Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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sabato 15 agosto 2015

PORRE UN TERMINE AI DESIDERI – Irvin Yalom


Porre un termine ai nostri desideri, imbrigliare le nostre cupidigie, dominare la nostra ira, tenendo sempre presente che solo una parte infinitamente piccola di tutto ciò che è desiderabile può essere raggiunta dall’individuo.
Irvin Yalom, La cura Schopenhauer, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2005.


giovedì 1 maggio 2014

TERRA SENZA AMORE – John Steinbeck (1902-1968)


Non amava la terra, non più di quanto l'amasse la banca; ma non amava nemmeno la trattrice. Si contentava di ammirarne le superfici lucenti, la potenza, il rombo dei suoi cilindri detonanti. A rimorchio rotavano i lucidi dischi che vivisezionavano la terra: non  più col faticoso lavoro dell'aratro, ma con la fredda opera d'un chirurgo la terra smossa s'ammucchiava da un lato mentre il secondo ordine di dischi la incideva e l'ammucchiava dall'altro; rilucevano le lame taglienti per il costante lustramento della terra. E dietro ai dischi gli erpici rastrellavano le zolle con denti di ferro. E dietro agli erpici le lunghe seminatrici - dodici ferrei membri eretti - violentavano la terra, stuprando meccanicamente, senza passione, sputando il seme. Il conducente sul suo sgabello di ferro s'inorgogliva dell'impeccabile dirittura dei solchi che non tracciava lui, della trattrice che non era sua e ch'egli non amava, della potenza di cui si sapeva schiavo. E s'arrivava alla maturazione e alla mietitura senza che nessun essere umano avesse sbriciolato con le mani le tiepide zolle o setacciato la terra tra le dita, senza che nessuno avesse toccato il seme o ne avesse spiato con ansia la crescita. Gli uomini mangiavano ciò che essi non avevano coltivato, più nessun vincolo li legava al proprio cibo. La terra s'apriva sotto il ferro e sotto il ferro gradatamente inaridiva: nessuno c'era più ad amarla o a odiarla, nessuno più la supplicava o malediceva.
John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1940, p. 27
Titolo originale: The grapes of wrath, Copyright 1939 John Steinbeck


lunedì 7 ottobre 2013

SONO LORO IL NOSTRO PROSSIMO – Adriano Sofri


Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una pausa, di una tregua – non so, una settimana, almeno un paio di giorni – fra una tragedia e l’altra? O commuoversi comunque quando la cifra dei morti è così esorbitante? Quando ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è ogni volta un dettaglio nuovo. Questa volta è il fuoco acceso dentro una carretta con 500 persone, come accendere un falò in un autobus all’ora di punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo scampato a tutto, anche alla spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di ieri saranno troppi per raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza ed Espulsione, non saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e i mari che hanno attraversato, i cadaveri che hanno urtato, le preghiere che hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno chi abbia voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e capiranno tutto.

mercoledì 2 ottobre 2013

IL DENARO - Chiara Frugoni



In una società in cui era il denaro che regolava l’accesso ai beni, i frati, bandendone l’uso rifiutavano di accordargli una funzione nella loro vita. Non entravano nel sistema dei legami e dei favori, delle elargizioni e dei donativi, non contraevano alcun debito di gratitudine rispetto alla carità altrui; rimanevano completamente liberi e indipendenti.
Il denaro, fonte di tesaurizzazione, sviluppava invece un sistema costruito sul guadagno, sistema che non si curava delle rovine che provocava lasciando famiglie sul lastrico, persone strozzate da debiti usurai, indigenti e miserabili accalcati negli ospizi o sulle strade.
Eppure anche i ricchi assisiani erano cristiani, ma ritenevano sufficiente regalare ogni tanto qualche soldo, fare la carità e sentirsi buoni, senza chiedersi se la mano che verso di loro si tendeva fosse stata obbligata a quel gesto dalla propria, poggiata invece sulla borsa appesa alla cintura.

Chiara Frugoni, Storia di Chiara e Francesco, p. 43

mercoledì 31 ottobre 2012

LA CONGIURA DEI RICCHI - Tommaso Moro (1478-1535)



Esaminando e considerando gli Stati che oggi possiamo trovare nel mondo, non si presenta altro che una congiura di ricchi, i quali, sotto il nome e il pretesto dello Stato, non si occupano che dei propri interessi.
E immaginano e inventano ogni maniera, ogni arte con cui conservare anzitutto, senza paura di perderlo, ciò che hanno disonestamente ammucchiato, e in secondo luogo come serbare per sé, volgendolo a proprio utile al prezzo più basso possibile, ciò che a fatica viene prodotto da tutti i poveri. I ricchi stabiliscono che queste subdole disposizioni debbano essere osservate in nome dello Stato, cioè anche in nome dei poveri, e così diventano legge!
Ma questi uomini immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro i beni che sarebbero bastati a tutti, sono ben lontani dalla felicità che regna nella repubblica di Utopia!
Tommaso Moro, L’Utopia, 1516, Bari-Roma 1993, p. 131-132
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