Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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venerdì 28 ottobre 2016

LA STRADA CON IL CUORE – Carlos Castaneda


Ogni strada è soltanto una tra un milione di strade possibili.
Perciò dovete sempre tenere presente che una via è soltanto una via.
Se sentite di non doverla seguire, non siete obbligati a farlo in nessun caso.
Ogni via è soltanto una via.
Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla, se è questo che vi suggerisce il cuore.

Ma la decisione di continuare per quella strada, o di lasciarla, non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione.
Vi avverto: osservate ogni strada attentamente e con calma.
Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario.
Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi.
Questa strada ha un cuore?

Tutte le strade sono eguali. Non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore? E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha è una buona strada. Se non ce l’ha, è da scartare.

Carlos Castaneda, Gli insegnamenti di don Juan


venerdì 23 ottobre 2015

UN MUTAMENTO DI ORIENTAZIONE - René Guénon (1886-1951)


Se dunque si dice che il mondo moderno subisce una crisi, ciò che così si vuole banalmente esprimere è che esso è giunto ad un punto critico, o, in altri termini, che a breve scadenza, volendolo o no, in un modo più o meno brusco, con o senza una catastrofe, dovrà inevitabilmente sopravvivere un mutamento di orientazione. Questo significato dato al termine «crisi» è del tutto legittimo e corrisponde in parte a quel che noi stessi pensiamo: ma solo in parte, poiché, ponendoci da un punto di vista più generale, noi crediamo che tutta l’epoca moderna nel suo insieme rappresenti per il mondo un periodo di crisi. 
Sembra d’altronde che ci si avvicini alla soluzione, il che rende oggi più particolarmente sensibile, che in qualsiasi altro periodo, il carattere anormale di uno stato di cose il quale dura già da qualche secolo, ma le cui conseguenze mai furono così visibili quanto ora. 
Questa è anche la ragione per cui gli avvenimenti oggi si svolgono con una velocità accelerata. Ciò, senza dubbio, può continuare ancora per qualche tempo, ma non indefinitamente. Ed anche se non si è in grado di fissare un limite preciso, pure si ha l’impressione che un simile stato di cose non può durare ancora per molto.
René Guénon, La crisi del mondo moderno, Parigi, 1927, ed. it. Roma, 1972


mercoledì 28 gennaio 2015

PER ORIENTARSI NELL’ESISTENZA – Pierre Lévy


Per orientarsi nell'esistenza occorre avere discernimento. Per ottenere discernimento, dobbiamo imparare a guardare le cose per quello che sono. Per vedere le cose per quello che sono occorre smettere di proiettare i nostri stati mentali sul mondo. Per smettere di proiettare occorre conoscersi. Per conoscersi occorre diventare amici di se stessi. Per diventare amici di se stessi sforziamoci di accogliere con dolcezza tutti i nostri pensieri. Per accettare tutti i nostri pensieri occorre smettere di suddividerli tra buoni e cattivi. Se vogliamo sinceramente smettere di suddividerli tra buoni e cattivi si consiglia di praticare la meditazione con costanza e disciplina. Per meditare occorre distinguere, senza giudicare, tra la piena coscienza dell'istante e la fuga nei pensieri. A questo livello, il problema di orientarsi nella vita viene meno. Dimoriamo da sempre nel cuore dell'esistenza.
Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella Editore, 2000.


giovedì 8 novembre 2012

DAL "LAVORO" AL "LAVORO QUALIFICATO" - Luigi Berlinguer



Sempre più il lavoro oggi ha bisogno del valore aggiunto della conoscenza. La cultura non deve patire strumentalizzazione alcuna, deve essere indipendente da condizionamenti. Ma ciò non significa rifiutare la contaminazione del reale.
Chi studia, e pensa al suo lavoro di domani, è più motivato a studiare se è indotto a capire che avrà vita più soddisfacente, che troverà un lavoro migliore se aumentano le sue competenze, se sa di più, e potrà accedere a un lavoro qualificato. Ma questo non si risolve in una predica paternalistica all’allievo: va evidenziato il nesso tra più sapere e più qualità professionale. La società della conoscenza non deve fondarsi sul lavoro tout court, ma sul lavoro ad alta qualifica. Dobbiamo sostituire la parola “lavoro” con “lavoro qualificato”.
Imparare significa studiare con fatica sul libro, ma anche vedere, sperimentare, osservare il mondo.
Ma c’è di più! Lo studente deve sperimentare il lavoro, perché lavoro e sapere sono due facce della stessa medaglia. Lavoro professionale qualificato significa lavoro arricchito dal valore aggiunto della conoscenza.

Luigi Berlinguer, L’autonomia incompiuta, “Dirigere la scuola”, XXI (2012), n. 4-5-6

martedì 27 marzo 2012

IL SEMAFORO BLU - Gianni Rodari

Place de la Concorde, Parigi (2012)

Una volta il semaforo che sta a Milano, in piazza del Duomo fece una stranezza.
Tutte le sue luci, ad un tratto, si tinsero di blu, e la gente non sapeva più come regolarsi.
"Attraversiamo o non attraversiamo? Stiamo o non stiamo?"
Da tutti i suoi occhi, in tutte le direzioni, il semaforo diffondeva l'insolito segnale blu, di un blu che così blu il cielo di Milano non era stato mai.
In attesa di capirci qualcosa gli automobilisti strepitavano e strombettavano, i motociclisti facevano ruggire lo scappamento e i pedoni più grassi gridavano: "Lei non sa chi sono io!"
Gli spiritosi lanciavano frizzi:
"Il verde se lo sarà mangiato il commendatore, per farci una villetta in campagna.
Il rosso lo hanno adoperato per tingere i pesci ai Giardini.
Col giallo sapete che ci fanno? Allungano l'olio d'oliva."
Finalmente arrivò un vigile e si mise in mezzo all'incrocio a districare il traffico. Un altro vigile cercò la cassetta dei comandi per riparare il guasto, e tolse la corrente.
Prima di spegnersi il semaforo blu fece in tempo a pensare:
"Poveretti! Io avevo dato il segnale di - via libera - per il cielo. Se mi avessero capito, ora tutti saprebbero volare. Ma forse gli è mancato il coraggio."

Gianni Rodari, Favole al telefono, 1962, p. 71

giovedì 26 gennaio 2012

ANCORA A BARBIANA - Eugenio Bastianon


Era il 1967 quando usciva “Lettera a una professoressa”, l’entusiasmante narrazione dell’esperienza educativa della scuola di Barbiana, promossa e condotta da don Lorenzo Milani, una “provocazione” radicale e ineludibile per il sistema scolastico italiano. Il libro percorre sostanzialmente due piste di lavoro. La prima è testimoniare l’importanza del promuovere la crescita cognitiva, emotiva, sociale delle bambine e dei bambini di prima media fino ad avere di fronte giovani donne e giovani uomini. Significa aver a che fare ogni giorno con proprietà emergenti, guidare l’elaborazione a 360 gradi delle scoperte più entusiasmanti, e delle delusioni più cocenti, purtroppo anche queste a 360 gradi. La seconda è la denuncia di un sistema scolastico che produceva fallimenti formativi, abbandoni.

LO STATO DELL’ARTE
Poteva essere una denuncia per molti aspetti tardiva visto che nel 1962 era già stata approvata la riforma della scuola media, con la costituzione della scuola media unificata, che “Lettera ad una professoressa” non manca di ricordare. E, invece, è, per molti aspetti, una denuncia ancora attuale. Nel 2005 la percentuale dei “dispersi” del sistema scolastico europeo è stata pari al 14,9%, in Italia al 21,9%. Non ci si può neppure illudere che la scarsa capacità di recuperare i ritardi abbia come corrispettivo la capacità di coltivare le eccellenze. In questo senso sembrano andare i test OCSE-PISA. Su tutto questo mi permetto di rinviare alle mie riflessioni pubblicate nello “Speciale” di Education 2.0 del 2010.

TENTIAMO UN’ANALISI
Vale dunque la pena tentare un’analisi delle criticità attualmente rappresentate dalla scuola media per l’intero sistema scolastico italiano. La scuola media è una scuola che:
• non sa dov’è
• non sa cos’è
• non sa cosa deve fare.

NON SA DOV’È
Fin dalla collocazione nell’architettura complessiva del sistema di istruzione e formazione, la scuola media si trova nel paradosso: è una scuola secondaria che però appartiene al ciclo primario. Non è un problema da poco, perché l’incertezza sulla collocazione significa anche incertezza sui modi e sulle finalità di approccio alle discipline. Cerco di esemplificare: approccio per grandi aree, come nella scuola primaria? O, piuttosto, approccio per saperi specializzati, come nella scuola secondaria e, progressivamente, fino all’università, dove, del resto, la frammentazione finisce spesso per esplodere?

NON SA COS’È
La scuola media è ancora organizzata come scuola di completamento dell’obbligo scolastico/ formativo: questo è il motivo per cui si chiude con un esame.
In realtà, però, non è così: pur in modi diversi l’obbligo scolastico/formativo continua dopo la scuola media. Perché, dunque, continuare a pensarla, e costringerla a pensarsi, come qualcosa che non è più?

NON SA COSA DEVE FARE
Il dato più significativo per spiegare questo nodo mi sembra sia la co-presenza, alla fine della terza media, degli esami tradizionali e dei test di certificazione delle competenze. In realtà, così, si pensa a una scuola “divisa”, a cui non si sa se affidare la formazione di conoscenze, gli esami, o di competenze, tendenzialmente i test INVALSI, come schemi mentali più o meno complessi di interpretazione e di intervento sulla realtà. Da questo punto di vista potrebbe non essere casuale l’emergere di differenze spesso non insignificanti tra i risultati degli esami e i risultati delle prove INVALSI. Il problema è che una scuola che deve insegnare COMPETENZE esige metodi, strumenti, risorse umane, diversi dai metodi, dagli strumenti, dalle risorse umane utili alla scuola finalizzata alla formazione di CONOSCENZE.

LE PROPOSTE ‒ DOV’È?
È in continuità epistemologica e formativa con l’approccio per grandi aree disciplinari, di cui il nostro sistema di istruzione sottovaluta pesantemente il valore fondante, sia formativo sia epistemologico, sia metodologico:
• Il valore formativo: studiare/ricercare per grandi aree di significati permette agli alunni di imparare di più e meglio in quanto li mette in condizioni di attribuire un senso agli apprendimenti;
• Il valore epistemologico: non è forse vero, per esempio, che la ricorsività percorre insieme la matematica, la musica, le arti visive (Hofstadter 1984) e che il governo epistemologico della complessità passa anche attraverso la costruzione del pensiero multidimensionale, capace di ricondurre ad articolata unità le specializzazioni dei saperi (Morin 1985)?
• Il valore metodologico: l’incontrarsi-integrarsi-meticciarsi transdisciplinare (Morin 1999) proprio del lavoro laboratoriale permette lo sviluppo di effettive capacità di ricerca e di fare della scuola un luogo di sintesi “intelligente” dei saperi scolastici e l’esplorazione/approfondimento degli interessi culturali non scolastici, spesso sorprendentemente ricchi e approfonditi dagli alunni.

LE PROPOSTE ‒ COS’È
È una scuola a valenza prevalentemente orientativa più che “certificativa”. A questo devono essere finalizzate anche le sue prove conclusive. Questo, probabilmente, contribuirebbe, ancora una volta, a contenere la dispersione e gli insuccessi successivi alla scuola media stessa.

LE PROPOSTE ‒ COSA DEVE FARE
Una scuola che insegna competenze non può che ridurre drasticamente le ore di lezione frontale, tipica della formazione di conoscenze “chiuse”, e passare decisamente alla didattica laboratoriale (Laporta 1996), alla metacognizione (Cornoldi 1995). Deve integrare il “sapere cosa” con il “sapere come” e il “sapere verso dove” (Gagné 1989, Margiotta 1997). Probabilmente si scoprirebbe che su queste tracce camminano sia il recupero delle fragilità sia la valorizzazione delle eccellenze. In ogni caso, infatti, è essenziale l’imparare a imparare (Novak, Gowin 1984).

SULLE RISORSE UMANE
È evidente che tutto questo significa, non poi ma contestualmente, affrontare il problema della formazione degli insegnanti (Morin 1999). Avere una buona scuola senza avere buoni insegnanti è pretesa assurda, non priva di ottundimento del senso organizzativo. Qualsiasi investimento su risorse non umane che non abbia come premessa e come accompagnamento costante l’investimento sulla qualità delle risorse umane è semplicemente, radicalmente, non un investimento ma un costo. In Italia c’è un problema di valorizzazione degli insegnanti. Sarebbe, però, miope pensare che tale deficit si collochi solo a livello di aumento dello stipendio mensile. È altrettanto essenziale colmare il deficit di valorizzazione culturale e professionale.

Da Education 2.0 del 9/01/2012

mercoledì 28 dicembre 2011

ISTRUZIONI DI VOLO - Francesco Callegari


Anche se ne sentiamo il peso, non è sempre facile individuare e riconoscere i macigni che si nascondono dentro il nostro sacco.  Essi hanno infatti una caratteristica insidiosa: non tollerano di essere lasciati in disparte, dimenticati in un angolo. Pretendono piuttosto di essere accuditi, coccolati, trascinati in giro.
E per ottenere questo, sono anche disposti a travestirsi: da ricordi, da abitudini, da convinzioni.
Non è facile ammettere che un determinato ricordo, cui magari siamo così legati, rappresenti per noi un macigno, un peso che ci impedisce di volare.
Non è facile riconoscere che tante nostre azioni sono solo dettate dall’abitudine, dalla paura di cambiare, dalla convinzione che la felicità non ci appartenga.
Spesso è il senso di colpa a indicare la direzione dei nostri pensieri, una direzione che punta verso orizzonti dove non alberga la gioia di vivere. Una direzione che certamente non è la nostra.
Se avremo la forza di liberarcene, una volta “lasciati cadere” i macigni, dovremo “sprimacciare” le nostre piume per rimetterci in grado di volare. Ciascuno di noi è in grado di trovare il proprio modo,attraverso gli strumenti che la vita gli ha messo a disposizione.
Se lo desideriamo, Anthony De Mello, con le sue Istruzioni di volo per aquile e polli, ci offre qualche utile suggerimento.
Le Istruzioni iniziano proprio con una meravigliosa storiella su come sia opportuno trattare i ricordi:
---
Una donna riteneva che Dio le apparisse in visione. Andò quindi a consigliarsi dal proprio vescovo. Costui le fece la seguente raccomandazione:
“Cara signora, lei forse sta credendo a delle illusioni. Deve capire che in qualità di vescovo della diocesi sono io che posso decidere se le sue visioni sono vere o false”.
“Certo, Eccellenza”.
“Questa è una mia responsabilità, un mio dovere”.
“Perfetto, Eccellenza".
“Allora, cara signora, faccia quello che le ordino”.
“Lo farò, Eccellenza”.
“Ascolti: la prossima volta in cui Dio le apparirà, come lei sostiene, lo sottoponga a una prova per sapere se è realmente Dio”.
“D'accordo, Eccellenza. Ma qual è la prova?”.
“Dica a Dio: “Rivelami, per favore, i peccati personali e privati del signor vescovo". Se è davvero Dio ad apparirle, costui le rivelerà i miei peccati. Poi, torni qui e mi racconti cosa avrà risposto; a me, e a nessun altro. D'accordo?”.
“Farò proprio così, Eccellenza”.
Un mese dopo, la signora chiese di essere ricevuta dal vescovo, che le domandò: "Le è apparso di nuovo Dio?".
“Credo di sì, Eccellenza”.
“Gli ha chiesto quello che le ho ordinato?”.
“Certo, Eccellenza!”.
“E cosa le ha risposto Dio?”.
“Mi ha detto: ‘Di' al vescovo che mi sono dimenticato tutti i suoi peccati!’”.
Che ve ne pare? Non esiste nessun libro dove vengono annotati i peccati. Sapete una cosa? Dio non conserva nessun registro, nessun catalogo. Egli ci vede nel momento presente e ci avvolge con un amore incondizionato.

Anthony De Mello, Istruzioni di volo per aquile e polli, p. 7-8

domenica 11 dicembre 2011

25. UNA SCUOLA ORIENTATIVA - Francesco Callegari


“Quello che voglio sottolineare oggi è la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire. Avete la responsabilità di scoprirlo. Questa è l’opportunità offerta dall’istruzione”.
Barack Obama, presidente degli Stati Uniti d’America

I
n un momento in cui tante ragazze e tanti ragazzi stanno per scegliere la scuola superiore che li accompagnerà durate i prossimi anni, sento di condividere con voi alcune riflessioni.
GLI AMBITI DELLA SCUOLA DI OGGI
Gli studi teorici, ma soprattutto l’esperienza di ogni giorno, concordano nell’assegnare alla scuola di oggi questi tre ambiti di intervento:
ü  Ambito della cultura. Conservare lo specifico patrimonio culturale che ci viene dal passato affinché non vada disperso (trasmissione della conoscenza).
ü  Ambito della cittadinanza attiva. Preparare al futuro, introducendo i giovani alla vita adulta, fornendo loro quelle competenze indispensabili per essere inseriti all’interno del contesto economico e sociale in cui vivono.
ü  Ambito dell’identità personale. Accompagnare e sostenere l’allievo lungo il percorso di ricerca del senso e di costruzione della sua identità personale.
Durante gli otto anni di scuola del Primo ciclo, ciascun allievo ha appreso le basi del sapere e ha avuto accesso ai temi fondamentali della cultura. Ha imparato a leggere e a scrivere; ha provato la soddisfazione nel comprendere un testo nella propria lingua o in una lingua diversa dalla propria; ha scoperto le profonde qualità del numero e delle sue combinazioni nel calcolo; ha indagato la bellezza nell’arte e ha provato a riprodurla; ha preso consapevolezza del proprio corpo e delle sue potenzialità motorie; il suo cuore ha vibrato in sintonia con musiche e suoni che lo hanno preso e portato lontano, magari dentro di sé; ha sperimentato i segreti della natura e della tecnologia e tra le sue mani si sono verificati piccoli miracoli; è stato trasportato in altri mondi, in altre culture, in altre credenze e in altri tempi.
Vivendo giorno per giorno con compagni, docenti e personale della scuola, ciascun allievo ha acquisito anche le competenze chiave per l’esercizio della cittadinanza attiva: ha potuto stabilire relazioni, ha provato emozioni, paure, sfide che lo hanno portato a riconoscersi come donna e come uomo facente parte attiva di una comunità. 
Ma, ed è forse la cosa più importante, ciascuno, in questi anni, è stato accompagnato lungo un percorso difficile e allo stesso tempo affascinante: il viaggio verso la conoscenza di se stesso. Le lingue e la letteratura, la poesia, l’arte e la musica, la scienza e lo sport, la matematica e la tecnica non vengono proposte nelle nostre scuole come fine a se stesse, ma tutte utilizzate come strumenti per consentire a ciascuno di trovare il proprio “oriente”.

UNA SCUOLA ORIENTATIVA
Nell’Atto di indirizzo per il 2012, il Ministro dell’Istruzione sottolinea tra l’altro la necessità di sostenere le scuole nella loro azione di orientamento dei giovani per quanto riguarda sia la prosecuzione degli studi sia il loro ingresso nel mondo del lavoro, favorendo la consapevolezza delle loro attitudini e potenzialità.
Questo principio cardine deve essere tenuto presente lungo tutti gli anni della scuola dell’obbligo e non solo in terza media: la persona scopre le proprie attitudini e le proprie potenzialità gradualmente, fin dal primo giorno di scuola. Se il fine ultimo dell’educazione è comunque quello di accompagnare l’allievo lungo il cammino che lo porterà a realizzare il suo progetto di vita, compito della scuola diventa quello di predisporre le condizioni che consentano alle ragazze e ai ragazzi di diventare soggetti capaci di scelte libere e decisioni responsabili. Solo così, l’orientamento può diventare un processo funzionale alla costruzione del progetto di vita. La scelta della scuola dopo la terza media dovrebbe diventare la naturale conclusione di un percorso di riconoscimento personale condotto negli anni.
MODALITA’ UNICHE E INSOSTITUIBILI
Per realizzare questo scopo, la scuola di oggi non può più essere un semplice veicolo di trasmissione del sapere: per ciascuna disciplina, ormai, la mole di conoscenza specialistica è tale da scoraggiare qualunque tentativo di approccio sistematico. D’altra parte, tali e tanti sono i serbatoi di dati facilmente accessibili da rendere altrimenti utile la funzione della scuola oggi. All’interno di questa visione, la scuola mantiene però alcuni caratteri che le sono propri e che molto difficilmente potranno essere sostituiti:
L’approccio personale. A fronte di tante ragazze e tanti ragazzi con bisogni diversi, ciascun docente è in grado di adattare in tempo reale il proprio lavoro adeguandolo alle diverse intelligenze e ai diversi ritmi di apprendimento, consentendo così a ciascun allievo di ottenere i migliori risultati possibili. L’attenzione costante ai bisogni reali dei ragazzi, con l’implementazione di strumenti metodologici e strategie didattiche per soddisfarli, è una competenza peculiare che richiede sensibilità, ma anche grande professionalità. Difficilmente una macchina sarà in grado di sostituire l’opera del docente in presenza.
La varietà della proposta. Mai e in nessun luogo come nella scuola, i ragazzi possono beneficiare di un’offerta formativa tanto continua e competente. Il ventaglio di discipline spazia tra i diversi rami del sapere e consente a ciascuno di “provare sul campo” le proprie attitudini e i possibili interessi cui potrebbe dedicarsi durante la propria vita lavorativa. Ma per fare un’esperienza significativa, è necessario che la proposta venga progettata e dosata da una équipe di esperti, altrimenti si corre il rischio di disperderci, come spiega bene Enzo Bianchi:
“Ognuno ha una sua via e, sceltala, deve perseguirla con risolutezza, abbandonando la concezione della vita come accumulo di esperienze diverse: la decisione deve essere forte e risolutiva, senza tributi pagati al mito delle esperienze diverse e molteplici che produce solo dilettantismo. Qualunque sia la via scelta, se essa è la propria via e la si persegue con fedeltà e perseveranza, alla fine si conosce la gioia, la bellezza, la pienezza” (Enzo Bianchi, prefazione a M.Buber, Il cammino dell’uomo, Comunità di Bose 1990, p. 9).
Questa posizione decisa può essere certamente foriera di grandi risultati personali, ma richiede una costante attenzione e una cura prolungata a favore del singolo alunno che deve essere aiutato a trovare “la propria via” già a partire dai primi anni della vita scolastica. E grande risulta essere al proposito anche la responsabilità delle famiglie nel sostenere il lavoro dei docenti.
Il metodo. Non è facile affrontare e maneggiare efficacemente la massa di dati che costantemente ci investe, tanto più se non ne comprendiamo l’utilità immediata. Infatti, un’informazione potrà essere assimilata e mantenuta nel tempo solo se per noi assume senso e significato, altrimenti tutto scompare nel giro di un’interrogazione o di una verifica. In questo ambito, la scuola aiuta ciascun ragazzo a trovare un metodo che gli consenta di discernere ciò di cui ha bisogno e sappia poi integrare la nuova informazione nella propria struttura cognitiva.
CRITICITA’ E AREE DI MIGLIORAMENTO
A fronte di tanto impegno sul versante delle conoscenze e delle abilità, dobbiamo però evidenziare quanta scarsa attenzione il nostro sistema scolastico ponga a tutti quegli aspetti pratici e operativi verso i quali parecchi ragazzi sono principalmente, se non esclusivamente, portati. Una delle cause di dispersione scolastica risulta essere proprio la disattenzione nei confronti di quelle intelligenze pratiche che non trovano modalità di espressione nell’organizzazione scolastica attuale. E’ un argomento su cui riflettere. Ne riparleremo.
METTERCI DEL PROPRIO
Tutte le risorse umane e materiali che la scuola mette in campo non servono però a nulla se l’allievo non ci mette del suo. E’ questo che Barack Obama chiede ai giovani americani: una manifestazione di impegno che dimostri come ciascuno si debba sentire responsabile del proprio futuro e di quello della propria nazione.
E’ un auspicio che facciamo anche nostro con l’augurio che la nostra scuola diventi sempre più luogo di consapevolezza personale e di gruppo. La strada che percorreremo sarà allora la “nostra” strada.
Buon cammino a tutti.
Francesco  Callegari - Dirigente Scolastico

venerdì 9 dicembre 2011

LE ROTAIE DELLA CESIRA - Francesco Callegari


Tanti anni fa, in paese lontano c’era un villaggio i cui abitanti si muovevano solo a piedi o, al massimo, a cavallo. I loro spostamenti erano limitati entro poche miglia e nessuno si era mai allontanato troppo da casa.
Un giorno, un giovanotto più intraprendente degli altri decise di mettersi in viaggio per visitare luoghi lontani e sconosciuti. Al suo ritorno, per sere e sere, l’esploratore incantò gli amici con storie straordinarie e descrizioni di cose incredibili. Ma ciò che più impressionò i suoi compaesani fu la notizia di un mezzo che consentiva di muoversi in tanti, velocemente e senza fare nessuna fatica: il treno.
Tutti gli abitanti, presi da entusiasmo, cominciarono a desiderare questo nuovo e meraviglioso mezzo di trasporto. Tanto fecero e tanto brigarono, che il sindaco si vide costretto a produrre formale richiesta di un treno alla Compagnia Ferroviaria.
E così un bel giorno, sopra un grande carro trainato da una marea di cavalli, arrivò nella piazza del paese una nera e lucida locomotiva. Venne scaricata tra le urla festanti dei paesani e, addobbata di ghirlande multicolori, per un giorno intero le si fece festa.
Ma, come una rondine non fa primavera, così una locomotiva non fa un treno.
Ed ecco, nei giorni seguenti, una dopo l’altra, sempre sopra il grande carro, arrivarono una, due, cinque, dieci …, più di cinquanta carrozze! Ormai la piazza era completamente invasa.
Gli abitanti erano sì contenti, ma, sotto sotto, capivano che c’era qualcosa che non andava. I più furbi cominciarono a chiedersi sottovoce dove stava la fregatura.
La spiegazione venne, come al solito, dall’intrepido viaggiatore: per poter viaggiare in tanti, velocemente e senza fatica, il treno da solo non basta, serviva anche la ferrovia, i binari sui quali poter far correre il treno.
Ah, ecco. Adesso sì che avevano capito! Tutto si sarebbe risolto in un attimo: bastava posare i binari.
Ma, il padrone della segheria voleva i binari verso le montagne; i bambini e i vecchi del paese li volevano verso il mare; i giovanotti insistevano affinché la linea raggiungesse la balera (e si strizzavano l’occhio pensando alle belle ragazze). E tutti a urlare per far valere le proprie ragioni. Insomma, una confusione che neanche al mercato si vedeva!
Dopo giorni e giorni di questa tiritera, col rischio che il treno ci diventasse vecchio in casa, le mamme, che avevano meno interessi e più di sale in zucca, si riunirono attorno al tavolo della Cesira e tutte insieme cercarono di capire quale fosse la direzione giusta per una linea che potesse andare bene per la maggior parte, se non proprio per tutti.
Trovarono una soluzione semplice quanto geniale. La loro proposta fu accolta e portata al sindaco.
Grazie a loro, in quel paese, ora tutti possono andare in treno fino alla città più vicina e da lì possono raggiungere le montagne, il mare e, volendo, anche la balera.
Francesco Callegari  
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