Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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giovedì 3 luglio 2014

LA VITA DELLA BALLERINA – Carla Fracci


“La vita della ballerina è rigore e preparazione, concentrazione, allenamento, costanza e determinazione, in questo è simile a quella degli sportivi o dei musicisti. La danza non è solo corpo e mente: è creatività.
Personalmente ritengo che troppo spesso il sacrificio fisico dei ballerini venga sopravvalutato, perché in fondo è la conseguenza di una scelta di vita, né più né meno di tante altre.
In ogni professione si ha il dovere di migliorarsi. Anche con la fatica, il lavoro quotidiano è qualcosa di naturale, solo così ci si può esprimere al meglio, scoprire le proprie potenzialità. Bisogna sempre essere seri, concentrati e nello stesso tempo umili e critici verso se stessi”.
Rita Levi-Montalcini: Aggiungere vita ai giorni, a cura di Raffaella Ranise e Giuseppina Tripodi, Milano, Longanesi, 2013, p. 96-97 passim.


martedì 12 novembre 2013

DOPO 50 ANNI LA SCUOLA MEDIA VA SVECCHIATA - Antonio Mazzi

 
C'è bisogno di una nuova organizzazione e nuovi stimoli
Finalmente qualcuno si sta accorgendo che la scuola media compie 50 anni ed è in crisi di identità. Quando lo dicevamo noi, che la scuola la conosciamo certamente più dei ministri e più di certi dirigenti scolastici, qualche rara persona intelligente ci dava ragione.
Finalmente escono i dati Ocse sulle competenze scolastiche (disastrosi per gli italiani) e allora tutti spalanchiamo gli occhi. Mentre il mondo economico, bancario, politico si deve rinnovare totalmente quasi ogni anno, il mondo scolastico si declina con due date: la riforma Bottai, anni '40, e la cosiddetta riforma della scuola media unica del 1963.
Cioè, a partire dal 1963 i ragazzi di allora poterono frequentare la scuola dell'obbligo unica in sostituzione del doppio binario: scelta tra avviamento professionale e scuola media con esame di ammissione. Ripeto: correva l'anno 1963, cioè tempi nei quali i nostri figli, fino a quattordici anni, erano ancora veramente bambini. Fior di studiosi, di psicologi, di sociologi hanno prodotto migliaia di ricerche denunciando il disagio dei ragazzi (pensati ancora come bambini), la demotivazione dei docenti e la perdita secca di risultati rispetto all'Europa.
La media è una scuola che ha sconvolto la sua identità, schiacciata tra la primaria e la secondaria. Denuncio, per la millesima volta, che tutta la scuola continua ostinatamente a essere un orto chiuso, illuminato e sacro, lontanissimo dal mondo reale, poco sacro e poco illuminato.
I nostri figli, entrando in quelle porte, devono regredire almeno di cinque anni dalla loro vita reale. Fuori non esistono più i banchi, non esistono i castighi, non esistono i voti, non esistono i compiti per i compiti, non esistono più i bambini di 12 anni.
La divisione in materie e l'insegnamento frontale, con decine di adolescenti schierati, fa ridere (o meglio piangere). Se poi aggiungiamo il docente disarmato, nervoso, "specializzato" spesso in supplenze e che a malapena ricorderà i nomi dei suoi allievi a fine anno, ci portiamo a casa la disfatta totale.
ORARI PIÙ ELASTICI E ARMONICI. L'adolescenza è un periodo sconosciuto negli anni '60 e a quei tempi per i più sviluppati e svegli si parlava di preadolescenza anticipata o di caratterialità. Qui non si tratta di denaro da spendere - perché i soldi sono sempre i primi a essere tirati in ballo - si tratta invece di preparazione universitaria diversa, di organizzazione delle classi e di orari più elastici e armonici.
Rendiamo obbligatoria l'espulsione dei banchi (e non dei ragazzi), sostituiamoli con tavoli a quattro-sei posti, mettiamo insieme alcune classi per lezioni collegiali; facciamo attività musicali, sportive, culturali, artigianali settimanali.
Rischiamo, perché senza rischi non si educa.
Antonio Mazzi, “Famiglia Cristiana”, 3 novembre 2013


mercoledì 7 novembre 2012

L'APPRENDIMENTO PER PROBLEMI - Luigi Berlinguer



Essere autonomo significa darsi da fare di più, proporsi un risultato di successo, fondarlo sullo stimolo partecipativo e quindi sul sapere come conquista: in una scuola come permanente laboratorio e permanente innovazione, con un apprendimento per problemi e non per sola articolazione disciplinare.
A questo scopo, la scuola deve essere strumento di ascesa sociale per i cittadini e di promozione del talento di ciascuno. Quindi non solo una “scuola del recupero”, ma anche una scuola di valorizzazione delle capacità personali e delle eccellenze. Uno sforzo molto impegnativo che, oltre a interventi di tipo strutturale e di ridisegno complessivo, richiederà un’azione incisiva dei docenti chiamati a mettere in atto metodologie didattiche innovative.
Credo che un obiettivo assai urgente e necessario sia una campagna di investimento professionale (che brutta parola la “formazione” in servizio) con docenti e dirigenti, fondata sui temi della revisione della metodologia didattico-disciplinare con forti elementi di verifica del risultato e della soddisfazione dei partecipanti, sempre e tempestivamente, cui devono seguire conseguenti misure.
Non aspettiamoci che la scuola cambi dall’alto, di questi tempi. Cambia se le scuole e i loro “territori” si muovono. Anche grazie all’autonomia, che – appunto – è creatività.
D’altro canto, ricordate: ciò che non è espressamente vietato è consentito.
Luigi Berlinguer, L’autonomia incompiuta, “Dirigere la scuola”, XXI (2012), n. 4-5-6 

martedì 22 febbraio 2011

20. INSEGNANTI EFFICACI - Francesco Callegari

In questi giorni stiamo analizzando gli esiti delle prove Invalsi nelle nostre scuole. La somministrazione di prove oggettive identiche in tutta Italia dovrebbe restituire uno spaccato sui livelli di competenza acquisiti dagli alunni in italiano e in matematica nel corso del primo ciclo di istruzione. Questo tipo di rilevazione valuta solo una parte di quanto gli alunni hanno appreso, limitandosi ad alcune competenze cognitive e tralasciando tutto un ventaglio di competenze affettive, relazionali, sociali e prosociali che concorrono senza dubbio a formare globalmente l’uomo e il cittadino.
Detto questo, però, è necessario chiederci se noi, come docenti, siamo attrezzati per rispondere alle istanze formative di una generazione di ragazze e ragazzi che, Invalsi o non Invalsi, sembrano spesso poco interessati alle nostre lezioni.
In ogni processo di insegnamento-apprendimento vi sono alcuni presupposti pedagogici da tenere presenti: istruzione ed educazione sono i due pilastri su cui poggia il nostro lavoro di formatori, e su entrambi i versanti dobbiamo essere preparati e competenti per essere insegnanti efficaci. Il saper tenere una classe non è un optional per un docente: non basta conoscere la propria materia, bisogna anche saperla insegnare, e saperla insegnare significa possedere gli strumenti didattici e metodologici adatti a interessare i ragazzi. Ed è ovvio che una classe interessata è una classe attenta, mentre una classe non interessata è una classe che crea problemi.
Sappiamo benissimo che senza un interesse specifico, concreto e immediato nessun apprendimento è possibile, ma allo stesso tempo sperimentiamo ogni giorno quanto sia difficile interessare i ragazzi che vengono a scuola. Solo se l'alunno riuscirà a trovare un senso in ciò che noi gli proponiamo, potrà essere coinvolto nel processo di apprendimento: il difficile consiste proprio nel far diventare l’apprendimento un processo significativo per l’allievo.
La sfida è personale e professionale: ciascun docente deve essere consapevole delle proprie necessità formative. Scrive Roger Abravanel nella sua rubrica sul Corriere.it (leggi l'articolo) che "è ormai dimostrato che la qualità di ogni sistema educativo dipende dalla qualità degli insegnanti, e non da quanto si spende e dalla dimensione delle classi”.
E’ ormai giunto il momento di metterci onestamente di fronte alla realtà: i ragazzi non sono più quelli di una volta e solo i docenti che hanno saputo re-interpretarsi nel loro nuovo ruolo stanno ottenendo risultati soddisfacenti sia sul versante degli apprendimenti sia su quello delle relazioni. Io sono sicuro che dal punto di vista della crescita professionale, molti tra i nostri docenti si stiano aggiornando personalmente sui contenuti della propria disciplina attraverso corsi di formazione specifici, la partecipazione a convegni e a seminari, la lettura di riviste specializzate, lo studio della letteratura scientifica più aggiornata.
Ma a fronte di questo sapere non tutti i docenti conoscono o sono in grado di mettere in atto quei meccanismi metodologici e didattici indispensabili a far nascere nei ragazzi la voglia di apprendere.
Le discipline scolastiche offrono una vasta gamma di saperi e di informazioni, ma non sempre gli studenti sono in grado di stabilirne significati e connessioni: è necessario pertanto aiutare i ragazzi ad acquisire sin dai primi anni della primaria un metodo di studio che li guidi e li orienti nell’organizzazione della massa incredibile di informazioni che quotidianamente li bombarda. Reuven Feuerstein afferma che noi impariamo in modo più efficiente quando il processo di apprendimento è mediato. Il mediatore è colui che aiuta l’alunno a interpretare gli stimoli e ad attribuire significato alle esperienze. Esperienze significative che dovranno essere tarate sul potenziale cognitivo di ciascuno per raggiungere il massimo livello di apprendimento.
Daniel Pennac ci parla proprio di questo quando nel suo Diario di scuola scrive:
“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica”.
E allora, sarà necessario attrezzarci per diventare guide del sapere oltre che trasmettitori di conoscenze, mediatori culturali oltre che istruttori disciplinari, stimolatori di processi oltre che elaboratori di programmi.
La formazione e l’aggiornamento giocheranno, a questo punto, un ruolo fondamentale. Se siete d’accordo con me, la nostra parola d’ordine sarà: meno progetti e più formazione. Le nostre risorse, sia di tempo sia economiche, saranno orientate all’acquisizione e alla sperimentazione di efficaci strategie relazionali, di tecniche per favorire l’acquisizione di un valido metodo di studio personale, di analisi dei processi educativi al fine di rispondere sempre più e sempre meglio ai bisogni formativi dei nostri ragazzi.
Francesco Callegari
Dirigente Scolastico

lunedì 21 febbraio 2011

45 ANNI FA: RACCOMANDAZIONI AL COLLEGIO - Antonio Dalla Zuanna

Collegio dei Professori, Camposampiero, 11 novembre 1966. 
Preside prof. Antonio Dalla Zuanna


"Il Preside ha messo in rilievo l'importanza e la delicatezza della funzione svolta dall'Insegnante, pertanto ha auspicato che l'insegnamento non sia lasciato all'improvvisazione del momento, ma sia invece frutto di costante preparazione e aggiornamento, siano sempre ricercati i mezzi più idonei per interessare gli alunni, per adeguarsi alla loro mentalità, per comprendere i loro atteggiamenti. L’insegnante responsabile si prepara perché una lezione ben fatta vince sempre l’indisciplina e la noia degli alunni ed è padrone della classe chi è padrone della materia che insegna.
Quindi si è soffermato su alcune norme riguardanti l'andamento scolastico e disciplinare. In particolar modo il Preside ha invitato i professori al rispetto della puntualità e così pure ad evitare assenze inutili, sia per non chiedere sostituzioni ai colleghi, sia per non arrecare danno agli studenti. Il Preside ha proseguito pregando tutti gli insegnanti di collaborare per il buon nome della Scuola, ciascuno impegnandosi nel proprio ambito per non tradire la fiducia delle famiglie. Perché se è vero che il Preside tutela e diffonde la buona reputazione della Scuola, sono tuttavia gli Insegnanti che la devono rendere efficiente.
A questo punto ha ricordato quali debbano essere le doti di ogni insegnante, in particolare: l'equanimità, il rispetto per gli alunni, il saper rendere viva la lezione stimolando l'interesse dei ragazzi e il tenere la disciplina. Ogni Insegnante dovrà in particolar modo preoccuparsi della disciplina dei propri alunni, controllando il comportamento collettivo e vigilando sugli atteggiamenti dei singoli. Durante l’intervallo, i professori di turno devono fare un’oculata sorveglianza in modo che gli alunni non facciano giochi pericolosi. La puntualità, il senso d’equilibrio, la serenità dimostrata dai professori costituiranno i presupposti migliori  per creare un’atmosfera di fiducia reciproca tra docenti e discenti. La disciplina sarà facilitata dalla costante presenza dei Professori nella classe, che sarà raggiunta il più celermente possibile al cambio dell'ora, evitando così che gli alunni rimangano a lungo soli. Si farà in modo di evitare di far uscire gli alunni nei corridoi prima delle 10.45 per qualsiasi motivo.
I Professori sono invitati a non eccedere nelle punizioni, e in ogni caso si raccomanda che queste non incidano nel voto di profitto, ma piuttosto nella condotta; i Professori sono invitati inoltre a essere riguardosi e rispettosi delle coscienze degli alunni e a evitare tutto ciò che possa essere motivo di turbamento.
Concludendo il Preside ha vivamente invitato gli Insegnanti ad essere solleciti nella correzione dei compiti, a prepararsi per ogni lezione, mantenendosi aggiornati facendo uso di riviste ed altri sussidi didattici; ciò non solo per una migliore impostazione del lavoro in classe ma anche per una più approfondita preparazione personale".


Risulta fin troppo facile ed evidente il collegamento tra questi ultimi post. Oggi, come cinquant'anni fa, è sentita urgente e pressante la necessità della formazione e dell'aggiornamento in servizio dei docenti. Solo insegnanti formati e continuamente aggiornati  potranno serenamente ed efficacemente affrontare uno tra i lavori più belli ed entusiasmanti ma anche tra i più difficili e rischiosi: l'accompagnare per mano il bambino che diventa uomo.
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