Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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lunedì 16 gennaio 2017

DOPO LA CAMPANA DI VETRO – Patrizia Malachin


Al di là della perfezione, ci sentiamo tutti vuoti, perché avremmo bisogno di uno piccolo spazio  intermedio per far fluire la fantasia, le idee e soprattutto la "libertà" per dar vita alla spontaneità, all'istintività, alla creatività.
Se si perde di mira il grande l'obiettivo di educare, a scapito della sicurezza e della responsabilità e a fronte di non incappare in errori e rischi, allora non si sta lavorando per amore e passione, ma si sta bivaccando.
Il più grande errore che possa commettere un educatore è deludere il proprio educando.

Patrizia Malachin

venerdì 16 settembre 2016

CHI HA PAURA DEL MONDO CATTIVO – Mariapia Veladiano


II pomeriggio del secondo giorno di scuola il genitore di un bambino di prima elementare telefona al preside e gli dice: «Oggi sul pulmino un compagno di mio figlio lo ha spinto. Per questa volta le telefono, la prossima volta le mando gli avvocati». Alla fine di un Consiglio di istituto dedicato ad approvare il piano di sicurezza della scuola il preside ringrazia e saluta una rappresentante dei genitori la cui figlia di quinta superiore sta partendo per un viaggio di istruzione a Berlino: «Ormai sua figlia e i suoi compagni sono maggiorenni e un po' di responsabilità le condividiamo con loro», dice. «Eh no!», risponde la signora. «Se capita qualcosa la colpa è vostra».
Scuola a responsabilità illimitata. La preside di Bergamo che chiede ai genitori di venire a prendere i figli adolescenti alla fine delle lezioni solleva un problema verissimo. Dove arriva la culpa in vigilando della scuola? All'aula, ai bagni, sul pulmino, fino a casa, fino a diciotto anni e fino a Berlino? Ci sono sentenze che dicono di sì. Per la legge la scuola deve provvedere alla sorveglianza dei minorenni "fino al subentro reale o potenziale dei genitori".
Qui c'è un conflitto gigantesco con l'obiettivo primo dell'educazione che è la crescita dell'autonomia personale dei ragazzi ma è talmente cambiata la percezione della sicurezza rispetto a un passato vicino che si vive ( ansiosamente) la scissione: i figli tornano di notte a tutte le ore ma li si consegna alla scuola come a una teca iperprotettiva.
Il livello di rischio del mondo esterno è oggettivamente aumentato. Abbiamo accettato città e paesi costruiti per il traffico e il commercio e né bambini né adulti hanno vita facile. Tutti abbiamo paura e i genitori chiedono alla scuola quella sicurezza che sentono impossibile. Ma è un'illusione crudelissima quella che affida la sicurezza al controllo, che si tratti di insegnanti, poliziotti o telecamere.
La vita è altamente intollerabile se non la si vive in una condivisione di fiducia reciproca e di responsabilità. Esiste una responsabilità in educando, che è anche e soprattutto dei genitori, esiste la fiducia di cui tutti, i figli soprattutto ma anche la scuola, hanno bisogno. E insieme esiste il rischio che rimane dopo aver eliminato quello che dipende dalle nostre scelte sociali, amministrative, culturali.
Però la vita è altamente intollerabile anche se non la si prende almeno un poco all'ingrosso. Cioè così come sta, con il suo essere tremenda e bellissima, spesso le due cose insieme, a volte in sequenza troppo ravvicinata.
Forse la preoccupazione ci fa sentire genitori migliori. La paura riempie bene la vita, copre i sensi di colpa per il tempo non dedicato, per lo sguardo mancato, per lo sgomento di non saper capire o di non poter proprio capire e la paura è più rassicurante dell'impotenza. Ma la paura non è una fatalità da accettare come la grandine che quando cade cade. È anche il risultato di un mondo al quale abbiamo permesso di essere più pericoloso del necessario.
Chiunque sia stato in visita alle scuole olandesi (e danesi e tedesche) ha visto la mattina arrivare sciami di studenti in bicicletta, colorati nei loro impermeabili, li ha visti riporre scarpe e stivali negli armadietti, fare lezione e ripartire alla fine della giornata di scuola. Possono essere rapiti durante il tragitto. Sì, ma si muovono insieme, il rischio è minore. Possono fare un incidente. Sì, ma il gruppo rende più sicuri e viaggiano sulle ciclabili. Possono ammalarsi per la pioggia. Sì, ma molto molto meno dei nostri figli che passano dal letto all'aula dentro un suv preriscaldato. E poi in questo andare nell'aria del mattino forse sperimentano qualcosa del loro poter essere liberi.
Mariapia Veladiano, Chi ha paura del mondo cattivo, “La Repubblica”, 13 settembre 2016


lunedì 12 settembre 2016

46. I NUMERI PRIMI – Francesco Callegari


“Tutti i numeri primi sono dispari, ma non tutti i numeri dispari sono primi!”, acclamavano a gran voce le due prof di matematica mentre correggevano - non senza qualche sana controversia - le prove Invalsi dell’esame di terza media.
Al sentirle, mi è venuto in mente il famoso sillogismo di Socrate e mi sono perso nelle analogie con il nostro lavoro. Come funziona? Vediamo. “Tutti gli insegnanti sono bravi, Teresina è un’insegnante, dunque è brava”. Mmmmm… No, così non va, e non funziona nemmeno l’inverso, perché non tutti i bravi diventano insegnanti. Ma, sicuramente ce ne sono tanti di insegnanti bravi. Chissà se esiste una regola per trovarli, come per i numeri primi.
Provo a cercarla, passando in rassegna tutti i “numeri primi” che ho incontrato come studente, quelli che ho avuto come colleghi mentre insegnavo e quelli che incrocio ogni giorno come dirigente scolastico. Quali sono le caratteristiche degli insegnanti che rammento con gioia? Hanno qualcosa in comune? 
Al momento, non mi è chiaro. Provo allora a prendere la questione da lontano. Sono le lauree con 110 e lode, i master, i corsi, le specializzazioni o i libri pubblicati che mi convincono? Se ripenso alla maestra Antonietta, il primo “numero primo” che ho incontrato nella mia vita scolastica, più mamma che docente, devo certamente rispondere no.  E in prima media, il giovanissimo Alberto Abati, molto probabilmente ancora supplente, che arrivava in classe sempre in abito grigio e cravatta, con la sua cartella povera di carte, ma ricolma di tanta passione. E la professoressa Cristante di latino, donna minuta di fisico, ma grande di cuore. Questi, che ricordo ancor oggi dopo tanti anni, sono stati per me dei bravi insegnanti, anche se non erano dei luminari nella loro disciplina.
Sicuramente però erano delle belle persone. Spiegare cosa significhi esattamente essere una “bella persona” non mi è facile, ma sarebbe importante in quanto ci avvicinerebbe alla scoperta della regola dei “numeri primi” e avremmo un sillogismo che funziona così: “Tutti i bravi insegnanti sono belle persone, ma non tutte le belle persone sono insegnanti”. Se riusciamo a individuare le caratteristiche generali delle belle persone, questi caratteri apparterranno necessariamente anche a coloro che fanno parte del gruppo dei bravi insegnanti.
Carl Rogers, uno psicoterapeuta americano vissuto nel secolo scorso, scriveva:
 “Quando qualcuno ti ascolta davvero senza giudicarti, senza cercare di prendersi la responsabilità per te, senza cercare di plasmarti, ti senti tremendamente bene. Quando sei stato ascoltato e udito, sei in grado di percepire il tuo mondo in modo nuovo e andare avanti. E’ sorprendente il modo in cui problemi che sembravano insolubili diventano risolvibili quando qualcuno ti ascolta. Quando si viene ascoltati e intesi, situazioni confuse che sembravano irrimediabili si trasformano in ruscelli che scorrono relativamente limpidi”.
Ecco, questo è, più o meno, ciò che io ho provato, e provo tuttora, di fronte a persone che definisco “belle”. Sono persone che sanno ascoltare senza giudicare, che sanno mettersi nei panni degli altri, che sanno vedere le cose dal mio punto di vista e che, per questo, mi rispettano. Anche gli insegnanti che considero bravi, hanno tutti questa caratteristica comune: la capacità di ascoltare i propri allievi, mettersi nei loro panni, vedere le cose dal loro punto di vista. Ecco, cosa scriveva Jacob Levi Moreno, un importante psicologo di origine rumena:
E quando tu sarai vicino:
io prenderò i tuoi occhi,
e li metterò al posto dei miei,
e tu prenderai i miei occhi
e li metterai al posto dei tuoi.
Così io guarderò te con i tuoi occhi
e tu guarderai me con i miei.

La maestra Antonietta mi guardava attraverso i miei occhi. E io stavo bene con lei. E imparavo. Forse è questa la caratteristica di tutti gli insegnanti che hanno lasciato un segno in me.  
Auguro a tutti gli insegnanti di essere dei “numeri primi” per gli allievi che incontreranno quest’anno e in tutta la loro carriera.

Francesco Callegari
12 settembre 2016, inizio d’anno scolastico

sabato 10 settembre 2016

L’INSEGNANTE E’ COME UN AGENTE DI VIAGGI - Marshall Rosenberg (1934-2015)


Alcuni insegnanti mi hanno espresso una diversa preoccupazione: il timore che affidare a uno studente il compito di insegnare stimoli la competizione, in quanto ciò darebbe maggior potere a questo studente. Ma, in una classe in cui gli obiettivi di apprendimento sono diversi, in cui non c’è una gerarchia di voti, è possibile che uno studente possa insegnare un certo argomento, ma abbia bisogno di essere aiutato in un altro, e quindi che offra e riceva aiuto contemporaneamente.
Per descrivere una classe di questo tipo mi piace fare un’analogia tra l’insegnante e un agente di viaggi, e tra gli studenti e i viaggiatori, forse perché viaggio molto e parlo spesso con le agenzie di viaggi.
Un agente di viaggi non mi dice dove devo andare, però a volte, se gli spiego quali sono le mie esigenze, può consigliarmi qualche località che non conosco o a cui non avevo pensato. Analogalmente, l’insegnante può offrire consigli, incoraggiare, ma non dice agli studenti dove devono andare. E uno studente/viaggiatore può raccontare a un altro di essere stato in un posto meraviglioso e invogliarlo ad andarci anche lui.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 139-140


giovedì 30 giugno 2016

LA BUONA SCUOLA E’ SENZA CIRCOLARI 4/4 – Giorgio Israel (1945-2015)


Molti altri rilievi possono essere fatti, in particolare per quel che riguarda l’esplicita tendenza a ridurre lo spazio delle discipline tradizionali (matematica, storia, scienze, ecc.) a favore di altre competenze digitali e linguistiche e attività pomeridiane extra-curricolari che dovrebbero essere anche la via privilegiata affinché un insegnante consegua i migliori giudizi.
Ci fermiamo qui perché ce n’è abbastanza per capire che non è ammissibile ristrutturare da cima a fondo la scuola italiana secondo principi discutibili e mai realmente discussi, secondo un’idea inesistente di valutazione e, per giunta, per via di circolari autoritarie.
A questo punto, una scelta ragionevole sarebbe quella di procedere esclusivamente a un decreto per l’assunzione dei precari (visto che l’Europa ce lo chiede perentoriamente) e accantonare tutto il resto, per una approfondita, seria e costruttiva riflessione, gestita dalla politica assieme ai competenti in materia, arrestando una buona volta il diluvio delle circolari che frustra e umilia il lavoro dei migliori insegnanti.
Giorgio Israel, Blog di Giorgio Israel, 20 giugno 2015


mercoledì 29 giugno 2016

LA BUONA SCUOLA E’ SENZA CIRCOLARI 3/4 – Giorgio Israel (1945-2015)


Ma è ancor più indicativo della situazione, guardare al merito di quel che il ministero fa piovere sulle scuole con le sue circolari. Limitiamoci a un solo esempio: la certificazione delle competenze per la scuola primaria e il primo ciclo. Lasciando perdere le elefantiache linee guida, diamo un’occhiata al modello di certificazione.
La prima cosa che colpisce è che gli unici livelli di competenza ammessi sono quattro: avanzato, intermedio, base, iniziale. Quest’ultimo significa: «L’alunno/a, se opportunamente guidato/a, svolge compiti semplici in situazioni note». In altri termini, l’insufficienza è abolita per decreto: non esiste chi non possa conseguire un livello “iniziale”.
Chi conosca un minimo la cucina del pedagogismo costruttivista sa che una simile bizzarra visione corrisponde all’idea di una scuola imperniata sull’idea del “successo formativo garantito”. Trattasi di una visione discutibile, e mai discussa e approvata formalmente in alcuna sede. È un autentico abuso che essa passi coercitivamente attraverso circolari.
Quando poi si passa all’osservazione del merito delle competenze c’è da trasecolare. Tra le competenze sociali e civiche spicca la capacità di «collaborare per la costruzione del bene comune» e l’«osservanza di un sano e corretto stile di vita». Ma chi, e con quale diritto può definire per decreto cosa sia «il bene comune» e un «sano e corretto stile di vita»?
Concediamo che il liberalismo espresso nel celebre aforisma di John Stuart Mill – «ciascuno è l’unico autentico guardiano della propria salute sia fisica sia mentale e spirituale» – sia invecchiato. Ma qui siamo fuori da ogni liberalismo, per entrare in un dirigismo che evoca forme di gestione totalitaria degli individui. Che dire poi, quando nelle competenze del primo ciclo si prescrive al soggetto «attenzione per le funzioni pubbliche alle quali partecipa», persino nelle «occasioni rituali nelle comunità che frequenta». In sostanza, il ministero s’impiccia che lo studente osservi rispettosamente il catechismo (cattolico), o altri sistemi rituali se di altra religione… Ogni commento dovrebbe essere superfluo.
Giorgio Israel, Blog di Giorgio Israel, 20 giugno 2015


martedì 28 giugno 2016

LA BUONA SCUOLA E’ SENZA CIRCOLARI 2/4 – Giorgio Israel (1945-2015)


Non è quindi da stupirsi se, in assenza di idee sia pur vaghe di cosa intendere per valutazione, ci si sia appigliati all’idea di trasformare la figura del dirigente scolastico in un valutatore autonomo e autocratico, un punto singolare nel sistema scolastico, dotato di poteri incompatibili con un sistema democratico dove tutto è regolato da pesi e contrappesi.
Era inevitabile che una simile scelta suscitasse aspre reazioni. Ad esse è seguito un coacervo di proposte riduttive […].
Per rendere più accettabile il ruolo attribuito al preside si parla di trasformarlo in “leader educativo” il che implicherebbe meno burocrazia e più attenzione alla vita scolastica. Ma qui siamo fuori della realtà: mai la scuola è stata sommersa come ora da un’invadente, soffocante burocrazia imposta dal ministero attraverso un diluvio di circolari.
Tutti sanno che uno dei problemi principali di questo paese è la presenza nei ministeri di un’alta burocrazia che agisce in modo autonomo dalla politica. Forse in nessun ministero come quello dell’istruzione questa autonomia ha raggiunto simili livelli. Chi abbia frequentato anche per poco i corridoi di Viale Trastevere sa che la formula circolante è «i ministri passano, noi restiamo e siamo l’architrave del sistema». Del resto, lo si è visto in questi giorni: mentre la legge non è stata ancora approvata, il ministero ne ha già predisposto le procedure attuative.
Giorgio Israel, Blog di Giorgio Israel, 20 giugno 2015


lunedì 27 giugno 2016

LA BUONA SCUOLA E’ SENZA CIRCOLARI 1/4 – Giorgio Israel (1945-2015)


La chiave del progetto è di ristrutturare una scuola di matrice statalista sul concetto di autonomia. Questo comporta un cambiamento radicale che pare che molti non abbiano compreso: il giudizio sui rendimenti dell’istituzione non compete più in modo esclusivo al ministero – che dovrebbe attenersi a una funzione di servizio – ma all’istituzione medesima.
In sostanza, l’autonomia non è pensabile se non con una precisa strutturazione di un sistema di valutazione rigoroso e trasparente. Sembra che tutti siano d’accordo, anzi uno dei motivi dominanti del testo è il continuo ricorso al termine “valutazione”, come se fosse un’ovvietà, e invece non lo è affatto. Sono anni che in Italia se ne parla senza concludere nulla. Le vie possibili sono due.
La prima è affidarsi a metodi quantitativi di carattere statistico, mediante test: non soltanto siamo lontanissimi dall’avere strutture adeguate a un simile approccio ma, nei paesi che l’hanno implementato o a livello europeo e internazionale, è soggetto a crescenti critiche.
La seconda via è quella delle ispezioni, non gestite alla vecchia maniera ministeriale, altrimenti sarebbe vano parlare di autonomia. Nel Regno Unito esiste un’istituzione ispettiva esterna e autonoma (Ofsted) che tuttavia è stata duramente criticata per il suo carattere autoreferenziale e senza controlli. L’altra via è quella di una valutazione ispettiva interna al sistema scuola, che coinvolga tutte le componenti, assumendo il principio che sono i pari (con l’aggiunta di qualche istanza superiore) a poter giudicare e aprire così un confronto che sia origine di una crescita culturale; e non istanze esterne, se non da consultare come elementi per la formulazione di un giudizio, e ciò per il motivo che la scuola non è un’impresa basata sulla “customer satisfaction”. Per far questo, occorrerebbe una precisa strutturazione del sistema ispettivo e nulla è stato fatto di serio in questa direzione.
Nell’assoluta vaghezza che circonda il termina “valutazione” è inquietante sentir dire che “poi si valuterà” rinviando la definizione di questo intervento a tempi e modi fumosi.
Giorgio Israel, Blog di Giorgio Israel, 20 giugno 2015


domenica 27 settembre 2015

43. UNA LEZIONE TRA LE SBARRE – Francesco Callegari


Il mio primo incarico come dirigente l’ho ottenuto in una scuola media con annessa sezione carceraria. 
Una mattina di settembre del 2007, preside di fresca nomina, mi recai alla Casa di reclusione per far visita alla scuola del carcere. Già entrare all’interno del penitenziario non fu cosa di poco conto: cancelli, guardie e controlli si succedevano a ogni piè sospinto e io pensavo che se era così difficile entrare, quanto complicato sarebbe stato l’uscirne? Finalmente giunto alla zona delle aule, nel cuore del carcere dove nemmeno gli avvocati avevano accesso, i prof mi presentarono gli allievi uno dopo l'altro indicandomi tutte le attività che stavano svolgendo e sottolineandone i progressi scolastici e i molteplici interessi. Tutti gli allievi, adulti fatti, mi venivano presentati come i “loro ragazzi”, allievi "normali", con i loro pregi e anche con i soliti difetti di chi talvolta ha poca voglia di studiare e marina volentieri le lezioni. 
Ma, mi chiedevo, se erano lì, tanto normali non dovevano essere. Non stiamo parlando di un carcere che accoglie ladruncoli di strada, ma di una Casa di reclusione regionale che rinchiude mafiosi del 41 bis, pedofili e pluriomicidi. E così, durante il consiglio di classe, io candidamente cominciai a chiedere ai professori i motivi delle condanne, e per quanti anni, e se erano pericolosi, e tutte queste cose. 
Le mie domande caddero in un silenzio imbarazzato. 
Con semplicità, mi spiegarono che loro non avevano la minima idea dei delitti di cui i loro allievi si erano macchiati, e non volevano conoscere nulla della loro storia passata per non essere influenzati nel loro lavoro qui e ora. Non erano sprovveduti e sapevano benissimo di non avere a che fare con gli angioletti dell'acquasantiera, ma non volevano correre il rischio di entrare nel vortice nefasto della profezia che si autoavvera. Il loro lavoro era quello di insegnare alle persone che avevano di fronte in quel preciso momento, e solo se la loro mente e il loro cuore fossero stati liberi da pregiudizi ci sarebbero riusciti. 
Non sto parlando di insegnanti speciali, con chissà quali specifiche competenze, sto parlando di normali professori, che però avevano compreso profondamente ciò che io, allora, non avevo ancora capito.
Da quel momento, ho amato quegli insegnanti e ho continuato ad ammirarli come si ammirano gli eroi nascosti che fanno il loro dovere, con la testa e con il cuore, ogni giorno.  
Per me, è stata una lezione grandissima, che non dimenticherò mai. Ve la dono, affinché sia anche per voi motivo di esempio e di riflessione.   
27 settembre 2015



venerdì 22 maggio 2015

LA VALUTAZIONE DEI DOCENTI


Come quel parroco che confessa ogni giorno, sempre e comunque, tutti i suoi fedeli, ma non ha ancora trovato nessuno abbastanza competente per ascoltare i suoi peccati.

sabato 2 maggio 2015

PUNTO DI VISTA N. 5 – Giancarlo Pretto


RAGIONE IN SCIOPERO

Si discute e sciopera in questi giorni nella scuola intorno a quanto ampia debba essere la platea degli assunti, e ai poteri dei presidi.
Il disegno di legge, sul secondo argomento e all’art.7, dice solo: “il dirigente scolastico propone gli incarichi di docenza...”, con effetto sui prossimi assunti e poi su coloro che in futuro chiederanno il trasferimento. I docenti di ruolo che vorranno muoversi non potranno più farlo semplicemente confidando sulla anzianità, com’è ora, ma su una proposta arrivata da una (o molte) scuole, una chiamata.
Conta poco sapere se le proposte dalle scuole possano essere più o meno meditate o ‘indecenti’, e può ben essere affievolita in legge la responsabilità univoca del dirigente scolastico. Perché secondo me il punto critico è un altro: a contare ora per il suo trasferimento non sarebbe più la sola volontà del docente. Diventa invece dirimente la sua reputazione, cioè quello che può confermare di saper fare e di aver fatto nella didattica, e quali elementi di valore siano presenti nella sua formazione, il curriculum e l’opinione.
A me pare che sia questa radicale trasformazione a irrigidire il corpo docente italiano oggi - che la intuisce più che capirla -, e non a torto: i più forse temono di patire in obliquo, e magari per la prima volta, la valutazione professionale. 
Perché una cosa è non ottenere il trasferimento richiesto per angheria di impersonale e ingrata graduatoria, o per aver sbagliato i tempi dell'agguato; altra cosa perché, visto pressappoco chi sei, nessuno ti chiama.
Dunque, mi pare si possa noi transigere su chi declami la proposta, se il preside o un coro, purché al chiedente sia richiesto di esporsi alla voce, e non di acquisire lui movimento in prevalenza per via dell’età.
Giancarlo Pretto, dirigente scolastico

giovedì 30 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 4 – Alex Corlazzoli


PRECARI A VITA

Caro collega precario, sei pronto? Ora tocca a te cercare il preside amico per farti assumere e tenerti per più di tre anni nella stessa scuola. Il premier Matteo Renzi ti aveva avvertito: basta graduatorie. Sarà così, non preoccuparti: il 28 di agosto non andrai più all’ufficio scolastico provinciale. Non dovrai più fare la coda all’happening del precario. Non sarai più un numero. Finirai in un albo e una sola persona, il dirigente, ti sceglierà. Ancora non si è ben capito sulla base di quali criteri ma non ti preoccupare: il preside li dovrà pubblicizzare. Lo dice il comma 3 dell’articolo 7 del disegno di legge che finirà nelle mani del parlamento. E una volta finito nelle mani di quel preside, zitto e mosca: sarai un operaio alla catena di montaggio dell’industria dell’istruzione.
Non metterti in testa di avere come datori di lavoro i tuoi bambini, d’ora in poi sarà il “sciur padrun” dell’ufficio di presidenza a decidere se andrai bene nella ditta della scuola.
Un consiglio: procurati tre almanacchi, a partire dalla data dell’assunzione perché ogni anno che passa dovrai ringraziare il buon Dio e il terzo anno dovrai accendere un cerino al santo preside perché sarà lui ogni tre a decidere se sarai da rinnovare o da rottamare.
Ora non mettiamoci a lamentarci: il posto fisso in una scuola non è un nostro diritto. E nemmeno la continuità didattica su una classe lo può essere.
Finalmente diventeremo tutti interinali. Saremo a tempo. Potremo scadere. Chissà forse nasceranno delle agenzie anche per noi: “Offresi posto da professore di matematica nella ditta della scuola di Monza. Contratto immediato, durata tre anni”. Renzi è riuscito a renderci precari a vita. Saremo dei nomadi: passeremo da paese in paese, da scuola in scuola. Dovremo procurarci delle carovane per casa.
Funzionerà tutto alla perfezione: se sei un professore di Mantova, e nell’albo territoriale della tua zona, non ci sarà più posto per te, andrai a lavorare a Livigno se il dirigente di quella città ti pescherà dall’albo.
Avevo immaginato una chiamata diretta. Avevo sognato, come in ogni colloquio di lavoro, un responsabile delle risorse umane o un collegio di persone che mi avrebbe chiamato, chiesto di presentare un curriculum, conosciuto per poi affidarmi a quella scuola e crescere all’interno di quella comunità. Speravo di non avere a che fare con un contratto a tempo e un “padrone” ma di essere licenziato qualora avessi dimostrato di non saper fare il mio lavoro.
Avevo immaginato una scuola dove l’insegnante avrebbe potuto godere veramente di prestigio, di dignità, di rispetto. E invece, ora, ci sentiremo tutti più precari. Ci sentiremo come l’insegnante di “Baradel” che cantava Enzo Maolucci nell’ “Industria dell’obbligo”: “Il preside dagli occhi morali di chi non fa mai l’amore ha controllato temi e registri vari e ha deciso che così non va. Io me ne frego Baradel però ti dico chi comanda”.

martedì 28 aprile 2015

PUNTO DI VISTA N. 2 – Luigi Berlinguer


IL VECCHIO CONFLITTO TRA SCUOLA STATALE E SCUOLA PRIVATA

"Non conosco le ultime decisioni, non so cosa farà il governo, ma è davvero arrivato il tempo di chiudere questo conflitto del Novecento: scuole statali contro private. Non esiste, non è più tra noi, ci ha fatto perdere tempo e risorse".

Luigi Berlinguer, nel marzo 2000 lei diede pari dignità alle scuole non di Stato, ma non diede risorse economiche alle private. Bisogna passare al finanziamento pubblico, ora?
"Basta guardarsi in giro e si scopre che l'insegnamento è pubblico, fortemente pubblico, ma può essere somministrato da scuole pubbliche, private, religiose, aconfessionali in una sana gara a chi insegna meglio".

Guardiamoci in giro, allora.
"L'Olanda fa gestire allo Stato solo il 30 per cento delle scuole, la Svezia ha passato la gestione ai comuni, l'Inghilterra ha ridotto sensibilmente la presenza statale, la Francia di Voltaire con la legge Debré ha impresso una linea diversa. L'Europa ha cambiato atteggiamento, in Italia siamo fermi alla confusione che scuola pubblica sia uguale a scuola statale".

Bisogna diradare le nebbie e riallinearsi?
"È il momento di rimeditare il tema rispettando il vincolo costituzionale: non è ammessa una pretesa al finanziamento statale, ma la nostra storica contrapposizione, Stato non Stato, è anti-europea e anti-moderna".

In un nuovo assetto quale deve essere, allora, il compito dello Stato.
“Deve assicurare gelosamente il rispetto delle condizioni di oggettività, neutralità e non faziosità dell'attività scolastica".

La contrapposizione ci ha tolto energie, diceva.
"Dobbiamo impegnare tutti i nostri sforzi per riformare profondamente l'impianto educativo italiano fermo al secolo scorso. E dobbiamo allargare il concetto di scuola".

A che cosa?
"Alla formazione e allo stesso lavoro. Oggi le funzioni educative non si possono limitare agli anni dell'infanzia e della giovinezza, devono coprire l'arco di una vita. Una cultura arcaica ed elitaria della scuola ha abbandonato al privato, spesso senza controllo, formazione e lavoro".

Il decreto del governo sembra arrivare a soccorrere scuole private in una crisi pesante.
"Dagli Anni cinquanta ad oggi gli istituti non statali si sono ridotti di tre quarti, in queste stagioni le famiglie faticano a pagare le duecento euro di retta mensili: uno sgravio si è fatto necessario ".

C'è un problema: diverse paritarie sono gestite da farabutti che regalano punti in graduatoria e non pagano gli insegnanti.
"Già la mia legge del Duemila prevedeva controlli seri, perché non si attuano? La liberale Olanda mette il naso ovunque, gli inglesi ogni due anni mandano ispezioni alle private. Iniziamo anche noi".



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