Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli
NEWS
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giovedì 12 aprile 2018
lunedì 25 settembre 2017
LE PERSONE PIU' FELICI - Kahlil Gibran
Le persone più felici
non sono necessariamente
quelle che hanno
il meglio di tutto,
ma quelle
che traggono il meglio
da ciò che hanno.
Kahlil Gibran
domenica 27 novembre 2016
GIORGIO GABER - L'ILLOGICA ALLEGRIA (LIVE)
Da solo lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so del mondo e anche del resto
lo so che tutto va in rovina
ma di mattina quando la gente dorme
col suo normale malumore
Mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio che ne so
E sto bene
io sto bene come uno che si sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene che vergogna
Io sto bene
proprio ora proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita cosi
E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene
la la la la la la
quest’illogica allegria
proprio ora proprio qui
Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
alle prime luci del mattino
a volte spengo anche la radio
e lascio il mio cuore incollato al finestrino.
Lo so del mondo e anche del resto
lo so che tutto va in rovina
ma di mattina quando la gente dorme
col suo normale malumore
Mi può bastare un niente
forse un piccolo bagliore
un’aria già vissuta
un paesaggio che ne so
E sto bene
io sto bene come uno che si sogna
non lo so se mi conviene
ma sto bene che vergogna
Io sto bene
proprio ora proprio qui
non è mica colpa mia
se mi capita cosi
E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo
non so che cosa sia
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente
Io sto bene
la la la la la la
quest’illogica allegria
proprio ora proprio qui
Da solo
lungo l’autostrada
alle prime luci del mattino
1981-82
mercoledì 16 novembre 2016
A CHE SERVE LAMENTARSI - Oliver Burkeman
In Colorado c’è un
uomo che, come è facile immaginare, è molto infastidito dal rumore degli aerei
che arrivano e partono dall’aeroporto di Denver, a una cinquantina di
chilometri da casa sua. Fino a che punto lo irritano, esattamente? Secondo un
recente studio, nel 2015, ha mandato 3.555 dei 4.870 reclami ricevuti dall’aeroporto.
E non è un caso unico. Cinque persone hanno mandato il 61 per cento dei reclami
all’aeroporto di Portland, e a Washington, “due persone che abitano nella
stessa casa”, in un anno hanno inviato 6.852 lettere di protesta all’aeroporto
nazionale Ronald Reagan (a proposito del rumore, intendo. Lo studio non fa
parola di quanti si sono lamentati perché è stato dedicato a Reagan).
Essendo io stesso
un habitué dei reclami ufficiali, confesso di provare una certa ammirazione per
queste persone. Sì, lo so che una delle caratteristiche fondamentali della
follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi un risultato diverso. Ma
rispetto la loro sfida cosmica. Il mondo è assurdo e irritante, ma almeno
qualcuno ha abbastanza rispetto per se stesso per continuare a protestare
contro questa realtà.
Non che questo lo
renda più felice. I risultati della ricerca dimostrano che l’irritazione e le
lamentele si autoalimentano. Obiettare a qualcosa che non possiamo controllare
provoca una momentanea sensazione di catarsi, ma in genere peggiora le cose,
aumentando l’attenzione che dedichiamo a quel problema, il che lo rende ancora
più invadente. Finiamo per avere una percezione più acuta del rumore successivo
e per irritarci ancora di più quando arriva.
Siamo stressati
anche quando il rumore non c’è, perché rimaniamo in tensione, aspettando che il
silenzio sia interrotto. A quel punto è comprensibile che i reclami diventino
centinaia: lamentarsi alimenta l’irritazione. È più facile rendercene conto se
pensiamo a questi piccoli fastidi come difficoltà che incontriamo in un
rapporto, in questo caso si tratta del nostro rapporto con l’ambiente. Inveire
contro queste cose è come disamorarsi del proprio partner e continuare a
litigare senza scopo. È mai servito a qualcosa?
Come al solito, i
buddisti l’hanno capito prima di noi. La “prima nobile verità” del buddismo
spesso è resa con l’espressione “la vita è sofferenza”, ma questa traduzione è
un po’ troppo melodrammatica, fa pensare a una continua agonia, mentre in
realtà per la maggior parte di noi, grazie al cielo, non è sempre così. La
parola usata nella lingua originale, dukka,
significa qualcosa che si avvicina di più a “non appagamento”. La vita può
essere meravigliosa, orribile o una via di mezzo, ma in sottofondo c’è sempre
qualcosa che non va: o quello che sta succedendo è spiacevole oppure è
piacevole ma sappiamo che prima o poi finirà. Quelli che si lamentano del
rumore degli aerei sono immersi fino al collo nel dukka, sono infelici quando passa un aereo e infelici quando non
passa, perché sanno che quel silenzio non durerà.
Una delle grandi
intuizioni del buddismo è che l’insoddisfazione non deriva dalle situazioni
stesse, ma dal modo in cui pensiamo di raggiungere la felicità: cercando le
situazioni giuste e sperando che durino per sempre. È una ricerca destinata a
fallire, perché niente dura per sempre. Gli aerei vanno e vengono, e si può
essere felici solo non facendoci caso. Anche se penso che Budda deve aver fatto
eccezione per “l’allegro cinguettio” della suoneria del Samsung. Quello è
veramente insopportabile.
Tratto da Internazionale del 15 novembre 2016 (Traduzione di
Bruna Tortorella).
Questo articolo è
uscito sul quotidiano britannico The
Guardian.
lunedì 26 settembre 2016
L’ACCETTAZIONE – Christophe André
Nella pratica, l’accettazione
consiste nel dire mentalmente sì a qualcuno che è in disaccordo con noi; non sì
alle sue argomentazioni (“Sì, ha ragione”), ma sì, invece, all’esistenza delle
sue argomentazioni e del suo disaccordo (“Sì, vedo che non è d’accordo”),
continuando ad ascoltare per capire, prima di contraddire.
Significa dire sì
alla sconfitta, senza però sottomettersi; sì alle avversità, perché ci sono, ma
senza abbassare la testa. Accettare vuol dire prendere il tempo necessario per
esaminare ciò che accade; il tempo di respirare, in modo da capire e sentire,
prima di decidere cosa fare.
L’accettazione non
è mai al posto dell’azione, ma prima: prima di scegliere l’azione
adeguata. La vera scelta. Senza accettazione avremmo solo azioni impulsive, che
ci indurrebbero a muoverci sempre nello stesso modo, nella stessa direzione.
Che rapporto ha
tutto ciò con la felicità? E’ semplice: l’accettazione ci libera da molti
conflitti inutili. Conflitti contro il mondo fuori di noi, che ci sfiniscono,
in cui faremmo meglio a mollare la presa; e conflitti dentro di noi, perché cercare
di opporsi al reale (“No, non è possibile!”, “No, non è vero!”, “Forse è solo
un brutto sogno!”) non fa che logorarci.
Christophe André,
E non dimenticarti di essere felice.
Esercizi di psicologia positiva, Mondadori, Milano 2015, p. 26-27
sabato 24 settembre 2016
IL TERZO DESIDERIO - Anthony De Mello (1931-1987)
C'è una bellissima storia
di un uomo che importunava sempre Dio con richieste di ogni genere. Un giorno
Dio sbottò: “Basta! Sono stufo! Ti concedo solo tre richieste. Dopo avertele
esaudite, non ti darò più nulla. Su, presentami le tue tre richieste”.
L'uomo rimase
esterrefatto e chiese: “Posso chiederti qualunque cosa?”.
E Dio: “Sì!, ma
solo tre richieste e basta!”.
Allora l'uomo
cominciò a dire: “Sai, Signore, ho un po' di vergogna, ma mi piacerebbe
liberarmi di mia moglie: è una stupida e sta sempre a... tu lo sai, Signore! È
insopportabile. Non riesco a vivere con lei. Mi potrei liberare di lei?”.
“Va bene -
disse Dio - il tuo desiderio sarà soddisfatto”. E sua moglie morì. Quando
i parenti e gli amici vennero al funerale e cominciarono a pregare per la
morta, all'improvviso l'uomo rientrò in sé ed esclamò: “Mio Dio, avevo una
moglie fantastica e non l'apprezzavo quando era in vita”. Allora si sentì molto
male, corse incontro a Dio e gli chiese: “Riportamela in vita, Signore”.
Dio rispose: “Va
bene; il tuo secondo desiderio sarà accolto”.
Ora gli rimaneva un
solo desiderio. Pensò: “Cosa devo chiedere?”. Chiese un parere agli
amici. Alcuni gli consigliarono: “Chiedi dei soldi. Con il denaro puoi avere
quello che vuoi”. Altri: “A cosa ti serve il denaro se non hai la salute?”.
Un altro amico gli disse: “A cosa ti serve la salute se un giorno morirai?
Chiedi l'immortalità!”. Il pover'uomo non sapeva più cosa chiedere, perché
altri dicevano: “A cosa serve l'immortalità se non hai nessuno da amare?
Chiedi l'amore”. Allora si mise a pensare, a pensare... e non riuscì ad arrivare
ad alcuna conclusione, non riusciva a sapere cosa voleva.
Trascorsero
cinque... dieci anni...
Un giorno, Dio gli
domandò: “Quando pensi di presentarmi la tua terza richiesta?”.
E il pover'uomo
disse: “Signore, sono tutto confuso, non so cosa chiedere! Potresti
suggerirmi tu cosa devo chiedere?”.
Dio rise quando
sentì questo e disse: “Va bene, te lo dico io cosa devi chiedere. Chiedi di
essere felice, qualunque cosa possa capitarti. Qui sta il segreto!”.
Anthony De Mello, Istruzioni di volo per aquile
e polli, Piemme, Milano 1996, p. 27-28.
sabato 28 maggio 2016
UNA CENA SPECIALE - Anonimo
Dopo ventun anni di
matrimonio, mia moglie mi prese da parte per dirmi qualcosa di importante.
Voleva che passassi del tempo con un’altra donna, la portassi al ristorante e
poi al cinema. Mia moglie mi disse: “Ti amo, ma so che anche quest’altra donna
ti ama, e voglio che tu trascorra del tempo con lei”.
Quest’altra donna
era mia madre. Viveva sola da diciannove anni, dopo la morte di mio padre. Per
il mio lavoro e per il grande impegno che sono i miei tre figli potevo vederla
veramente poco. Così quella stessa sera ho fatto quello che mia moglie voleva.
Ho invitato mia madre al ristorante e al cinema.
“Cosa è successo?
Sei sicuro che vada tutto bene?”, mi chiese mia madre. “Ho pensato che sarebbe
stata una buona idea passare del tempo insieme, solo io e te”, risposi io. Mia
madre, al telefono, rimase in silenzio per qualche secondo e poi disse: “Mi
farebbe molto piacere!”
Il venerdì
successivo sono andato a prenderla a casa. Ero un po’ nervoso, era passato
tantissimo tempo. Lei si era fatta i capelli e indossava il vestito del suo venticinquesimo
anniversario di matrimonio. Il suo sorriso era raggiante.
“Ho detto alle mie
amiche che uscivo con mio figlio, e tutte sono rimaste colpite”, mi ha detto
entrando in macchina. “Non vedo l’ora di raccontar loro la nostra serata.”
Siamo andati al
ristorante. Un posto non troppo elegante, ma intimo. Ci siamo seduti e le ho
dovuto leggere il menù, dato che riusciva a leggere solamente i caratteri più
grandi. Appena ho finito di leggere le portate ho girato gli occhi ed ho visto
che mi guardava con un sorriso carico di nostalgia: “Quando eri piccolo, ero io
che dovevo leggerti il menù”, mi ha detto con semplicità. “Allora, è tempo che
tu ti riposi e mi lasci restituire il favore”, ho risposto.
Abbiamo cenato e
parlato delle nostre vite. Alla fine abbiamo parlato talmente tanto che ci siamo
dimenticati di andare al cinema. Ma, in realtà, non ci è dispiaciuto averlo
perso. Quando l’ho riaccompagnata a casa, mi ha detto che voleva uscire di
nuovo, ma solo se le promettevo che l’avrei lasciata invitare me la prossima
volta. Ho accettato.
“Com’è andato l’appuntamento”,
mi chiese mia moglie al rientro a casa. “È andato benissimo, meglio di come
avrei immaginato.”
Non sono però stato
in grado di mantenere la promessa che le avevo fatto. Infatti, pochi giorni
dopo, mia madre morì a causa di un problema cardiaco. È successo tutto così
velocemente che nessuno ha potuto aiutarla.
Dopo alcune
settimane ho ricevuto una busta con la copia di un conto del ristorante in cui
ero stato con mia madre. Insieme alla ricevuta trovai un bigliettino con
scritto: “Ho pagato questo conto in anticipo. Non ero sicura che avrei potuto
esserci. Ho già pagato per due, per te e per tua moglie. Non sai quanto questa
serata abbia significato per me. Ti amo tanto, figlio mio.”
Anonimo
giovedì 29 ottobre 2015
LA FELICITA’ SI COLTIVA QUI E ADESSO - Alexandre Jollien
Immaginando sempre la
felicità come un altrove, io la differisco: "altrove",
"dopo", non sono altro che modi di vedere della mente. E tutte le ore
perdute a progettare se stessi, a imbastire mille strategie, per gioire un
giorno della felicità, hanno oscurato i piaceri dell’istante.
Ma tu mi liberi da
questa dissipazione, e posso aprire le braccia al bene che è a mia
disposizione. Ecco la questione importante: gustare il qui e l’ora, assaporare
tutte le cose buone, e sono davvero abbondanti, che mi offre il singolo
istante.
Alexandre
Jollien,
Cara filosofia, p. 45.
mercoledì 28 ottobre 2015
COME ESSERE FELICE? - Alexandre Jollien
Mi sono spesso
chiesto: «Di cosa ho bisogno per essere felice?». Con tenerezza, con
insistenza, tu hai corretto il mio punto di osservazione: «Come essere felice,
qui e ora?».
Riuscirò, dunque, a
essere tanto audace da non rinviare più i miei desideri verso una felicità
lontana, e cominciare invece a coltivare la felicità là dove essa si offre?
Alexandre
Jollien,
Cara filosofia, p. 43.
lunedì 26 ottobre 2015
CARA FILOSOFIA - Alexandre Jollien
Alexandre Jollien,
nella premessa a Cara Filosofia
afferma di aver scritto questo libro per «descrivere una condizione dello
spirito e individuare alcuni strumenti che consentano di progredire nella
gioia» e lo fa convocando alcuni filosofi ai quali si rivolge attraverso delle
lettere, alternate a sette missive alla maestra di tutti, Dama Filosofia. I
destinatari sono Severino Boezio, Epicuro, Erasmo da Rotterdam, Spinoza,
Schopenhauer, Etty Hillesum, cioè coloro che hanno costituito dei punti di
riferimento per la sua crescita interiore, coloro che l’hanno aiutato nel suo
‘dopoguerra’ a «liberare lo spirito dalle sue catene».
Alexandre Jollien è
cerebroleso dalla nascita a causa di un’asfissia provocata durante il parto dal
cordone ombelicale e ha trascorso diciassette anni in un centro specializzato
per handicappati. Ha gravi difficoltà a camminare, leggere e parlare, ma è
riuscito, con grande tenacia, a frequentare una scuola commerciale e studiare
filosofia all’Università di Friburgo e poi a Dublino. Oggi è sposato e padre di
due figli.
Aveva narrato la
propria vicenda interiore e umana in Elogio
della debolezza e poi in Il mestiere
di uomo (editi da Qiqajon), mostrando come il concetto di normalità fosse
relativo e come, nella debolezza, risiedesse la forza. Jollien parla di questo
tempo passato come del ‘tempo del combattimento’, in cui ha cercato
instancabilmente di trovare risposte a domande importanti che la vita gli aveva
messo nella mente e nel cuore. Ora, in Cara
Filosofia, approfondisce il mistero della propria e altrui vita, facendo
appello alla libertà interiore, nella certezza che sia possibile il passaggio
dall'angosciato chiedersi «Di cosa ho bisogno per essere felice?» a un
interrogativo più pacato: «Come essere felice, qui e ora?». Con l’intento, come
evidenzia il sottotitolo - Un percorso
per la costruzione del sé - di offrire uno strumento di riflessione per
dare forma a se stessi.
Jollien nel dialogo
con i sapienti, riflette sul fatto che la felicità assoluta è irraggiungibile
mentre è alla portata di ciascuno la gioia, che si può provare anche nel
dolore; una felicità qui e ora, da viversi nei piccoli gesti quotidiani.
L’autore si rivolge
anche alla Morte, in una delle lettere più toccanti e commoventi, prendendo in
considerazione il proprio atteggiamento verso la fede: «Ho l'abitudine di dire
che mi sveglio credente e mi corico ateo. Che tu mi possa cogliere al
mattino!».
Alexandre
Jollien,
Cara filosofia. Lettere di un giovane
filosofo ai grandi Maestri, Angelo Colla Editore, Costabissara (Vicenza) 2008.
lunedì 5 ottobre 2015
L'ANCORA - Rabbi Nackman di Braslav
Se capita che, malgrado la vostra fame di felicità, tocchiate il fondo, richiamate a voi la forza attinta in tempi più felici. Non è escluso che la gioia ritorni.
Rabbi Nackman di Braslav
sabato 5 settembre 2015
VIVERE CON GIOIA – Dalai Lama
La vera serenità è
radicata nell'affetto e nella compassione, e coinvolge in grado elevato la
sensibilità e il sentimento. Fino a che ci mancherà la disciplina interiore, la
calma interiore, non importa di quali facilitazioni esterne o condizioni
godremo, non ci procureranno mai quel sentimento di gioia o felicità che
cerchiamo. Se invece possediamo tale qualità interiore, cioè la calma della
mente e un certo grado di stabilità interiore, anche se siamo privi delle varie
facilitazioni esterne che normalmente sono considerate necessarie per una vita
felice, è possibile comunque vivere felicemente e con gioia.
Dalai Lama,
L’arte di essere pazienti, Neri
Pozza, Vicenza 1998-2011
lunedì 24 agosto 2015
ARMONIA E SERENITA’ – José Saramago
Sarebbe come credere
che ciò che chiamiamo felicità sia uno stato di gioia permanente, cosa che non
esiste e non è mai esistita: se la gioia non è permanente ci saranno
sicuramente momenti di tristezza per qualcosa che si è perduto, per qualcosa
che manca, per un’assenza: tutto questo può portare ad un sentimento di
tristezza.
Mi lascia
indifferente il concetto di felicità, ritengo più importanti la serenità e
l’armonia. Il concetto di felicità presuppone che uno sia contentissimo, che se
ne vada in giro ridendo, abbracciando tutti, dicendo sono felice, che
meraviglia. E’ chiaro che anche un mal di denti gli toglierà la gioia e quindi
la felicità. Penso che la serenità sia una cosa diversa. La serenità ha molto
dell’accettazione, ma include anche un certo autoriconoscimento dei propri
limiti.
Vivere in armonia non
significa non avere conflitti, ma poter convivere con gli stessi serenamente.
Non voglio elevarmi ad esempio, ma io ora vivo in armonia con l’ambiente.
giovedì 16 luglio 2015
I MOMENTI DI FELICITA’ – Gianrico Carofiglio
Qualcuno ha detto che
i momenti di felicità ci prendono di sorpresa e a volte – spesso - non ce ne
accorgiamo nemmeno. Scopriamo di essere stati felici soltanto dopo, che è una
cosa assai stupida.
Gianrico Carofiglio,
Le perfezioni provvisorie, Sellerio,
Palermo 2010.
domenica 10 maggio 2015
E’ PROIBITO – Alfredo Cuervo Barrero
E’ proibito piangere
senza imparare,
svegliarti la mattina
senza sapere che fare
avere paura dei tuoi
ricordi.
E’ proibito non
sorridere ai problemi,
non lottare per
quello in cui credi
e desistere, per
paura.
Non cercare di
trasformare i tuoi sogni in realtà.
È proibito non
dimostrare il tuo amore,
fare pagare agli
altri i tuoi malumori.
E’ proibito
abbandonare i tuoi amici,
non cercare di
comprendere coloro che ti stanno accanto
e chiamarli solo
quando ne hai bisogno.
E’ proibito non
essere te stesso davanti alla gente,
fingere davanti alle
persone che non ti interessano,
essere gentile solo
con chi si ricorda di te,
dimenticare tutti
coloro che ti amano.
E’ proibito non fare
le cose per te stesso,
avere paura della
vita e dei suoi compromessi,
non vivere ogni
giorno come se fosse il tuo ultimo respiro.
E’ proibito sentire
la mancanza di qualcuno senza gioire,
dimenticare i suoi
occhi e le sue risate
solo perché le vostre
strade hanno smesso di abbracciarsi.
Dimenticare il
passato e farlo scontare al presente.
E’ proibito non
cercare di comprendere le persone,
pensare che le loro
vite valgano meno della tua,
non credere che
ciascuno tenga il proprio cammino
nelle proprie mani.
E’ proibito non
creare la tua storia,
non avere neanche un
momento per la gente che ha bisogno di te,
non comprendere che
ciò che la vita ti dona,
allo stesso modo te
lo può togliere.
E’ proibito non
cercare la tua felicità,
non vivere la tua
vita pensando positivo,
non pensare che
possiamo solo migliorare,
non sentire che,
senza di te,
questo mondo non
sarebbe lo stesso.
non sentire che,
senza di te, questo mondo non sarebbe lo stesso.
Originale
spagnolo
QUEDA PROHIBIDO
¿Qué es lo
verdaderamente importante?
Busco en mi interior
la respuesta,
y me es tan difícil
de encontrar.
Falsas ideas invaden
mi mente,
acostumbrada a
enmascarar lo que no entiende,
aturdida en un mundo
de falsas ilusiones,
donde la vanidad, el
miedo, la riqueza,
la violencia, el
odio, la indiferencia,
se convierten en
adorados héroes.
Me preguntas cómo se
puede ser feliz,
cómo entre tanta
mentira se puede vivir,
es cada uno quien se
tiene que responder,
aunque para mí, aquí,
ahora y para siempre:
Queda prohibido
llorar sin aprender,
levantarme un día sin
saber qué hacer,
tener miedo a mis
recuerdos,
sentirme sólo alguna
vez.
Queda prohibido no
sonreír a los problemas,
no luchar por lo que
quiero,
abandonarlo todo por
tener miedo,
no convertir en
realidad mis sueños.
Queda prohibido no
demostrarte mi amor,
hacer que pagues mis
dudas y mi mal humor,
inventarme cosas que
nunca ocurrieron,
recordarte sólo
cuando no te tengo.
Queda prohibido dejar
a mis amigos,
no intentar
comprender lo que vivimos,
llamarles sólo cuando
les necesito,
no ver que también
nosotros somos distintos.
Queda prohibido no
ser yo ante la gente,
fingir ante las
personas que no me importan,
hacerme el gracioso
con tal de que me recuerden,
olvidar a toda la
gente que me quiere.
Queda prohibido no
hacer las cosas por mí mismo,
no creer en mi dios y
hacer mi destino,
tener miedo a la vida
y a sus castigos,
no vivir cada día
como si fuera un último suspiro.
Queda prohibido
echarte de menos sin alegrarme,
olvidar los momentos
que me hicieron quererte,
todo porque nuestros
caminos han dejado de abrazarse,
olvidar nuestro
pasado y pagarlo con nuestro presente.
Queda prohibido no
intentar comprender a las personas,
pensar que sus vidas
valen más que la mía,
no saber que cada uno
tiene su camino y su dicha,
pensar que con su
falta el mundo se termina.
Queda prohibido no
crear mi historia,
dejar de dar las
gracias a mi familia por mi vida,
no tener un momento
para la gente que me necesita,
no comprender que lo
que la vida nos da, también nos lo quita.
Alfredo Cuervo
Barrero
giovedì 1 gennaio 2015
venerdì 19 settembre 2014
EDUCARE E’ DIFFICILE – Mario Lodi (1922-2014)
Pochi giorni fa, in
una scuola elementare, domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il
futuro. Ha risposto subito Massimo: "diventare miliardario!". Sogno,
condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere.
Oggi è difficile
educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che
collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta
gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i
mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con
tutti i mezzi, compresa la violenza.
A questa forza
perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di
amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la
guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in
una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco,
liberare gli schiavi che si credono liberi.
Mario Lodi, saluto al
Convegno "Educare è difficile",
Legambiente – MCE, Perugia, marzo 2003
venerdì 8 agosto 2014
LE DUE GOCCE D’OLIO – Paulo Coehlo
Un mercante, una
volta, mandò il figlio ad apprendere il segreto della felicità dal più saggio
di tutti gli uomini. Il ragazzo vagò per quaranta giorni nel deserto, finché
giunse a un meraviglioso castello in cima a una montagna. Là viveva il Saggio
che il ragazzo cercava.
Invece di trovare un
sant'uomo, però, il nostro eroe entrò in una sala dove regnava un'attività
frenetica: mercanti che entravano e uscivano, ovunque gruppetti che parlavano,
una orchestrina che suonava dolci melodie. E c'era una tavola imbandita con i
più deliziosi piatti di quella regione del mondo. Il Saggio parlava con tutti,
e il ragazzo dovette attendere due ore prima che arrivasse il suo turno per
essere ricevuto.
Il Saggio ascoltò
attentamente il motivo della visita, ma disse al ragazzo che in quel momento
non aveva tempo per spiegargli il segreto della felicità. Gli suggerì di fare
un giro per il palazzo e di tornare dopo due ore.
“Nel frattempo,
voglio chiederti un favore,” concluse il Saggio, consegnandogli un cucchiaino
da tè su cui versò due gocce d'olio. “Mentre cammini, porta questo cucchiaino
senza versare l'olio.”
Il ragazzo cominciò a
salire e scendere le scalinate del palazzo, sempre tenendo gli occhi fissi sul
cucchiaino. In capo a due ore, ritornò al cospetto del Saggio.
“Allora,” gli domandò
questi, “hai visto gli arazzi della Persia che si trovano nella mia sala da
pranzo? Hai visto i giardini che il Maestro dei Giardinieri ha impiegato dieci
anni a creare? Hai notato le belle pergamene della mia biblioteca?”
Il ragazzo,
vergognandosi, confessò di non avere visto niente. La sua unica preoccupazione
era stata quella di non versare le gocce d'olio che il Saggio gli aveva
affidato.
“Ebbene, allora torna
indietro e guarda le meraviglie del mio mondo,” disse il Saggio. “Non puoi
fidarti di un uomo se non conosci la sua casa.”
Tranquillizzato, il
ragazzo prese il cucchiaino e di nuovo si mise a passeggiare per il palazzo,
questa volta osservando tutte le opere d'arte appese al soffitto e alle pareti.
Notò i giardini, le montagne circostanti, la delicatezza dei fiori, la
raffinatezza con cui ogni opera d'arte era disposta al proprio posto. Di
ritorno al cospetto del Saggio, riferì particolareggiatamente su tutto quello
che aveva visto.
“Ma dove sono le due
gocce d'olio che ti ho affidato?” domandò il Saggio.
Guardando il
cucchiaino, il ragazzo si accorse di averle versate.
“Ebbene, questo è
l'unico consiglio che ho da darti,” concluse il più Saggio dei saggi. “Il
segreto della felicità consiste nel guardare tutte le meraviglie del mondo
senza mai dimenticare le due gocce d’olio nel cucchiaino.”
Paulo Coelho,
L’alchimista, 1988, ed. it. Bompiani,
Milano 1995, P. 45-47.
martedì 1 luglio 2014
SERENITA’ – Rita Levi-Montalcini (1909-2012)
La felicità non
esiste, è solo un attimo, ma per il resto bisogna sforzarsi di vivere con la
serenità di chi apprezza e ama la vita, cercando di far prevalere sempre l’ottimismo
sul pessimismo, che è un sentimento sterile.
La serenità si
raggiunge con l’amore verso noi stessi, verso il prossimo, nella comprensione e
nell’accettazione dei nostri errori. Lasciatevi travolgere dalla dedizione
verso il prossimo e otterrete la serenità.
Rita
Levi-Montalcini: Aggiungere vita ai giorni, a cura di
Raffaella Ranise e Giuseppina Tripodi, Longanesi, Milano 2013, p. 30.
domenica 3 novembre 2013
SEMPLICI CONSIGLI - Dalai Lama
Essere buoni, sinceri, avere pensieri positivi,
perdonare chi ci ha fatto un torto,
trattare tutti come amici,
soccorrere coloro che soffrono,
non considerarsi mai superiori agli altri:
consigli troppo semplici in apparenza,
ma provate a metterli in pratica, e vedrete se non sarete più felici.
Dalai Lama
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