Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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mercoledì 23 gennaio 2019

A UNA PICCOLA DONNA CHE COMPIE GLI ANNI - F.C.




In questo giorno in cui tutti ti diranno che stai diventando grande, io ti auguro di non diventare mai troppo grande. In questo giorno in cui ti diranno che stai crescendo, io ti auguro di crescere nel modo più bello e importante, quello del cuore.

Ti auguro di mantenere gli occhi limpidi per poter vedere sempre la luce, piccola o grande, che alberga in ogni persona che incontri.

Ti auguro di saper mantenere sempre la tua mano leggera per accarezzare delicatamente le gioie o le sofferenze di chi ti passa accanto.

Ti auguro di non dover essere mai sola e ti auguro di trovare nella tua vita persone che ti vogliano bene per quello che sei, senza volerti cambiare. Riconosci queste persone e abbine cura: non saranno tante.

Ti auguro di avere sempre un occhio rivolto dentro di te, per scoprire quali sono i tuoi bisogni e le tue emozioni, e allo stesso tempo di avere l’altro occhio rivolto agli altri, per essere sempre attenta ai bisogni e ai sentimenti di chi incontri nella tua vita. È proprio per questo che di occhi ne hai due.

Ti auguro di poter sempre essere sincera e di non avere mai bisogno di nascondere la verità soprattutto alle persone che ti amano.

Ti auguro di vivere ogni giorno la vita come un dono meraviglioso che l’universo ti fa, anche se non sempre capirai questo dono e magari tu ne avresti voluto uno diverso. Fidati, l’universo sa quello che fa ed è più saggio di noi anche se talvolta potrà farci soffrire.

Ti auguro di avere sempre il coraggio di salire sulla mongolfiera perché solo dall’alto ti sarà possibile vedere le cose nella loro giusta proporzione e le persone nelle loro vere relazioni.

Ti auguro che la tua viva intelligenza sia sempre a servizio di un cuore pronto ad amare. Ti auguro di essere capace di non prenderti mai troppo sul serio e di saper ridere di te stessa.

Ti auguro di essere sempre così radiosa da portare il sole in ogni stanza in cui entri. Di essere sempre così vera e bella dentro da portare la gioia in ogni persona che ti incontri.

Ti auguro di essere sempre te stessa e di lavorare ogni giorno per diventare il meglio di quello che sei. 

Francesco Callegari

domenica 3 giugno 2018

L’ACCETTAZIONE ALL’OTTAVA BASSA




Chi fa un lavoro su di sé, sa che esistono due «ottave» di qualsiasi concetto e di qualsiasi emozione. Per esempio, esiste l’amore all’ottava bassa, che proviene dai centri inferiori e implica possesso e sofferenza, e poi c’è l’amore all’ottava alta, che proviene dai centri superiori e implica un cuore aperto e una comunione animica.
Medesimo discorso può esser fatto per il concetto di accettazione. Spesso si confonde l’accettazione all’ottava alta (non oppongo resistenza interiore a ciò che avviene, non giudico l’evento o la persona, vivo nel flusso) con l’accettazione all’ottava bassa (qualunque cosa succeda mi deve andar bene per forza, perché io sono un essere spirituale e gli esseri spirituali si comportano così).
La differenza consiste nel fatto che l’ottava alta implica sempre la capacità di cogliere l’evento da un punto di vista animico, non mentale, ossia al di là delle apparenze, per cui le nostre reazioni saranno una conseguenza spontanea di questa nuova visione. Il fatto di accettare qualcosa nel proprio cuore, non implica però che il nostro atteggiamento debba essere fatalista o che non possiamo mandare a stendere qualcuno. L’accettazione non è sinonimo di rassegnazione e passività; questa è "l'idea dell'accettazione", non la sua realizzazione effettiva. In altre parole, non mi lascio rubare il portafogli solo perché “io sono nell’accettazione totale”.
Il mio invito di oggi è a osservare quando state veramente accettando qualcuno o qualcosa e quando invece state recitando la parte della persona spirituale. Niente paura, fra un estremo e l’altro... c’è tutto il lavoro su di sé che intanto procede.
Salvatore Brizzi

mercoledì 4 aprile 2018

ILLUMINAZIONE – Eckhart Tolle



Un mendicante se ne stava seduto sul ciglio di una strada da più di trent'anni. Un giorno passò uno sconosciuto. «Hai qualche spicciolo?» mormorò il mendicante, tendendo meccanicamente il vecchio berretto da baseball. «Non ho niente da darti», disse lo sconosciuto, che poi domandò: «Su che cosa sei seduto?». «È solo un vecchio scatolone. Ci sto seduto sopra da sempre», rispose il mendicante. «Ci hai mai guardato dentro?» chiese lo sconosciuto. «No», disse il mendicante, «a che scopo? Non c'è niente dentro». «Dacci un'occhiata», insistette lo sconosciuto.
Il mendicante riuscì ad aprire lo scatolone. Con meraviglia, incredulità ed euforia vide che lo scatolone era colmo d'oro.
Eckhart Tolle, Il potere di adesso, p.21


martedì 3 aprile 2018

IL TEMPO PREZIOSO DELLE PERSONE MATURE – Mario De Andrade





Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo da vivere da qui in avanti di quanto non ne abbia già vissuto.
Mi sento come quel bambino che ha vinto una confezione di caramelle e le prime le ha mangiate velocemente, ma quando si è accorto che ne rimanevano poche ha iniziato ad assaporarle con calma.
Ormai non ho tempo per riunioni interminabili, dove si discute di statuti, norme, procedure e regole interne, sapendo che non si combinerà niente...
Ormai non ho tempo per sopportare persone assurde che nonostante la loro età anagrafica, non sono cresciute.
Ormai non ho tempo per trattare con la mediocrità.
Amo l’essenziale perché ora la mia anima ha fretta...
Senza troppe caramelle nella confezione...
Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane.
Persone che sappiano sorridere dei propri errori, che non si gonfino di vittorie.
Che non si considerino elette, prima ancora di esserlo.
Che non sfuggano alle proprie responsabilità.
Che difendano la dignità umana.
E che desiderino soltanto essere dalla parte della verità e l'onestà.
L'essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena di essere vissuta.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle persone...
Gente alla quale i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con sottili tocchi nell'anima.
Sì... ho fretta...
di vivere con l’intensità che solo la maturità mi può dare.
Pretendo non sprecare nemmeno una caramella di quelle che mi rimangono...
Sono sicuro che saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo è arrivare alla fine soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Mário de Andrade (1893-1945) – Poeta, musicologo e narratore brasiliano


lunedì 25 dicembre 2017

venerdì 8 gennaio 2016

ALLA FINE VERRA’ FUORI - James Hillman (1926-2011)

Una vocazione può essere rimandata, elusa, a tratti perduta di vista. Oppure può possederci totalmente. Non importa: alla fine verrà fuori.
James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997, p. 24.


giovedì 7 gennaio 2016

UNA QUERCIA ENORME SU ESILI SPALLE - James Hillman (1926-2011)


Riguardo ai bambini e alla loro psicologia, voglio che ci togliamo i paraocchi dell’abitudine. Voglio che riusciamo a vedere come ciò che fanno e che patiscono i bambini abbia a che fare con la necessità di trovare un posto alla propria specifica vocazione in questo mondo.
I bambini cercano di vivere due vite contemporaneamente, la vita con la quale sono nati e quella del luogo e delle persone in mezzo a cui sono nati.
L’immagine di un intero destino sta tutta stipata in una minuscola ghianda, seme di una quercia enorme su esili spalle. E la sua voce che chiama è forte e insistente e altrettanto imperiosa delle voci repressive dell’ambiente. La vocazione si esprime nei capricci e nelle ostinazioni, nelle timidezze e nelle ritrosie che sembrano volgere il bambino contro il nostro mondo, mentre servono forse a proteggere il mondo che egli porta con sé e dal quale proviene.
James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997, p. 29-30.


mercoledì 6 gennaio 2016

COGLIERE I PRIMI SEGNI - James Hillman (1926-2011)


Dobbiamo prestare particolare attenzione all’infanzia, per cogliere i primi segni della vocazione all’opera, per afferrare le sue intenzioni e non bloccargli la strada.
James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997, p. 23.


mercoledì 9 dicembre 2015

IL CODICE DELL'ANIMA - James Hillman (1926-2011)


"Esiste qualcosa, in ciascuno di noi, che ci induce a essere in un certo modo, a fare certe scelte, a prendere certe vie - anche se talvolta simili passaggi possono sembrare casuali o irragionevoli?
Se esiste, è il 'compagno segreto', ('daimon' lo chiamavano i greci, 'genius' i latini, 'angelo custode' i cristiani) che ciascuno di noi riceve come compagno prima della nascita, secondo il mito di Er raccontato da Platone. Se esiste, è ciò che si nasconde dietro parole come "vocazione", "chiamata", "carattere". Se esiste, è la chiave per leggere il "codice dell'anima", quella sorta di linguaggio cifrato che ci spinge ad agire ma che non sempre capiamo.
Dopo anni di indagini sulla psiche, che hanno fatto di lui l'autore di saggi memorabili come "Il mito dell'analisi" e "Re-visione della psicologia", James Hillmann ha voluto darci con questo libro le prove circostanziate dell'esistenza e dei modi di operare del 'daimon'.
Attraverso una profusione di storie eloquenti e paradigmatiche Hillmann è riuscito a farci capire che se la psicologia si è dimostrata incapace di spiegare le scelte più profonde che decidono la vita di tutti noi è proprio perché aveva perso contatto con il 'daimon'.
E soprattutto a farci sentire di nuovo la presenza di questo compagno segreto dal quale, più che da ogni altro elemento, la nostra vita dipende."
James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997


martedì 1 settembre 2015

SETTEMBRE - Maurizio De Giovanni



Settembre, settembre. Notte di settembre.
Notte traditrice, che si presenta calda del sole del giorno che ha memoria dell’estate e porta tanti profumi di erba tagliata e di fiori gravidi, che basta lasciare uno spiraglio aperto e lei si introduce con dita lunghe e fredde e leggere ad accarezzarvi contropelo, per un minuscolo brivido di disagio.
Ma ormai gli occhi vi si chiudono per la stanchezza e non potete alzarvi a chiudere quella finestra dalla quale entra la solita, malinconica canzone. E con le note entra il presagio del freddo, delle notti nelle quali quella brezza leggera diventerà adulta e soffierà e urlerà battendo la strada deserta, perlustrando balconi e rovesciando ceste e turbinando foglie, e la paura del fuori diventerà il calore del dentro e darà conforto, sotto le coperte e con l’odore della legna bruciata dalle stufe nel naso.
Ma quello è un altro tempo. Quello è il novembre delle piogge o il gennaio delle feste dimenticate, o la coda disperata della belva gelida che non vuole morire a metà marzo. Ora no.
Ora è settembre, e il profumo vince sul domani e su ogni terrore. E’ settembre, e sembra che la tenerezza della città di mare e cielo e fronde che stormiscono nell’aria fragile non debba finire mai. Sembra che le anime possano restare di vetro, e mostrare quello che hanno dentro senza paura.
Sembra. Perché settembre, di notte, ama mischiare il mazzo e dare una carta da scegliere. Una carta che conosce già.
Addormentatevi tranquilli, allora. E sognate pure.
Perché non sognerete nulla di quello che vi aspettate, mentre le vostre mani si allungheranno nel sonno a cercare una coperta che vi ripari dal freddo improvviso che entrerà, a tradimento, dallo spiraglio che avete lasciato, esponendo così la vostra anima.
La vostra anima di vetro.
Maurizio De Giovanni, Anime di vetro, Einaudi, Torino 2015, p. 100-101.


giovedì 19 febbraio 2015

UNA SOCIETA’ MECCANICISTICA - Pierre Lévy


L'affare del secolo consiste nel prendere potere o nel dominare, da un lato, mentre si è dominati dall'altro. In questi ambienti patologici i rapporti tra le persone somigliano a interazioni tra ingranaggi, cinghie di trasmissione, alberi a camme, in una grande macchina di cui ognuno tenta di prendere il controllo. La metafora popolare parla di un «nido di serpi». 
Partecipare a queste società di morti-viventi soffoca l'anima.

Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

mercoledì 18 febbraio 2015

L’UCCELLO DI FUOCO E LA PRINCIPESSA VASSILISSA (4) – Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826-1871)




Va e va, il baldo arciere arrivò ai confini del mondo e si fermò proprio sulla riva del mare; il valente cavallo vide un enorme gambero marino che strisciava sulla sabbia, e gli pose sul collo il suo pesante zoccolo. Disse il gambero marino:"Non uccidermi, lasciami vivere! Farò tutto quel che ti occorre!" Gli rispose il cavallo "In mezzo all'azzurro mare giace una grossa pietra, sotto questa pietra è nascosto l'abito nuziale della principessa Vassilissa; portami quell'abito!" Il gambero urlò con voce profonda per tutto l'azzurro mare; subito le acque ribollirono, da ogni parte s'arrampicarono sulla riva gamberi grossi e piccoli: una quantità prodigiosa! Il vecchio gambero diede loro un ordine ed essi si gettarono in acqua; un'ora dopo traevano dal fondo del mare, da sotto la grande pietra, l'abito nuziale della principessa Vassilissa.
Il prode arciere torna dallo zar, portando l'abito della principessa; ma di nuovo Vassilissa s'intesta: "Non ti sposerò" dice allo zar "finché non avrai dato ordine al giovane arciere di fare un bagno nell'acqua bollente." Lo zar ordinò di riempire d'acqua un pentolone di ferro, di riscaldarla il più possibile e, quando fosse bollente, di gettarvi l'arciere.
Ecco che è tutto pronto, l'acqua bolle, gli spruzzi volano; portarono il povero arciere. "Che guaio, questa sì che è una disgrazia!" pensa "ah! perché ho preso la piuma d'oro dell'uccello di fuoco? Perché non ho dato ascolto al cavallo?" Si rammentò di lui e disse allo zar "Zar sovrano! permetti che prima di morire io dica addio al mio cavallo" "Bene, vai a dirgli addio!" L'arciere arriva dal suo valente cavallo, e piange a calde lacrime. "Di che piangi, padrone?" "Lo zar m'ha ordinato di fare un bagno nell'acqua bollente" "Non temere, non piangere, resterai vivo!" gli disse il cavallo, e presto fece un incanto sull'arciere, perché il bollore non nuocesse al suo bianco corpo. L'arciere tornò dalla stalla; subito i lavoranti lo afferrarono e lo buttarono dritto nel pentolone; andò a fondo una volta o due e poi saltò fuori dal pentolone; era diventato così bello da non potersi raccontare nelle fiabe, né descrivere con la penna.
Quando lo zar vide ch'egli era diventato così bello, volle bagnarsi anche lui; come uno stupido scivolò in acqua e nello stesso momento si lessò. Seppellirono lo zar, e al suo posto elessero il baldo arciere; egli sposò la principessa Vassilissa e visse con lei lunghi anni d'amore e d'accordo.
Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Torino 1953, p. 105-106.


martedì 17 febbraio 2015

L’UCCELLO DI FUOCO E LA PRINCIPESSA VASSILISSA (3) – Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826-1871)


Cammina cammina, arriva ai confini del mondo, dove il rosso solicello spunta dall'azzurro mare. Guarda e vede che sull'azzurro mare naviga la principessa Vassilissa in una barchetta d'argento e voga con i remi d'oro. Il baldo arciere spinse il suo valente cavallo nei verdi prati a pascolare, a mangiar la fresca erbetta; lui intanto drizzò la tenda dalla cupola d'oro, dispose cibi e bevande varie, sedette nella tenda a mangiare, la principessa ad aspettare.
Vassilissa vide la cupola d'oro, e vogò a riva, uscì dalla barchetta ad ammirare la tenda. "Salute, principessa Vassilissa!" dice l'arciere "Fatemi l'onore di accettare la mia ospitalità, di assaggiare i vini d'oltremare." La principessa entrò nella tenda; cominciarono a bere, a mangiare, far baldoria. La principessa bevve un bicchiere di vino d'oltremare, s'ubriacò e cadde in un sonno profondo. Il prode arciere lanciò un grido al suo valente cavallo, e il cavallo accorse; subito l'arciere smonta la tenda dalla cupola d'oro, salta a cavallo, prende con sé la principessa Vassilissa addormentata e si mette in cammino, come una freccia scoccata dall'arco.
Arrivò dallo zar; quando vide la principessa il sovrano si rallegrò assai, ringraziò l'arciere del buon servigio, lo ricompensò con una grossa somma, e lo insignì di un grado altissimo. La principessa Vassilissa si svegliò, apprese che si trovava ben lontana dall'azzurro mare, e cominciò a piangere, a languire, il suo viso cambiò completamente; per quanto lo zar la esortasse, tutto fu vano. Ecco che lo zar pensò di sposarla, ma lei dice: "Lascia che quello che mi ha portato qui vada all'azzurro mare; in mezzo al mare c'è una grossa pietra, sotto quella pietra è nascosto il mio abito nuziale. Io non mi sposerò se non avrò quel vestito!" Subito lo zar va dal prode arciere: "Va’ presto ai confini del mondo, dove spunta il rosso solicello, là nell'azzurro mare si trova una gran pietra, e sotto la pietra è nascosto l'abito nuziale della principessa Vassilissa; trova quell'abito e portalo qua; è venuto il tempo di celebrare le nozze! Se lo trovi, ti ricompenserò ancor meglio di prima, ma se non lo trovi, ecco la mia spada: che la tua testa cada!"
L'arciere pianse lacrime amare, andò dal suo valente cavallo: "Questa volta," pensa, "non sfuggirò alla morte!" "Di che piangi, padrone?" domanda il cavallo. "Lo zar mi ha ordinato di cercargli sul fondo del mare l'abito nuziale della principessa Vassilissa." "Ecco! te l'avevo detto: non prendere la piuma d'oro, che ti capiteranno dei guai! Suvvia, ora non temere: questa non è ancora una disgrazia, la disgrazia verrà dopo! Siediti su di me e andiamo all'azzurro mare." (continua...)
Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Torino 1953, p. 104-105.


lunedì 16 febbraio 2015

L’UCCELLO DI FUOCO E LA PRINCIPESSA VASSILISSA (2) – Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826-1871)


Il giorno dopo, all'alba, il giovane arciere andò su quel campo, lasciò il cavallo libero di passeggiare e lui si nascose dietro un albero. D'un tratto il bosco stormì, le onde del mare si agitarono: ecco volare l'uccello di fuoco; arrivò, si posò a terra e prese a beccare il grano. Il valente cavallo si avvicinò all'uccello di fuoco, gli posò uno zoccolo sull'ala premendo forte contro terra; il baldo arciere saltò fuori dall'albero, accorse, legò con uno spago l'uccello di fuoco, salì a cavallo e galoppò verso la reggia.
Porta l'uccello di fuoco allo zar; al vederlo, il sovrano si rallegrò, ringraziò l'arciere del buon servigio, lo ricompensò innalzandolo di grado, e gli affidò subito un altro compito: "Se sei stato capace di raggiungere l'uccello di fuoco, adesso trovami anche la mia fidanzata: nell'ultimo dei reami, ai confini della terra, dove nasce il rosso solicello, c'è la principessa Vassilissa; è proprio di lei che ho bisogno. Se la trovi ti ricompenserò con oro e argento , ma se non la trovi ecco la mia spada: che la tua testa cada!"
L'arciere pianse amare lacrime, andò dal suo valente cavallo: "Di che piangi, padrone?" domanda il cavallo. "Lo zar mi ha ordinato di trovargli la principessa Vassilissa." "Non piangere, non affliggerti; questa non è ancora una disgrazia, la disgrazia verrà dopo! Va' dallo zar, e chiedigli una tenda dalla cupola d'oro, e cibi e bevande per il viaggio." Lo zar gli diede i cibi, le bevande e la tenda dalla cupola d'oro. Il prode arciere salì sul suo valente cavallo e partì per l'ultimo dei reami. (continua…)

Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Torino 1953, p. 103-104.

domenica 15 febbraio 2015

L’UCCELLO DI FUOCO E LA PRINCIPESSA VASSILISSA (1) – Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev (1826-1871)


In un certo reame, ai confini della Terra, nell'ultimo degli stati, viveva una volta, uno zar forte e potente. Questo zar aveva un giovane arciere, e il giovane arciere aveva un valente cavallo. Una volta l'arciere se ne andò a caccia nel bosco col suo cavallo; va lungo la strada, la larga strada, ed ecco trovò una piuma d'oro dell'uccello di fuoco; come fiamma splendeva quella piuma! Gli dice il valente cavallo: "Non prendere la piuma d'oro; se la prendi, un guaio ti attende!" E medita il prode giovane: raccoglierla o non raccoglierla? Se la raccoglie e la porta allo zar, certo egli lo ricompenserà generosamente; e a chi non è caro il favore di un re?
L'arciere non diede ascolto al suo cavallo, raccolse la piuma dell'uccello di fuoco, la portò e la presentò in dono allo zar. "Grazie" dice lo zar, "e poiché sei stato capace di trovare una piuma dell'uccello di fuoco, trovami l'uccello stesso; e se non lo trovi, ecco la mia spada: che la tua testa cada!"
L'arciere versò amare lacrime, e andò al suo valente cavallo. "Di che piangi, padrone?" "Lo zar mi ha ordinato di trovargli l'uccello di fuoco." "Te l'avevo detto: non prendere la piuma, che ti metterà nei guai! Be', non aver paura, non affannarti; questa non è ancora una disgrazia, la disgrazia verrà dopo! Va' dallo zar e chiedigli che per domani vengano sparsi per i campi cento sacchi di granone." Lo zar diede ordine di spargere per i prati cento sacchi di granone. (continua…)
Antiche fiabe russe, raccolte da Aleksandr Nikolaevic Afanas’ev, Torino 1953, p. 103.


sabato 14 febbraio 2015

SII PADRONE DELLA TUA ANIMA - Pierre Lévy


Non lasciare che nessuno assuma potere nella tua anima, ovvero che nessuno ti faccia arrabbiare, che nessuno ecciti la tua invidia, il tuo orgoglio, ti seduca, ti illuda...
Sei padrone della tua anima.
Fai attenzione a come le persone che ti avvicinano fanno sorgere le tue emozioni: la collera con l'aggressione, la passione con la seduzione, l'orgoglio con la lusinga, il senso di colpa con l'accusa, la confusione con la menzogna, la paura con la minaccia, la speranza con la promessa ecc.
Osserva bene come funziona la manipolazione. In ultima analisi, sei sempre complice di questa manipolazione perché nessuno al di fuori di te può far nascere i tuoi sentimenti. Potresti sempre, se non evitarli totalmente, almeno osservare il loro sorgere e il loro dissolversi senza attaccartici, senza che le tue parole e i tuoi atti obbediscano loro.
Non appena smetti di vigilare sulla tua mente, non appena ti assenti dal tuo corpo e dalla tua presenza, non appena la luce della piena coscienza non risplende più al centro della tua anima-mondo, vieni manipolato, inizi a diventare un morto-vivente, una marionetta, e qualsiasi forza oscura può infiltrarsi nella tua vita.

Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

sabato 3 gennaio 2015

FARO’ DELLA MIA ANIMA UNO SCRIGNO – Kahlil Gibran


Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima,
del mio cuore una dimora
per la tua bellezza,
del mio petto un sepolcro
per le tue pene.
Ti amerò come le praterie amano la primavera,
e vivrò in te la vita di un fiore
sotto i raggi del sole.
Canterò il tuo nome come la valle
canta l'eco delle campane;
ascolterò il linguaggio della tua anima
come la spiaggia ascolta
la storia delle onde.

Kahlil Gibran


martedì 11 novembre 2014

RISUONI IL TUO AMORE – Tagore (1861-1941)


Risuoni il tuo amore nella mia voce
riposi il mio silenzio, in ogni movimento
che tu sia in me.

Splendi come una stella nel buio del mio sonno,
il primo pensiero al mio risveglio.

Ardi nel mio desiderio e scorri
in tutte le correnti del mio amore.

Voglio portarti nella mia vita per sempre
come l'arpa porta la musica.


Rabindranath Tagore

lunedì 13 ottobre 2014

L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE – Massimo Gramellini


Tomàs è una persona come tante. E, come tante, crede poco in se stesso, subisce la vita ed è convinto di non possedere gli strumenti per cambiarla. Ma una sera si ritrova proiettato in un luogo sconosciuto che riaccende in lui quella scintilla di curiosità che langue in ogni essere umano.
Incomincia così un viaggio simbolico che, attraverso una serie di incontri e di prove avventurose, lo condurrà alla scoperta del proprio talento e alla realizzazione dell'amore: prima dentro di sé e poi con gli altri.
Con questa favola moderna che offre un messaggio e un massaggio di speranza, Massimo Gramellini si propone di rispondere alle domande che ci ossessionano fin dall'infanzia. Quale sia il senso del dolore. Se esista, e chi sia davvero, l'anima gemella. E in che modo la nostra vita di ogni giorno sia trasformabile dai sogni.

Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole, Longanesi, Milano, 2010.
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