Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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lunedì 9 marzo 2020

LA SCUOLA IN SILENZIO - Francesco Callegari

Impariamo a capire che questa è una lotta contro le nostre abitudini e non contro un virus.
Questa è un’occasione per trasformare un’emergenza in una gara di solidarietà.
Cambiamo il modo di vedere e di pensare.
Non sono più “io ho paura del contagio” oppure “io me ne frego del contagio”,
ma sono IO che preservo l’ALTRO.
Io mi preoccupo per te.
Io mi tengo a distanza per te.
Io mi lavo le mani per te.
Io rinuncio a quel viaggio per te.
Io non vado al concerto per te.
Io non vado al centro commerciale per te.
Per te.
Per te che sei dentro una sala di terapia intensiva.
Per te che sei anziano e fragile, ma la cui vita ha valore tanto quanto la mia.
Per te che stai lottando con un cancro e non puoi lottare anche con questo.
Vi prego, alziamo lo sguardo.
Io spero che in Italia non si fermi la solidarietà.
Tutto il resto non ha importanza.

Ferzan Ozpetek

 

A

bbiamo cominciato la terza settimana in cui le nostre scuole sono immerse nel silenzio: solo un mese fa, nessuno avrebbe potuto immaginare quanto sta accadendo in questi giorni.

A un tratto, e improvvisamente, siamo stati scaraventati all’interno di uno scenario nuovo, un ambiente che ci obbliga a muovere passi cauti e incerti: sabbie mobili che ci fanno sgranare gli occhi e trattenere il respiro.

Sono tante, e tra le più disparate, le emozioni che in questi giorni muovono ciascuno di noi. Mentre i nostri governanti, a livello nazionale, cercano di gestire nel miglior modo possibile una situazione per la quale nessuno aveva un’esperienza recente, i medici e gli infermieri lavorano instancabilmente per accompagnare verso la guarigione il maggior numero di persone e gli insegnanti cercano in tutti i modi e con tutta la loro cura di stare accanto ai loro allievi. Il nostro compito è quello di far sentire che la scuola è in silenzio e, allo stesso tempo parla, sussurra, canta, invita… con parole positive di gioia e di speranza.

Ciò che, personalmente, io desidero dirvi è che non abbiamo fretta. L’importante è che in questo momento più “lento” manteniamo e facciamo mantenere ai ragazzi la voglia di far funzionare la testa e godere il bello in ogni occasione che si trovano a vivere nella giornata.

Questa prova ci chiede di cambiare la nostra ottica, di vedere le cose da un altro punto di vista. Il regista Ferzan Ozpetek ci invita a dare un senso a quanto sta succedendo, trasformando questa emergenza in una gara di solidarietà.


lunedì 2 aprile 2018

IL SILENZIO DEL FARE – Carlo Sini




Ma non è tutto qui. C’è il silenzio dell’essere umano che parla; c’è il silenzio dell’infante che non parla; e c’è il silenzio dell’animale che, direi, né parla né non parla: un silenzio difficile da considerare, anche perché siamo noi a parlarne (lui non se lo sogna nemmeno, né lo farebbe mai).

L’adulto, per esempio, sale le scale di corsa. Non sta a contare i gradini. Lo sa fare e basta: un sapere che non ha bisogno di rompere il silenzio per porsi in atto e che, anzi, del non farlo se ne giova.

Il lattante succhia il seno con evidente beatitudine. Non è in grado di dirselo e di saperlo, ma lo sa fare benissimo. Prende fiato e respira, strabuzzando gli occhi dal piacere. Oppure si succhia il dito, con metodo e soddisfatta applicazione. In perfetto silenzio.

Anche il cane, infine, sa scavare metodicamente la sua buca per nascondervi l’osso. Va da sé che lo faccia in silenzio, cioè senza dirsi alcunché, semplicemente impegnato nel suo progetto di scavo.

Si tratta dunque di azioni e competenze che non richiedono il linguaggio. È curioso che in fondo dobbiamo dire il medesimo anche di quella competenza che è il linguaggio. Lo so che so parlare senza bisogno di dirmelo; lo so in silenzio come quel signore che sa dell’obelisco senza esserselo mai detto espressamente; però sa dire dove sia. E così io: se qualcuno mi parla, rispondo subito a tono. Non ho bisogno di dirmi: ora userò il linguaggio e risponderò a tono.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Milano 2013


domenica 1 aprile 2018

LA PAROLA E IL SILENZIO – Carlo Sini



La parola rompe il silenzio. Ma lo fa anche apparire. C'era già prima (si direbbe), ma solo ora, che non c’è più, in qualche modo lo si avverte.

Bisogna pensare allora che ci siano diversi tipi o modi del silenzio. Per esempio: c’è un abitante del posto che, in silenzio, sa da che parte sta la piazza con l’obelisco. E poi ci siamo noi forestieri, che ci siamo perduti e che dobbiamo ritrovare quella piazza e quell’obelisco per tornare in albergo. Il nostro è così il silenzio dell’ignorante: non sappiamo dov’è l’obelisco e non sapremmo dire come ci si arriva.

L’abitante del luogo invece sì, lo sa: «Girate qui a destra, non a sinistra...» Le sue parole rompono il silenzio (il suo) e così si scopre un silenzio sapiente che è l’opposto del nostro silenzio ignorante.

Carlo Sini, Il gioco del silenzio, Milano 2013

martedì 3 maggio 2016

IL VERO ASCOLTO PORTA CON SE’ LA LIBERTA’ - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


L'atto di ascoltare è completo in se stesso; il semplice atto di ascoltare porta con sé la libertà. Ma a voi interessa veramente ascoltare? Oppure quello che vi importa è intervenire per tentare di modificare la confusione che vi portate dentro?
Se ascoltaste... cioè se vi rendeste conto delle vostre contraddizioni, dei vostri conflitti, senza preoccuparvi di costringerli a entrare in un particolare schema di pensiero, forse questi finirebbero.
Vedete, noi stiamo sempre cercando di essere qualcosa, di raggiungere uno stato particolare; vorremmo fare determinate esperienze ed evitarne accuratamente altre. Ma in questo modo la nostra mente rimane sempre occupata, non è mai tranquilla, non è mai in grado di ascoltare il rumore delle sue lotte e delle sue pene.
Siate semplici... non cercate di diventare qualcosa o di aggrapparvi a qualche esperienza.
Jiddu Krishnamurti


sabato 30 aprile 2016

LA MELODIA DELLE PAROLE - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Ascoltare è un'arte che non è facile acquisire, ma che porta con sé bellezza e comprensione profonda.
Ascoltiamo dalle profondità del nostro essere, ma il nostro ascolto è sempre alterato da preconcetti o dai nostri particolari punti di vista. Non siamo capaci di ascoltare direttamente, con semplicità; in noi l'ascolto avviene sempre attraverso lo schermo dei nostri pensieri, delle nostre impressioni, dei nostri pregiudizi...
Per poter ascoltare ci deve essere calma dentro di noi, un'attenzione distesa, e non deve esserci il minimo sforzo tendente ad acquisire qualcosa. Questo stato vigile e tuttavia passivo è in grado di ascoltare quello che è al di là dei significati delle parole.
Le parole portano confusione; sono solo un mezzo di comunicazione esteriore, ma per trovarsi al di là del rumore delle parole è necessario ascoltare in uno stato di vigile passività.
Coloro che amano sono capaci di ascoltare, ma è estremamente raro trovare chi sia capace di farlo. La maggior parte di noi è troppo occupata a raggiungere degli obiettivi, a ottenere dei risultati; stiamo sempre cercando di andare oltre, di conquistare qualcosa, così non siamo in grado di ascoltare.
Solo chi ascolta veramente può cogliere la melodia delle parole.
Jiddu Krishnamurti


venerdì 29 aprile 2016

ASCOLTARE SENZA SCHERMI - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Come ascoltate? Ascoltate attraverso le vostre proiezioni, le vostre ambizioni, i desideri, le paure, le angosce? Ascoltate solo quello che volete sentire, solo quello che vi soddisfa o che vi lusinga? Ascoltate solo quello che vi conforta e che attenua momentaneamente la vostra sofferenza?
Se ascoltate attraverso lo schermo dei vostri desideri è ovvio che state ascoltando solo la vostra voce: state ascoltando solo i vostri desideri.
Ma esiste un altro modo di ascoltare? Non è forse importante scoprire come si possa ascoltare, non solo quello che dicono gli altri, ma qualunque cosa: il rumore della strada, il cinguettio degli uccelli, lo sferragliare del tram, il fragore delle onde, la voce di vostro marito o di vostra moglie o quella dei vostri amici, il pianto di un bambino?
Ascoltare diventa importante quando smettiamo di proiettare i nostri desideri. Possiamo mettere da parte tutti gli schermi che ci impediscono di ascoltare veramente?
Jiddu Krishnamurti


giovedì 28 aprile 2016

SAPER ASCOLTARE - Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Vi siete mai seduti in silenzio senza fermare l'attenzione su una cosa qualsiasi, senza fare il minimo sforzo per concentrarvi, con una mente davvero calma? Se lo fate, potete ascoltare i rumori lontani e quelli vicinissimi a voi: siete in contatto coi suoni.
Allora state veramente ascoltando. La vostra mente non si limita a funzionare attraverso un solo insufficiente canale. Quando ascoltate in questo modo, con grande tranquillità, senza sforzo, scoprite che dentro di voi avviene un cambiamento straordinario, un cambiamento che non dipende dalla vostra volontà e che si produce senza che voi lo chiediate; è un cambiamento che porta con sé l'immensa bellezza di una percezione profonda.
Jiddu Krishnamurti


mercoledì 27 aprile 2016

IL MODO IN CUI ASCOLTIAMO – Jiddu Krishnamurti (1895-1986)


Non so se avete mai preso in esame il modo in cui ascoltate, non importa che cosa, se il canto di un uccello, il vento tra le foglie, lo scorrere dell’acqua impetuosa o come ascoltate un dialogo con voi stessi, o nelle conversazioni con gli amici intimi, con vostra moglie o vostro marito.
Quando tentiamo di ascoltare, lo troviamo estremamente difficile, perché proiettiamo sempre le nostre opinioni e idee, i nostri pregiudizi, i contesti da cui proveniamo, le nostre inclinazioni, i nostri impulsi; quando sono questi elementi a dominare, ascoltiamo a mala pena quello che viene detto.
Questa condizione non ha alcun valore.
E’ solo ascoltando che uno impara, solo in uno stato di attenzione, in uno stato di silenzio in cui tutto questo contesto è sospeso, è quieto.
Solo allora, credo, è possibile comunicare...
La vera comunicazione... può avvenire solo quando c'è silenzio.

Jiddu Krishnamurti

sabato 28 novembre 2015

TACERE – Mariapia Veladiano


Ogni volta che c'è da ascoltare. Silenzio necessario per captare suoni anche lontani, richiami a cui accorrere, passi di qualcuno che è atteso, e potergli andare incontro, preparare per lui il nostro spazio.
O per non perdere parole che a volte appena muovono l'aria. Parole che rovesciano la nostra storia, o la sua.
Anche quando non si ha niente da dire si deve tacere. Sulla persona che nemmeno conosco, ma so ogni cosa, arrivata dal parlare di chi a sua volta nulla conosceva, ma non ha taciuto. E allora tutto può essere detto e chi ferma il fiume delle parole ormai scagliate?
E poi tacere quando c'è da conservare un segreto. Consegna di sé. Chi sa oggi tenere i segreti?
E davanti alla tragedia. Per sentire il morbido passaggio delle schiere di angeli che corrono, a salvare un bambino, e non sappiamo perché non li salvano tutti. E quindi tacere anche davanti al mistero assurdo e supremo della morte che ci scappa incompiuta. Per non dire parole superbe e sentire se forse una Parola arriva, di consolazione e promessa: ci sono, sono qui, risorto come tutti risorgono.
Tacere per sentire il suono della Parola che leggo.
Per ascoltare il suono del proprio esistere.
Per custodire verità che possono far crocifiggere.
Ma quando la nostra parola attesa può salvare, guai a noi per il nostro tacere.
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, p. 62-63.


martedì 10 marzo 2015

SILENZIO E ASCOLTO - Pierre Durrande


Silenzio e ascolto si richiamano reciprocamente. Il silenzio è l’inizio dell’ascolto, ma l’ascolto a sua volta ci rende a poco a poco silenziosi, fa tacere in noi quello che ci impedisce di sentire, a cominciare dal rumore della nostra agitazione permanente.
Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, p. 53


lunedì 9 marzo 2015

IL SILENZIO - Pierre Durrande


Il silenzio non è assenza di rumore, ma possibilità di recepire i suoni che portano al significato.

Pierre Durrande, L’arte di educare alla vita, p. 55

lunedì 2 marzo 2015

IL VECCHIO GUFO - Comunità di Bose


Sopra una vecchia quercia 
c'era un vecchio gufo,
più sapeva e più taceva,
più taceva e più sapeva.

lunedì 26 maggio 2014

E POI C’E’ QUELLA COSA MERAVIGLIOSA - Franco Marcoaldi


E poi c'è quella cosa meravigliosa

che è il silenzio. C'è quello spazio

tempo vuoto e denso che lascia

tutto com'è, impregiudicato:

prima del prima e dopo il dopo,

grembo dell'infinito nulla

e del creato.


Franco Marcoaldi

domenica 8 settembre 2013

DEL TEMPO PER ME - Seneca (4 a.C - 65)


Quando qualcosa colpisce il mio animo non avvezzo a essere urtato, quando mi si presenta qualche situazione spiacevole, come ce ne sono molte nella vita di ognuno, o di quelle che procedono poco agevolmente, oppure occupazioni di non gran conto mi richiedono troppo tempo, mi concedo del tempo per me e, come succede anche ai greggi stanchi, tomo più velocemente verso casa.
Mi piace chiudere la vita tra le sue pareti: "Che nessuno ci porti via alcun giorno, dato che non potrà renderci nulla che sia degno di tanta perdita; l'animo stia con se stesso, si coltivi, non si dedichi a nulla di esterno, a nulla che attenda il giudizio di altri; si cerchi una tranquillità priva di tormenti pubblici e privati".

Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65), La tranquillità dell’animo

venerdì 24 maggio 2013

FA SUSSULTARE E SVUOTA - Erri De Luca



Mi fermai a guardarla. Il vestito bianco, una margheritina all’orecchio, odore diverso da quello delle mandorle, la fissavo, lo sguardo inceppato su di lei. Fu la prima notizia certa della bellezza femminile. Non sta sopra le copertine dei giornali, delle passerelle, sullo schermo, sta invece all’improvviso accanto. Fa sussultare e svuota. Restai così.
“Mi ascolti o mi guardi?”
Non so come mi usci di dire: “Posso scegliere?”

Erri De Luca
, I pesci non chiudono gli occhi

domenica 3 marzo 2013

LA VECCHIA ZIA ADA - Gianni Rodari (1920-1980)



La vecchia zia Ada, quando fu molto vecchia, andò ad abitare al ricovero dei vecchi, in una stanzina con tre letti, dove già stavano due vecchine, vecchie quanto lei. La vecchia zia Ada si scelse subito una poltroncina accanto alla finestra e sbriciolò un biscotto secco sul davanzale.
- Brava, così verranno le formiche, - dissero le altre due vecchine, stizzite.
Invece dal giardino del ricovero venne un uccellino, beccò di gusto il biscotto e volò via.
- Ecco, - borbottarono le vecchine, - che cosa ci avete guadagnato? Ha beccato ed è volato via. Proprio come i nostri figli che se ne sono andati per il mondo, chissà dove, e di noi che li abbiamo allevati non si ricordano più.
La vecchia zia Ada non disse nulla, ma tutte le mattine sbriciolava un biscotto sul davanzale e l'uccellino veniva a beccarlo, sempre alla stessa ora, puntuale come un pensionante, e se non era pronto bisognava vedere come si innervosiva.
Dopo qualche tempo l'uccellino portò anche i suoi piccoli, perché aveva fatto il nido e gliene erano nati quattro, e anche loro beccarono di gusto il biscotto della vecchia zia Ada, e venivano tutte le mattine, e se non lo trovavano facevano un gran chiasso.
- Ci sono i vostri uccellini, - dicevano allora le vecchine alla vecchia zia Ada, con un po' d'invidia. E lei correva, per modo di dire, a passettini passettini, fino al suo cassettone, scovava un biscotto secco tra il cartoccio del caffè e quello delle caramelle all'anice e intanto diceva:
- Pazienza, pazienza, sono qui che arrivo.
- Eh, - mormoravano le altre vecchine, - se bastasse mettere un biscotto sul davanzale per far tornare i nostri figli. E i vostri, zia Ada, dove sono i vostri?
La vecchia zia Ada non lo sapeva più: forse in Austria, forse in Australia; ma non si lasciava confondere, spezzava il biscotto agli uccellini e diceva loro: - Mangiate, su, mangiate, altrimenti non avrete abbastanza forza per volare.
E quando avevano finito di beccare il biscotto: - Su, andate, andate. Cosa aspettate ancora? Le ali sono fatte per volare.
Le vecchine crollavano il capo e pensavano che la vecchia zia Ada fosse un po' matta, perché vecchia e povera com'era aveva ancora qualcosa da regalare e non pretendeva nemmeno che le dicessero grazie.
Poi la vecchia zia Ada morì, e i suoi figli lo seppero solo dopo un bel po' di tempo, e non valeva più la pena di mettersi in viaggio per il funerale. Ma gli uccellini tornarono per tutto l'inverno sul davanzale della finestra e protestavano perché la vecchia zia Ada non aveva preparato il biscotto.
Gianni Rodari, Favole al telefono, p. 61-62

mercoledì 13 febbraio 2013

HO BISOGNO DI SILENZIO - Alda Merini (1931-2009)



Ho bisogno di silenzio
come te che leggi col pensiero
non ad alta voce
il suono della mia stessa voce
adesso sarebbe rumore
non parole ma solo rumore fastidioso
che mi distrae dal pensare.

Ho bisogno di silenzio
esco e per strada le solite persone
che conoscono la mia parlantina

disorientate dal mio rapido buongiorno
chissà, forse pensano che ho fretta.

Invece ho solo bisogno di silenzio
tanto ho parlato, troppo
è arrivato il tempo di tacere
di raccogliere i pensieri
allegri, tristi, dolci, amari,
ce ne sono tanti dentro ognuno di noi.

Gli amici veri, pochi, uno?
sanno ascoltare anche il silenzio,
sanno aspettare, capire.

Chi di parole da me ne ha avute tante
e non ne vuole più,
ha bisogno, come me, di silenzio.
Alda Merini

martedì 13 novembre 2012

MA IL PEGGIO DI TUTTO E' LA TELEVISIONE - Carl Gustav Jung (1875-1961)


Le tensioni e lo stress della vita moderna hanno influito a tal punto sulla psiche dell’uomo di oggi che in molti paesi l’incapacità di concentrazione dei bambini ha raggiunto livelli allarmanti. Alcuni insegnanti mi hanno chiesto come mai non riescono più a completare i programmi. I ragazzi, dicono, sembrano incapaci di concentrarsi. Io ho risposto che è colpa del cinema, della radio, della televisione, del rombo continuo delle automobili e degli aerei. Sono tutte cose che distraggono l’attenzione.
 Ma il peggio di tutto è la televisione.
Jung parla [1955], p. 316-317

venerdì 9 novembre 2012

STRADE PULITE - Silvano Agosti



“Ho notato che nelle vie delle vostre città ci sono poche automobili e nessun mezzo pesante o furgone.”
“Qui da noi, le consegne delle merci ai negozi e ai ristoranti, avvengono a notte fonda, quando le strade sono deserte. I veicoli da trasporto sono elettrici e non fanno alcun rumore”.
Il mio accompagnatore d’improvviso si allontana, apre una sorta di piccolo armadio dipinto di arancione, estrae una scopa e un minuscolo raccoglitore e spazza una parte del marciapiede.
Mi rendo conto che all’esterno di ogni palazzo o abitazione c’è questo minuscolo armadio arancione. “Fa parte della ginnastica quotidiana, indispensabile per sciogliere i muscoli. Chiunque noti per terra una qualche sporcizia, apre l’armadio e dà il suo contributo.”
Ecco come si spiega l’incredibile nitore di queste strade e di queste piazze.
Silvano Agosti, Lettere dalla Kirghisia, dalla Quarta lettera
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