Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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domenica 27 novembre 2016

GIORGIO GABER - L'ILLOGICA ALLEGRIA (LIVE)



Da solo lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so del mondo e anche del resto
lo so che tutto va in rovina
ma di mattina quando la gente dorme
col suo normale malumore
Mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio che ne so
E sto bene
io sto bene come uno che si sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene che vergogna
Io sto bene
proprio ora proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita cosi
E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene
la la la la la la
quest’illogica allegria
proprio ora proprio qui
Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino

1981-82

lunedì 14 marzo 2016

QUAL E’ IL SEGRETO DEL TEAM PERFETTO? 1/2 – Elena Dusi


Ben  vengano le divagazioni durante una riunione. Le chiacchiere sul luogo di lavoro, perfino i pettegolezzi, le confessioni dei propri problemi ai colleghi alla macchinetta del caffè e le reazioni istintive, quando qualcuno urta la nostra suscettibilità. Il team perfetto, quello che all'occorrenza scatta come un sol uomo e che ha una "intelligenza collettiva" più alta della somma delle intelligenze individuali, non è un orologio dai meccanismi perfetti. Piuttosto, è un organismo in cui i colleghi alzano gli occhi dalla scrivania, incrociano quelli del collega che lavora accanto e si accorgono di cosa gli passa per la testa.
Ci sono voluti decenni di studi sulla sociologia del "team perfetto" per arrivare a non comprendere tutto questo. Fino a quando un progetto avviato da Google tra i propri dipendenti non si è accorto che nessuno degli algoritmi numerici sull'efficienza dei gruppi di lavoro è in grado di prevedere alcunché. Quello che fa funzionare bene una comunità di umani, ha concluso, dopo tanto analizzare, il più grande motore di ricerca del mondo, è in fondo proprio il senso di umanità: empatia, rispetto, consolazione di un collega se necessario.
Elena Dusi, “la Repubblica”, 29 febbraio 2016


mercoledì 4 novembre 2015

I DIECI BENEFICI DI UNA STRETTA – Carla Massi


1. L'abbraccio riesce a far migliorare l'ossigenazione del sangue.
2. Stimola il sistema immunitario, riduce la pressione e allevia il mal di testa.
3. Sincronizza gli emisferi cerebrali e fa equilibrare l'attività del cervello.
4. Il contatto fisico rafforza l'autostima, accresce l'allegria e la salute dell'individuo.
5. Si può considerare una terapia naturale contro depressione, ansia e stress.
6. Quando un bambino piange non c'è nulla di più efficace che un abbraccio per farlo calmare.
7. Essere abbracciati migliora la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca.
8. Stimola il cervello a ricordare meglio ciò che di importante ci accade.
9. Nelle donne, dopo vari abbracci, è stato notato un calo del cortisolo a beneficio del cuore
10. In caso di panico l'abbraccio può bloccare l'attacco e diventare una vera terapia.
Carla Massi, Niente abbracci, siamo italiani, “Il Messaggero”, 2 novembre 2015.


martedì 3 novembre 2015

IL POTERE DELL’ABBRACCIO – Carla Massi


Stringersi stimola la molecola della fiducia. Fa salire l'autostima, ossigena il sangue, combatte la depressione, allevia lo stress e l'ansia.
E' il potere dell'abbraccio. Che, da saluto affettuoso, si è fatto materia di studio. Come dimostra una ricerca della School of Medicine dell'università della California, San Diego uscita qualche settimana fa: esperienze piacevoli collegate al tatto provocano una risposta particolarmente positiva da parte dell'organismo.
Questo stimolo agirebbe direttamente sull'aumento della produzione dell'ossitocina, un ormone fondamentale nella sessualità e nella comunicazione. L'abbraccio, dunque, non solo alza i livelli di ossitocina e serotonina ma stimola il sistema immunitario e contribuisce ad una maggiore ossigenazione del sangue. Ed è equilibratore sia dell'ansia che dello stress, aumentando così la percezione di benessere e di sicurezza.
L'abbraccio come autentica spinta alla vita. Paul J.Zak, pioniere americano della Neuroeconomia, nel suo libro gli ha dato una definizione rivoluzionaria. "La molecola della fiducia All'origine della prosperità economica e sociale" (Scuola di Palo Alto editore) è il manuale che ha firmato mettendo l'abbraccio al centro di una nuova filosofia che miscela economia, management e psicologia.
Anche Zak punta sul ruolo dell'ossitocina legata al contatto e descrive i suoi esperimenti nel manuale. Ha prelevato migliaia campioni di sangue di persone mentre queste prendevano decisioni in laboratorio (argomento denaro), giocavano a pallone, si buttavano da aereo con paracadute, partecipavano ad un matrimonio o, comunque, erano protagonisti in situazioni nelle quali la relazione umana è di fondamentale importanza.
L'autore ha dimostrato come l'ossitocina sia in grado di innescare un circolo virtuoso fondato sull'amore e sulla prosperità.
Istruzioni per l'uso: la durata media di un abbraccio tra due persone è di tre secondi. I ricercatori hanno scoperto che l'effetto terapeutico, su mente e corpo, è assicurato se la durata del contatto arriva fino a venti secondi. Allora inizia la produzione della "molecola della fiducia".
Carla Massi, Niente abbracci, siamo italiani, “Il Messaggero”, 2 novembre 2015.


giovedì 22 ottobre 2015

PARVENZE DI LIBERTA’ - Francesco Callegari


Cara Patrizia, ho l'impressione che la società non vada nella direzione che noi auspichiamo. E me ne dispiace, ma dobbiamo anche tenere presente che, come ogni ciclo, anche questo vedrà la propria fine. Tutto ciò che sta succedendo intorno a noi e nel resto del mondo indica come si stia andando progressivamente (e qui si vede come la parola "progresso" assuma un significato nefasto) verso una drammatica esasperazione di toni, tipica da fine impero. Tutti cercano di trattenere con i denti e le unghie quella parvenza di libertà e di benessere che è tanto più fasulla quanto più è basata su conquiste materiali. Quali saranno i barbari che porranno fine alla nostra civiltà?
Francesco Callegari



venerdì 11 settembre 2015

A SCUOLA DI OSPITALITA’ 2/3 – Lizanne Foster


Sulla porta
Ho cercato anche altri modi per mettere gli studenti più a loro agio. Fin dall’inizio della mia carriera d’insegnante, ho cercato di democratizzare la mia classe. Spesso discuto con gli studenti le finalità dei compiti e contrattiamo regolarmente le date di consegna.
Ogni anno incontro alcuni di loro per discutere le questioni di fondo della nostra comunità di classe. Abbiamo anche una procedura per gestire i conflitti. Ma nonostante tutte le iniziative che ho preso e tutti i tentativi che ho fatto, per alcuni studenti la mia classe è accogliente solo a volte.
Il mio proposito per il nuovo anno scolastico è di farmene una ragione e fare i conti con il mio ego sulla porta dell’aula.
Non fraintendetemi. Questo non significa che smetterò di lavorare per rendere la classe un luogo in cui gli studenti possano imparare e in cui stiano volentieri. Significa che, a decenni di distanza dalla prima volta che sono entrata in aula come insegnante, oggi accetto di avere un compito impossibile: rendere l’ambiente ospitale per tutti i miei studenti, sempre.
Sono certa che non c’è bisogno di elencare tutti i motivi per cui le scuole possono essere dei luoghi inospitali per molti studenti. I disagi dei ragazzi che devono sopportare omofobia e razzismo sono ben noti, ma forse è meno riconosciuto il disagio di tutti gli studenti che ogni giorno devono stare sei ore seduti ad ascoltare qualcuno. Ogni anno mi scuso con i miei studenti per ciò che stoicamente sopportano nelle scuole.
Quest’anno continuerò a porgere queste scuse con una più chiara comprensione del perché siano necessarie. Quest’anno cercherò di educare i miei studenti in modo ospitale. Come ho imparato leggendo il libro di Claudia Ruitenberg Unlocking the world: education in an ethic of hospitality, educare gli studenti in modo ospitale va ben oltre l’offerta di divani, cuscini e biscotti.
Un insegnante-padrone di casa che educhi in modo ospitale ha molte più incombenze di quelle che ha avuto la mia amica Stephanie quando, recentemente, ha dato una festa a casa sua. Tutto ciò che Stephanie ha dovuto fare per accogliere i suoi ospiti è stato pulire la casa, comprare da bere e da magiare e fare gli inviti. Durante la festa ha fatto in modo che cibo e bevande non mancassero mai ed è andata in giro a chiacchierare con i vari gruppetti. La maggior parte degli ospiti ha detto di essersi divertita molto. Stephanie si è divertita sicuramente.
Ma il genere di ospitalità che ho in mente richiede una preparazione diversa rispetto a ciò che normalmente fanno gli insegnanti durante le vacanze estive. D’estate, se non facciamo corsi di aggiornamento, di solito frequentiamo conferenze o seminari, leggiamo su internet articoli sulla formazione e rivediamo i moduli didattici. Anche se tutto questo lavoro preparatorio assume forme diverse, essenzialmente punta ad aumentare la nostra conoscenza e la nostra professionalità.
Ma, per cominciare a educare nell’ottica di un’etica dell’ospitalità, devo interrogare la mia identità in quanto insegnante.

continua...


sabato 4 aprile 2015

RESTARE TRANQUILLI – Blaise Pascal (1623-1662)


Tutta l’infelicità degli uomini ha una sola provenienza, ossia di non saper restare tranquilli in una stanza.


Blaise Pascal, Pensieri 168, a cura di C. Carena, Torino 2004, p. 107.

lunedì 13 ottobre 2014

L’ULTIMA RIGA DELLE FAVOLE – Massimo Gramellini


Tomàs è una persona come tante. E, come tante, crede poco in se stesso, subisce la vita ed è convinto di non possedere gli strumenti per cambiarla. Ma una sera si ritrova proiettato in un luogo sconosciuto che riaccende in lui quella scintilla di curiosità che langue in ogni essere umano.
Incomincia così un viaggio simbolico che, attraverso una serie di incontri e di prove avventurose, lo condurrà alla scoperta del proprio talento e alla realizzazione dell'amore: prima dentro di sé e poi con gli altri.
Con questa favola moderna che offre un messaggio e un massaggio di speranza, Massimo Gramellini si propone di rispondere alle domande che ci ossessionano fin dall'infanzia. Quale sia il senso del dolore. Se esista, e chi sia davvero, l'anima gemella. E in che modo la nostra vita di ogni giorno sia trasformabile dai sogni.

Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole, Longanesi, Milano, 2010.

martedì 30 settembre 2014

LA CUSTODIA DEL CREATO – Sorella Natura


I CAMBIAMENTI CLIMATICI
La conferenza internazionale sui cambiamenti climatici, che si è tenuta nei giorni scorsi all’ONU, è certo un evento positivo, anche se l’assenza di Paesi come la Cina e l’India ne limita fortemente la validità.
Evidenziamo però una forte contraddizione nell’affermazione che dalla crisi economica, mondiale si esce con la ripresa della produzione e dei consumi: quindi producendo più CO2 e pertanto spingendo in avanti i fattori umani che concorrono ai cambiamenti climatici.
Dall’altra parte, si raccomanda di ridurre le emissioni di CO2, quindi ridurre la produzione … è vero che si afferma che le modalità produttive debbono esser migliorate, in modo tale da renderle ecocompatibili ed è vero che scienza e tecnologia hanno fatto e faranno giganteschi passi in avanti in questo settore, ma ciò avviene ed avverrà in tempi lunghi e con costi iniziali molto alti, tanto che Paesi come la Cina e l’India, ma non solo loro, non partecipano a questo sforzo e seguitano ad inseguire gli stili di vita occidentali con modalità produttive fortemente inquinanti.
La questione essenziale è questa: dobbiamo pensare di proseguire, in Occidente, con l’attuale stile di vita: consumistico, anzi sprecone, edonistico e permissivo? Dobbiamo pensare che sia questo lo stile di vita da proporre a tutta l’Umanità?
Per Noi certo no. Occorre dare luogo a una Ecologia Umanistica: Amor Creationis!
Roberto Leoni, Presidente di Sorella Natura
FONTE: Sorella Natura, Assisi


sabato 29 marzo 2014

37. IL VOLO LEGGERO – Francesco Callegari


Occorre essere leggeri per volare senza sforzo. Gli uccelli sono un buon esempio di volo leggero. Il loro elemento è l’aria e quando stanno sulla terra sembrano sempre un po’ a disagio. Le loro zampe minuscole tengono bene i rami degli alberi o i fili della luce, ma aiutano poco i movimenti terrestri. I loro passi imbarazzati lasciano orme appena accennate, quasi per sbaglio, come di scusa. Il segreto degli uccelli sta nel paradosso dell’assenza, ha molto a che vedere con il vuoto, si spiega togliendo e non riempiendo.
Ho conosciuto persone come uccelli, passate sulla terra in punta di piedi, senza possedere nulla, senza rovinare nulla. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai. Il loro sguardo sfiora senza desiderio, la loro mano accarezza senza violenza, la loro parola incanta per la disarmante semplicità. Più del cielo che della terra, queste donne e questi uomini ci sono prestati per esempio, per indirizzo: il loro volo ci invita ad alzare lo sguardo.
E rimane lo stupore generato dalla gratuità, rimane lo scompiglio di fronte al silenzio, rimane la difficoltà di capire il perdersi per ritrovarsi. Noi, così pieni, così pesanti.  

Francesco Callegari   

martedì 12 novembre 2013

DOPO 50 ANNI LA SCUOLA MEDIA VA SVECCHIATA - Antonio Mazzi

 
C'è bisogno di una nuova organizzazione e nuovi stimoli
Finalmente qualcuno si sta accorgendo che la scuola media compie 50 anni ed è in crisi di identità. Quando lo dicevamo noi, che la scuola la conosciamo certamente più dei ministri e più di certi dirigenti scolastici, qualche rara persona intelligente ci dava ragione.
Finalmente escono i dati Ocse sulle competenze scolastiche (disastrosi per gli italiani) e allora tutti spalanchiamo gli occhi. Mentre il mondo economico, bancario, politico si deve rinnovare totalmente quasi ogni anno, il mondo scolastico si declina con due date: la riforma Bottai, anni '40, e la cosiddetta riforma della scuola media unica del 1963.
Cioè, a partire dal 1963 i ragazzi di allora poterono frequentare la scuola dell'obbligo unica in sostituzione del doppio binario: scelta tra avviamento professionale e scuola media con esame di ammissione. Ripeto: correva l'anno 1963, cioè tempi nei quali i nostri figli, fino a quattordici anni, erano ancora veramente bambini. Fior di studiosi, di psicologi, di sociologi hanno prodotto migliaia di ricerche denunciando il disagio dei ragazzi (pensati ancora come bambini), la demotivazione dei docenti e la perdita secca di risultati rispetto all'Europa.
La media è una scuola che ha sconvolto la sua identità, schiacciata tra la primaria e la secondaria. Denuncio, per la millesima volta, che tutta la scuola continua ostinatamente a essere un orto chiuso, illuminato e sacro, lontanissimo dal mondo reale, poco sacro e poco illuminato.
I nostri figli, entrando in quelle porte, devono regredire almeno di cinque anni dalla loro vita reale. Fuori non esistono più i banchi, non esistono i castighi, non esistono i voti, non esistono i compiti per i compiti, non esistono più i bambini di 12 anni.
La divisione in materie e l'insegnamento frontale, con decine di adolescenti schierati, fa ridere (o meglio piangere). Se poi aggiungiamo il docente disarmato, nervoso, "specializzato" spesso in supplenze e che a malapena ricorderà i nomi dei suoi allievi a fine anno, ci portiamo a casa la disfatta totale.
ORARI PIÙ ELASTICI E ARMONICI. L'adolescenza è un periodo sconosciuto negli anni '60 e a quei tempi per i più sviluppati e svegli si parlava di preadolescenza anticipata o di caratterialità. Qui non si tratta di denaro da spendere - perché i soldi sono sempre i primi a essere tirati in ballo - si tratta invece di preparazione universitaria diversa, di organizzazione delle classi e di orari più elastici e armonici.
Rendiamo obbligatoria l'espulsione dei banchi (e non dei ragazzi), sostituiamoli con tavoli a quattro-sei posti, mettiamo insieme alcune classi per lezioni collegiali; facciamo attività musicali, sportive, culturali, artigianali settimanali.
Rischiamo, perché senza rischi non si educa.
Antonio Mazzi, “Famiglia Cristiana”, 3 novembre 2013


lunedì 4 novembre 2013

4. COME STA IL TUO CUORE? – Anna Chiara Fontana


San Cristobal de las Casas - Chiapas
Con il mio gruppo stiamo studiando il Chiapas: ogni bambino ha ricevuto un'area geografica da investigare e poi le informazioni sono state condivise e usate per creare una cartina del Chiapas a misura di bambino!
Poi siamo andati ad imparare un po’ di Tzotzil, una delle 13 lingue indigene che si parlano qui:
Cluxelan avo'nton? (Come sta il tuo cuore?)
È la domanda con cui ci si saluta in tzotziles, facendo una leggera riverenza in segno di rispetto all'altro, soprattutto se l'interlocutore è anziano.
E la risposta è ancor più sorprendente, si può rispondere
Nichim Konton, (il mio cuore è fiorito), oppure
Chich'mul Ko'nton, (il mio cuore sente tristezza).
C'è molto da imparare da questa visione delle cose!

Un mio amico leccese si sorprende che a Padova, alla domanda “Come stai?”, la risposta sia “Bene” ... Non siete abituati a sentirvelo chiedere davvero, mi dice. 

sabato 5 ottobre 2013

AGOSTO '79 - F.C.


Si girava con dolcezza
l’Umbria è rassicurante
vicoli e scale
case di sasso rosa
a diapason
dei nostri pensieri
traccia di vincoli atavici
che riviviamo intensamente
per poterci guardare negli occhi
più a lungo e profondamente.


Francesco Callegari, Agosto '79, "Microspecchi", 1981

giovedì 21 marzo 2013

IL FILOBUS NUMERO 75 - Gianni Rodari (1920-1980)



Una mattina il filobus numero 75, in partenza da Monteverde Vecchio per Piazza Fiume, invece di scendere verso Trastevere, prese per il Gianicolo, svoltò giù per l'Aurelia Antica e dopo pochi minuti correva tra i prati fuori Roma come una lepre in vacanza.
I viaggiatori, a quell'ora, erano quasi tutti impiegati, e leggevano il giornale, anche quelli che non lo avevano comperato, perché lo leggevano sulla spalla del vicino. Un signore, nel voltar pagina, alzò gli occhi un momento, guardò fuori e si mise a gridare:
"Fattorino, che succede? Tradimento, tradimento!"
Anche gli altri viaggiatori alzarono gli occhi dal giornale, e le proteste diventarono un coro tempestoso:
"Ma di qui si va a Civitavecchia!"
"Che fa il conducente?"
"E' impazzito, legatelo!"
"Che razza di servizio!"
"Sono le nove meno dieci e alle nove in punto debbo essere in Tribunale, - gridò un avvocato, - se perdo il processo faccio causa all'azienda."
Il fattorino e il conducente tentavano di respingere l'assalto, dichiarando che non ne sapevano nulla, che il filobus non ubbidiva più ai comandi e faceva di testa sua. Difatti in quel momento il filobus uscì addirittura di strada e andò a fermarsi sulle soglie di un boschetto fresco e profumato.
"Uh, i ciclamini" - esclamò una signora, tutta giuliva.
"E' proprio il momento di pensare ai ciclamini" - ribatté l'avvocato.
"Non importa, - dichiarò la signora, - arriverò tardi al ministero, avrò una lavata di capo, ma tanto è lo stesso, e giacché ci sono mi voglio levare la voglia dei ciclamini. Saranno dieci anni che non ne colgo."
Scese dal filobus, respirando a bocca spalancata l'aria di quello strano mattino, e si mise a fare un mazzetto di ciclamini.
Visto che il filobus non voleva saperne di ripartire, uno dopo l'altro i viaggiatori scesero a sgranchirsi le gambe o a fumare una sigaretta e intanto il loro malumore scompariva come la nebbia al sole. Uno coglieva una margherita e se la infilava all'occhiello, l'altro scopriva una fragola acerba e gridava:
"L'ho trovata io. Ora ci metto il mio biglietto, e quando è matura la vengo a cogliere, e guai se non la trovo."
Difatti levò dal portafogli un biglietto da visita, lo infilò in uno stecchino e piantò lo stecchino accanto alla fragola. Sul biglietto c'era scritto: - Dottor Giulio Bollati.
Due impiegati del ministero dell'Istruzione appallottolarono i loro giornali e cominciarono una partita di calcio. E ogni volta che davano un calcio alla palla gridavano: "Al diavolo!"
Insomma, non parevano più gli stessi impiegati che un momento prima volevano linciare i tranvieri. Questi, poi, si erano divisi una pagnottella col ripieno di frittata e facevano un picnic sull'erba.
"Attenzione!" - gridò ad un tratto l'avvocato.
Il filobus, con uno scossone, stava ripartendo tutto solo, al piccolo trotto. Fecero appena in tempo a saltar su, e l'ultima fu la signora dei ciclamini che protestava: - Eh, ma allora non vale. Avevo appena cominciato a divertirmi.
"Che ora abbiamo fatto?" - domandò qualcuno.
"Uh, chissà che tardi."
E tutti si guardarono il polso. Sorpresa: gli orologi segnavano ancora le nove meno dieci. Si vede che per tutto il tempo della piccola scampagnata le lancette non avevano camminato. Era stato tempo regalato, un piccolo extra, come quando si compra una scatola di sapone in polvere e dentro c'è un giocattolo.
"Ma non può essere!" - si meravigliava la signora dei ciclamini, mentre il filobus rientrava nel suo percorso e si gettava giù per via Dandolo.
Si meravigliavano tutti. E sì che avevano il giornale sotto gli occhi, e in cima al giornale la data era scritta ben chiara: 21 marzo. Il primo giorno di primavera tutto è possibile.
Gianni Rodari, Favole al telefono, p. 95-96

domenica 17 febbraio 2013

VIVI IL PRESENTE - Vittorio Caprioglio



La nostra vita è ciò che accade adesso.
Quando riusciamo a “stare nel presente”, a essere consapevoli che esiste solo l’istante che stiamo vivendo, allora la nostra mente si “allarga” e conosciamo una profonda serenità. In questo modo, l’istante si apre a noi come un panorama colmo di ogni potenzialità, nuovo, tutto da scoprire, capace di incuriosirci e di sorprenderci. Il presente è l’unico tempo che esiste, l’unico di cui è veramente fatta l’esistenza. Altrimenti il passato finisce per proiettare continuamente su di noi la sua ombra, ovvero il peso della nostra storia, e il futuro i suoi timori. Entrambi incombono inopportuni, rubano spazio e non ci permettono di vivere liberamente. L’uno affolla l’istante di ricordi, rimpianti, convinzioni, bilanci di ciò che è stato; l’altro di previsioni, di progetti, di illusioni e di ansie.
Imparare a vivere nel presente è una regola-chiave per star bene. Solo in quel modo i pensieri se ne vanno e percepiamo una gioia che, spontaneamente, affiora da dentro.
Vittorio Caprioglio, La via dell’anima, p. 76-77

sabato 17 novembre 2012

UN PICCOLO PEZZO DI TERRA - Carl Gustav Jung (1875-1961)



La natura astratta del lavoro, in quest’era tecnologica, lascia insoddisfatto chi lo svolge. Ciascuno dovrebbe possedere il suo piccolo pezzo di terra, dove far tornare in vita i propri istinti. Il possesso della terra ha una grande importanza psicologica, che niente altro può sostituire. Continuiamo a dimenticarci che siamo dei Primati e del fatto che dobbiamo tenere conto di questi strati primitivi della nostra psiche. Il contadino è ancora in contatto con tali strati: quando coltiva la terra, il suo raggio d’azione è molto limitato, ma lo spazio in cui si muove gli appartiene. L’operaio invece è senza radici e il risultato del suo lavoro non è reale, ma astratto: un po’ di soldi.
In passato, l’artigiano traeva soddisfazione dal proprio lavoro perché ne vedeva i frutti tangibili e trovava il modo di esprimersi nel suo mestiere, ma ora non è più così. Innanzitutto, l’operaio è responsabile solo di un segmento del prodotto finito, in secondo luogo, il prodotto viene venduto, scompare, e chi l’ha fatto non ha più nulla a che vedere con esso. Poiché la ricompensa è inadeguata sul piano psicologico, l’operaio si ribella contro il suo datore di lavoro e contro il “capitalismo” in generale. Così l’operaio americano si considera un povero diavolo perché possiede una sola automobile mentre il suo padrone ne ha due o tre: questo è sintomatico dell’assurda ricerca di beni materiali.
Abbiamo tutti bisogno di nutrire la nostra anima, ma è impossibile trovare tale nutrimento in questi casermoni di città senza un filo di verde, senza un albero in fiore. Il rapporto con la natura è indispensabile. Io stesso sono un manovale della cultura, ma ricavo grande gioia dal coltivarmi le patate.
Io sottoscrivo caldamente l’idea che la vita umana dovrebbe ancorarsi alla terra, dove sono le sue radici.
Jung parla [1950], p. 264-265, 267

giovedì 25 ottobre 2012

I BISOGNI FONDAMENTALI DELL'ESSERE UMANO - Silvano Agosti



Potete fermare un qualsiasi cittadino kirghiso che vi passa accanto e vi dirà in pochi minuti quelle informazioni essenziali che consentono alla macchina umana e sociale di funzionare bene.
L’ho fatto e un buon kirghiso si è seduto accanto a noi e ha elencato i fondamentali bisogni e desideri di un essere umano, sotto ogni latitudine, a tutte le età, indipendentemente dalla sua estrazione sociale.
“Per funzionare bene il corpo umano deve innanzitutto saper dormire, il che non significa solo andarsene a letto e chiudere gli occhi. Esiste una vera e propria cultura del sonno.
Dopo aver dormito bene, ogni essere umano deve saper mangiare, evitando di introdurre nell’organismo qualsiasi sostanza estranea ai suoi reali bisogni.
Poi deve saper lavorare, ma, come ormai qui da noi tutti fanno, lavorare il meno possibile, non più di tre ore al giorno.
Ogni giorno deve saper imparare, qualsiasi cosa, ma sempre collegata al desiderio di conoscere, semplicemente come nutrimento della personalità.
Deve saper dare, perché dare non è solo uno dei massimi piaceri ma anche un meccanismo di rinnovamento del pensiero e della personalità.
Poi deve saper creare, lasciando una traccia di sé e della propria unicità, come dice un nostro poeta Kirghiso: ‘C’è qualcosa di più sottile e profondo che voltarsi continuamente a contemplare il cammino percorso, il cammino sul quale, se non si sono lasciate tracce, si è persa per sempre la vita.’
Poi deve saper amare e saper fare l’amore, arte qui da noi prima affidata ala caso e conosciuta solo superficialmente, ora divenuta materia di dialogo e di conoscenza.
Infine è fondamentale saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se li vedessimo per la prima volta.”
Questi sono dunque gli otto bisogni e desideri naturali che, una volta soddisfatti, garantiscono a chiunque una stabile serenità.

Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, dalla Sesta lettera

lunedì 22 ottobre 2012

ANZIANI SENZA CONFINI - Silvano Agosti



“Cosa significa dunque essere anziani qui in Kirghisia?” Chiedo a una coppia, che all’apparenza non sembra superare i cinquant’anni.
“Per noi che ne abbiamo quasi settanta e abbiamo vissuto gran parte della nostra esistenza prima di tutte queste riforme, significa poter godere della vita nella sua massima estensione e pienezza.
Ogni nostra giornata ha ritrovato il sapore dell’infanzia, con tempi e spazi privi di confini. Ce ne andiamo a visitare le case dell’Arte dove vengono custoditi non soltanto i capolavori, ma anche i disegni dei bambini e in questa festa di colori perdiamo i nostri sguardi, poi incontriamo altri anziani venuti da lontano e ci scambiamo i ricordi.
In ogni piazza ci sono i gruppi di lettura, dove i nostri attori, a turno, leggono brani di letteratura.
Non c’è angolo della Kirghisia dove qualcuno non stia giocando e lo spettacolo della vita si svolge incessantemente sotto gli occhi di tutti.
Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, dalla Quarta lettera
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