Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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sabato 26 dicembre 2015

CANTO DI NATALE – Mariapia Veladiano


È la vigilia di Natale, c’è la nebbia, è buio, fa freddo nel negozio, fa freddo nella strada ma il vero freddo è «il freddo che aveva dentro». «Gli gelava il viso, gli affilava il naso appuntito, gli raggrinziva le gote, ne induriva l’andatura, gli arrossava gli occhi, gli illividiva le labbra, si rivelava nella voce gracchiante. Una brina ghiacciata gli copriva il capo, sopracciglia e mento legnoso; ed egli portava sempre in giro con sé quella sua bassa temperatura, che gelava il suo ufficio anche nei giorni di canicola, e non saliva, sia pure di un grado, neanche al tempo di Natale».
Ebenezer Scrooge è il protagonista del Canto di Natale di Charles Dickens e trascorre i giorni della sua vita scalpellato in un suo egoismo così compatto che il freddo dell’inverno nemmeno lo sente perché lo emana in proprio lungo tutto l’arco dei mesi e insieme ostinatamente s’impegna a credere che scelta non ci sia, a credere che la vita sia così, questo furioso difendere il proprio tangibile bene, fatto di cose che non si usano per risparmiarle a se stesse, di case che non si riscaldano per accumulare in banca titoli che non si godono perché hanno la missione di aumentare, sempre di più, sempre di più.
Difendere le cose e insieme difendersi dai sentimenti, sia mai che costino un regalo o anche solo una gratitudine, spiffero di vita che ci invade. Per cui l’affetto del nipote ostinatamente cordiale è solo molesto. Ma bisogna difendersi soprattutto dai sensi, «perché un nonnulla basta a turbarli. Un piccolo imbarazzo di stomaco può renderli ingannevoli». Benevolenza da buona digestione, sia mai che dopo ci si debba pentire. E in questo generale totale assoluto viaggiare solo e diffidente, la visita del socio Marley, peraltro del tutto defunto da sette anni, cade inizialmente sotto l’accetta del sospetto, come tutte le relazioni della sua vita circoscritta, serrata, inchiavistellata.
Triste lui, rattristati quelli che gli stanno intorno, come si fa a non vedere? Come facciamo tutti a non vedere la nostra infelicità?
Il socio Jacob Marley che arriva dall’oltretomba carico di una catena da lui stesso costruita in vita, fatta di «chiavi, lucchetti e libri mastri», spiega a Scrooge come a un bambino che non vuol capire. È la vita circoscritta la colpa e la condanna insieme, il non essersi mai allontanato dall’ufficio, mai «oltre gli stretti limiti del nostro minuscolo banco di cambio», gli occhi incollati a terra e ai beni e mai mai alla «stella benedetta che condusse i magi a una capanna».
Al di là del vortice di buoni sentimenti, di un mondo povero ma felice in cui Scrooge viene trasportato dallo spirito del Natale passato e dallo spirito del Natale presente, e anche al di là dell’orrore ormai scontato in cui lo precipita la visione del Natale futuro, che lo immerge nella realtà della sua morte e dello sciacallaggio da cui è circondata, il viaggio natalizio di Scrooge è sostanzialmente un vedere. «Vieni e vedi». Non sono le parole a trasformarlo ma il lineare vedere come ciò che si è scelto ha avuto conseguenze su di noi e sul mondo e come quel che faremo da ora in poi è ancora tutto nelle nostre mani, non è scritto.
Ciò che Scrooge impara è qualcosa che in fondo sappiamo ma dimentichiamo, e cioè che è la solitudine a disseccare la nostra umanità. Non è bene che l’uomo sia solo. Ed è la cecità lo strumento che ci permette di vivere così. Di non vivere così. Caino dov’è tuo fratello? Scrooge che esce dalla notte di Natale vivo dopo aver attraversato il suo funerale è un uomo che vede, improvvisamente vede: il tacchino da regalare, i gentiluomini che aveva cacciato senza fissarli negli occhi il giorno prima, e sente improvvisamente il freddo del negozio e la gioia della festa e la felicità di rendere felici, felice della felicità degli altri.
Chissà se il terribile peccato contro lo Spirito non è semplicemente questo negarsi alla vita, alla ricerca della propria piccola arruffata sgangherata felicità. Movimento rischioso, si può amare e perdere, partire e cadere. «Sono solo un mortale, potrei anche cadere», dice Scrooge al fantasma dei natali passati. La condizione di tutti è questo poter cadere ma permettere alla paura di inchiodarci a un destino che vogliamo credere scolpito è negarsi il bene che la vita disperde lungo gli anni che ci sono consegnati.
Questo movimento può sembrare forse sul principio e anche dopo, a tratti, più difficile e molesto del quieto restare al banco del cambio, che diventa poi faticoso difendere una posizione, arginare la forza del mondo di affetti e relazioni che naturalmente e senza pretese arriva, entra dalla porta nella forma del suono di mani che sbattono l’una contro l’altra per vincere il freddo, o piedi che scivolano sul ghiaccio mescolati alla voce di un bambino che canta canzoni di Natale.
Aprire gli occhi alla vita è realtà prima che metafora e se non cambierà il mondo intero cambierà il nostro mondo e quello di un bel po’ di persone che ci stanno intorno. Non è poco, proprio no.
Mariapia Veladiano, “Il Regno”, 10 (2015)


sabato 21 febbraio 2015

MOLLA LA PRESA - Pierre Lévy


Tutto ciò cui non hai rinunciato diventa un motivo di timore.
Tutto ciò cui tieni, ti «tiene», t'imprigiona.
Se vuoi liberarti, “molla la presa”.

Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

martedì 6 maggio 2014

E LA SUA CASA NON E’ LA TERRA - John Steinbeck (1902-1968)


Le case abbandonate rimasero vuote nella campagna, e per questa ragione la campagna risultò vuota. Di vivo rimase solo la lamiera ondulata, lucida come argento, delle rimesse per trattrici. Le trattrici erano munite di fari perché per loro non esiste differenza fra notte e giorno, mentre i dischi dissodanti luccicano nel sole e smuovono la terra nella tenebra.
Nelle stalle, a sera, quando il cavallo sospende il lavoro, la vita persiste: c'è fiato, c'è calore, c'è moto e rumore: moto d'occhi e orecchi vivi, moto e rumore di zoccoli nella paglia, di ganasce che masticano il fieno. Nelle stalle è calore di vita, odore di vita.
Ma quando si spegne il motore, nella rimessa la trattrice è morta, morta come il metallo da cui proviene. Il calore l'abbandona come abbandona i corpi dei morti. Allora il conducente chiude le serrande di lamiera ondulata e se ne ritorna al paese, forse a trenta chilometri di distanza, e può per settimane e mesi non tornare sul campo, perché la trattrice è morta. Il sistema è pratico, è efficiente. Tanto pratico, che spoglia il lavoro umano del suo sacro fascino; tanto efficiente, che irride al portentoso sforzo della fatica umana.
E nel conducente suscita quel disprezzo ch'è proprio del turista che visita un paese senza capirne gli usi. Perché nitrati e fosfati non sono la terra: la lunghezza di fibra del cotone non è la terra. Carbonio sale acqua e calcio non fanno l'essere umano. L'uomo è sì tutte queste cose, ma è qualcosa di più, è molto di più; e la terra è infinitamente di più che l'insieme dei suoi elementi.
L'uomo che è più delle sue componenti, che calca la zolla coi piedi nudi, che fa deviare il vomere per scansare una pietra, che sosta nei solchi per consumare il suo pasto; quest'uomo che è più dei suoi propri elementi conosce e capisce questa terra che è più delle proprie componenti.
Ma l'uomo della trattrice, che guida una macchina morta su un suolo ch'egli non conosce e non ama, capisce solo la chimica, e disprezza la terra e se stesso. Quando le porte di lamiera ondulata sono chiuse, lui va a casa, e la sua casa non è la terra.
John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1940, p. 63-64
Titolo originale: The grapes of wrath, Copyright 1939 John Steinbeck


mercoledì 15 gennaio 2014

LA RICERCA DELLA VERITA' - G. E. Lessing (1729-1781)


Il valore dell’uomo non sta nella verità che qualcuno possiede o presume di possedere, ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla. Perché le forze che sole aumentano la perfettibilità umana non sono accresciute dal possesso, ma dalla ricerca della verità.
Il possesso rende quieti, indolenti, superbi. Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo desiderio sempre vivo della verità e mi dicesse:  «Scegli!», sia pure a rischio di errare eternamente smarrito, io mi precipiterei con umiltà alla sua sinistra e direi: «Padre, ho scelto; la pura verità è per te soltanto».

Gotthold Ephraim Lessing, Una replica (1778)

martedì 7 gennaio 2014

L'AMORE E IL POSSESSO - Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944)


Non confondere l’amore con il delirio del possesso, che causa le sofferenze più atroci.
Perché, contrariamente a quanto comunemente si pensa, l’amore non fa soffrire.
Quello che fa soffrire è l’istinto della proprietà, che è il contrario dell’amore.

Antoine de Saint-Exupéry, Cittadella (1948)
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