Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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giovedì 7 maggio 2020

AVRO' CURA DI TE




Ai miei ragazzi e ragazze
e alle loro famiglie
Agli insegnanti e al personale ATA
A tutti coloro che hanno lavorato con me in questi anni
A tutti coloro che amano la scuola


C
on la sua trasmissione Non è mai troppo tardi, Alberto Manzi si proponeva un obiettivo semplice e, allo stesso tempo, ambizioso: consentire a tanti analfabeti italiani di conseguire il diploma di quinta elementare.
Nei primi anni Sessanta, la televisione aveva fatto da poco il suo ingresso nelle case e rappresentava uno strumento tecnologico d’avanguardia. Consapevoli che la proposta era rivolta a coloro che a scuola non c’erano andati, o non potevano andarci, il maestro Manzi e la RAI misero la novità a frutto del bisogno. Il format non poteva che avere i caratteri di una didattica a distanza, un’istruzione di base assolutamente formale.
Il contratto con i telespettatori era chiaro: io vi insegno a leggere e a scrivere in modo che voi possiate sostenere l’esame. Altre promesse o aspettative differenti sarebbero state fuorvianti o pretestuose.
Per diversi anni, la cosa funzionò, anche perché il maestro rimase tenacemente fedele al suo impegno didattico e metodologico, con l’umiltà di chi sa di tenere in mano un semplice gessetto e la consapevolezza di essere all’interno di un contesto diverso rispetto alla classe. Manzi sapeva che in classe guizzano sguardi, nascono amori, stillano lacrime; in classe si sente l’odore della fatica e lo sferragliare dei cervelli impegnati a pensare e a risolvere. Di fronte a un video, tutto questo e tanto altro mancava.
Ciò che non mancò mai fu la sua passione nel tracciare quelle lettere alla lavagna. E anch’io, bambino di 10-12 anni, ricordo quella calda voce in bianco e nero che lentamente e con pazienza infinita ripeteva e ripeteva nomi e articoli, verbi e preposizioni tenendo sempre legata a sé l’attenzione dell’allievo, come fa l’alzaia con il battello.
L’alzaia è la fune che veniva utilizzata per rimorchiare da terra le chiatte lungo la risalita dei navigli di città. E proprio Alzaia è il titolo di un libro di Erri De Luca dove si narra di un famoso sarto operante in Gerusalemme, luminosa metafora del maestro Manzi e di ogni maestro che si trova a cucire la preziosa stoffa degli apprendimenti con il fragile filo dell’insegnamento.
Cuciture
Un sarto ebreo ricevette da un nobile della sua città l’incarico di cucire un raro capo di vestiario con un tessuto prezioso acquistato a Parigi. Il nobile raccomandò al sarto di realizzare un capolavoro. Il sarto sorrise e rispose che non c’era bisogno di incitamenti perché lui era il migliore della regione. Terminata l’opera portò il vestito dall’illustre cliente, ma ne ricevette in cambio solo ingiurie e accuse di aver rovinato il tessuto. Il sarto frastornato e avvilito andò a chiedere consiglio da reb Yeraḣmiel che gli disse pressappoco così: “Disfa tutte le cuciture del vestito e poi ricucile esattamente negli stessi punti di prima. Poi riportaglielo”. Il sarto seguì lo strano consiglio e riportò il vestito al nobile. Con sua sorpresa il signore fu entusiasta del lavoro e aggiunse anche un premio al salario.
Reb Yeraḣmiel gli spiegò poi: “La prima volta tu avevi cucito con arroganza e l’arroganza non ha grazia. Perciò sei stato respinto. La seconda volta hai cucito con umiltà e il vestito ha acquistato valore”. È decisiva l’intenzione, più della perizia, l’ispirazione più della maestria, anche negli umili lavori. […] La sola abilità tecnica è sterile, vana.
Per chi è abituato a considerare solo il prodotto finito e non il modo con cui lo si lavora, per chi giudica l’opera e non l’intenzione, questo racconto è invano.
Erri De Luca, Alzaia
La sola abilità tecnica è sterile, vana. E’ più importante l’intenzione rispetto alla perizia, l’ispirazione più della maestria, anche nei lavori più umili. Lo evidenzia bene Primo Levi quando mette in bocca al montatore specializzato, protagonista del suo La chiave a stella, le sacrosante parole: “Ma io l’anima ce la metto in tutti i lavori, lei lo sa, anche nei più balordi, anzi con più che sono balordi, tanto più ce la metto. Ogni lavoro che incammino è come un primo amore”.
Una cara collega di Milano, in questi giorni ha scritto le seguenti parole ai docenti e ai genitori:
“A partire da un articolo di giornale mi veniva chiesto se la scuola digitale favorisce o meno l’educazione, non la didattica, ma l’educazione. Qualcuno più grande di noi diceva che l’educazione è cosa del cuore. Sono convinta che se ci si mette il cuore, si educa sempre. E’ più difficile a distanza? Certo, ma non impossibile. Conta sempre quanto sei disposto a lasciarti coinvolgere. Bambini e ragazzi capiscono se gli vuoi bene e sanno che gliene vuoi anche a distanza. Una mamma mi diceva che sente un filo conduttore in tutto ciò che stiamo facendo, e ciò che le arriva è Amore. Come adulti non abbiamo potuto mantenere la promessa implicita nelle parole di Franco Battiato: Ti proteggerò dalle paure, dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via. Questo tempo non ce lo ha concesso, ma a ogni bambino e ragazzo possiamo dire: Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza, perché sei un essere speciale. E io avrò cura di te, io sì che avrò cura di te”.  
Alberto Manzi aveva un fuoco dentro che scaldava i cuori di chi lo ascoltava e metteva loro le ali. Nell’umile lavoro di ogni giorno, tanti docenti oggi si sono rivelati “maestri”, modelli di impegno e di cura, fucine di idee e di sperimentazioni, esploratori di anime scoscese dietro un distante sguardo sfuggente, tessitori che intrecciano fili di tutti i colori in trame di speranza per storie future, sarti che rammendano in silenzio sfregi e sbrindelli.
A tutti loro, umili sì, ma grandi nella passione, va il nostro ringraziamento.
Che questa storia non giunga per noi invano.


Francesco Callegari


venerdì 20 gennaio 2017

DOPO LA CAMPANA DI VETRO – Lisa Cannella


Ho letto con molta attenzione il suo ultimo post e non posso che condividerne ogni singola parola. La scuola da anni è incatenata, imbavagliata, messa di continuo sotto la lente di ingrandimento, ostacolata dai genitori e dai nuovi "cattivi maestri".
A mio parere la causa di questa situazione è una soltanto: esiste un "sistema" politico, sociale, commerciale che vuole le nuove generazione ignoranti e impaurite, altrimenti le masse non sarebbero più controllabili. Far vivere i ragazzi sotto un' inutile, quanto mai opportuna, campana di vetro conviene a questo "sistema" che non vuole lo sviluppo di una capacità critica, lo sviluppo del vivere civile, aggregato, inclusivo . Dividere le persone, alimentare la cultura del sospetto è il veleno che serpeggia in ogni ambiente. 
In questo scenario notevolmente desolante, sono fermamente convinta che solo la cultura ci possa "salvare" e la scuola deve continuare a farsi carico di questa battaglia. Forse la vera sfida della scuola è rendere i ragazzi consapevoli di essere uomini e donne liberi, capaci di autodeterminare le loro scelte, capaci di ponderare con saggezza e audacia ogni singolo gesto. Il coraggio della vera libertà romperà le campane di vetro, dell'ignoranza, dell'omertà, del falso perbenismo.
Oggi è anche il giorno dell'Epifania e nell'epoca dei "selfie" non è facile capirne la logica ... oggi è la manifestazione del volto "di un altro", il volto di un bambino adagiato sulla mangiatoia, l'unico volto che può raccontarci il nostro, dirci chi siamo e liberarci dalle nostre paure: per porsi davanti quel volto ci vuole coraggio, perché dobbiamo abbandonarci rinunciando ad ogni più piccola resistenza.
Fino a quando la nostra Società e in particolare la "civilissima" Europa continueranno a mettere in disparte il bambino adagiato sulla mangiatoia, non vedo margini di crescita, di dialogo, di speranza, di coraggio, di A-more.
L'augurio per questo nuovo anno è che tutti, in modo particolare le giovani generazioni, possono ritrovare quei principi umani e civili smarriti da tempo e che si faccia della cultura, quella vera, lo strumento per uscire dalle sabbie mobili in cui siamo precipitati.

Lisa Cannella

venerdì 27 maggio 2016

OBIETTIVI CHE ARRICCHISCONO LA VITA – Marshall B. Rosenberg (1934-2015)


Se si vogliono definire gli obiettivi in modo reciproco, è importante che gli insegnanti sappiano comunicare con chiarezza in quali modi le vite degli studenti saranno arricchite dal conseguimento di determinati obiettivi. Questo è un punto fondamentale.
L’educazione che arricchisce la vita richiede che le scelte di insegnanti e studenti siano motivate dall’intenzione di arricchire la vita, non dalla paura di ricevere punizioni, né dalla speranza di ottenere premi (voti o borse di studio, ad esempio), né dal fatto che qualche documento afferma che le persone che occupano posizioni di autorità sanno che cosa è meglio per noi.
Allora, sto forse suggerendo che la scuola ideale dovrebbe essere fondata su un totale permissivismo, dove gli studenti studiano quando e come vogliono? Niente affatto.
Secondo me, il modo più chiaro per illustrare la differenza tra educazione volta alla dominazione, educazione permissiva ed educazione che arricchisce la vita è il seguente. Notate come sono definiti gli obiettivi di apprendimento:
·         Nell’educazione volta alla dominazione, gli obiettivi dell’insegnante vengono perseguiti senza che sia necessaria la partecipazione dello studente;
·         Nell’educazione permissiva, gli obiettivi dello studente sono perseguiti senza che sia necessaria la partecipazione dell’insegnante;
·         Nell’educazione che arricchisce la vita, vengono perseguiti soltanto quegli obiettivi che vengono decisi in modo reciproco da insegnante e studente.
Questo processo di definizione reciproca degli obiettivi può cominciare con una raccomandazione dell’insegnante, che suggerisce una materia di studio e descrive quali bisogni pensa che lo studente soddisferà se sceglierà di studiarla. Se lo studente vede il valore di questa proposta ed è d’accordo, gli obiettivi reciproci sono stati definiti. In alternativa, lo studente può suggerire un’area di studio che l’insegnante condivide.
Marshall B. Rosenberg, Educazione che arricchisce la vita, Edizioni Esserci, Reggio Emilia 2005, p. 100-101


sabato 12 settembre 2015

A SCUOLA DI OSPITALITA’ 3/3 – Lizanne Foster


Con occhi nuovi
Confesso che mi è piaciuto parecchio essere un’insegnante popolare. Mi sono divertita a essere l’anticonformista che in classe fa cose fichissime. Ero così abituata a sentirmi dire che gli studenti amavano le mie lezioni, che è stato uno shock quando, la scorsa primavera, ho scoperto che ad alcuni studenti stare nella mia classe non piaceva affatto. Poiché prendevo la loro critica sul piano personale, mi sono sentita un fallimento completo.
Ammetto che, quando gli studenti non si entusiasmano per il contenuto delle lezioni, lo considero un affronto, come se fossi stata io in persona l’autore delle conoscenze che provo a diffondere. Ma se voglio educare in modo ospitale, devo accettare che la conoscenza che condivido con i miei studenti non è mia. L’ho ereditata dai milioni di persone che nel corso della storia umana hanno fatto delle scoperte. In quanto insegnante, sono solo una delle tante custodi temporanee della nostra conoscenza collettiva.
Il mio lavoro come insegnante è fornire alcune delle chiavi di accesso a questa conoscenza, “aprire la serratura del mondo” per i miei studenti. Anni fa ho avuto uno studente, D., che mi ha riportato con i piedi per terra. Ricordo perfettamente quando mi ha detto: “Signora Foster, ha presente quel punto dell’universo attorno al quale gira tutto? Non è lei!”.
Sono scoppiata a ridere. Era la migliore delle obiezioni possibili a qualunque tronfia posizione di “grande educatrice” avessi assunto allora.
Quando faccio i conti con il mio ego sulla porta dell’aula, devo anche aspettarmi che i miei studenti non saranno affascinati quanto me dal programma, e che ne contesteranno i contenuti. Educare nell’ottica di un’etica dell’ospitalità significa non solo permettere che queste contestazioni avvengano, ma anche incoraggiarle. In fondo, è così che ha progredito la conoscenza umana nel corso dei millenni: con occhi nuovi che guardano vecchie verità e vedono qualcosa di più, qualcosa di diverso.
Come potete vedere, questo tipo di preparazione implica un cambio di paradigma rispetto al mio ruolo in classe. Anche se ho la responsabilità di creare per i miei studenti uno spazio in cui auspicabilmente siano a loro agio e coinvolti, non posso aspettarmi che apprezzino tutto quello che ho preparato per loro o che apprezzino il programma che posso offrire. In vista di questo nuovo anno scolastico, non devo dimenticare che ciò che porto nella mia classe è meno importante di quello che lascio sulla porta. Non c’è posto per il mio ego in un’aula ospitale.

lunedì 7 settembre 2015

41. LA DOMANDA DELLE ONDE - Francesco Callegari


E’ dunque questo che chiamano vocazione:
la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?
Josephine Baker
Capita, scendendo un fiume in canoa, che per imperizia o troppa corrente l’imbarcazione d’improvviso si capovolga. Non succede spesso, ma quando succede l’unica certezza è che niente intorno a noi si trovi dove dovrebbe essere.
Negli ultimi tempi, la mia canoa si è rovesciata più di una volta. Io non sono un canoista provetto, tutt'altro, ma sfido chiunque a rimanere a galla dopo essere stato sbattuto da onde come quelle che hanno colpito la mia imbarcazione.
L’ultima ondata, per esempio. Nel corso di un incontro tenuto pochi giorni fa, Francisco (Paco) Bermudez Hernandez, fondatore di una scuola libertaria nello Chiapas messicano, di fronte a una platea di insegnanti ha detto chiaro e tondo che ognuno di noi ha una missione da compiere nella vita (e già questo mette i brividi), e che la scuola ha il compito stimolante, ma impegnativo, di accompagnare ciascun ragazzo e ciascuna ragazza a scoprire la propria vocazione. Se non fa questo, la scuola ha fallito, perché solo trovando il posto che è il suo, la persona potrà realizzarsi, e quindi essere felice, all’interno del progetto che guida tutto l’Universo. Per senso della misura, ma anche per la profonda consapevolezza della propria funzione, in quella scuola gli insegnanti sono chiamati “accompagnatori”. Ciascun allievo percorrerà la propria strada con la velocità e i mezzi che ha a disposizione, ma l'obiettivo per tutti sarà quello di dare il proprio contributo al fine di realizzare l'armonia dell'Universo attraverso l'amore e il rispetto. Questo è ciò che si vive nella scuola di Paco, la scuola YirTrak, che significa “girare per trascendere”[1]. Un po’ come succede alla nostra canoa.
La domanda della prima onda è “Verso dove stai camminando?”

L’altra onda è venuta da un libro dell’analista americano James Hillman (1926-2011), dove si propone la “teoria della ghianda”, vale a dire l’idea che ciascuna persona è portatrice di una unicità che chiede di essere vissuta e che già è presente prima di poter essere vissuta, come una ghianda contiene in sé la quercia che sarà. Verrebbe semplicisticamente da pensare a una passiva predestinazione, ma ciò che Hillman vuole mettere in risalto è invece l’aspetto attivo della “vocazione”, quel mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana. Ciascuno di noi è unico, ha un talento: scoprirlo e nutrirlo ogni giorno è ciò che dà un senso al nostro essere nel mondo e ciò da cui dipendono il nostro equilibrio e la nostra felicità. Hillman non cerca tanto la ragione per cui vivere, quanto piuttosto il motivo per cui la mia persona, che è unica e irripetibile, è al mondo[2].
La domanda della seconda onda è: “A cosa sei destinato?”

La capovolta più sconcertante è stata però causata da un pensatore francese, René Guénon (1886-1951): difficile da cavalcare l’onda generata da idee che si discostano molto dal tranquillo pensare comune, e insidiosa la corrente sospinta dal vento che proviene dalle altezze di quello che è chiamato pensiero Tradizionale. Guénon ci ricorda come secondo l’attuale concezione occidentale, un uomo possa dedicarsi a una professione qualsiasi, e anche cambiarla a suo piacimento, come se questa professione fosse qualcosa di puramente esteriore a lui, senza alcun reale legame con ciò che egli veramente è, cioè con ciò che lo fa essere se stesso e non un altro. “Nella concezione Tradizionale, al contrario, ciascuno deve normalmente svolgere la funzione cui è destinato dalla sua stessa natura, con le attitudini che questa essenzialmente implica; e non può svolgerne un’altra, senza che ciò rappresenti un grave disordine che avrà una ripercussione su tutta l’organizzazione sociale di cui egli fa parte”. E ancora “Secondo la concezione Tradizionale, sono le qualità essenziali degli esseri a determinare la loro attività; nella concezione profana, invece, queste qualità non contano, e gli individui non sono considerati altro che come «unità» intercambiabili e puramente numeriche”[3].
La domanda della terza onda è “Sei al tuo posto?”

Tre onde diverse, ma strettamente legate, pronte a confondere e destabilizzare. Tre domande, che partono da lontano e che ancor oggi interrogano l’essere nel senso più radicale, quello dell’esistenza stessa.
Lo scivolare sulle acque del fiume è messo a dura prova: molte sono le domande che queste e altre onde ci pongono. Quando per esempio affermiamo che è l’allievo a essere posto al centro dell’azione educativa, intendiamo operare per accompagnarlo a scoprire e valorizzare la sua vocazione profonda oppure intendiamo fornirgli gli strumenti per integrarsi efficacemente nella società attuale? Non è la stessa cosa. Se riteniamo prioritaria l’integrazione all’interno di questa società in veloce cambiamento, daremo grande valore alle competenze che gli allievi dovranno dimostrare di avere acquisito al termine dei cicli scolastici. Ma se per centralità della persona intendiamo ciò che le onde ci hanno suggerito, allora ci assale lo sgomento, perché tutto lo sforzo che abbiamo fatto per abituarci a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze[4], si annulla nella nuova consapevolezza che la salvezza sta nella capacità del singolo di ritrovare quei perduti parametri esistenziali basati su valori che poco hanno a che vedere con tutto ciò che noi chiamiamo “progresso”.  
A questo punto, la domanda delle onde è “Quale educazione?”

Buon anno scolastico.
16 settembre 2015                   
Francesco Callegari
dirigente scolastico




[1] Francisco (Paco) Bermudez Hernandez, fondatore del progetto educativo Yirtrak in Chiapas Messico.
[2] James Hillman, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.
[3] René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Parigi 1945, ed. it. Adelphi, Milano 1982, p. 61.
[4] Edgar Morin, I sette saperi necessari all’educazione del futuro, 2001.

lunedì 4 maggio 2015

IL DONO PIU’ GRANDE DEL MAESTRO – Massimo Recalcati


Il dono più grande del maestro non è il dono del sapere ma quello di saper «tacere l’amore». Questo dono è il più prezioso perché non vincola l’allievo ad alcuna obbedienza, ma lo lascia sempre libero di andarsene, di separarsi dal maestro.
Se il maestro non sa tacere il proprio amore, rischia di esigere, volontariamente o meno, che l’allievo segua le sue orme, che diventi ciò che lui si attende. Solo saper tacere l’amore può svuotare il luogo dell’Altro di ogni attesa e permettere al soggetto di incamminarsi per la propria via.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.


mercoledì 22 aprile 2015

IL SAPERE DEL MAESTRO – Massimo Recalcati


Il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza, quanto ciò che la preserva.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.


giovedì 16 aprile 2015

IL MAESTRO – Massimo Recalcati


Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione, Einaudi, Torino 2014.


martedì 16 dicembre 2014

FILASTROCCA DELLE MAESTRE - Bruno Tognolini


Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
- Col tempo, ti insegnerò tutto
Insegnami fino al profondo dei mari
- Ti insegno fin dove tu impari
Insegnami il cielo, più su che si può
- Ti insegno fin dove io so
E dove non sai?
- Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, un albero e un seme
Insegno ed imparo, insieme perché
io insegno se imparo con te.

Bruno Tognolini, “Le filastrocche della melevisione”, Carlo Gallucci Editore, Roma 2011.

giovedì 11 settembre 2014

LA FORMAZIONE DELL'EDUCATORE - Pierre Durrande



Noi non entriamo impunemente nel territorio altrui
e sarebbe da avventurieri provarci senza aver preparato seriamente
il viaggio di questo incontro.

Pierre Durrande, L'arte di educare alla vita

domenica 24 agosto 2014

LE PAROLE DEL FIGLIO (2) - Paulo Coelho


L'angelo sfiorò la spalla del vecchio e tutti e due furono proiettati in un futuro lontano. Comparve intorno a loro un luogo immenso, gremito di migliaia di persone, che parlavano una strana lingua.
Il vecchio pianse di gioia. “Sapevo che i versi di mio figlio poeta erano belli e immortali,” disse rivolto all'angelo, fra le lacrime. “Vorrei che mi dicessi quale delle sue poesie queste persone stanno recitando.”
L'angelo, allora, si avvicinò al vecchio con affetto: si sedettero entrambi su una delle panchine che si trovavano in quel luogo immenso. “I versi del tuo figliolo poeta sono stati molto popolari a Roma,” disse l'angelo. “Piacevano a tutti, e tutti si divertivano. Ma quando il regno di Tiberio ebbe fine, anche i suoi versi furono dimenticati. Queste parole sono quelle del tuo figliolo che è entrato nell'esercito.”
Il vecchio guardò l'angelo con sorpresa.
“Tuo figlio è andato militare in un luogo distante ed è divenuto centurione. Era anche un uomo giusto e buono. Un pomeriggio, uno dei suoi servi cadde ammalato e stava per morire. Tuo figlio, allora, avendo sentito parlare di un Maestro che guariva gli ammalati, camminò per giorni e giorni in cerca di quell’uomo. Strada facendo, scoprì che l'uomo di cui andava in cerca era il Figlio di Dio. Incontrò altre persone che erano state guarite da lui, apprese i suoi insegnamenti e, pur essendo un centurione romano, si convertì alla sua fede. Finché, una mattina, giunse al cospetto del Maestro. Gli raccontò del servo ammalato. E il Maestro si offrì di riaccompagnarlo fino a casa. Ma il centurione era un uomo di fede e, guardandolo nel profondo degli occhi, capì di trovarsi al cospetto del Figlio di Dio, quando tutti intorno a loro si alzarono. ”
“Queste sono le parole di tuo figlio,” disse l'angelo al vecchio. “Sono le parole che pronunciò davanti al Maestro in quel momento e che non furono mai più dimenticate: Signore, io non sono degno che entri nella mia casa, ma di' soltanto una parola e il mio servo sarà salvo.”

Paulo Coelho, L’alchimista, 1988, ed. it. Bompiani, Milano 1995, P. 173-174.

venerdì 8 agosto 2014

LE DUE GOCCE D’OLIO – Paulo Coehlo


Un mercante, una volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio che il ragazzo cercava.
Invece di trovare un sant'uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un'attività frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano, una orchestrina che suonava dolci melodie. E c'era una tavola imbandita con i più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti, e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per essere ricevuto.
Il Saggio ascoltò attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.
“Nel frattempo, voglio chiederti un favore,” concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino da tè su cui versò due gocce d'olio. “Mentre cammini, porta questo cucchiaino senza versare l'olio.”
Il ragazzo cominciò a salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.
“Allora,” gli domandò questi, “hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?”
Il ragazzo, vergognandosi, confessò di non avere visto niente. La sua unica preoccupazione era stata quella di non versare le gocce d'olio che il Saggio gli aveva affidato.
“Ebbene, allora torna indietro e guarda le meraviglie del mio mondo,” disse il Saggio. “Non puoi fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.”
Tranquillizzato, il ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo, questa volta osservando tutte le opere d'arte appese al soffitto e alle pareti. Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la raffinatezza con cui ogni opera d'arte era disposta al proprio posto. Di ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello che aveva visto.
“Ma dove sono le due gocce d'olio che ti ho affidato?” domandò il Saggio.
Guardando il cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.
“Ebbene, questo è l'unico consiglio che ho da darti,” concluse il più Saggio dei saggi. “Il segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo senza mai dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”
Paulo Coelho, L’alchimista, 1988, ed. it. Bompiani, Milano 1995, P. 45-47.


mercoledì 16 luglio 2014

PAROLE DI SCUOLA: I COME INSEGNANTE – Paolo Menallo


Difficile diventare maestri di vita in un'epoca in cui si diventa insegnanti a tutti gli effetti a quarant'anni o più, quindi per cercare questa categoria bisogna andare indietro ai tempi in cui a meno di vent'anni venivi catapultato in una scuola in grande evoluzione, sia nei numeri che nei metodi, cioè agli anni settanta.
Quindi mi viene alla mente una mitica maestra, amata da chi ne comprendeva i metodi, detestata da chi anelava alla "grammatica" e alla ripetitività. Maestra di generazioni, innovatrice sino all'ultimo suo giorno di scuola, autrice di testi di didattica, ma modesta con i colleghi che tuttavia ne temevano il confronto. Disponibile con i genitori, ma mai prona a ogni loro fantasiosa richiesta.
Mi viene in mente poi quell'insegnante di musica, che ha fatto prima conoscere e poi amare la musica a generazioni di studenti, fornendo loro anche qualcosa in più: la capacità di essere leali e l'amore per la vita nonostante le difficoltà.
Chi li conosce non farà fatica a individuarli, altri li identificheranno in altre persone, diverse da quelle che ho in mente io, ma questo sarà un ulteriore segno che nella scuola, in generale, operano persone di grande qualità, mimetizzate nel grande esercito di persone serie, che portano avanti dignitosamente il lavoro di ogni giorno.
Al loro fianco, purtroppo, anche quelli, piccola minoranza, che con la loro sola presenza danneggiano gli alunni, le famiglie e i colleghi stessi che fanno fino in fondo tutto quello che possono fare.
Tutto bene quindi nella scuola? Per niente, perché se guardiamo ai veri "maestri di vita" sembra che si faccia di tutto per zittirli o isolarli, se guardiamo alla grande massa degli ottimi e instancabili lavoratori, sembra che si faccia di tutto per impoverirli sia materialmente che nella considerazione sociale, se guardiamo all'ultima categoria, quella degli inadatti e dei fannulloni, non esiste nessuno strumento serio, in mano ai dirigenti, ai colleghi e ai genitori, in grado di allontanarli o di attenuarne gli effetti deleteri.
Si apre quindi un grande scommessa per la scuola futura: sin qui, da destra e da sinistra, si sono solo operati tagli lineari, adesso si parla di rilancio, ma la partenza è sicuramente sbagliata.
Propagandi (adesso do del tu al presidente, se non lo avete capito) le 36 ore settimanali per gente che nella maggior parte dei casi ne fa anche di più, ma in modo sommerso; bene facciamole emergere, ma dove si trovano i locali, le attrezzature, i fondi? E poi diciamolo pure senza ipocrisie: quante insegnanti madri baratterebbero il loro unico privilegio (quello di poter lavorare a casa, anche nottetempo) con un orario d'ufficio? Quanti doppiolavoristi uomini e donne accetterebbero un piccolo simbolico aumento di stipendio, lasciando palestre e studi professionali ben più remunerativi?
E' vero che siamo nell'era dei grandi proclami, ma questo, caro presidente, si scontrerà con la realtà, prima ancora di quelli contro le politiche della Merckel.

Paolo Menallo, già dirigente scolastico

mercoledì 25 giugno 2014

ANIMATORI E GUIDE – Mario Lodi (1922-2014)


Noi abbiamo dimostrato abolendo i voti e sostituendo a essi l’interesse reale del bambino, e quindi trasformando noi stessi da maestri-giudici in animatori e guide dei ragazzi, che è possibile strappare dal loro animo la gramigna spirituale dell’invidia e della superbia che producono l’opportunismo e il conformismo in un ambiente autoritario, proprio come avviene dell’operaio che sotto la spinta della necessità si comporta col padrone senza dignità.
Nell’ambito di questi rapporti negativi (ricordi quanto ne discutemmo?) avviene la distruzione, sul piano operativo, dei valori e dei principi: la libertà, la democrazia, il cristianesimo non s’imparano se non si vivono subito fra i banchi della scuola.
Ma questo è pericoloso per il sistema. Nella realtà di un mondo come il nostro che ha sull’altare il dio-lira, chi vuol mantenersi coerente con quei principi finisce presto in rovina. Te lo immagini un padrone che volendo essere cristiano sul serio, dividesse con i suoi operai tutto, grattacapi e utili? Sarebbe probabilmente un uomo amato e ricordato, ma non avrebbe sul piano economico vita lunga. 
Nell’infinita gamma di situazioni umane che il sistema produce, il motivo drammatico dell’inconciliabilità fra il messaggio cristiano e l’impegno sociale con il prossimo è sempre presente per un educatore.

Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, Torino 1995, pp.18-21.

giovedì 19 giugno 2014

SE SI POTESSE SCEGLIERE L’EDUCATORE – Mario Lodi (1922-2014)


Ricevere dai genitori i figli in consegna per educarli mi ha sempre dato un senso di sgomento. Anche stamane mi chiedevo: se questi genitori fossero liberi di scegliere la persona che educherà il proprio figlio come sono liberi di scegliersi il medico, il sarto, il parrucchiere, l’assicuratore, verrebbero da me? In una scuola che avesse come fine la formazione integrale e senza traumi del fanciullo, la scelta del maestro, o meglio dell’indirizzo pedagogico, dovrebbe essere il primo argomento da discutere fra genitori e insegnanti all’atto dell’iscrizione. Invece non se ne parla nemmeno, come se la scuola fosse la proprietaria dei bambini.

Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, Torino 1995, pp.18-21.

sabato 7 giugno 2014

UNA VERA MAESTRA – Mamma Patrizia


Una vera maestra è come una mamma: si occupa degli alunni come se fossero suoi figli; desidera vederli crescere e vorrebbe aiutarli a diventare adulti capaci. Desidera il meglio per loro, per questo dà il massimo di sé.
Le fatiche di un'insegnante, però, verranno ricompensate solo a distanza di anni, quando davanti a lei non comparirà più un bambino che la saluterà con un "Buongiorno, signora maestra!", ma le si avvicinerà un adulto e le sussurrerà: "Grazie per avermi aiutato a crescere, a diventare quello che sono".
Tutti noi siamo, per buona parte, il frutto del lavoro delle nostre maestre. Nella società, loro hanno il grande ruolo di essere fucine di mattoni viventi, quei mattoni che formeranno poi la vera città viva.

Mamma Patrizia

domenica 13 aprile 2014

CHI SEMINA RACCOGLIE - Anonimo


Un giorno un'insegnante chiese ai suoi studenti di fare una lista dei nomi dei loro compagni su dei fogli di carta, lasciando un po' di spazio sotto ogni nome. Poi disse loro di pensare la cosa più bella che potevano dire su ciascuno dei loro compagni di classe e scriverla. Ci volle tutto il resto dell'ora per finire il lavoro, ma all'uscita ciascuno degli studenti consegnò il suo foglio.
Quel sabato, l'insegnante scrisse il nome di ognuno su un foglio separato, e vi aggiunse la lista di tutto ciò che gli altri avevano detto su di lui/lei. Il lunedì successivo diede a ogni studente la propria lista. Poco dopo, l'intera classe stava sorridendo. "Davvero ?" sentì sussurrare."Non sapevo di contare così tanto per qualcuno !" e "Non pensavo di piacere tanto agli altri" erano le frasi più pronunciate. Nessuno parlò più di quei fogli in classe, e la prof non seppe se i ragazzi l'avessero discussa dopo le lezioni o con i genitori, ma non aveva importanza: l'esercizio era servito al suo scopo. Gli studenti erano felici di se stessi e divennero sempre più uniti.
Molti anni più tardi, uno degli studenti venne ucciso in Vietnam e la sua insegnante partecipò al funerale. La chiesa era riempita dai suoi amici. Uno ad uno quelli che lo amavano si avvicinarono alla bara, e l'insegnante fu l'ultima a salutare la salma. Mentre stava lì, uno dei soldati presenti le domandò: "Lei era l'insegnante di matematica di Mark?". Lei annuì, dopodiché lui le disse: "Mark parlava di lei spessissimo".
Dopo il funerale, molti degli ex compagni di classe di Mark andarono insieme al rinfresco. I genitori di Mark stavano lì, ovviamente in attesa di parlare con la sua insegnante. " Vogliamo mostrarle una cosa ", disse il padre, estraendo un portafoglio dalla sua tasca. " Lo hanno trovato nella sua giacca quando venne ucciso. Pensiamo che possa riconoscerlo ". Aprendo il portafoglio, estrasse con attenzione due pezzi di carta che erano stati ovviamente piegati, aperti e ripiegati molte volte. L'insegnante seppe ancora prima di guardare che quei fogli erano quelli in cui lei aveva scritto tutti i complimenti che i compagni di classe di Mark avevano scritto su di lui. "Grazie mille per averlo fatto", disse la madre di Mark. " Come può vedere, Mark lo conservò come un tesoro ".
Tutti gli ex compagni di classe di Mark iniziarono ad avvicinarsi. Charlie sorrise timidamente e disse "Io ho ancora la mia lista. E' nel primo cassetto della mia scrivania a casa". La moglie di Chuck disse che il marito le aveva chiesto di metterla nell'album di nozze, e Marilyn aggiunse che la sua era conservata nel suo diario. Poi Vicki, un'altra compagna, aprì la sua agenda e tirò fuori la sua lista un po' consumata, mostrandola al gruppo: "La porto sempre con me, penso che tutti l'abbiamo conservata".
In quel momento l'insegnante si sedette, e pianse.


venerdì 11 aprile 2014

LA CLASSE E’ QUELLA – Mariapia Veladiano


«La classe sarebbe buona se non ci fossero Federico, Sufyen e Margherita».  La classe è quella, tutti compresi, non un’altra. Come il mondo è questo. Sognare la parte che ci piacerebbe vuol dire non farsi carico di tutti, pensare che esista una legittimazione possibile all’esclusione di qualcuno, quelli che non ci fanno fare il programma. 
Ma il programma è quello che si può fare esattamente con le persone che ci vengono professionalmente e umanamente affidate.

Mariapia Veladiano, Parole di scuola, Trento 2014, p. 90

lunedì 3 marzo 2014

LA SCINTILLA DEI BUONI MAESTRI - Franco Lorenzoni


«Cosa penserebbero dei normali studenti seduti ai banchi se ogni giorno avessero a che fare con una persona che non dimostra un minimo attaccamento a quello che dice? Si chiederebbero senza dubbio perché sono lì. ... Io penso che in cima alla classifica delle caratteristiche necessarie per diventare un bravo insegnante ci sia la passione, capace di far scaturire quella scintilla che, nella maggior parte dei casi, noi ragazzi non cogliamo».

sabato 1 marzo 2014

BUONI MAESTRI – Mariapia Veladiano


Sulla scuola oggi non si può essere troppo ecumenici, bisogna essere di parte, la parte di chi rischia che l'istruzione non sia più un suo diritto, per colpa della crisi, della sciatteria politica, del calcolo astuto di chi sfrutta a fini suoi l'ignoranza altrui. E dovrebbe essere la buona politica a preoccuparsi che questo accada ma non lo fa e allora ci sono i buoni maestri e le buone maestre. In qualche modo eredi di Alberto Manzi che ha reso possibile per molti italiani quel "non è mai troppo tardi", che era il titolo della sua trasmissione più popolare.
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