Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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martedì 19 settembre 2017

SONO LE NOSTRE OPINIONI A TURBARCI – Epitteto (50 ca. - 138 ca.)


Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che hanno delle cose. Per esempio, la morte non è per nulla amara; altrimenti lo sarebbe stata anche per Socrate; ma l'opinione che si ha della morte, quello è l'amaro.
Pertanto, quando siamo agitati, afflitti, nervosi, non dobbiamo incolparne gli altri, ma solo noi stessi, cioè le nostre opinioni. Non è filosofo chi addossa sugli altri le colpe dei propri travagli, mezzo filosofo è l'addossarla solo a se stesso, da filosofo è il non darla né a se stesso né agli altri.

Manuale di Epitteto 


giovedì 1 dicembre 2016

E’ COLPA TUA SE IO SOFFRO! - Marshall Rosenberg (1934-2015)


Se siamo un genitore che sta cercando di far sentire in colpa il figlio, potremmo dirgli: “Mi fai arrabbiare quando non metti in ordine la tua camera”. Oppure, se stiamo cercando di far sentire in colpa il nostro compagno, potremmo dirgli: “Mi fai star male quando esci tutte le sere”.
In entrambi questi esempi, stiamo implicando che lo stimolo è la causa dei nostri sentimenti.
“Mi fai sentire…”. “Mi sento… perché tu…”.
Marshall B. Rosenberg, Le sorprendenti funzioni della rabbia, Edizioni Esserci, Reggio Emilia, 2006, p. 22.


sabato 7 maggio 2016

TENGO PULITO QUESTO PIAZZALE – Luciano Mazzocchi


Un uomo sessantenne è solito sostare e chiedere l'elemosina all'ingresso della chiesa di San Babila a Milano. Venerdì pomeriggio della settimana scorsa ho assistito al rito che l'uomo sessantenne compie appena arriva in sede. Depone un grosso zaino al lato dell'ingresso, lo apre e ne trae una scopa dal manico corto. Quindi si mette a spazzare il piazzale davanti la chiesa, liberando i canaletti del selciato dai mozziconi buttati dai passanti vestiti in giacca e cravatta. Li raccoglie in una lattina e quindi li riversa nel cassonetto. Poi stende una tappetino su cui siede e da cui tende la mano a chi entra per la preghiera.
Ieri (martedì) gli ho detto grazie per il quotidiano servizio ecologico che compie. "Sono sardo e lavoravo in un'autofficina a Cagliari. La ditta un bel giorno chiuse i cancelli e sono rimasto disoccupato. Ho lasciato la Sardegna e sono venuto a Milano per cercare lavoro. Se puoi, aiutami a trovare anche un piccolo lavoro. Nel frattempo tengo pulito questo piazzale: è il lavoro che posso fare. Qualche passante si ferma e mi dà un euro... ".

Luciano Mazzocchi

sabato 21 novembre 2015

SCAPPARE – Mariapia Veladiano


E come si fa?
La terra è una. La vita è una. La nostra umanità è una. Scappare vuol dire lasciare indietro qualcosa. Cosa lasciamo? Quale lontano possiamo raggiungere se la vita ci precede, ci avvolge, ci abita?
Certo è una tentazione e come tutte le tentazioni è un'illusione. Sembra una via d'uscita: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27,40).
È la croce il problema. La struggente chiarezza del male che tocca le nostre vite. E la tentazione di scappare è forse di chi più sente e ha sentito, e per contagio di comune umanità continua a sentire che non c'è riparo al dolore. Perché il dolore è mistero da sempre e nel suo mistero non preferisce i malvagi, a nostra consolazione.
Gli altri non ci pensano neanche a scappare e la calcano bene la terra, con falcate lunghe che lasciano il solco, e a gambe larghe fanno sosta davanti alle croci sbracciandosi a dire che quelli se la son voluta, che basta saper vivere. E non sanno la vergogna di sé.
È il nostro restare, insieme e non divisi, che sfida ogni giorno la barbarie di tutte le croci. Qui in terra. Sperando il giorno, ma saldi a passare insieme la notte.
«Può darsi che domani spunti l'alba del giudizio universale: allora, non prima, noi deporremo volentieri l'opera per un futuro migliore». (Dietrich Bonhoeffer)
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, p. 60-61.


mercoledì 18 novembre 2015

LE STESSE LACRIME - Francesco Callegari


Lo stesso piombo di Beirut e di Parigi ha lacerato la nostra mente 
e il nostro cuore.

Mogli e fratelli, figlie e mariti sono pianti da lacrime 
dello stesso colore.


sabato 13 giugno 2015

QUANDO I GIAPPONESI RIPARANO UN OGGETTO ROTTO - Jim Butcher


Quando i giapponesi riparano un oggetto rotto, valorizzano la crepa riempiendo la spaccatura con dell’oro. Essi credono che quando qualcosa ha subito una ferita ed ha una storia, diventa più bello. Questa tecnica è chiamata “Kintsugi.”
Oro al posto della colla. Metallo pregiato invece di una sostanza adesiva trasparente.
E la differenza è tutta qui: occultare l’integrità perduta o esaltare la storia della ricomposizione?
Chi vive in Occidente fa fatica a fare pace con le crepe. “Spaccatura, frattura, ferita” sono percepiti come l’effetto meccanicistico di una colpa, perché il pensiero digitale ci ha addestrati a percorrere sempre e solo una delle biforcazioni: o è intatto, o è rotto. Se è rotto, è colpa di qualcuno.
Il pensiero analogico -arcaico, mitico, simbolico- invece, rifiuta le dicotomie e ci riporta alla compresenza degli opposti, che smettono di essere tali nel continuo osmotico fluire della vita.
La Vita è integrità e rottura insieme, perché è ri-composizione costante ed eterna. Rendere belle e preziose le “persone” che hanno sofferto… questa tecnica si chiama “amore”.
Il dolore è parte della vita. A volte è una parte grande, e a volte no, ma in entrambi i casi, è una parte del grande puzzle, della musica profonda, del grande gioco. Il dolore fa due cose: Ti insegna, ti dice che sei vivo. Poi passa e ti lascia cambiato. E ti lascia più saggio, a volte. In alcuni casi ti lascia più forte. In entrambe le circostanze, il dolore lascia il segno, e tutto ciò che di importante potrà mai accadere nella tua vita lo comporterà in un modo o nell’altro
I giapponesi che hanno inventato il Kintsugi l’hanno capito più di sei secoli fa – e ce lo ricordano sottolineandolo in oro.

Jim Butcher (giornalista del New York Times)

mercoledì 25 marzo 2015

SEMPRE PIU’ FORTE – Adriano Campiello


Sempre più forte
giunge al mio orecchio
il lamento del mondo,
i miei occhi
mirano innumerevoli
mani imploranti
verso il cielo levate.
Per loro ch’io non sia
nube d’indifferenza
o tenebra d’egoismo
ma raggio d’amore.

Adriano Campiello – 10 ottobre 1971, “Un grande amore”, Posina (VI) 1983.

venerdì 6 febbraio 2015

QUANDO TI BRUCIANO VIVO – Deborah Dirani


C'erano questi nuotatori dell'aria che muovevano braccia e gambe in una lotta già persa con la terra che li aspettava. Era l'11 settembre 2001 e loro erano i lavoratori dei piani alti delle Twin Towers: uomini e donne che usando tutta la razionalità che rimaneva ancora loro sceglievano (accidenti, sceglievano) di fiondarsi giù da una finestra e morire schiantati con la faccia al suolo piuttosto che bruciare vivi.
Sceglievano una morte certa a una che, forse, lo era meno. Sapevano cosa li attendeva parecchie decine di metri più sotto. Intuivano cosa li aspettava se fossero rimasti chiusi nelle loro stanze col fuoco che, un minuto dopo l'altro, si mangiava le pareti.
Io quei corpi che nuotavano in quella vasca fumosa che era il cielo di New York non sono mai riuscita a dimenticarli. Non riesco a dimenticare la disperazione di chi arriva a scegliere una morte piuttosto che un'altra. E oggi, cercando di incrociare i miei occhi con quelli che mi offriva il fotogramma di un ragazzo giordano di cui fino a un mese fa ignoravo l'esistenza, ho pensato a quei nuotatori che hanno preferito il vuoto alle fiamme.
Provate, io l'ho appena fatto, a passare un dito sopra il fuoco di un accendino: un male infame. Basta la frazione di un secondo per tirare giù il cielo di sacramenti, dal male che fa.
E adesso chiudete gli occhi e provate a immaginare quel dolore replicato all'infinito. Quel dolore che parte dai vostri piedi, si arrampica veloce su per i vostri vestiti imbevuti di un accelerante qualsiasi, che vi avvolge le gambe. Iniziando dalle caviglie si insinua fino alle cosce e poi su agli organi genitali. Brucia i vostri peli, uno dopo l'altro ma voi non potete distinguerne la sequenza temporale. Sentite quel male infame e la puzza che lo accompagna. Se la fortuna (a volerla proprio chiamare così) vi viene in soccorso i vostri neurorecettori del dolore mandano tutto a quel paese e vi regalano il sollievo dello stato di shock. Se invece la vostra soglia di sopportazione del dolore è drammaticamente alta, avrete modo di sentire il fuoco che vi trapassa la carne, ve la strappa via un lembo dopo l'altro e continua a salire arrivando alla pancia, alla schiena, al petto, al collo. Le mani ve le ha già prese: ve le ha prese quasi subito perché quel poco di istinto di sopravvivenza che vi rimane, dopo avervi fatto piegare sulle ginocchia, vi spingerà a cercare di fermare il dolore delle fiamme premendo le mani sulle parti del vostro corpo che bruciano. L'istinto di sopravvivenza si arrende all'evidenza: le vostre mani sono infuocate. Proverete a rotolarvi a terra, meglio se sabbiosa, ma quella terra sarà imbevuta di quello stesso liquido accelerante che avete addosso e così anche l'ultimo tentativo di sopravvivere al fuoco si spegnerà (solo lui, il fuoco no).
Per tutto il tempo di questa inconcepibile agonia avrete urlato con una voce sconosciuta: non può certo essere la vostra voce quel suono belluino che nasce dalle viscere più profonde. Urla senza lacrime, o se ci saranno, le lacrime saranno quelle provocate dal fumo che nasce da voi e vi avvolge.
E ora riaprite gli occhi e pregate che ogni guerra finisca. Che finiscano le rappresaglie veterotestamentarie che oggi hanno appeso per il collo una donna senza dio, giustiziata in fretta e furia: per uno dei miei, uno dei tuoi.
Perché se continueremo così a uno dei miei, uno dei tuoi, un giorno dopo l'altro, potrà arrivare il giorno in cui a bruciare (a occhi aperti) saremo noi.
Che riposi in pace quel ragazzo, che riposi in pace la donna uccisa per pareggiare una contabilità diabolica. Che riposino in pace tutti: perché io non riesco a vedere l'origine di questo ennesimo male dell'umanità. E non so distribuire colpe o ragioni. So solo contare i morti.
Deborah Dirani, Quando ti bruciano vivo, “L’Huffington Post”, 4 febbraio 2015


lunedì 2 febbraio 2015

COME GESTIRE L’IRRITAZIONE - Pierre Lévy


L'irritazione è inevitabile. Ma ci sono due modi di sentirla.
La prima consiste nell'accusare l'altro della propria sofferenza e nell'aggredirlo.
La seconda equivale a far nascere una reazione all'irritazione, la doppia benedizione dello spazio e della compassione:
- uno spazio tra sé e i propri pensieri; uno spazio di respiro tra sé e l'altro, lo spazio aperto dall'assenza di reazione;
- compassione per se stessi, poiché l'irritazione è una sofferenza; compassione per l'altro perché la sua collera è un dolore.
Pierre Lévy, Il fuoco liberatore, Luca Sossella Editore, 2000.


venerdì 16 gennaio 2015

L’APERTURA - Adyashanti


Non è tanto il pensiero, ma sono i cinque sensi che ti danno l'accesso più veloce a quest'apertura verso la tua vera natura. Ad esempio, se ascolti questo istante per intero, in ogni suo aspetto, e non solo i suoni che giungono alle orecchie, se senti tutto l'attimo presente, con tutto te stesso, ti apri ben oltre i confini del tuo piccolo io. Appare una sensazione particolare nel tuo corpo, e la senti - si estende, si allarga. Senti la quiete assoluta. Senti gli uccellini. Senti com'è sentire un suono.
I cinque sensi ti danno accesso immediato, al di là della realtà virtuale mentale, a qualcosa che non è cercato dalla mente. È sbalorditivo ciò che accade, quando consenti ai tuoi cinque sensi di spalancarsi. Ti rendi conto che il novantanove per cento del tuo problema è dovuto al fatto di relegare, concentrare tutto in una sola direzione, mentre quando ti apri alla totalità tutto diventa chiarissimo. E se ricominci a soffrire, è perché i tuoi cinque sensi hanno rinunciato a rivolgersi alla totalità per concentrarsi su una cosa sola, che causa sofferenza.

Adyashanti, La danza del vuoto

domenica 24 agosto 2014

LE PAROLE DEL FIGLIO (2) - Paulo Coelho


L'angelo sfiorò la spalla del vecchio e tutti e due furono proiettati in un futuro lontano. Comparve intorno a loro un luogo immenso, gremito di migliaia di persone, che parlavano una strana lingua.
Il vecchio pianse di gioia. “Sapevo che i versi di mio figlio poeta erano belli e immortali,” disse rivolto all'angelo, fra le lacrime. “Vorrei che mi dicessi quale delle sue poesie queste persone stanno recitando.”
L'angelo, allora, si avvicinò al vecchio con affetto: si sedettero entrambi su una delle panchine che si trovavano in quel luogo immenso. “I versi del tuo figliolo poeta sono stati molto popolari a Roma,” disse l'angelo. “Piacevano a tutti, e tutti si divertivano. Ma quando il regno di Tiberio ebbe fine, anche i suoi versi furono dimenticati. Queste parole sono quelle del tuo figliolo che è entrato nell'esercito.”
Il vecchio guardò l'angelo con sorpresa.
“Tuo figlio è andato militare in un luogo distante ed è divenuto centurione. Era anche un uomo giusto e buono. Un pomeriggio, uno dei suoi servi cadde ammalato e stava per morire. Tuo figlio, allora, avendo sentito parlare di un Maestro che guariva gli ammalati, camminò per giorni e giorni in cerca di quell’uomo. Strada facendo, scoprì che l'uomo di cui andava in cerca era il Figlio di Dio. Incontrò altre persone che erano state guarite da lui, apprese i suoi insegnamenti e, pur essendo un centurione romano, si convertì alla sua fede. Finché, una mattina, giunse al cospetto del Maestro. Gli raccontò del servo ammalato. E il Maestro si offrì di riaccompagnarlo fino a casa. Ma il centurione era un uomo di fede e, guardandolo nel profondo degli occhi, capì di trovarsi al cospetto del Figlio di Dio, quando tutti intorno a loro si alzarono. ”
“Queste sono le parole di tuo figlio,” disse l'angelo al vecchio. “Sono le parole che pronunciò davanti al Maestro in quel momento e che non furono mai più dimenticate: Signore, io non sono degno che entri nella mia casa, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà salvo.”

Paulo Coelho, L’alchimista, 1988, ed. it. Bompiani, Milano 1995, P. 173-174.

domenica 29 giugno 2014

TU… – Valentina Zanconato


Questa la dedico a te,
tu, che da piccina mi guardavi,
mi scrutavi, mi studiavi con i tuoi occhi cupi.
Tu, che per un’ora restavi lì ad osservarmi.
Cosa c’era che non andava? Ero io il problema?
Non ti piaceva il paesaggio?
Le persone che parlavano troppo?
E se tutte queste cose non ti piacevano,
e non ti facevano sentire te stessa,
perché dare quell’ “addio”,
a me che sono tua figlia?
Io che sono stata il tuo “spero”,
il tuo “voglio una bimba”.
Io ti cerco, ma tu non ci sei…
Mai!

Valentina Zanconato, classe III D, Istituto Comprensivo di Grantorto (Padova). 

mercoledì 14 maggio 2014

RIMPIANTO – Mariapia Veladiano


Di non aver detto. Di aver urlato i fatti senza conoscere le ragioni. Di non aver creduto o di aver dissipato il credere d'altri. In noi. Il credere in noi. Di aver giurato, promesso, glissato. Governato una vita prudente, in cui ogni natività prometteva uno sconquasso e non è stato difficile trovare silenziosi Erodi in ogni tempo, nostri compagni di omissione. Di aver pensato male, incatenati a un sentire comune che sa per comune ignoranza.
Di non essere stati abbastanza vivi ogni giorno.
Di non aver confessato a nessuno mai il nostro desiderio. Di aver mentito raccontandoci di non aver visto il desiderio degli altri. Né il bisogno.
E non aver cantato mai nessun canto, per paura, superbia, pigrizia. In difesa noi, per gli altri offesa.
Sobbalzare a ogni affiorare di figura dall'indistinto dell'ombra. Senza saper davvero piangere. E immaginare di poter credere che questo sia forza, concreto tenere i confini del mondo. Tutto intero, colonne per noi stessi.
Ed esser grati al rimpianto, che di colpo ci riconsegna al giorno che viviamo, al riaffiorare non di tutte le possibilità, ma di questa presente, al bene da prendere e dare. A tutto ciò che potremo portare con noi, senza più paura di guardare quel che è stato.
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, Torino, Einaudi, 2013, p. 14.


sabato 19 aprile 2014

TRE MADRI – Fabrizio De André




Madre di Tito:
"Tito, non sei figlio di Dio,
ma c'è chi muore nel dirti addio".

Madre di Dimaco:
"Dimaco, ignori chi fu tuo padre,
ma più di te muore tua madre".

Le due madri:
"Con troppe lacrime piangi, Maria,
solo l'immagine d'un'agonia:
sai che alla vita, nel terzo giorno,
il figlio tuo farà ritorno:
lascia noi piangere, un po' più forte,
chi non risorgerà più dalla morte".

Madre di Gesù:
"Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.

Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama - Nostro Signore -,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.

Non fossi stato figlio di Dio
t'avrei ancora per figlio mio".


Fabrizio De André, La buona novella (1970)

venerdì 18 aprile 2014

VIA DELLA CROCE – Fabrizio De André




"Poterti smembrare coi denti e le mani,
sapere i tuoi occhi bevuti dai cani,
di morire in croce puoi essere grato
a un brav'uomo di nome Pilato."

Ben più della morte che oggi ti vuole,
t'uccide il veleno di queste parole:
le voci dei padri di quei neonati,
da Erode per te trucidati.

Nel lugubre scherno degli abiti nuovi
misurano a gocce il dolore che provi;
trent'anni hanno atteso col fegato in mano,
i rantoli d'un ciarlatano.

Si muovono curve le vedove in testa,
per loro non è un pomeriggio di festa;
si serran le vesti sugli occhi e sul cuore
ma filtra dai veli il dolore:

fedeli umiliate da un credo inumano
che le volle schiave già prima di Abramo,
con riconoscenza ora soffron la pena
di chi perdonò a Maddalena,

di chi con un gesto soltanto fraterno
una nuova indulgenza insegnò al Padreterno,
e guardano in alto, trafitti dal sole,
gli spasimi d'un redentore.

Confusi alla folla ti seguono muti,
sgomenti al pensiero che tu li saluti:
"A redimere il mondo" gli serve pensare,
il tuo sangue può certo bastare.

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Han volti distesi, già inclini al perdono,
ormai che han veduto il tuo sangue di uomo
fregiarti le membra di rivoli viola,
incapace di nuocere ancora.

Il potere vestito d'umana sembianza,
ormai ti considera morto abbastanza
e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni
degli umili, degli straccioni.

Ma gli occhi dei poveri piangono altrove,
non sono venuti a esibire un dolore
che alla via della croce ha proibito l'ingresso
a chi ti ama come se stesso.

Sono pallidi al volto, scavati al torace,
non hanno la faccia di chi si compiace
dei gesti che ormai ti propone il dolore,
eppure hanno un posto d'onore.

Non hanno negli occhi scintille di pena.
Non sono stupiti a vederti la schiena
piegata dal legno che a stento trascini,
eppure ti stanno vicini.

Perdonali se non ti lasciano solo,
se sanno morir sulla croce anche loro,
a piangerli sotto non han che le madri,
in fondo, son solo due ladri.
Fabrizio De André, La buona novella (1970)
Le immagini sono tratte dal film "L'ultima tentazione di Cristo" (1988), regia di Martin Scorsese.


giovedì 17 aprile 2014

MARIA NELLA BOTTEGA D’UN FALEGNAME – Fabrizio De André




Maria:
"Falegname col martello
perché fai den den?
Con la pialla su quel legno
perché fai fren fren?
Costruisci le stampelle
per chi in guerra andò?
Dalla Nubia sulle mani
a casa ritornò?"

Il falegname:
"Mio martello non colpisce,
pialla mia non taglia
per foggiare gambe nuove
a chi le offrì in battaglia,
ma tre croci, due per chi
disertò per rubare,
la più grande per chi guerra
insegnò a disertare".

La gente:
"Alle tempie addormentate
di questa città
pulsa il cuore di un martello,
quando smetterà?
Falegname, su quel legno,
quanti corpi ormai,
quanto ancora con la pialla
lo assottiglierai?"

Maria:
"Alle piaghe, alle ferite
che sul legno fai,
falegname su quei tagli
manca il sangue, ormai,
perché spieghino da soli,
con le loro voci,
quali volti sbiancheranno
sopra le tue croci".

Il falegname:
"Questi ceppi che han portato
perché il mio sudore
li trasformi nell'immagine
di tre dolori,
vedran lacrime di Dimaco
e di Tito al ciglio
il più grande che tu guardi
abbraccerà tuo figlio".

La gente:
"Dalla strada alla montagna
sale il tuo den den
ogni valle di Giordania
impara il tuo fren fren;
qualche gruppo di dolore
muove il passo inquieto,
altri aspettan di far bere
a quelle seti aceto".
Fabrizio De André, La buona novella (1970)


domenica 6 aprile 2014

LA STAGIONE DEGLI UOMINI LIBERI – Tonino Bello (1935 -1993)


Carissimi,
Dio solo sa quanto era forte il desiderio di trovarmi insieme con voi quest' oggi. Anche solo per sentire il calore di mani conosciute e il vissuto di volti lontani nello spazio ma vicini nel cuore.
Ma il drago con cui il mio corpo e il mio spirito stanno lottando me lo ha impedito. Ma - vi assicuro - non gliela darò vinta, l'ultima parola sarà la vita.
Anche voi discuterete in questo convegno del drago; del drago criminale, violento che ammorba il tessuto del nostro povero Sud. Un drago nato dentro il suo corpo e che solo il suo corpo riuscirà a vincere. Avrei voluto essere tra voi per dirvi due sole parole: coraggio e sperate.
Con Gioacchino da Fiore siamo consapevoli che l'età degli schiavi è finita, sta crollando, cade a pezzi.
La stagione degli uomini liberi è già cominciata e solo il coraggio potrà renderla duratura.
Il riscatto coraggioso della dignità degli uomini è già l'inizio dell'esodo, della rottura dei legami con tutti: faraoni visibili e invisibili che incatenavano le ricchezze umane della nostra terra.
Ma non basta. Perché l'età degli uomini liberi non sia un evento fugace, perché la nonviolenza non sia un evento eccezionale, occorre organizzare la speranza per entrare nell'età degli amici.
Convivialità delle differenze, solidarietà, giustizia vorremmo che fossero i cardini di una nuova costituzione reale, di una nuova progettualità politica che restituisca al Sud il ruolo centrale di protagonista della speranza.
Il mio augurio è che dopo questo convegno divenga a tutti più chiaro - a trent' anni dall' enciclica formidabile di Papa Giovanni XXIII - che «costruire la pace in terra» è possibile. E nessun drago la può fermare.
+ don TONINO, Vescovo


Messaggio inviato il 20 marzo 1993 ai partecipanti al convegno «Mafie e Nonviolenza» tenutosi a Castellammare di Stabia.

lunedì 31 marzo 2014

LA SIGNORA KING - Anonimo


In una notte di pioggia c'era una signora di colore, al lato della strada, nello stato dell'Alabama (U.S.A.), il temporale era tremendo. La sua auto era in panne ed aveva disperatamente bisogno di aiuto. Completamente inzuppata cominciò a fare segnali alle auto che passavano.
Un giovane bianco, come se non conoscesse i conflitti razziali che laceravano gli Stati Uniti negli anni '60, si fermò per aiutarla. Il ragazzo la portò in un luogo protetto, le procurò un meccanico e chiamò un taxi per lei.
La donna sembrava avere davvero molta fretta, ma riuscì ad annotarsi l'indirizzo del suo soccorritore e a ringraziarlo.
Passati sette giorni, bussarono alla porta del ragazzo. Con sua grande sorpresa era un corriere che gli consegnò un enorme pacco contenente una grande TV a colori, accompagnata da un biglietto che diceva:

"Molte grazie per avermi aiutata in quella strada, quella notte. La pioggia aveva inzuppato i miei vestiti come il mio spirito, e in quel momento è apparso Lei. Grazie a Lei sono riuscita ad arrivare al capezzale di mio marito moribondo poco prima che se ne andasse. Dio la benedica per avermi aiutato. Sinceramente, Mrs. Nat King Cole"

mercoledì 12 marzo 2014

CARO PAPA’, 2 – Giancarlo De Cataldo


Comunque, è bello ritrovarsi tra le tue braccia. E il mio è un sorriso vero, quanto a questo puoi stare tranquillo, ha ragione la mamma.
No, credo proprio che tu non te ne sia accorto, di questo sorriso: sei troppo preso dalla tua tristezza, e la tua tristezza è legata a me, alla mia presenza, al mio essere incancellabile dal tuo tempo e dal mio spazio. Conosco questa tristezza, ho imparato a leggerla sul volto della mamma quando percorro con le dita il suo profilo, quando appoggio la testa sul suo cuore e sento che il battito accelera e ci sono sospiri, e qualche volta (troppe volte, secondo te) lacrime. Con te accade più di rado: quando tu e la mamma parlate di me, si capisce che tu hai voglia di fuggire, di nasconderti. Mamma dice che sei un uomo forte e grosso, ma devi essere anche fragile, se il pensiero della tua bambina ti fa tanta paura e quando te ne lasci sorprendere vorresti essere da un’altra parte, in un’altra vita…
Giancarlo De Cataldo, Mi riguarda, Edizioni e/o, Roma, 1994


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