Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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sabato 5 dicembre 2015

SOLO UNA SCUOLA DAVVERO LIBERA – Mariapia Veladiano


Solo una scuola davvero libera può educare alla convivenza
Proibire d'autorità i presepi a scuola è insensato tanto quanto imporli e infatti non c'è circolare, programma ministeriale o linea guida del Miur che lo faccia.
Questo vuol dire che le scuole, sulle scelte didattiche che toccano situazioni sensibili in cui sono in gioco le identità, le appartenenze, il mobile confine fra discriminazione e accoglienza, sono, grazie alla nostra splendida Costituzione, libere. Proprio libere. Libere di proporre e trovare insieme a tutte le componenti della scuola, cioè i ragazzi, i genitori, i docenti, il modo più adatto a costruire la convivenza nelle scuole. Di fare il presepe oppure no.
Quel che capita oggi nelle scuole è un miracolo perché malgrado i tagli di organico, per cui da anni sono state annientate le compresenze necessarie non solo all'integrazione degli alunni immigrati, ma anche al recupero degli italianissimi nostri studenti che arrivano da situazione di svantaggio culturale e sociale, malgrado questo la scuola riesce ad essere quell'ormai unico laboratorio di convivenza che impedisce alla società presente e futura di esplodere.
Chi si è riconosciuto amico sui banchi di scuola non si fa la guerra a vent'anni o trent'anni.
Bene, questo lavoro richiede sapienza, lettura della realtà concreta delle classi, dei genitori, alleanza con il territorio (Comuni, sindaci e servizi). Questo lavoro la scuola lo fa ogni giorno, un miracolo di intrecci e alleanze che non sono buonismo ma sapienza e anche buon senso. È un volare altissimo con mezzi limitati e professionalità infinita.
Nel mentre che un preside o due finiscono a luccicare per un momento sui blog, loro malgrado o forse anche no, a combattere o sostenere il presepio a volte con motivazioni sorprendentemente extrascolastiche, l'acrobatico miracolo di tenuta della scuola va avanti, nella discrezione necessaria al dialogo.
È insensato pensare che un preside vada assunto o licenziato in funzione del suo essere obbediente agli interessi politici di un assessore regionale di turno, o di un sindaco che minaccia controlli sulle attività natalizie delle scuole. Un delirio che confonde competenze, nasconde opportunismi politici tanto malinconici quanto pericolosi perché insabbiano lo spirito critico, la paziente fatica di comprendere i fenomeni.
I presidi buoni sono quelli nelle cui scuole l'integrazione funziona attraverso scelte pedagogiche nate dalle condizioni oggettive della realtà scolastica. Un quarto di quanti cercano rifugio in Europa sono bambini, il 9% dei nostri studenti ha cittadinanza non italiana, ma in molte scuole sono il 50%, e più. Non ci sono due classi uguali, due studenti uguali, due situazioni uguali.
È sbagliato non permettere il presepio a scuola quando il presepio è parte integrante di un percorso scolastico riconosciuto da genitori e bambini, fatto proprio grazie ad appuntamenti negli anni attesi, con il corredo di canzoni e di doni scambiati con le famiglie, il concerto organizzato dopo aver scelto canti e poesie con la prudenza di chi conosce ambiente, persone, storia dei luoghi. E la prudenza non è debolezza, è forza che sa tenere insieme quel che siamo e si apre a quel che riconosciamo diverso ma parte della nostra comune umanità.
Di sicuro però sono altrettanto sbagliate e indecenti le maleparole pelose con cui ci si appropria della profondità di una tradizione cristiana per usarla come una clava demagogica con cui nutrire i propri interessi politici e tentare di stordire la nostra intelligenza.
Mariapia Veladiano, “la Repubblica” del 30 novembre 2015


venerdì 4 dicembre 2015

NATIVITA' E BUON SENSO – Stefano Allievi


Sgombriamo il campo dalla prima questione, assai d’attualità: l’islam non c’entra nulla. Le richieste di non fare recita o presepe non vengono dai musulmani, tanto meno dalle loro organizzazioni: ma da docenti che non sanno come gestire la pluralità culturale, da laici che con la scusa delle minoranze religiose non vedono l’ora di dare un colpo alla confessione maggioritaria cattolica (dimenticando che il Natale è festa anche delle minoranze protestanti e ortodosse, oltre che civile), o da insegnanti di ampie e democratiche idee, ma di troppo astratte vedute. Non è cioè un conflitto tra noi e loro, ma tra di noi a proposito di loro, che ne sono le pedine e le vittime, non gli attori. La colpa infatti finisce per ricadere sui musulmani, che pagano il prezzo dell’astio popolare, adeguatamente montato da legioni di ciarlatani di partito o di giornale.
Seconda questione: festeggiare il Natale non offende nessuno. E rinunciare al presepe o alla recita natalizia, sostituire ‘Gesù’ con ‘virtù’ nella canzoncina di Natale, non fare l’albero, non mettere decorazioni, sottrarsi persino agli auguri (magari introducendo i pessimi “season’s greetings” britannici), non ha nessun senso. Così come nessuno di noi si stupirebbe, viaggiando in Israele, di vedere festeggiata Chanukkah, nei paesi musulmani l’Aid al-Fitr, e in India il Navaratri hindu o il Vaisakhi sikh, così non ha nessun senso che in Italia non si celebri il Natale. E così come non ci sentiamo a disagio noi quando ci troviamo in paesi in cui si celebrano altre festività, così non si sentono a disagio gli immigrati in Italia: per loro è un’ovvietà, normale, e dunque anche norma (festività anche legale). E i bambini musulmani farebbero volentieri anche la parte di Gesù (peraltro un venerato profeta dell’islam, di cui il Corano riconosce la nascita verginale da Maria e il compimento di miracoli) pur di partecipare alla recita natalizia da cui magari vengono incautamente esclusi senza neanche chiedere la loro opinione.
Il multiculturalismo – o meglio la gestione della pluralità religiosa, il rispetto per l’altro e l’invenzione di modalità di convivenza tra culture diverse – si può costruire in molti modi. Per addizione: aggiungendo conoscenze, simboli, momenti e luoghi di incontro. Per interpenetrazione: facendo lo sforzo di pensare modalità diverse di confronto e di comparazione. Quello che non ha nessun senso fare è procedere per sottrazione: negando la propria cultura, o nascondendone i simboli.
Il mondo della scuola, con la sua forte presenza di immigrati (ma anche di autoctoni) di culture e religioni diverse, è in questo ambito un laboratorio d’eccezione. Ma proprio per questo, dato che si procede per tentativi ed errori, è anche il luogo dove più spesso si fanno passi falsi grossolani, magari con ottime intenzioni: che, come noto, lastricano le vie della perdizione, o semplicemente del perdersi. Diventando così anche il luogo di battaglie ideologiche sostenute da improvvisati sostenitori di una civiltà cristiana di cui ignorano i fondamenti, che usano statuette del presepe e crocifissi non per il loro significato, ma come arma impropria contro presunti nemici della civitas cristiana, strumentalizzando la religione per le proprie misere battaglie politico-ideologiche: il che suona assai stridente proprio con lo spirito del Natale, e l’esempio di quella famigliola di Nazareth il cui figlio è nato in viaggio, lontano da casa, a Betlemme, e fu riconosciuto tra i primi proprio da dei saggi di altra cultura e religione, i Magi, venuti da oriente seguendo una stella.
Il buon senso forse aiuterebbe. Quello che ci fa dire che questo paese ha una storia di cui fa parte l’identità religiosa cristiana, e un presente e un futuro di cui fanno parte anche altre tradizioni, che non debbono (né, del resto, vogliono) cancellare il passato, ma chiedono solo una progressiva presa in considerazione della loro esistenza. Ciò che si può fare senza traumi o proclami belligeranti: né per cancellare né per imporre alcunché.

Stefano Allievi, Natività e buon senso, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 novembre 2015, editoriale, p.1.


lunedì 30 novembre 2015

UN PICCOLO PRESEPE IN OGNI CLASSE – Giovanni Zen


Fra un mese è Natale. Sapendo il significato di questa “festa”, nella nostra storia occidentale, al di là dello scivolamento consumistico degli ultimi decenni, cioè di una “festa” nata da un valore fortemente religioso che ha fatto crescere in tutti, al di là delle stesse convinzioni religiose, valori universali di fratellanza e solidarietà, credo sarebbe bello che in tutte le classi, per vostra iniziativa, ci fosse un piccolo presepe, magari con un piccolo albero di Natale. Un presepe ed un albero in ogni classe, piccoli segni-simboli.
Sappiamo tutti del momento difficile che stiamo vivendo, per gli attentati e la minaccia terroristica. Riaffermare dunque i valori-base attraverso questi piccoli segni-simboli, valori che sono il cuore della nostra cultura, religiosa e civile, (una cultura “nostra” nel suo valore universale), specialmente in questo momento, penso sia il modo migliore per aiutarci a non rassegnarci alle logiche della paura, del terrore, del sospetto, della prevaricazione. In tutti i sensi.
Qual è il valore del Natale, anche in senso civile? Quello cantato in una vecchia canzone di Renato Zero: “La vita è un dono”. Non ci sono economicismo ed utilitaristico che tengano, di fronte al dono della vita.
Un verso, poi, di una canzone di Biagio Antonacci (“Ti dedico tutto”) ci dice anche come reagire di fronte a questo momento storico: “Il mestiere si impara, il coraggio ti viene, il dolore guarisce, la tempesta ha una fine, ma diverso è sapere la cosa più giusta, siamo naufraghi vivi in un mare d’amore”.
Credo sia sempre utile, infine, quanto ricordato tempo fa da Maurizio Crozza: nel presepe c’è una coppia di immigrati, senza documenti, senza casa, quindi clandestini, con Maria che aspetta il figlio di un altro, che vanno ad occupare una capanna abusivamente...
Sappiamo che la convivenza richiede regole, reciprocità, rispetto, tolleranza, libertà responsabile, solidarietà, ecc.. Ma, forse, dovremmo tutti imparare, oltre tutto e tutti, che “la cosa suprema, che si può conquistare nella vita, è non voler possedere nulla. Neppure in amore” (Ernst Wiechert). Il vero senso universale del Natale.

Giovanni Zen, dirigente scolastico

venerdì 12 settembre 2014

LA MOTIVAZIONE - Pierre Durrande


Nessuno può essere educato suo malgrado.

Pierre Durrande, L'arte di educare alla vita

martedì 9 settembre 2014

L’EMPATIA – Mamma Patrizia


Ciao, carissimo Francesco!
Ho letto con molta contentezza la tua lettera di inizio anno scolastico.
Mi fa piacere che la scuola (insegnanti, genitori e alunni) si ponga per tema  "l'inclusione". Non è solo un argomento da discutere, ma un obiettivo da raggiungere... gradualmente. Gli esclusi sono tanti e per i più svariati motivi.
Involontariamente e inconsciamente escludiamo dal nostro sguardo (e quindi dal gruppo) quegli alunni che, per gravi ritardi psicofisici, sono affidati a un insegnante di sostegno. La coscienza si sente a posto sapendo che qualcuno si prende cura di loro, per cui reputiamo che non sia necessario farli interagire dentro e fuori della classe.
Poi, ci sono quei ragazzi che, per una qualche difficoltà scolastica o disturbi di apprendimento, ci appaiono come "i più stupidi" della situazione, quelli che arrancano, fanno fatica e a malapena riescono... Questi vengono esclusi perché giudichiamo riprovevole rovinare un gruppetto di scolari promettenti.
Altri non hanno questo genere di problemi, ma un carattere turbolento, irrequieto, aggressivo. Questi tipi li vediamo come una minaccia: potrebbero essere di cattivo esempio a quei coetanei che si apprestano a osservare le regole della buona convivenza sociale.
Una piccola cerchia, invece si esclude da sé, si autoelimina, per timore dei pregiudizi dei compagni sul loro aspetto fisico. Spesso si sentono presi in giro con dei nomignoli dispregiativi.
Alla categoria degli autoesclusi appartengono, ancora, anche quelle persone timidissime, introverse, paurose. Sono talmente impacciate che non riescono a emergere, sono così invisibili che tanti si convincono che la loro esistenza sia insignificante.
Comunque sia, la terapia comune è "l'empatia", il vero e unico atteggiamento di accoglienza dell'altro. Empatici non si nasce: è qualcosa s'impara (un anno dovrebbe essere più che sufficiente...).

Ciao, un abbraccio affettuoso

Patrizia

lunedì 1 settembre 2014

39. UN BAMBINO FATTO IN CASA - Francesco Callegari



Ne ho provati tanti e sono giunto alla conclusione che il migliore sia quello altoatesino. Sarà per via dell’erba o dell’acqua, non so, ma lo yogurt dell’Alto Adige ha un sapore particolare. Mi piace soprattutto quello alla vaniglia e, quando al supermercato vedo allineati i barattoli da mezzo chilo, ne pregusto già il profumo e la morbida consistenza. L’unica cosa che allora osservo con attenzione è la data di scadenza, perché mezzo chilo di yogurt non lo consumi in mezza giornata.
Per giungere a questa scelta ne ho però assaggiati parecchi e ho letto le loro etichette: quante calorie e quanti fermenti lattici vivi (che al solo pensarci fa un po’ impressione), e poi gli zuccheri, gli amidi, la frutta. Le etichette sono importanti: se non ci fossero loro a dirci per esempio quanto residuo fisso rimane nell’acqua che beviamo, non oso pensare ai danni che provocheremmo al nostro organismo! Per fortuna, su tutti gli alimenti confezionati vige l’obbligo di apporre un’etichetta che ne descriva nel dettaglio gli ingredienti. La fabbricazione in serie, tipica dell’industria, consente la produzione di pezzi tutti identici, rendendo così di fatto possibile l’etichettatura.
Questa stessa operazione risulta invece molto complicata, e forse anche inutile se non rischiosa, per tutti quei beni che non sono prodotti in serie: molto probabilmente il pane fatto in casa risulterà diverso per dosi e sapore in ciascuna cottura, così come la passata casalinga di pomodori o la confettura di frutta. A questi alimenti non ci sogneremmo mai di apporre una minuziosa schedatura degli ingredienti, ma ci limiteremmo a gustarli nella loro meravigliosa fragranza lasciandoci sorprendere di volta in volta dall’incanto della loro novità.
Due genitori mi hanno appena scritto una bellissima lettera rivendicando, per il loro bambino fatto in casa, il sacrosanto diritto all’unicità.
Spesso la nostra mente applica inavvertitamente alle persone lo stesso processo conoscitivo utilizzato per le acque minerali: naturali o frizzanti, povere o ricche di sodio, con alto o basso residuo fisso, ecc. Questo meccanismo semplificatorio, che normalmente ci aiuta ad affrontare e comprendere il mondo reale riducendo l’ansia delle diversità, risulta però deleterio se applicato alle persone.
Alexandre Jollien, giovane filosofo francese, esprime bene questo rischio:
“Il nostro rapporto con il mondo procede per riduzioni. Ogni giorno devo raccogliere, setacciare, selezionare informazioni in funzione di ciò che è necessario per vivere. Questo lavoro obbliga a fissare priorità, a focalizzare le urgenze. Non posso vedere tutto, capire tutto, né fare tutto. Di conseguenza, organizzo il mio mondo, incollando alla realtà delle etichette, delle parole, a tal punto che ben presto finirò per vedere solo quelle. Gli antichi vedevano nell’esperienza il principio della saggezza. Eppure, essa può anche portare a ridurre l’essere che ci sta di fronte a una etichetta”.
Alexandre Jollien, Il mestiere di uomo, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2003, p. 63
Incasellare le persone, limita prima di tutto la nostra possibilità di godere e apprezzare la ricchezza delle diverse individualità, ma offre anche incautamente il fianco ad atteggiamenti discriminatori che potrebbero propagarsi nel gruppo dei pari con conseguenze devastanti a livello relazionale.
Soprattutto in un ambiente come la scuola, creato appositamente per far crescere le persone al meglio delle loro possibilità e per allenarle alla vita sociale, è importante il rispetto sostanziale delle diverse individualità, rispetto che si manifesta anche attraverso l’uso di parole che creino empatia, che facciano crescere, che uniscano e non che dividano o escludano. Parole che parlino di libertà e non di prigioni: nel momento in cui etichettiamo una persona, magari a causa di un suo particolare modo di essere, di fare o di parlare, apponiamo su di lei un marchio indelebile che la imprigionerà per sempre portandoci a identificare quella stessa persona con l’etichetta che le abbiamo assegnato e impedendoci di vedere in lei tutto il resto.
Il primo passo, anche se forse il più difficile, è quello di non esprimere giudizi sulle persone. Lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg, creatore del metodo della Comunicazione Non Violenta, scrive:
“Il filosofo indiano J. Krishnamurti una volta affermò che osservare senza valutare è la forma più elevata di intelligenza umana. Per la maggior parte di noi, è difficile osservare le persone e i loro comportamenti senza mescolarvi giudizi, critiche o altre forme di analisi.
Attribuendo etichette alle persone, tendiamo ad assumere nei loro confronti atteggiamenti che contribuiscono a generare i comportamenti stessi che ci preoccupano, il che poi lo vediamo come una ulteriore conferma della nostra diagnosi”.
Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre, Ed. Esserci, 2003, p. 48, 50, 107.
Il cammino verso la comunicazione non violenta ci apre a nuovi orizzonti e ci invita a cambiare il nostro asse di prospettiva. Normalmente noi utilizziamo il metro di giudizio verticale che prevede a un estremo il concetto di giusto con il relativo premio, dall’altro il concetto di sbagliato con il relativo castigo. Esiste un altro asse relazionale: quello orizzontale, basato sulla comprensione dei bisogni e sul riconoscimento delle emozioni. Bisogni ed emozioni sono strettamente correlati: un bisogno soddisfatto genera un’emozione positiva e viceversa.
Si parla tanto oggi di scuola inclusiva: fino a ieri si diceva che la scuola deve integrare, oggi deve includere. Io non so quale sia tra i due il termine più corretto, so per certo però che una buona scuola è quella che è disposta all’incontro, che sa accogliere e valorizzare le diversità. Una scuola accogliente è una scuola attenta ai bisogni, è una scuola che tende a produrre emozioni positive, che non isola e non esclude, una scuola che non umilia e non mortifica, una scuola che non etichetta e non ingabbia, ma che valorizza il bello e il buono di ciascuno, facendo volare tutti, docenti e allievi. Insieme.
Una scuola attenta sa mettere ciascun allievo nelle migliori condizioni per apprendere. Ancora l’asse bisogni-emozioni, perché l’apprendimento passa più facilmente attraverso le emozioni: “Capitano, mio capitano!”. Lungo l’asse premio-castigo passa solo un apprendimento temporaneo, fasullo, buono solo per l’interrogazione del giorno dopo. Una grande perdita di tempo, in definitiva.
Secondo il filosofo Pierre Durrande:
“Il compito primario di un educatore è quello di offrire la testimonianza di un’umanità autentica e piena. Ed è solo attraverso un costante lavoro su se stesso che un educatore può impegnarsi in quest’opera vitale, poiché educare è innanzitutto incontrare e ogni incontro è possibile solo creando uno spazio di accoglienza in se stessi, quello spazio che nasce da una piena adesione alla propria umanità”.
Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2012.
Ed è proprio lì, nell’apertura consapevole all’incontro, che si gioca la grande sfida dell’inclusione/integrazione: è in classe, ma anche in casa, che le parole e i gesti assumono il colore dell’accoglienza, il sapore della libertà e il canto della speranza.
Buon anno scolastico.                                                                 
1 settembre 2014

Francesco Callegari                                                                      
dirigente scolastico

sabato 17 maggio 2014

AMO LA SCUOLA … CHE E’ LUOGO DI INCONTRO – Papa Francesco


Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro. Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola, l'abbiamo sentito tutti oggi, non è un parcheggio. E un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie, eccetera. E un luogo di incontro. E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell'incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E questo è fondamentale proprio nell'età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo dí relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. 
Ma a scuola noi "socializziamo": incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine, per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti. 
Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: "Per educare un figlio ci vuole un villaggio". Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! 
Papa Francesco, Giornata della scuola, Roma, 10 maggio 2014


venerdì 11 aprile 2014

LA CLASSE E’ QUELLA – Mariapia Veladiano


«La classe sarebbe buona se non ci fossero Federico, Sufyen e Margherita».  La classe è quella, tutti compresi, non un’altra. Come il mondo è questo. Sognare la parte che ci piacerebbe vuol dire non farsi carico di tutti, pensare che esista una legittimazione possibile all’esclusione di qualcuno, quelli che non ci fanno fare il programma. 
Ma il programma è quello che si può fare esattamente con le persone che ci vengono professionalmente e umanamente affidate.

Mariapia Veladiano, Parole di scuola, Trento 2014, p. 90

sabato 1 marzo 2014

BUONI MAESTRI – Mariapia Veladiano


Sulla scuola oggi non si può essere troppo ecumenici, bisogna essere di parte, la parte di chi rischia che l'istruzione non sia più un suo diritto, per colpa della crisi, della sciatteria politica, del calcolo astuto di chi sfrutta a fini suoi l'ignoranza altrui. E dovrebbe essere la buona politica a preoccuparsi che questo accada ma non lo fa e allora ci sono i buoni maestri e le buone maestre. In qualche modo eredi di Alberto Manzi che ha reso possibile per molti italiani quel "non è mai troppo tardi", che era il titolo della sua trasmissione più popolare.

lunedì 27 gennaio 2014

16. LE MATERIE DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana


San Cristobal de las Casas - Chiapas
C’è spazio anche per lo yoga, la lettura, la musica, l’inglese, l’informatica e la falegnameria. Ogni venerdì si fa sport o un’uscita in un museo a scelta dei bambini. Quello che conta è dare strumenti, non tanto i contenuti che ognuno poi saprà trovare da solo avendo imparato il metodo.

Mi ha colpito molto la risposta di Joni a una signora che gli chiedeva se vedeva differenza tra lui e i suoi amici che frequentano altre scuole. Lui, che ha fatto l’asilo e le elementari in questa scuola e che è al suo ultimo anno, le ha detto che i suoi amici di altre scuole gli sembrano dei robot, ossia poco consapevoli e esecutori di ordini imposti dall’alto. 
Forte no? Joni, seppure non abbia molta voglia di parlare, è sempre contento di ciò che fa e gli piace anche fare corsi di rinforzo pomeridiani. 

lunedì 7 ottobre 2013

SONO LORO IL NOSTRO PROSSIMO – Adriano Sofri


Ci si può commuovere tutti i giorni, o c’è bisogno di una pausa, di una tregua – non so, una settimana, almeno un paio di giorni – fra una tragedia e l’altra? O commuoversi comunque quando la cifra dei morti è così esorbitante? Quando ci sono i bambini (le donne incinte ci sono sempre), e c’è ogni volta un dettaglio nuovo. Questa volta è il fuoco acceso dentro una carretta con 500 persone, come accendere un falò in un autobus all’ora di punta, con le porte che non si aprono. Riescono sempre a procurarsi un dettaglio nuovo, queste disgrazie. A Catania è in rianimazione il migrante eritreo scampato a tutto, anche alla spiaggia di Sampieri coi cadaveri allineati dei suoi compagni, e investito da un’auto. I dettagli di ieri saranno troppi per raccoglierli, i soccorritori pensano a soccorrere, magari piangendo, e i superstiti, una volta rifocillati e sbattuti in qualche Centro di Indifferenza ed Espulsione, non saranno più interessanti, coi confini spinati e i deserti e i mari che hanno attraversato, i cadaveri che hanno urtato, le preghiere che hanno pregato. Non avranno voglia di raccontarlo, e non troveranno chi abbia voglia di starli a sentire. Guarderanno l’Isola dei famosi, la sera, e capiranno tutto.

venerdì 14 dicembre 2012

LA PROVA DELLO SGUARDO - Alexandre Jollien



La prova dello sguardo non è sempre vissuta agevolmente: troppo spesso rappresenta persino un dramma, e come liberarsene rimane forse l’apprendistato più delicato.
Quando sono solo in mezzo alla folla, quando i miei movimenti suscitano il riso, capisco quanto determinante sia lo sguardo. L’altro mi si impone. La sua presenza diventa un peso. Come cambiare gli occhi che luccicano di scherno, come tollerare che un altro invada la mia vita cogliendone solo l’aspetto ridicolo? Gli occhi che vedo per la prima volta mi spiano, diventano nemici: anche se non mi conoscono, rivelano tuttavia quella parte oscura di me che ormai è stata accettata e superata dai miei amici.
L’altro, fondamento della mia vita, diventa un ostacolo, incolla le sue etichette il cui effetto nefasto ferisce a lungo.
Alexandre Jollien, Il mestiere di uomo, Edizioni Qiqaion, Magnano (BI) 2003, p. 70-71

sabato 12 maggio 2012

LETTERA APERTA A MARCO ROSSI DORIA "MAESTRO DI STRADA" - Simonetta Salacone



Carissimo collega,
(mi permetto questa confidenza in nome di una professione , quella docente, che anche io ho svolto con passione e che, credo, dia un senso alla tua presenza, oggi, nel Governo dei tecnici) come ben sai, sulla scuola italiana, sempre più investita da tagli agli organici, alle risorse finanziarie, ai servizi di supporto; afflitta per il prossimo anno scolastico da dimensionamenti che produrranno “iperistituti” con numeri mostruosi di plessi e sezioni staccate; sempre più tormentata dalla precarietà dei docenti; oberata da compiti di amministrazione e gestione impropri, in nome di un’autonomia che, senza risorse, si è ridotta ad un “fai da te” dei poveri…su questa scuola umiliata, offesa, accusata di inefficienza anche quando riesce a dare prestazioni di qualità in situazioni di deserti culturali e sociali….si sta per abbattere di nuovo il tormentone delle prove dell‘INVALSI.
Il Ministero si ostina ad ignorare il disagio e la resistenza che gran parte dei docenti, spesso quella più qualificata e motivata, esprime da anni verso un progetto che l’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Scolastico Italiano intende effettuare con prove (per lo più test a risposta chiusa) a cui quest’anno verranno sottoposti, fra il 9 e il 16 maggio, tutti gli alunni delle classi I e V della Primaria, delle classi I della Secondaria di primo grado e delle classi II della Secondaria di secondo grado.
Le prove , come nei precedenti anni scolastici, verranno somministrate con modalità identiche su tutto il territorio nazionale, a prescindere dai contesti socio – culturali, dalla composizione delle classi, dai programmi effettivamente svolti, dai sistemi di valutazione adottati dai Collegi dei docenti e dai Consigli di classe.
La valutazione è tema delicato che non si può affrontare in maniera parziale e senza una interlocuzione continua e approfondita con i docenti che nelle scuole operano . I Collegi sanno ben distinguere la valutazione formativa, che si svolge lungo tutto il percorso annuale, da quella finale o sommativa. Sanno che il “valore aggiunto” di una scuola non si misura solo attraverso i risultati ottenuti in termini di abilità da tutti gli alunni, in un certo momento dell’anno, ma anche attraverso i percorsi realizzati per non perdere i soggetti più fragili e attraverso la capacità che i docenti esprimono di leggere i bisogni educativi dei singoli alunni e di sostenerne lo sviluppo complessivo della personalità.

domenica 30 ottobre 2011

IL PRIMATO DELLA LINGUA - Scuola di Barbiana


Il fine immediato [della scuola], da ricordare minuto per minuto, è quello d’intendere gli altri e farsi intendere.
E non basta certo l’italiano, che nel mondo non conta nulla. Gli uomini hanno bisogno d’amarsi anche al di là delle frontiere. Dunque bisogna studiare molte lingue e tutte vive.
La lingua poi è formata dai vocaboli d’ogni materia. Per cui bisogna sfiorare tutte le materie un po’ alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte del parlare.
S’ha bisogno di lingua d’oggi e non di ieri, di lingua e non di specializzazioni.
Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 94-95

sabato 29 ottobre 2011

L'OSPEDALE DI DON MILANI - Scuola di Barbiana


Così è stato il nostro primo incontro con voi. Attraverso i ragazzi che non volete.
L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile.
E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passare per pazzi.
Meglio passare per pazzi che essere strumento di razzismo.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 20

martedì 8 settembre 2009

15. VOLTI DI LUNA - GLI ALUNNI CON DISABILITA' - Francesco Callegari




“La sua sola presenza fisica impone una montagna di ‘perché’. E quando si risponde a uno
qualsiasi di questi ‘perché’, il disabile fa un passo avanti, la scuola due”

VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2

Il 31 di luglio eravamo in pochi in ufficio e la giornata si preannunciava calda e tranquilla. Non è stato così. A metà mattina, una mamma è venuta a trovarmi. E quando se n’è andata, dentro di me piangevo.


LA MADRE SPECIALE - ERMA BOMBECK
Vi è mai capitato di chiedervi come vengano scelte le madri di figli handicappati?
In qualche maniera riesco a raffigurarmi Dio che dà istruzioni agli angeli, che prendono nota in un registro gigantesco.
"Armstrong Beth, un figlio. Santo patrono Matteo".
"Forest Marjorie, una figlia. Santa patrona, Cecilia".
"Rutledge Carne, due gemelli. Santo patrono... diamo Gerardo. E' abituato alla scarsa religiosità".
A un certo punto, Dio passa un nome a un angelo e sorride: "A questa, diamole un figlio handicappato".
L'angelo è curioso. "Perché a questa qui, Dio? E' così felice".
"Esattamente", risponde Dio sorridendo. "Potrei mai dare un figlio handicappato a una donna che non conosce l'allegria? Sarebbe una cosa crudele".
"Ma ha pazienza?", chiede l'angelo.
"Non voglio che abbia troppa pazienza, altrimenti affogherà in un mare di autocommiserazione e pena. Una volta superati lo shock e il risentimento, di sicuro ce la farà".
"Ma, Signore, penso che quella donna non creda nemmeno in Te".
Dio sorride. "Non importa. Posso provvedere. Quella donna è perfetta. E' dotata del giusto egoismo".
L'angelo resta senza fiato. "Egoismo? E' una virtù?".
Dio annuisce. "Se non sarà capace di separarsi ogni tanto dal figlio, non sopravvivrà mai. Sì, ecco la donna cui darò la benedizione di un figlio meno che perfetto. Ancora non se ne rende conto, ma sarà da invidiare. Non darà mai per certa una parola. Non considererà mai che un passo sia un fatto comune. Quando il bambino dirà 'mamma' per la prima volta, lei sarà testimone di un miracolo e ne sarà consapevole. Quando descriverà un albero o un tramonto al suo bambino cieco, lo vedrà come poche persone sanno vedere le mie creazioni. Le consentirò di vedere chiaramente le cose che vedo io - ignoranza, crudeltà, pregiudizio - e le concederò di levarsi al di sopra di esse. Non sarà mai sola. Io sarò al suo fianco ogni minuto di ogni giorno della sua vita, poiché starà facendo il mio lavoro infallibilmente come se fosse al mio fianco".
"E per il santo patrono?", chiede l'angelo, tenendo la penna sollevata a mezz'aria. Dio sorride. "Basterà uno specchio".


Io non so se sia questo oppure un altro il modo in cui i bambini, e in particolare quelli con disabilità, vengono distribuiti sulla Terra. Credo però che le metafore ci aiutino a comprendere meglio le cose, ed è per questo che io le uso spesso. In questo caso, mi sembrano descritte bene le qualità, forse acquisite, delle mamme dei bambini con disabilità. E non solo delle mamme.
Quel giorno, la mamma di X è venuta a chiedermi il nulla osta per cambiare scuola. X è una bambina dislessica e noi non abbiamo saputo meritarla.
Questo fatto mi ha lasciato ancor più amareggiato in quanto la nostra è una scuola che fa dell’accoglienza il suo obiettivo primario, il suo impegno quotidiano: potrei portare numerosi esempi che parlano di percorsi di integrazione condivisi dai nostri consigli di classe o dai moduli fin nei minimi particolari, di docenti curricolari che cercano insieme ai docenti di sostegno le migliori strategie di inserimento, di insegnanti di sostegno che riservano un occhio particolare anche ai ragazzi i cui disturbi non sono certificati.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che: “la presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.


Mi riesce difficile parlare dei ragazzi disabili, forse perché sono più abituato a vivere con loro che a parlare di loro. La vita mi ha fatto il dono, che per la verità non sempre ho compreso e apprezzato, soprattutto quando ero piccolo, di avere accanto una persona speciale e di averla ancora. Una persona dal volto di luna, dal pensiero senza ipocrisie, dal sorriso che incanta. Una persona che ha fatto crescere me e tutti coloro che l’hanno incontrata.
“Grazie a loro, le nostre menti non stavano immerse nella palude delle certezze, tra mura spesse di buon senso. Quei nostri compagni, ci costringevano a chiederci continuamente perché, a farci delle domande, a usare la memoria, ad affinare la percezione. E così abbiamo scoperto che non tutte le nostre menti funzionano allo stesso modo”.
Accogliere in classe un alunno con disabilità vuol dire scommettere sulla solidarietà e sul dono, vuol dire imboccare sentieri sconosciuti verso mete fuori del comune, vuol dire cercare strade sempre diverse per piedi diversi e tutti speciali, vuol dire accettare di camminare a passo più lento ma forse più consapevole, vuol dire adottare occhi nuovi per nuovi orizzonti, vuol dire gioire nello scoprire insieme nuovi panorami di conoscenza.
“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare”.
Nelle Linee guida si invitano i docenti ad accettare le diversità presentate dagli alunni con disabilità e valorizzarle come arricchimento per l’intera classe. Provate a descrivere un tramonto a un bambino cieco, oppure la musica a un bambino sordo: vi scoprirete a inventare suoni, parole e immagini che non avreste mai pensato di conoscere e di adoperare.
Invitate anche i compagni a farlo: “E’ grazie a Giorgio che ho imparato a collegare e integrare le materie, a non isolare gli oggetti dal loro ambiente, a riconoscere che esiste una solidarietà tra le discipline”.
L’insegnante di sostegno è sicuramente una preziosa risorsa, ma dobbiamo essere consapevoli che l’alunno con disabilità appartiene, come tutti gli altri, alla classe e a tutti i suoi insegnanti. Le Linee guida auspicano che siano tutti i docenti della classe ad adoperarsi per coordinare le attività didattiche, per preparare i materiali e tutto quanto può consentire all’alunno con disabilità, sulla base dei suoi bisogni e delle sue necessità, la piena partecipazione allo svolgimento della vita scolastica nella sua classe e non fuori della classe.
Nelle Linee guida del 5 agosto ancora leggiamo: "Si è integrati/inclusi in un contesto quando si effettuano esperienze e si attivano apprendimenti insieme agli altri, quando si condividono obiettivi e strategie di lavoro e non quando si vive, si lavora, si siede gli uni accanto agli altri. E tale integrazione, nella misura in cui sia sostanziale e non formale, non può essere lasciata al caso o all’iniziativa degli insegnanti per le attività di sostegno, che operano come organi separati dal contesto complessivo della classe e della comunità educante. Per non disattendere mai gli obiettivi dell’apprendimento e della condivisione, è indispensabile che la programmazione delle attività sia realizzata da tutti i docenti curricolari, i quali, insieme all’insegnante per le attività di sostegno definiscono gli obiettivi di apprendimento per gli alunni con disabilità in correlazione con quelli previsti per l’intera classe. Date le finalità della programmazione comune fra docenti curricolari e per le attività di sostegno per la definizione del Piano educativo dell’alunno con disabilità, finalità che vedono nella programmazione comune una garanzia di tutela del diritto allo studio, è opportuno ricordare che la cooperazione e la corresponsabilità del team docenti sono essenziali per le finalità previste dalla legge”.
“E quando non c’è l’insegnante di sostegno?”
“Nelle ore in cui non è presente il docente per le attività di sostegno esiste il concreto rischio che per l’alunno con disabilità non vi sia la necessaria tutela in ordine al diritto allo studio. La logica deve invece essere sistemica, ovvero quella secondo cui il docente in questione è ‘assegnato alla classe per le attività di sostegno’, nel senso che, oltre a intervenire sulla base di una preparazione specifica nelle ore in classe, collabora con l’insegnante curricolare e con il Consiglio di classe affinché l’iter formativo dell’alunno possa continuare anche in sua assenza. Questa logica deve informare il lavoro dei gruppi previsti dalle norme e la programmazione integrata”.
“E se mi prendo indietro con il programma?”
“Nessuno nega la necessità dell’efficienza, ma non si può puntare solo all’efficienza, occorre perseguire anche l’efficacia. Efficienza è fare le cose bene, efficacia vuol dire fare le cose giuste”.
Lo so benissimo che non è facile e, senza compresenze, lo sarà ancora meno. Ma “nessuno vi chiede miracoli. Vi si chiede quello che vi è sempre stato chiesto: di non far parti uguali tra disuguali. Vi si chiede di valorizzare le diversità. E questo non significa cambiare il mondo, ma solo accettare con serenità ciò che non può essere cambiato, avere il coraggio di cambiare ciò che dovrebbe essere cambiato, sforzarvi di essere abbastanza saggi per distinguere una cosa dall’altra”.
Buon cammino a tutti noi, insieme.


FRANCESCO CALLEGARI
DIRIGENTE SCOLASTICO


Citazioni da:
SCUOLA DI BARBIANA, Lettera a una professoressa, Firenze 1967.
Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità, MIUR, 5 agosto 2009.
VITO PIAZZA, Lettera a una professoressa 2, Erickson, Trento 2005.
GIUSEPPE PONTIGGIO, Nati due volte, Mondadori, Milano 2000.
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