie di lavoro e non quando si vive, si lavora, si siede gli uni accanto agli altri. E tale integrazione, nella misura in cui sia sostanziale e non formale, non può essere lasciata al caso o all’iniziativa degli insegnanti per le attività di sostegno, che operano come organi separati dal contesto complessivo della classe e della comunità educante. Per non disattendere mai gli obiettivi dell’apprendimento e della condivisione, è indispensabile che la programmazione delle attività sia realizzata da tutti i docenti curricolari, i quali, insieme all’insegnante per le attività di sostegno definiscono gli obiettivi di apprendimento per gli alunni con disabilità in correlazione con quelli previsti per l’intera classe. Date le finalità della programmazione comune fra docenti curricolari e per le attività di sostegno per la definizione del Piano educativo dell’alunno con disabilità, finalità che vedono nella programmazione comune una garanzia di tutela del diritto allo studio, è opportuno ricordare che la cooperazione e la corresponsabilità del team docenti sono essenziali per le finalità previste dalla legge”.
“E quando non c’è l’insegnante di sostegno?”
“Nelle ore in cui non è presente il docente per le attività di sostegno esiste il concreto rischio che per l’alunno con disabilità non vi sia la necessaria tutela in ordine al diritto allo studio. La logica deve invece essere sistemica, ovvero quella secondo cui il docente in questione è ‘assegnato alla classe per le attività di sostegno’, nel senso che, oltre a intervenire sulla base di una preparazione specifica nelle ore in classe, collabora con l’insegnante curricolare e con il Consiglio di classe affinché l’iter formativo dell’alunno possa continuare anche in sua assenza. Questa logica deve informare il lavoro dei gruppi previsti dalle norme e la programmazione integrata”.
“E se mi prendo indietro con il programma?”
“Nessuno nega la necessità dell’efficienza, ma non si può puntare solo all’efficienza, occorre perseguire anche l’efficacia. Efficienza è fare le cose bene, efficacia vuol dire fare le cose giuste”.
Lo so benissimo che non è facile e, senza compresenze, lo sarà ancora meno. Ma “nessuno vi chiede miracoli. Vi si chiede quello che vi è sempre stato chiesto: di non far parti uguali tra disuguali. Vi si chiede di valorizzare le diversità. E questo non significa cambiare il mondo, ma solo accettare con serenità ciò che non può essere cambiato, avere il coraggio di cambiare ciò che dovrebbe essere cambiato, sforzarvi di essere abbastanza saggi per distinguere una cosa dall’altra”.
Buon cammino a tutti noi, insieme.
FRANCESCO CALLEGARI
DIRIGENTE SCOLASTICO
Citazioni da:
SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze 1967.
Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, MIUR, 5 agosto 2009.
VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2, Erickson, Trento 2005.
GIUSEPPE PONTIGGIO, Nati due volte, Mondadori, Milano 2000.
Iscriviti a:
Post (Atom)






