Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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giovedì 13 ottobre 2016

QUANDO GIUDICHIAMO GLI ALTRI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Ogni giudizio che noi facciamo sull’altro, è la tragica espressione dei nostri bisogni.
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2010, p. 73


sabato 8 ottobre 2016

IL MIO MODO DI GIUDICARE - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Il mio modo di giudicare sembra significare che io sono Dio, che so cosa è giusto e che cosa le persone dovrebbero fare.
Per me, questo è esattamente l’opposto di quella che sarebbe la mia definizione dell’amore.
Marshall B. Rosenberg, Comunicazione e potere, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2010, p. 67


mercoledì 25 maggio 2016

ASCOLTARE DAVVERO – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Quando siamo completamente presenti con ciò che accade nell’altro, con ciò che è vivo in lui o in lei, la nostra espressione è diversa rispetto a quella che abbiamo quando stiamo analizzando mentalmente le sue parole o stiamo pensando a quello che diremo dopo.
In qualsiasi modo venga espressa, l’empatia tocca un bisogno molto profondo di noi esseri umani, quello di sentire che qualcuno ci sta davvero ascoltando, senza giudicarci.

Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 83

martedì 17 maggio 2016

IL NONNO INDIANO – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Mi ricordo che un’insegnante di scuola elementare, in Texas, si infastidì quando cercai di spiegare i benefici del valutare sulla base di giudizi di valore. Mi disse: “Sta complicando le cose quando non ce n’è bisogno. I fatti sono fatti e non ci vedo niente di male se un’insegnante dice a uno studente che ha ragione quando ha ragione e che ha torto quando ha torto”. Le chiesi di farmi un esempio di una cosa che fosse un fatto. Lei rispose: “Ad esempio è un fatto che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America”. Quel giorno, era presente al seminario un mio amico, di origini indiane. Disse all’insegnante, con calma: “Questo non è quello che mi ha raccontato mio nonno”.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 37


venerdì 13 maggio 2016

NON ASCOLTATE MAI CIO’ CHE GLI ALTRI PENSANO DI VOI - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Vi do un consiglio: non ascoltate mai, mai e poi mai, quello che gli altri pensano di voi.
Prevedo che vivrete più a lungo e godrete la vita molto di più se non ascolterete mai ciò che le persone pensano di voi e non prenderete mai le cose personalmente.
Vi consiglio invece di imparare a connettervi empaticamente con qualsiasi messaggio che vi arriva dagli altri.
Marshall B. Rosenberg, Spiritualità pratica, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2007, p. 34


giovedì 12 maggio 2016

LO SCOPO DELLA NOSTRA EDUCAZIONE - Marshall B. Rosenberg (1934-2015)

Lo scopo della nostra educazione è stato quello di renderci adatti a vivere all’interno di strutture in cui poche persone ne dominano tante: ci è stato insegnato a preoccuparci di quello che le persone, specialmente quelle in posizione di autorità, pensano di noi.
Così, se pensano che abbiamo torto o ci giudicano come cattivi, incompetenti, stupidi, pigri o egoisti, saremo puniti. Se ci etichettano come buoni o cattivi studenti, buoni o cattivi dipendenti, allora saremo premiati o puniti.
Non siamo stati educati a pensare a ciò che è vivo in noi e a ciò che può rendere più bella la nostra vita.
Marshall B. Rosenberg, Spiritualità pratica, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2007, p. 47


sabato 7 maggio 2016

TENGO PULITO QUESTO PIAZZALE – Luciano Mazzocchi


Un uomo sessantenne è solito sostare e chiedere l'elemosina all'ingresso della chiesa di San Babila a Milano. Venerdì pomeriggio della settimana scorsa ho assistito al rito che l'uomo sessantenne compie appena arriva in sede. Depone un grosso zaino al lato dell'ingresso, lo apre e ne trae una scopa dal manico corto. Quindi si mette a spazzare il piazzale davanti la chiesa, liberando i canaletti del selciato dai mozziconi buttati dai passanti vestiti in giacca e cravatta. Li raccoglie in una lattina e quindi li riversa nel cassonetto. Poi stende una tappetino su cui siede e da cui tende la mano a chi entra per la preghiera.
Ieri (martedì) gli ho detto grazie per il quotidiano servizio ecologico che compie. "Sono sardo e lavoravo in un'autofficina a Cagliari. La ditta un bel giorno chiuse i cancelli e sono rimasto disoccupato. Ho lasciato la Sardegna e sono venuto a Milano per cercare lavoro. Se puoi, aiutami a trovare anche un piccolo lavoro. Nel frattempo tengo pulito questo piazzale: è il lavoro che posso fare. Qualche passante si ferma e mi dà un euro... ".

Luciano Mazzocchi

lunedì 2 maggio 2016

QUANDO CI SI SFORZA DI ASCOLTARE - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)



State davvero ascoltando quando vi sforzate di farlo? E il vostro sforzo non è forse una distrazione che impedisce l'ascolto? Dovete forse sforzarvi per ascoltare qualcosa che vi rallegra?
Finché la vostra mente sarà impegnata a fare sforzi, a confrontare, a giustificare, a condannare, non potrete rendervi conto della verità, non potrete vedere il falso per quello che è...
Jiddu Krishnamurti


sabato 30 aprile 2016

LA MELODIA DELLE PAROLE - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Ascoltare è un'arte che non è facile acquisire, ma che porta con sé bellezza e comprensione profonda.
Ascoltiamo dalle profondità del nostro essere, ma il nostro ascolto è sempre alterato da preconcetti o dai nostri particolari punti di vista. Non siamo capaci di ascoltare direttamente, con semplicità; in noi l'ascolto avviene sempre attraverso lo schermo dei nostri pensieri, delle nostre impressioni, dei nostri pregiudizi...
Per poter ascoltare ci deve essere calma dentro di noi, un'attenzione distesa, e non deve esserci il minimo sforzo tendente ad acquisire qualcosa. Questo stato vigile e tuttavia passivo è in grado di ascoltare quello che è al di là dei significati delle parole.
Le parole portano confusione; sono solo un mezzo di comunicazione esteriore, ma per trovarsi al di là del rumore delle parole è necessario ascoltare in uno stato di vigile passività.
Coloro che amano sono capaci di ascoltare, ma è estremamente raro trovare chi sia capace di farlo. La maggior parte di noi è troppo occupata a raggiungere degli obiettivi, a ottenere dei risultati; stiamo sempre cercando di andare oltre, di conquistare qualcosa, così non siamo in grado di ascoltare.
Solo chi ascolta veramente può cogliere la melodia delle parole.
Jiddu Krishnamurti


mercoledì 27 aprile 2016

IL MODO IN CUI ASCOLTIAMO – Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Non so se avete mai preso in esame il modo in cui ascoltate, non importa che cosa, se il canto di un uccello, il vento tra le foglie, lo scorrere dell’acqua impetuosa o come ascoltate un dialogo con voi stessi, o nelle conversazioni con gli amici intimi, con vostra moglie o vostro marito.
Quando tentiamo di ascoltare, lo troviamo estremamente difficile, perché proiettiamo sempre le nostre opinioni e idee, i nostri pregiudizi, i contesti da cui proveniamo, le nostre inclinazioni, i nostri impulsi; quando sono questi elementi a dominare, ascoltiamo a mala pena quello che viene detto.
Questa condizione non ha alcun valore.
E’ solo ascoltando che uno impara, solo in uno stato di attenzione, in uno stato di silenzio in cui tutto questo contesto è sospeso, è quieto.
Solo allora, credo, è possibile comunicare...
La vera comunicazione... può avvenire solo quando c'è silenzio.

Jiddu Krishnamurti

giovedì 3 marzo 2016

QUANDO DITE A QUALCUNO CHE HA TORTO - Dale Carnegie (1888-1955)


Con la certezza di non sbagliare il 55% delle volte, si guadagnerebbe un milione di dollari al giorno a Wall Street. Se non si e' sicuri di esserlo almeno in questa percentuale, perché dire agli altri che sono in errore?
Per far questo basta uno sguardo, una certa intonazione di voce o un gesto, eloquenti quanto delle parole. E se dite a qualcuno che ha torto, lo fate passare dalla vostra parte? Mai! Perché avete dato un duro colpo alla sua intelligenza, al suo modo di giudicare, al suo orgoglio, e al rispetto di se stesso. Gli fate venir voglia di restituirvi il colpo, non certo di cambiare opinione. Anche se gli sbattete sotto il naso la logica di un Platone o di un Kant, non si sposterà di un millimetro.

Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 138.

giovedì 18 febbraio 2016

CERCATE DI CAPIRE L’ALTRO - Dale Carnegie (1888-1955)

Ricordate che il vostro interlocutore può anche aver torto marcio, ma è convinto del contrario. Non condannatelo per partito preso, tutti gli stupidi ne sarebbero capaci. Cercate di capirlo.
Solo le persone sagge, tolleranti e fuori del comune ci riescono.
Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 181.

mercoledì 17 febbraio 2016

PERMETTERCI DI CAPIRE L’ALTRO – Carl Rogers (1902-1987)

Ho scoperto il grande valore di permettere a me stesso di capire l'altra persona. Forse può sembrarvi strano. E' necessario permettere a se stessi di capire l'altro? Penso di sì. La nostra prima reazione alla maggior parte dei discorsi che sentiamo da altri è una valutazione o un giudizio, piuttosto che un puro e semplice cercare di capirlo. Quando qualcuno esprime un sentimento o un atteggiamento o un credo, la nostra tendenza è quasi immediatamente quella di concludere dentro di noi: "è giusto", oppure "è stupido", oppure "è anormale", oppure ancora "è irragionevole", oppure "non è giusto" o "non è bello".
Molto raramente permettiamo a noi stessi di capire con precisione il significato di quello che l'altro vuole dire.

Adattamento da Carl R. Rogers, On Becoming A Person, Boston, Houghton Mifflin, 1961, p. 18 e segg.).

lunedì 15 febbraio 2016

O GRANDE SPIRITO – Preghiera Sioux

O grande spirito, trattienimi dal giudicare e criticare un altro uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini per due settimane.


martedì 8 dicembre 2015

IL SOGNO DI MARIA - Fabrizio De André



Il sogno di Maria cantato da Guido Maria Grillo
Immagini tratte da "Il vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini

IL SOGNO DI MARIA

Nel grembo umido, scuro del tempio
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali ,
quando mi chiese "conosci l’estate"
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case
oltre i cancelli, gli orti le strade:
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi, da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(... e l'angelo disse "Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso
il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…")

Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un'altra vita
foglie le mani, spine le dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era

"lo chiameranno figlio di Dio"
parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno , ma impresse nel ventre.

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra 
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

E tu, piano, posasti le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.

Fabrizio De André, La buona novella, 1970



venerdì 13 novembre 2015

PIU’ PRECIPITOSI DI DIO - Dale Carnegie (1888-1955)


Invece di condannare l’operato della gente, cercate piuttosto di capirla. Cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. E’ molto più utile e interessante che criticare, senza contare che genera simpatia, tolleranza e gentilezza. “Chi tutto sa, tutto perdona.”
Come dice il Dottor Johnson: “Dio stesso, signor mio, non giudica nessun uomo prima che sia arrivata la fine dei suoi giorni.“
Perché dovremmo essere più precipitosi noi?
Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 40.


martedì 10 novembre 2015

LE ETICHETTE – Ruth Bebermeyer


Non ho mai visto un uomo pigro:
ho visto un uomo che non ha mai corso
mentre lo stavo guardando, ed ho visto
un uomo che talvolta faceva un sonnellino tra pranzo e cena,
e che rimaneva a casa in un giorno di pioggia,
ma non era un uomo pigro. Prima di chiamarmi pazza,
pensateci, lui era un “uomo pigro”
o faceva soltanto cose che definiamo “pigre”?
Non ho mai visto un bambino stupido;
ho visto un bambino che talvolta ha fatto
cose che non ho compreso
o cose in modi che non avevo previsto;
ho visto un bambino che non aveva visto
quegli stessi luoghi dov'ero stata io,
ma non era un bambino stupido.
Prima di chiamarlo stupido,
pensateci, lui era un "bambino stupido"
o soltanto sapeva cose diverse da quelle che sapete voi?
Ho guardato il più intensamente possibile
ma non ho mai visto un cuoco;
ho visto una persona che mescolava
ingredienti che poi avremmo mangiato,
una persona che girava una manovella
e sorvegliava il forno che cuoceva la carne,
ho visto queste cose ma non ho visto un cuoco.
Ditemi, se guardate, vedete un cuoco
o qualcuno che fa delle cose che chiamiamo cucinare?
Quello che alcuni chiamano pigro
altri lo chiamano stanco o bonario,
quella che alcuni chiamano stupidità
altri la chiamano soltanto una diversa conoscenza.
Così sono giunta alla conclusione,
che se non mescoliamo ciò che vediamo
con quella che è la nostra opinione,
ci salveremo dalla confusione.
E questo, io lo so è ancora soltanto la mia opinione.

Ruth Bebermeyer, tratto da Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre [oppure muri], Introduzione alla Comunicazione Nonviolenta, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2003, p. 49-50.


lunedì 9 novembre 2015

NON PARLO MALE DI NESSUNO - Dale Carnegie (1888-1955)


Benjamin Franklin, così irruente da giovane, divenne tanto diplomatico da vecchio e così abile nel trattare la gente, che venne mandato in Francia come ambasciatore. Il segreto del suo successo? Svelò: “Non parlo male di nessuno e dico di tutti tutto il bene possibile”.
Tutti gli sciocchi sono capaci di condannare, criticare, recriminare; e la maggior parte lo fa. Ma ci vuole carattere e autocontrollo per capire e perdonare.

Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 37.

sabato 7 novembre 2015

GIUDICARE – Mariapia Veladiano


Mi piacerebbe pensare che mai mi capiterà di non fare quel che dovrei fare e invece non posso pensarlo perché so che è troppo facile qui alla finestra protetta del mio affaccio luminoso sulla piazza delle Erbe, pulita e senza uomini, bambini e donne in pericolo ma chissà se penserei gli stessi pensieri con il suolo che si apre e il mondo che si rovescia, o semplicemente con l'anima squarciata da un'offesa che non immaginavo.
Eppure, penso, si deve credere che dobbiamo provare, e provare e provare e coltivare la fede che possiamo essere quel che dobbiamo, in nome dell'altro e perché pareti sottili, molto sottili ci dividono dalla vita e dalla morte di chi ci sta accanto.
Eppure capisco che si può non farlo. Per nascondere una cosa, piccola cosa, o per paura o perché il mio spirito si è incagliato per un momento, solo un momento. Penso che bisogna non lasciar perdere nulla, punire certo per quel che offende la vita mia e di tutti, ma soprattutto capire e capire e capire come questo non fare può capitare e coltivare un mondo in cui possa capitare poco, pochissimo. E penso che il mare di tremende parole che tutti i giorni diciamo, e di tempo che sprechiamo a dir male, ci può sommergere.
Che il giudizio è la nostra morte anticipata.
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, p. 45.


mercoledì 23 settembre 2015

42. IL TASTO PLAY – Francesco Callegari


Nonna Maria ha 87 anni e vive sola, passando ore al lavoro di maglia o guardando la tv. Da qualche tempo però si è stancata dei programmi che vengono trasmessi: le sembrano “insulsi”. Le ho procurato allora un lettore DVD: dopo il primo film, si è appassionata talmente da chiedermene subito altri. Le ho portato “Il Concerto” di Radu Mihaileanu. Il giorno dopo, l’ho vista alquanto perplessa: “Bella la musica, ma poco movimento in quel film!”. Non capivo: “Il Concerto” non è di sicuro un film d’azione, ma i protagonisti viaggiano per l’Europa in lungo e in largo, e la nonna non è certo un tipo da Matrix. La cosa non quadrava e le ho chiesto spiegazioni. “Sono stata per un’ora a guardare l’orchestra che suonava, ma erano tutti sempre fermi e così alla fine mi sono stancata e sono andata a letto”. Nonna Maria è stata per un’ora a guardare il menu iniziale, senza mai pigiare il tasto Play che avrebbe dato inizio al film. Le ho spiegato come usare il telecomando e ora la nonnetta si gode i film dall’inizio alla fine e non rimane più imbambolata di fronte ai titoli di testa.        
Ho pensato a quante volte, noi incontriamo le persone e parliamo con loro senza mai pigiare il tasto Play; senza vedere quella scintilla che lampeggia negli occhi e ci invita a entrare; senza pronunciare quell’apriti sesamo che d’incanto spalancherebbe il cuore di chi abbiamo di fronte. Troppo spesso rimaniamo in superficie, forse per la paura di venire coinvolti nel film che l’altro sta vivendo, oppure perché troppo occupati a vivere il nostro. Accettare di entrare nel film di un’altra persona significa affacciarsi su un orizzonte sconosciuto e denso di novità. Se volessimo tradurre in italiano l’immagine del tasto Play, dovremmo usare la parola empatia.
In qualche zona dell’America Latina, al posto dell’anonimo e scontato “Come stai?”, potreste sentirvi chiedere: “Come sta oggi il tuo cuore?”. Una domanda del genere mi fa capire che l’altro c’è, che è qui per me ed è pronto a entrare nel mio film.
Talvolta è un dono, più spesso l’empatia è frutto di volontà e di esercizio. Entrare nel film di chi abbiamo di fronte è difficile e faticoso. La maggior parte delle volte si è disturbati già a partire dai titoli di testa: i modi di porsi e le espressioni dell’altro ci irritano e la relazione viene ostacolata.
E così si rimane sulla soglia, senza accettare l’invito a entrare. Si giudica la casa, senza avervi nemmeno messo piede. Si tengono strette le braccia e rattrappite le dita, quando l’altro avrebbe bisogno di una stretta sincera e onesta. Se in quei momenti avessimo la forza e la lucidità di pigiare il tasto Play, capiremmo che forse l’arroganza e le pretese nascondono un’accorata richiesta di riconoscimento, di ascolto e di aiuto.
   
Auguro a tutti voi, e a me stesso, la forza di arrivare a sfiorare il tasto Play, e di avere, con un sorriso, il coraggio di pigiarlo.
Francesco Callegari, 23 settembre 2015
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