Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli
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giovedì 12 aprile 2018
domenica 27 novembre 2016
GIORGIO GABER - L'ILLOGICA ALLEGRIA (LIVE)
Da solo lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so del mondo e anche del resto
lo so che tutto va in rovina
ma di mattina quando la gente dorme
col suo normale malumore
Mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio che ne so
E sto bene
io sto bene come uno che si sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene che vergogna
Io sto bene
proprio ora proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita cosi
E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene
la la la la la la
quest’illogica allegria
proprio ora proprio qui
Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
alle prime luci del mattino
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so del mondo e anche del resto
lo so che tutto va in rovina
ma di mattina quando la gente dorme
col suo normale malumore
Mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio che ne so
E sto bene
io sto bene come uno che si sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene che vergogna
Io sto bene
proprio ora proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita cosi
E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene
la la la la la la
quest’illogica allegria
proprio ora proprio qui
Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
1981-82
lunedì 14 marzo 2016
QUAL E’ IL SEGRETO DEL TEAM PERFETTO? 1/2 – Elena Dusi
Ben vengano le divagazioni durante una riunione.
Le chiacchiere sul luogo di lavoro, perfino i pettegolezzi, le confessioni dei
propri problemi ai colleghi alla macchinetta del caffè e le reazioni istintive,
quando qualcuno urta la nostra suscettibilità. Il team perfetto, quello che
all'occorrenza scatta come un sol uomo e che ha una "intelligenza
collettiva" più alta della somma delle intelligenze individuali, non è un
orologio dai meccanismi perfetti. Piuttosto, è un organismo in cui i colleghi
alzano gli occhi dalla scrivania, incrociano quelli del collega che lavora
accanto e si accorgono di cosa gli passa per la testa.
Ci sono voluti decenni di studi sulla sociologia
del "team perfetto" per arrivare a non comprendere tutto questo. Fino
a quando un progetto avviato da Google tra i propri dipendenti non si è accorto
che nessuno degli algoritmi numerici sull'efficienza dei gruppi di lavoro è in
grado di prevedere alcunché. Quello che fa funzionare bene una comunità di
umani, ha concluso, dopo tanto analizzare, il più grande motore di ricerca del
mondo, è in fondo proprio il senso di umanità: empatia, rispetto, consolazione
di un collega se necessario.
Elena Dusi,
“la Repubblica”, 29 febbraio 2016
mercoledì 4 novembre 2015
I DIECI BENEFICI DI UNA STRETTA – Carla Massi
1. L'abbraccio riesce a far migliorare l'ossigenazione
del sangue.
2. Stimola il sistema immunitario, riduce
la pressione e allevia il mal di testa.
3. Sincronizza gli emisferi cerebrali e fa
equilibrare l'attività del cervello.
4. Il contatto fisico rafforza l'autostima,
accresce l'allegria e la salute dell'individuo.
5. Si può considerare una terapia naturale contro
depressione, ansia e stress.
6. Quando un bambino piange non c'è nulla
di più efficace che un abbraccio per farlo calmare.
7. Essere abbracciati migliora la pressione
arteriosa e la frequenza cardiaca.
8. Stimola il cervello a ricordare meglio ciò
che di importante ci accade.
9. Nelle donne, dopo vari abbracci, è stato
notato un calo del cortisolo a beneficio del cuore
10. In caso di panico l'abbraccio può
bloccare l'attacco e diventare una vera terapia.
Carla Massi, Niente abbracci, siamo italiani, “Il
Messaggero”, 2 novembre 2015.
martedì 3 novembre 2015
IL POTERE DELL’ABBRACCIO – Carla Massi
Stringersi stimola la molecola della fiducia. Fa
salire l'autostima, ossigena il sangue, combatte la depressione, allevia
lo stress e l'ansia.
E' il potere dell'abbraccio. Che, da saluto
affettuoso, si è fatto materia di studio. Come dimostra una ricerca
della School of Medicine dell'università della California, San
Diego uscita qualche settimana fa: esperienze piacevoli collegate
al tatto provocano una risposta particolarmente positiva da parte
dell'organismo.
Questo stimolo agirebbe direttamente sull'aumento
della produzione dell'ossitocina, un ormone fondamentale nella
sessualità e nella comunicazione. L'abbraccio, dunque, non solo
alza i livelli di ossitocina e serotonina ma stimola il sistema
immunitario e contribuisce ad una maggiore ossigenazione del
sangue. Ed è equilibratore sia dell'ansia che dello stress, aumentando
così la percezione di benessere e di sicurezza.
L'abbraccio come autentica spinta alla vita. Paul
J.Zak, pioniere americano della Neuroeconomia, nel suo libro gli
ha dato una definizione rivoluzionaria. "La molecola della
fiducia All'origine della prosperità economica e sociale" (Scuola
di Palo Alto editore) è il manuale che ha firmato mettendo l'abbraccio
al centro di una nuova filosofia che miscela economia, management
e psicologia.
Anche Zak punta sul ruolo dell'ossitocina legata
al contatto e descrive i suoi esperimenti nel manuale. Ha prelevato
migliaia campioni di sangue di persone mentre queste prendevano decisioni
in laboratorio (argomento denaro), giocavano a pallone, si buttavano
da aereo con paracadute, partecipavano ad un matrimonio o,
comunque, erano protagonisti in situazioni nelle quali la relazione
umana è di fondamentale importanza.
L'autore ha dimostrato come l'ossitocina sia in grado
di innescare un circolo virtuoso fondato sull'amore e sulla
prosperità.
Istruzioni per l'uso: la durata media di un abbraccio
tra due persone è di tre secondi. I ricercatori hanno scoperto che
l'effetto terapeutico, su mente e corpo, è assicurato se la durata
del contatto arriva fino a venti secondi. Allora inizia la produzione
della "molecola della fiducia".
Carla Massi, Niente abbracci, siamo italiani, “Il
Messaggero”, 2 novembre 2015.
giovedì 22 ottobre 2015
PARVENZE DI LIBERTA’ - Francesco Callegari
Cara
Patrizia, ho l'impressione che la società non vada nella direzione che noi
auspichiamo. E me ne dispiace, ma dobbiamo anche tenere presente che, come ogni
ciclo, anche questo vedrà la propria fine. Tutto ciò che sta succedendo intorno
a noi e nel resto del mondo indica come si stia andando progressivamente (e qui
si vede come la parola "progresso" assuma un significato nefasto)
verso una drammatica esasperazione di toni, tipica da fine impero. Tutti
cercano di trattenere con i denti e le unghie quella parvenza di libertà e di
benessere che è tanto più fasulla quanto più è basata su conquiste materiali. Quali saranno i barbari che porranno fine alla nostra civiltà?
Francesco
Callegari
venerdì 11 settembre 2015
A SCUOLA DI OSPITALITA’ 2/3 – Lizanne Foster
Sulla porta
Ho cercato anche altri modi per mettere gli
studenti più a loro agio. Fin dall’inizio della mia carriera d’insegnante, ho
cercato di democratizzare la mia classe. Spesso discuto con gli studenti le
finalità dei compiti e contrattiamo regolarmente le date di consegna.
Ogni anno incontro alcuni di loro per discutere
le questioni di fondo della nostra comunità di classe. Abbiamo anche una
procedura per gestire i conflitti. Ma nonostante tutte le iniziative che ho
preso e tutti i tentativi che ho fatto, per alcuni studenti la mia classe è
accogliente solo a volte.
Il mio proposito per il nuovo anno scolastico è
di farmene una ragione e fare i conti con il mio ego sulla porta dell’aula.
Non fraintendetemi. Questo non significa che
smetterò di lavorare per rendere la classe un luogo in cui gli studenti possano
imparare e in cui stiano volentieri. Significa che, a decenni di distanza dalla
prima volta che sono entrata in aula come insegnante, oggi accetto di avere un
compito impossibile: rendere l’ambiente ospitale per tutti i miei studenti,
sempre.
Sono certa che non c’è bisogno di elencare tutti
i motivi per cui le scuole possono essere dei luoghi inospitali per molti
studenti. I disagi dei ragazzi che devono sopportare omofobia e razzismo sono
ben noti, ma forse è meno riconosciuto il disagio di tutti gli studenti che
ogni giorno devono stare sei ore seduti ad ascoltare qualcuno. Ogni anno mi
scuso con i miei studenti per ciò che stoicamente sopportano nelle scuole.
Quest’anno continuerò a porgere queste scuse con
una più chiara comprensione del perché siano necessarie. Quest’anno cercherò di
educare i miei studenti in modo ospitale. Come ho imparato leggendo il libro di
Claudia Ruitenberg Unlocking the
world: education in an ethic of hospitality, educare gli
studenti in modo ospitale va ben oltre l’offerta di divani, cuscini e biscotti.
Un insegnante-padrone di casa che educhi in modo
ospitale ha molte più incombenze di quelle che ha avuto la mia amica Stephanie
quando, recentemente, ha dato una festa a casa sua. Tutto ciò che Stephanie ha
dovuto fare per accogliere i suoi ospiti è stato pulire la casa, comprare da
bere e da magiare e fare gli inviti. Durante la festa ha fatto in modo che cibo
e bevande non mancassero mai ed è andata in giro a chiacchierare con i vari gruppetti.
La maggior parte degli ospiti ha detto di essersi divertita molto. Stephanie si
è divertita sicuramente.
Ma il genere di ospitalità che ho in mente richiede una preparazione diversa rispetto a ciò che normalmente fanno gli insegnanti durante le vacanze estive. D’estate, se non facciamo corsi di aggiornamento, di solito frequentiamo conferenze o seminari, leggiamo su internet articoli sulla formazione e rivediamo i moduli didattici. Anche se tutto questo lavoro preparatorio assume forme diverse, essenzialmente punta ad aumentare la nostra conoscenza e la nostra professionalità.
Ma, per cominciare a educare nell’ottica di un’etica dell’ospitalità, devo interrogare la mia identità in quanto insegnante.
Ma il genere di ospitalità che ho in mente richiede una preparazione diversa rispetto a ciò che normalmente fanno gli insegnanti durante le vacanze estive. D’estate, se non facciamo corsi di aggiornamento, di solito frequentiamo conferenze o seminari, leggiamo su internet articoli sulla formazione e rivediamo i moduli didattici. Anche se tutto questo lavoro preparatorio assume forme diverse, essenzialmente punta ad aumentare la nostra conoscenza e la nostra professionalità.
Ma, per cominciare a educare nell’ottica di un’etica dell’ospitalità, devo interrogare la mia identità in quanto insegnante.
continua...
sabato 4 aprile 2015
RESTARE TRANQUILLI – Blaise Pascal (1623-1662)
Tutta
l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare
tranquilli in una stanza.
Blaise Pascal, Pensieri 168,
a cura di C. Carena, Torino 2004, p. 107.
lunedì 13 ottobre 2014
L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE – Massimo Gramellini
Tomàs è una
persona come tante. E, come tante, crede poco in se stesso, subisce la vita ed
è convinto di non possedere gli strumenti per cambiarla. Ma una sera si ritrova
proiettato in un luogo sconosciuto che riaccende in lui quella scintilla di
curiosità che langue in ogni essere umano.
Incomincia
così un viaggio simbolico che, attraverso una serie di incontri e di prove
avventurose, lo condurrà alla scoperta del proprio talento e alla realizzazione
dell'amore: prima dentro di sé e poi con gli altri.
Con questa
favola moderna che offre un messaggio e un massaggio di speranza, Massimo
Gramellini si propone di rispondere alle domande che ci ossessionano fin
dall'infanzia. Quale sia il senso del dolore. Se esista, e chi sia davvero,
l'anima gemella. E in che modo la nostra vita di ogni giorno sia trasformabile
dai sogni.
Massimo
Gramellini, L’ultima
riga delle favole, Longanesi, Milano, 2010.
martedì 30 settembre 2014
LA CUSTODIA DEL CREATO – Sorella Natura
I CAMBIAMENTI CLIMATICI
La conferenza
internazionale sui cambiamenti climatici, che si è tenuta nei giorni scorsi
all’ONU, è certo un evento positivo, anche se l’assenza di Paesi come la Cina e
l’India ne limita fortemente la validità.
Evidenziamo però una
forte contraddizione nell’affermazione che dalla crisi economica, mondiale si
esce con la ripresa della produzione e dei consumi: quindi producendo più CO2 e
pertanto spingendo in avanti i fattori umani che concorrono ai cambiamenti
climatici.
Dall’altra parte, si
raccomanda di ridurre le emissioni di CO2, quindi ridurre la produzione … è
vero che si afferma che le modalità produttive debbono esser migliorate, in
modo tale da renderle ecocompatibili ed è vero che scienza e tecnologia hanno
fatto e faranno giganteschi passi in avanti in questo settore, ma ciò avviene
ed avverrà in tempi lunghi e con costi iniziali molto alti, tanto che Paesi
come la Cina e l’India, ma non solo loro, non partecipano a questo sforzo e
seguitano ad inseguire gli stili di vita occidentali con modalità produttive
fortemente inquinanti.
La questione
essenziale è questa: dobbiamo pensare di proseguire, in Occidente, con
l’attuale stile di vita: consumistico, anzi sprecone, edonistico e permissivo?
Dobbiamo pensare che sia questo lo stile di vita da proporre a tutta l’Umanità?
Per Noi certo no.
Occorre dare luogo a una Ecologia
Umanistica: Amor Creationis!
Roberto Leoni,
Presidente
di Sorella Natura
FONTE: Sorella
Natura, Assisi
sabato 29 marzo 2014
37. IL VOLO LEGGERO – Francesco Callegari
Occorre essere
leggeri per volare senza sforzo. Gli uccelli sono un buon esempio di volo
leggero. Il loro elemento è l’aria e quando stanno sulla terra sembrano sempre
un po’ a disagio. Le loro zampe minuscole tengono bene i rami degli alberi o i
fili della luce, ma aiutano poco i movimenti terrestri. I loro passi
imbarazzati lasciano orme appena accennate, quasi per sbaglio, come di scusa.
Il segreto degli uccelli sta nel paradosso dell’assenza, ha molto a che vedere
con il vuoto, si spiega togliendo e non riempiendo.
Ho conosciuto persone
come uccelli, passate sulla terra in punta di piedi, senza possedere nulla,
senza rovinare nulla. Guardate gli
uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non
raccolgono in granai. Il loro sguardo sfiora senza desiderio,
la loro mano accarezza senza violenza, la loro parola incanta per la disarmante
semplicità. Più del cielo che della terra, queste donne e questi uomini ci sono
prestati per esempio, per indirizzo: il loro volo ci invita ad alzare lo
sguardo.
E rimane lo stupore generato
dalla gratuità, rimane lo scompiglio di fronte al silenzio, rimane la
difficoltà di capire il perdersi per ritrovarsi. Noi, così pieni, così pesanti.
Francesco
Callegari
martedì 12 novembre 2013
DOPO 50 ANNI LA SCUOLA MEDIA VA SVECCHIATA - Antonio Mazzi
C'è
bisogno di una nuova organizzazione e nuovi stimoli
Finalmente qualcuno
si sta accorgendo che la scuola media compie 50 anni ed è in crisi di identità.
Quando lo dicevamo noi, che la scuola la conosciamo certamente più dei ministri
e più di certi dirigenti scolastici, qualche rara persona intelligente ci dava
ragione.
Finalmente escono i
dati Ocse sulle competenze scolastiche (disastrosi per gli italiani) e allora
tutti spalanchiamo gli occhi. Mentre il mondo economico, bancario, politico si
deve rinnovare totalmente quasi ogni anno, il mondo scolastico si declina con due
date: la riforma Bottai, anni '40, e la cosiddetta riforma della scuola media
unica del 1963.
Cioè, a partire dal
1963 i ragazzi di allora poterono frequentare la scuola dell'obbligo unica in
sostituzione del doppio binario: scelta tra avviamento professionale e scuola
media con esame di ammissione. Ripeto: correva l'anno 1963, cioè tempi nei quali
i nostri figli, fino a quattordici anni, erano ancora veramente bambini. Fior
di studiosi, di psicologi, di sociologi hanno prodotto migliaia di ricerche denunciando
il disagio dei ragazzi (pensati ancora come bambini), la demotivazione dei
docenti e la perdita secca di risultati rispetto all'Europa.
La media è una scuola
che ha sconvolto la sua identità, schiacciata tra la primaria e la secondaria. Denuncio,
per la millesima volta, che tutta la scuola continua ostinatamente a essere un
orto chiuso, illuminato e sacro, lontanissimo dal mondo reale, poco sacro e
poco illuminato.
I nostri figli,
entrando in quelle porte, devono regredire almeno di cinque anni dalla loro
vita reale. Fuori non esistono più i banchi, non esistono i castighi, non
esistono i voti, non esistono i compiti per i compiti, non esistono più i
bambini di 12 anni.
La divisione in
materie e l'insegnamento frontale, con decine di adolescenti schierati, fa
ridere (o meglio piangere). Se poi aggiungiamo il docente disarmato, nervoso,
"specializzato" spesso in supplenze e che a malapena ricorderà i nomi
dei suoi allievi a fine anno, ci portiamo a casa la disfatta totale.
ORARI PIÙ ELASTICI E
ARMONICI. L'adolescenza è un periodo sconosciuto negli anni '60 e a quei tempi per
i più sviluppati e svegli si parlava di preadolescenza anticipata o di
caratterialità. Qui non si tratta di denaro da spendere - perché i soldi sono
sempre i primi a essere tirati in ballo - si
tratta invece di preparazione universitaria diversa, di organizzazione delle
classi e di orari più elastici e armonici.
Rendiamo obbligatoria
l'espulsione dei banchi (e non dei ragazzi), sostituiamoli con tavoli a
quattro-sei posti, mettiamo insieme alcune classi per lezioni collegiali;
facciamo attività musicali, sportive, culturali, artigianali settimanali.
Rischiamo, perché
senza rischi non si educa.
Antonio Mazzi,
“Famiglia Cristiana”, 3 novembre 2013
lunedì 4 novembre 2013
4. COME STA IL TUO CUORE? – Anna Chiara Fontana
San
Cristobal de las Casas - Chiapas
Con il mio gruppo stiamo
studiando il Chiapas: ogni bambino ha ricevuto un'area geografica da
investigare e poi le informazioni sono state condivise e usate per creare una
cartina del Chiapas a misura di bambino!
Poi siamo andati ad imparare un
po’ di Tzotzil, una delle 13 lingue indigene che si parlano qui:
Cluxelan
avo'nton? (Come sta il tuo cuore?)
È la domanda con cui
ci si saluta in tzotziles, facendo una leggera riverenza in segno di rispetto
all'altro, soprattutto se l'interlocutore è anziano.
E la risposta è ancor
più sorprendente, si può rispondere
Nichim
Konton, (il mio cuore è fiorito), oppure
Chich'mul
Ko'nton, (il mio cuore sente tristezza).
C'è molto da imparare
da questa visione delle cose!
Un mio amico leccese
si sorprende che a Padova, alla domanda “Come
stai?”, la risposta sia “Bene” ...
Non siete abituati a sentirvelo chiedere davvero, mi dice.
sabato 5 ottobre 2013
AGOSTO '79 - F.C.
Si
girava con dolcezza
l’Umbria
è rassicurante
vicoli
e scale
case
di sasso rosa
a
diapason
dei
nostri pensieri
traccia
di vincoli atavici
che
riviviamo intensamente
per
poterci guardare negli occhi
più a
lungo e profondamente.
Francesco Callegari, Agosto '79, "Microspecchi", 1981
giovedì 21 marzo 2013
IL FILOBUS NUMERO 75 - Gianni Rodari (1920-1980)
Una
mattina il filobus numero 75, in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza
Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù
per l'Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come
una lepre in vacanza.
I
viaggiatori, a quell'ora, erano quasi tutti impiegati, e leggevano il giornale,
anche quelli che non lo avevano comperato, perché lo leggevano sulla spalla del
vicino. Un signore, nel voltar pagina, alzò gli occhi un momento, guardò fuori
e si mise a gridare:
"Fattorino,
che succede? Tradimento, tradimento!"
Anche
gli altri viaggiatori alzarono gli occhi dal giornale, e le proteste
diventarono un coro tempestoso:
"Ma
di qui si va a Civitavecchia!"
"Che
fa il conducente?"
"E'
impazzito, legatelo!"
"Che
razza di servizio!"
"Sono
le nove meno dieci e alle nove in punto debbo essere in Tribunale, - gridò un
avvocato, - se perdo il processo faccio causa all'azienda."
Il
fattorino e il conducente tentavano di respingere l'assalto, dichiarando che
non ne sapevano nulla, che il filobus non ubbidiva più ai comandi e faceva di
testa sua. Difatti in quel momento il filobus uscì addirittura di strada e andò
a fermarsi sulle soglie di un boschetto fresco e profumato.
"Uh,
i ciclamini" - esclamò una signora, tutta giuliva.
"E'
proprio il momento di pensare ai ciclamini" - ribatté l'avvocato.
"Non
importa, - dichiarò la signora, - arriverò tardi al ministero, avrò una lavata
di capo, ma tanto è lo stesso, e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei
ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo."
Scese
dal filobus, respirando a bocca spalancata l'aria di quello strano mattino, e
si mise a fare un mazzetto di ciclamini.
Visto
che il filobus non voleva saperne di ripartire, uno dopo l'altro i viaggiatori
scesero a sgranchirsi le gambe o a fumare una sigaretta e intanto il loro
malumore scompariva come la nebbia al sole. Uno coglieva una margherita e se la
infilava all'occhiello, l'altro scopriva una fragola acerba e gridava:
"L'ho
trovata io. Ora ci metto il mio biglietto, e quando è matura la vengo a
cogliere, e guai se non la trovo."
Difatti
levò dal portafogli un biglietto da visita, lo infilò in uno stecchino e piantò
lo stecchino accanto alla fragola. Sul biglietto c'era scritto: - Dottor Giulio
Bollati.
Due
impiegati del ministero dell'Istruzione appallottolarono i loro giornali e
cominciarono una partita di calcio. E ogni volta che davano un calcio alla
palla gridavano: "Al diavolo!"
Insomma,
non parevano più gli stessi impiegati che un momento prima volevano linciare i
tranvieri. Questi, poi, si erano divisi una pagnottella col ripieno di frittata
e facevano un picnic sull'erba.
"Attenzione!"
- gridò ad un tratto l'avvocato.
Il
filobus, con uno scossone, stava ripartendo tutto solo, al piccolo trotto.
Fecero appena in tempo a saltar su, e l'ultima fu la signora dei ciclamini che
protestava: - Eh, ma allora non vale. Avevo appena cominciato a divertirmi.
"Che
ora abbiamo fatto?" - domandò qualcuno.
"Uh,
chissà che tardi."
E
tutti si guardarono il polso. Sorpresa: gli orologi segnavano ancora le nove
meno dieci. Si vede che per tutto il tempo della piccola scampagnata le
lancette non avevano camminato. Era stato tempo regalato, un piccolo extra,
come quando si compra una scatola di sapone in polvere e dentro c'è un
giocattolo.
"Ma
non può essere!" - si meravigliava la signora dei ciclamini, mentre il
filobus rientrava nel suo percorso e si gettava giù per via Dandolo.
Si
meravigliavano tutti. E sì che avevano il giornale sotto gli occhi, e in cima
al giornale la data era scritta ben chiara: 21 marzo. Il primo giorno di
primavera tutto è possibile.
Gianni Rodari,
Favole al telefono, p. 95-96
domenica 17 febbraio 2013
VIVI IL PRESENTE - Vittorio Caprioglio
La
nostra vita è ciò che accade adesso.
Quando
riusciamo a “stare nel presente”, a essere consapevoli che esiste solo l’istante
che stiamo vivendo, allora la nostra mente si “allarga” e conosciamo una
profonda serenità. In questo modo, l’istante si apre a noi come un panorama
colmo di ogni potenzialità, nuovo, tutto da scoprire, capace di incuriosirci e
di sorprenderci. Il presente è l’unico tempo che esiste, l’unico di cui è veramente
fatta l’esistenza. Altrimenti il passato finisce per proiettare continuamente
su di noi la sua ombra, ovvero il peso della nostra storia, e il futuro i suoi
timori. Entrambi incombono inopportuni, rubano spazio e non ci permettono di
vivere liberamente. L’uno affolla l’istante di ricordi, rimpianti, convinzioni,
bilanci di ciò che è stato; l’altro di previsioni, di progetti, di illusioni e
di ansie.
Imparare
a vivere nel presente è una regola-chiave per star bene. Solo in quel modo i
pensieri se ne vanno e percepiamo una gioia che, spontaneamente, affiora da
dentro.
Vittorio Caprioglio, La via
dell’anima, p. 76-77
domenica 23 dicembre 2012
sabato 17 novembre 2012
UN PICCOLO PEZZO DI TERRA - Carl Gustav Jung (1875-1961)
La natura astratta
del lavoro, in quest’era tecnologica, lascia insoddisfatto chi lo svolge.
Ciascuno dovrebbe possedere il suo piccolo pezzo di terra, dove far tornare in
vita i propri istinti. Il possesso della terra ha una grande importanza
psicologica, che niente altro può sostituire. Continuiamo a dimenticarci che
siamo dei Primati e del fatto che dobbiamo tenere conto di questi strati
primitivi della nostra psiche. Il contadino è ancora in contatto con tali
strati: quando coltiva la terra, il suo raggio d’azione è molto limitato, ma lo
spazio in cui si muove gli appartiene. L’operaio invece è senza radici e il
risultato del suo lavoro non è reale, ma astratto: un po’ di soldi.
In passato,
l’artigiano traeva soddisfazione dal proprio lavoro perché ne vedeva i frutti
tangibili e trovava il modo di esprimersi nel suo mestiere, ma ora non è più
così. Innanzitutto, l’operaio è responsabile solo di un segmento del prodotto
finito, in secondo luogo, il prodotto viene venduto, scompare, e chi l’ha fatto
non ha più nulla a che vedere con esso. Poiché la ricompensa è inadeguata sul
piano psicologico, l’operaio si ribella contro il suo datore di lavoro e contro
il “capitalismo” in generale. Così l’operaio americano si considera un povero
diavolo perché possiede una sola automobile mentre il suo padrone ne ha due o
tre: questo è sintomatico dell’assurda ricerca di beni materiali.
Abbiamo tutti bisogno
di nutrire la nostra anima, ma è impossibile trovare tale nutrimento in questi
casermoni di città senza un filo di verde, senza un albero in fiore. Il
rapporto con la natura è indispensabile. Io stesso sono un manovale della
cultura, ma ricavo grande gioia dal coltivarmi le patate.
Io sottoscrivo
caldamente l’idea che la vita umana dovrebbe ancorarsi alla terra, dove sono le
sue radici.
giovedì 25 ottobre 2012
I BISOGNI FONDAMENTALI DELL'ESSERE UMANO - Silvano Agosti
Potete fermare un
qualsiasi cittadino kirghiso che vi passa accanto e vi dirà in pochi minuti
quelle informazioni essenziali che consentono alla macchina umana e sociale di
funzionare bene.
L’ho fatto e un
buon kirghiso si è seduto accanto a noi e ha elencato i fondamentali bisogni e desideri
di un essere umano, sotto ogni latitudine, a tutte le età, indipendentemente
dalla sua estrazione sociale.
“Per funzionare
bene il corpo umano deve innanzitutto saper dormire, il che non significa
solo andarsene a letto e chiudere gli occhi. Esiste una vera e propria cultura
del sonno.
Dopo aver dormito
bene, ogni essere umano deve saper mangiare, evitando di
introdurre nell’organismo qualsiasi sostanza estranea ai suoi reali bisogni.
Poi deve saper
lavorare, ma, come ormai qui da noi tutti fanno, lavorare il meno
possibile, non più di tre ore al giorno.
Ogni giorno deve saper
imparare, qualsiasi cosa, ma sempre collegata al desiderio di
conoscere, semplicemente come nutrimento della personalità.
Deve saper
dare, perché dare non è solo uno dei massimi piaceri ma anche un
meccanismo di rinnovamento del pensiero e della personalità.
Poi deve saper
creare, lasciando una traccia di sé e della propria unicità, come dice
un nostro poeta Kirghiso: ‘C’è qualcosa di più sottile e profondo che voltarsi
continuamente a contemplare il cammino percorso, il cammino sul quale, se non
si sono lasciate tracce, si è persa per sempre la vita.’
Poi deve saper
amare e saper fare l’amore, arte qui da noi prima affidata ala caso e
conosciuta solo superficialmente, ora divenuta materia di dialogo e di conoscenza.
Infine è
fondamentale saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero
saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se
li vedessimo per la prima volta.”
Questi sono dunque
gli otto bisogni e desideri naturali che, una volta soddisfatti, garantiscono a
chiunque una stabile serenità.
lunedì 22 ottobre 2012
ANZIANI SENZA CONFINI - Silvano Agosti
“Cosa significa
dunque essere anziani qui in Kirghisia?” Chiedo a una coppia, che all’apparenza
non sembra superare i cinquant’anni.
“Per noi che ne
abbiamo quasi settanta e abbiamo vissuto gran parte della nostra esistenza
prima di tutte queste riforme, significa poter godere della vita nella sua
massima estensione e pienezza.
Ogni nostra
giornata ha ritrovato il sapore dell’infanzia, con tempi e spazi privi di
confini. Ce ne andiamo a visitare le case dell’Arte dove vengono custoditi non
soltanto i capolavori, ma anche i disegni dei bambini e in questa festa di
colori perdiamo i nostri sguardi, poi incontriamo altri anziani venuti da
lontano e ci scambiamo i ricordi.
In ogni piazza ci
sono i gruppi di lettura, dove i nostri attori, a turno, leggono brani di
letteratura.
Non c’è angolo
della Kirghisia dove qualcuno non stia giocando e lo spettacolo della vita si
svolge incessantemente sotto gli occhi di tutti.
Silvano
Agosti,
Lettere dalla Kirghisia, dalla Quarta lettera
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