Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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domenica 28 giugno 2020

CHIAMATEMI DIRETTORE




“I limiti esistono soltanto nell’anima
di chi è a corto di sogni”
Philippe Petit, Trattato di funambolismo

“T
utto quello mi è capitato di buono non mi è venuto da una vera intenzione, ma come da sé, senza meta prefissa, senza posa della prima pietra e altre solennità d’inaugurazione”. Questo, Erri De Luca confessa nel suo Alzaia, squarciando di verità un’esistenza che solo illusoriamente pensiamo in mano nostra.  E, sempre su Alzaia, continua: “Suo compito a volte è solamente non opporsi, non frenare, insomma farsi suonare senza la pretesa di essere sempre suonatore, compositore”.
Anni di vita e di lavoro che creano un disegno, ma noi siamo troppo bassi, ci siamo dentro, per poterlo vedere tutto intero, e riconoscerlo. Ne sa qualcosa l’uomo descritto da Karen Blixen che, dopo una nottata di corse tribolate in giardino, scopre, il mattino dopo, che le sue orme avevano disegnato sul terreno una cicogna: “Quando il disegno della mia vita sarà compiuto, vedrò, o altri vedranno, una cicogna?”
Così, le lettere che in questi anni ho scritto per voi. A partire da Magiche alchimie del Primo settembre 2007, in tutte e in ciascuna ho lasciato che spirasse il vento della profezia: parola che sbaraglia, soffio di messaggio che ogni volta scompigliava me per primo. Di rado mi sono preoccupato che l’esito fosse poesia o aspra prosa. Di rado ho cercato parole che fossero condivisibili da tutti, anzi. Rileggendole, odo musica che invita a ballare, avverto ali che spingono a volare, odoro profumi che fanno sognare. Ma più di tutto, sento la mano che scuote decisa l’albero, affinché ciascuno possa godere del proprio frutto maturo.
Anche questa, ultima mia lettera come vostro dirigente, non cercherà facile consenso, ma avrà la durezza della terra da arare, sasso gettato nello stagno, uccello che vola controvento, sbattuto e inerme.
Nelle mie intenzioni, questo avrebbe dovuto essere il lascito ideale, il testamento pedagogico, qualcosa con cui farmi ricordare. Carrellata sui tanti anni di scuola, e di vita. Flash di eventi e ripasso di memoria. Pensieri scolpiti. E ringraziamenti per tutti voi che avete reso possibile una scuola con il cuore che batte.


Così si fa alla fine della carriera, questo ci si aspetta dal dirigente che va in pensione: parlarvi del progetto di scuola che fin dall’inizio ha infiammato il mio cuore e che giorno dopo giorno ho condiviso con voi. Ripercorrere i nostri sogni pedagogici, le avventure didattiche, le sperimentazioni organizzative, i nostri corsi di formazione, unici e irripetibili. Individuare ancora una volta assieme a voi la stella polare che indica il nostro oriente, il senso di tutto il nostro lavoro: i ragazzi e il loro seme cui offrire rispetto e nutrimento. La carne sempre prima delle carte. 
Niente di tutto questo. Perché sono mano prestata, idee che mi raggiungono e che ritrasmetto come onde nell’aria, vibrazioni che assumono la forma di chi le riceve, e le accoglie. Melodia su cui ciascuno intona il canto che sa, o che può. 

“La visione della stella polare non dice mai al pescatore in quale direzione debba muovere,
ma egli non avanzerà nella notte se non è in grado di riconoscerla”.
Simone Weil, Scritti londinesi
Per quanto mi riguarda, credo di avere compreso il disegno che tutti questi anni di corse tribolate, questo mio andirivieni di parole e di azioni, alla fine, hanno prodotto: incisa sulla terra del mio giardino riconosco l’immagine di un uomo per una scuola d’altri tempi e d’altri modi.
Chiamatemi direttore. Non prèside, direttore. Come di colui che dà una direzione, vento che soffia sulle vele e le gonfia, acqua che sostiene la nave e la fa navigare. Dito che indica la luna.
Vent’anni fa, per norma di legge, i direttori didattici e i prèsidi sono diventati dirigenti scolastici. Anche i direttori, da allora, hanno preferito farsi chiamare prèside, convinti così di salire di grado. Sbagliavano.
Parrebbe una questione puramente nominale, ma anche il modo in cui ci si riferisce a una persona contribuisce a definirne il ruolo, e la funzione ne assume i colori e le sfumature: mentre prèside è “colui che siede davanti”, il direttore “traccia, alza, costruisce”.
Tredici anni fa, non ne ero pienamente consapevole. E adesso è troppo tardi, per me, ma soprattutto per la scuola. Non servono i direttori. Altre sono le priorità e le urgenze che l’istituzione deve affrontare.
L’appellativo del dirigente è ormai solo questione di lana caprina.

“Se vuoi costruire una nave
non chiamare gente che porti il legno
che procuri gli attrezzi necessari
Non distribuire compiti
Non organizzare il lavoro
Prima sveglia negli uomini la nostalgia
del mare lontano e sconfinato
Appena si sarà svegliata in loro questa sete
gli uomini si metteranno subito al lavoro
per costruire la nave”.
Antoine De Saint-Exupery

In tredici anni, non ho mai scritto un ordine di servizio.
Ho sempre cercato di creare intorno a voi spazi di libertà, universi di fiducia. Intorno, ma più di tutto al di sopra. Ho liberato lo spazio da tutto ciò che poteva ostacolarvi in altezza, me compreso. Per consentirvi di crescere, di alzarvi in volo, senza paura, senza timore di andare a sbattere, di venire ripresi. Non ho mai dovuto infliggere una sanzione disciplinare.
E non mi sono mai arreso. In ogni Collegio, in ogni Consiglio, in ogni occasione, direttore come voce d’onda, costante sciabordio dell’acqua contro la chiglia della nave, megafono di domanda. A ricordare, a tenere alta e viva l’attenzione sul senso della navigazione. 
A ogni ondata, una domanda:
“Verso dove stai andando?”, “A cosa sei destinato?”, “Sei al tuo posto?”
E la domanda radicale per una scuola:
“Quale educazione?”
Cinque anni fa, nella lettera La domanda delle onde scrivevo:
Quando per esempio affermiamo che è l’allievo a essere posto al centro dell’azione educativa, intendiamo operare per accompagnarlo a scoprire e valorizzare la sua vocazione profonda oppure intendiamo fornirgli gli strumenti per integrarsi efficacemente nella società attuale? Non è la stessa cosa. Se riteniamo prioritaria l’integrazione all’interno di questa società in veloce cambiamento, daremo grande valore alle competenze. Ma se per centralità della persona intendiamo ciò che le onde ci hanno suggerito, allora ci assale lo sgomento, perché tutto lo sforzo che abbiamo fatto per abituarci a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze, si annulla nella nuova consapevolezza che la salvezza sta nella capacità del singolo di ritrovare quei perduti parametri esistenziali basati su valori che poco hanno a che vedere con tutto ciò che noi chiamiamo “progresso”.
Siate allora esempio di saggezza, perché se la competenza è il modo in cui usate la conoscenza, la saggezza ne è il perché, e soprattutto il quando.
“Per insegnare il latino a Giovannino non basta conoscere il latino,
bisogna soprattutto conoscere Giovannino”.
Jean-Jacques Rousseau, Emilio
La scuola ha bisogno di sogni, di respiri ampi, di visione. Ha bisogno di altezze, di andare aldilà, di vedere oltre. Soprattutto, oltre noi stessi. Perché la tentazione del rispecchiamento, anche se inconscia, è sempre dietro l’angolo: più mi assomiglia e più l’allievo è bravo, meglio ripete le mie parole e più ha capito, più si comporta come dico io e più è educato. Il grande fraintendimento sta nell’essere convinti di dovergli spiegare come deve essere, anziché cercare di capire come veramente è. Giovannino è venuto in questo mondo per uno scopo preciso: è una cosa così stupida e inutile prenderlo per mano e aiutarlo a capire quale sia questo scopo? Il Giovannino che è dentro ciascuno di noi è stato aiutato dai suoi insegnanti a scoprire il senso del suo camminare sulle strade di questo mondo? Oppure si sono preoccupati di qualcos’altro?
Sta a noi deciderlo. Certo, ci vuole coraggio. Il coraggio del prof. Keating che strappa le pagine dall’antologia e sale sulla cattedra per ricordare prima di tutto a se stesso che bisogna sempre guardare le cose da angolazioni diverse: “E’ proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva”. E il mondo appare effettivamente diverso.  Anche se è lo stesso. Perché tutto è Uno.
“Non insegnate ai bambini,
ma coltivate voi stessi, il cuore e la mente,
stategli sempre vicini,
date fiducia all’amore, il resto è niente”.
Giorgio Gaber, Non insegnate ai bambini
E il maestro diventa Maestro, che nella bottega artigiana si pone a esempio di fattura, modello di capolavoro. Ciascuno con la propria fatica, il proprio sudore, la propria vocazione. Nel rispetto. Nella fiducia. A un seme, per crescere, bastano acqua e buon terreno. Ed è abbastanza.
Termino questa lettera, facendo mie le parole che una persona speciale, la nostra DSGA Luisa, ci ha scritto la notte tra il 31 agosto e il Primo settembre 2018, al momento di andare in pensione:
“Se nulla succede per caso, voi siete stati il mio caso, e se domani non sono con voi, voi siete sempre con me. Vi voglio bene”.

30 giugno 2020                                              Francesco Callegari

 “E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre alla follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio -
è una barca che anela al mare eppure lo teme”.
Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River

mercoledì 23 gennaio 2019

A UNA PICCOLA DONNA CHE COMPIE GLI ANNI - F.C.




In questo giorno in cui tutti ti diranno che stai diventando grande, io ti auguro di non diventare mai troppo grande. In questo giorno in cui ti diranno che stai crescendo, io ti auguro di crescere nel modo più bello e importante, quello del cuore.

Ti auguro di mantenere gli occhi limpidi per poter vedere sempre la luce, piccola o grande, che alberga in ogni persona che incontri.

Ti auguro di saper mantenere sempre la tua mano leggera per accarezzare delicatamente le gioie o le sofferenze di chi ti passa accanto.

Ti auguro di non dover essere mai sola e ti auguro di trovare nella tua vita persone che ti vogliano bene per quello che sei, senza volerti cambiare. Riconosci queste persone e abbine cura: non saranno tante.

Ti auguro di avere sempre un occhio rivolto dentro di te, per scoprire quali sono i tuoi bisogni e le tue emozioni, e allo stesso tempo di avere l’altro occhio rivolto agli altri, per essere sempre attenta ai bisogni e ai sentimenti di chi incontri nella tua vita. È proprio per questo che di occhi ne hai due.

Ti auguro di poter sempre essere sincera e di non avere mai bisogno di nascondere la verità soprattutto alle persone che ti amano.

Ti auguro di vivere ogni giorno la vita come un dono meraviglioso che l’universo ti fa, anche se non sempre capirai questo dono e magari tu ne avresti voluto uno diverso. Fidati, l’universo sa quello che fa ed è più saggio di noi anche se talvolta potrà farci soffrire.

Ti auguro di avere sempre il coraggio di salire sulla mongolfiera perché solo dall’alto ti sarà possibile vedere le cose nella loro giusta proporzione e le persone nelle loro vere relazioni.

Ti auguro che la tua viva intelligenza sia sempre a servizio di un cuore pronto ad amare. Ti auguro di essere capace di non prenderti mai troppo sul serio e di saper ridere di te stessa.

Ti auguro di essere sempre così radiosa da portare il sole in ogni stanza in cui entri. Di essere sempre così vera e bella dentro da portare la gioia in ogni persona che ti incontri.

Ti auguro di essere sempre te stessa e di lavorare ogni giorno per diventare il meglio di quello che sei. 

Francesco Callegari

sabato 7 aprile 2018

IL RESPIRO CORTO – Giovanna Ferrari



Il respiro è corto perché l'aria ha poco ossigeno qui.
Lei è seduta, è giovane, con un viso pulito, la pelle liscia e sottile, forse provata dalle terapie. Il confine tra lei e l'atmosfera si è assottigliato per renderla più vulnerabile e quindi più permeabile alle cure. 
Deve essersi presa cura di lui da sempre, l'uomo che le sta a fianco. Lui è riverso su di lei, come per supplicarla di uscire da questo tunnel. Ha il viso segnato e la pelle rugosa e coriacea, forse per difendersi meglio dalla paura. Lei ha coraggio, lo rassicura, forse consapevole di esprimere per la prima volta una bugia. Lui la desidera fortemente e avidamente, quella bugia.
Non c'è dubbio che questo sia amore.

Giovanna Ferrari

venerdì 20 gennaio 2017

DOPO LA CAMPANA DI VETRO – Lisa Cannella


Ho letto con molta attenzione il suo ultimo post e non posso che condividerne ogni singola parola. La scuola da anni è incatenata, imbavagliata, messa di continuo sotto la lente di ingrandimento, ostacolata dai genitori e dai nuovi "cattivi maestri".
A mio parere la causa di questa situazione è una soltanto: esiste un "sistema" politico, sociale, commerciale che vuole le nuove generazione ignoranti e impaurite, altrimenti le masse non sarebbero più controllabili. Far vivere i ragazzi sotto un' inutile, quanto mai opportuna, campana di vetro conviene a questo "sistema" che non vuole lo sviluppo di una capacità critica, lo sviluppo del vivere civile, aggregato, inclusivo . Dividere le persone, alimentare la cultura del sospetto è il veleno che serpeggia in ogni ambiente. 
In questo scenario notevolmente desolante, sono fermamente convinta che solo la cultura ci possa "salvare" e la scuola deve continuare a farsi carico di questa battaglia. Forse la vera sfida della scuola è rendere i ragazzi consapevoli di essere uomini e donne liberi, capaci di autodeterminare le loro scelte, capaci di ponderare con saggezza e audacia ogni singolo gesto. Il coraggio della vera libertà romperà le campane di vetro, dell'ignoranza, dell'omertà, del falso perbenismo.
Oggi è anche il giorno dell'Epifania e nell'epoca dei "selfie" non è facile capirne la logica ... oggi è la manifestazione del volto "di un altro", il volto di un bambino adagiato sulla mangiatoia, l'unico volto che può raccontarci il nostro, dirci chi siamo e liberarci dalle nostre paure: per porsi davanti quel volto ci vuole coraggio, perché dobbiamo abbandonarci rinunciando ad ogni più piccola resistenza.
Fino a quando la nostra Società e in particolare la "civilissima" Europa continueranno a mettere in disparte il bambino adagiato sulla mangiatoia, non vedo margini di crescita, di dialogo, di speranza, di coraggio, di A-more.
L'augurio per questo nuovo anno è che tutti, in modo particolare le giovani generazioni, possono ritrovare quei principi umani e civili smarriti da tempo e che si faccia della cultura, quella vera, lo strumento per uscire dalle sabbie mobili in cui siamo precipitati.

Lisa Cannella

sabato 7 maggio 2016

TENGO PULITO QUESTO PIAZZALE – Luciano Mazzocchi


Un uomo sessantenne è solito sostare e chiedere l'elemosina all'ingresso della chiesa di San Babila a Milano. Venerdì pomeriggio della settimana scorsa ho assistito al rito che l'uomo sessantenne compie appena arriva in sede. Depone un grosso zaino al lato dell'ingresso, lo apre e ne trae una scopa dal manico corto. Quindi si mette a spazzare il piazzale davanti la chiesa, liberando i canaletti del selciato dai mozziconi buttati dai passanti vestiti in giacca e cravatta. Li raccoglie in una lattina e quindi li riversa nel cassonetto. Poi stende una tappetino su cui siede e da cui tende la mano a chi entra per la preghiera.
Ieri (martedì) gli ho detto grazie per il quotidiano servizio ecologico che compie. "Sono sardo e lavoravo in un'autofficina a Cagliari. La ditta un bel giorno chiuse i cancelli e sono rimasto disoccupato. Ho lasciato la Sardegna e sono venuto a Milano per cercare lavoro. Se puoi, aiutami a trovare anche un piccolo lavoro. Nel frattempo tengo pulito questo piazzale: è il lavoro che posso fare. Qualche passante si ferma e mi dà un euro... ".

Luciano Mazzocchi

venerdì 29 gennaio 2016

LA VITA NON E’ UNA COSA DA NULLA – André Maurois

Ci troviamo in questo mondo, con pochi anni ancora da vivere, e perdiamo molte ore insostituibili a preoccuparci di cose di cui fra qualche settimana non ci resterà nemmeno il ricordo.
No, dedichiamo l’esistenza soltanto ad atti e sentimenti che abbiano un valore, pensieri grandi, affetti consistenti e imprese che rimangano.
Perché la vita è troppo breve per essere una cosa da nulla.

Dale Carnegie, Come vincere lo stress e cominciare a vivere, 1944, ed. it. Bompiani, Milano 1994/2015, p. 87

martedì 5 gennaio 2016

DOPO... NOI PIANTIAMO SEMI - Marina Pedron



Grazie del Suo augurio che mi incoraggia a piantare semi con rinnovata energia!
Augurio che custodirò e che mi aiuterà a far sì…

v  che non venga mai meno l'attenzione necessaria durante la semina,

v  che non si affievoliscano lo stupore e la meraviglia di fronte a nuovi semi e nuovi germogli,

v  che rimanga costante la cura nel coltivare,

v  che non mi scoraggi la consapevolezza che potrei non raccogliere i frutti in un immediato futuro e che il raccolto potrebbe non essere abbondante,

v  che si rafforzi giorno dopo giorno la pazienza di custodire nuovi semi e aspettare i desiderati germogli,

v  che il giardino che abbiamo scelto per la semina si ampli e ci permetta di vivere la ricchezza della vita.

Grazie per condividere un tratto di sentiero in questo grande splendido "orto-giardino".

Marina Pedron, insegnante

giovedì 31 dicembre 2015

UN PREZZO DA PAGARE – Nadia Vidale


Entro in ufficio, biglietto anonimo sulla scrivania: "Ha telefonato un genitore dicendo che dalla classe 4 X è stato rimosso il crocifisso a seguito di votazione". La segnalazione è chiaro indice di riprovazione. Nel territorio, come si dice, e dato il periodo, il tema è di quelli caldissimi. Se il genitore ha telefonato, pretende un intervento, e intervento sia, e vediamo di essere precisi.
Vado in classe, riferisco la notizia, chiedo se corrisponda al vero, gli studenti confermano.
"Ma, scusate, era forse VOSTRO???". Disorientamento tra i ragazzi, che questa no, che non se l'aspettavano, perché a scuola si fanno tante cose, ma i fondamentali vengono - ed è un problema grave, su cui dovremmo riflettere - sovente mancati.
I ragazzi capiscono al volo. Quel pezzo di legno lì non era loro, come non lo sono infissi, cattedra e porte delle aule. Bene pubblico, indisponibile ovviamente al capriccio dei singoli, ma esiste pure l'abuso della democrazia.
Si scusano: "Non lo abbiamo distrutto, solo messo sul ripiano sotto la cattedra!". Bene, ci siamo capiti, il crocifisso torna al suo posto. Ok, ok.
Si giustifica il rappresentante: "Sono stato io, ho chiesto se a qualcuno desse fastidio che il crocifisso venisse tolto, visto che qua ci sono alcuni atei e due musulmani. I cristiani - mi corre un brivido lungo la schiena, i cristiani, alla loro età se uno di noi parlava così poteva essere solo perché lo stavano interrogando in storia romana... - i cristiani hanno detto che loro non si formalizzano, non si tratta del pezzo di legno e in fondo siamo una classe multietnica - e qui forse ci sarebbe stato anche l'invito a consultare il vocabolario, ma ci avrebbe portato fuori tema, per stavolta lasciamo... - e una sola persona ha votato contro. Ora abbiamo capito che non potevamo farlo".
"Bene, ragazzi, alla prossima. Ah, comunque... quel signore lì che avete rimosso, ricorderei a onor del vero che non ha torto un capello ad alcuno e tuttavia è finito, come appunto dice il suo nome, crocifisso. Vedete un po' se non ci sia qualcos'altro che si potrebbe rimuovere prima...". Altro pensiero che mi accompagna, no? Io sono per la rimozione degli insegnanti di RC dall’organico della scuola pubblica, ma ho una croce minimalista in ufficio, che sta bene lì non perché non sia mia né per il R.D.1924 né per le radici cristiane eccetera eccetera.
Sta bene lì perché mi ricorda che può esserci un prezzo da pagare per chi non sta al luogo comune, e qualcuno ogni giorno lo paga.

Nadia Vidale, dirigente scolastico

martedì 8 dicembre 2015

IL SOGNO DI MARIA - Fabrizio De André



Il sogno di Maria cantato da Guido Maria Grillo
Immagini tratte da "Il vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini

IL SOGNO DI MARIA

Nel grembo umido, scuro del tempio
l'ombra era fredda, gonfia d'incenso;
l'angelo scese, come ogni sera,
ad insegnarmi una nuova preghiera:
poi, d'improvviso, mi sciolse le mani
e le mie braccia divennero ali ,
quando mi chiese "conosci l’estate"
io, per un giorno, per un momento,
corsi a vedere il colore del vento.

Volammo davvero sopra le case
oltre i cancelli, gli orti le strade:
poi scivolammo tra valli fiorite
dove all'ulivo si abbraccia la vite.

Scendemmo là, dove il giorno si perde
a cercarsi, da solo nascosto tra il verde,
e lui parlò come quando si prega,
ed alla fine d'ogni preghiera
contava una vertebra della mia schiena.

(... e l'angelo disse "Non temere, Maria, infatti hai trovato grazia presso
il Signore e per opera Sua concepirai un figlio…")

Le ombre lunghe dei sacerdoti
costrinsero il sogno in un cerchio di voci.
Con le ali di prima pensai di scappare
ma il braccio era nudo e non seppe volare:
poi vidi l'angelo mutarsi in cometa
e i volti severi divennero pietra,
le loro braccia profili di rami,
nei gesti immobili d'un'altra vita
foglie le mani, spine le dita.

Voci di strada, rumori di gente,
mi rubarono al sogno per ridarmi al presente.
Sbiadì l'immagine, stinse il colore,
ma l'eco lontana di brevi parole
ripeteva d'un angelo la strana preghiera
dove forse era sogno ma sonno non era

"lo chiameranno figlio di Dio"
parole confuse nella mia mente,
svanite in un sogno , ma impresse nel ventre.

E la parola ormai sfinita
si sciolse in pianto,
ma la paura dalle labbra 
si raccolse negli occhi
semichiusi nel gesto
d'una quiete apparente
che si consuma nell'attesa
d'uno sguardo indulgente.

E tu, piano, posasti le dita
all'orlo della sua fronte:
i vecchi quando accarezzano
hanno il timore di far troppo forte.

Fabrizio De André, La buona novella, 1970



sabato 21 novembre 2015

SCAPPARE – Mariapia Veladiano


E come si fa?
La terra è una. La vita è una. La nostra umanità è una. Scappare vuol dire lasciare indietro qualcosa. Cosa lasciamo? Quale lontano possiamo raggiungere se la vita ci precede, ci avvolge, ci abita?
Certo è una tentazione e come tutte le tentazioni è un'illusione. Sembra una via d'uscita: «Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!» (Mt 27,40).
È la croce il problema. La struggente chiarezza del male che tocca le nostre vite. E la tentazione di scappare è forse di chi più sente e ha sentito, e per contagio di comune umanità continua a sentire che non c'è riparo al dolore. Perché il dolore è mistero da sempre e nel suo mistero non preferisce i malvagi, a nostra consolazione.
Gli altri non ci pensano neanche a scappare e la calcano bene la terra, con falcate lunghe che lasciano il solco, e a gambe larghe fanno sosta davanti alle croci sbracciandosi a dire che quelli se la son voluta, che basta saper vivere. E non sanno la vergogna di sé.
È il nostro restare, insieme e non divisi, che sfida ogni giorno la barbarie di tutte le croci. Qui in terra. Sperando il giorno, ma saldi a passare insieme la notte.
«Può darsi che domani spunti l'alba del giudizio universale: allora, non prima, noi deporremo volentieri l'opera per un futuro migliore». (Dietrich Bonhoeffer)
Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti, vita, p. 60-61.


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