Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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giovedì 19 dicembre 2019

L'ARCOBALENO E LA PENTOLA D'ORO



Natale 2019

Un’antica leggenda irlandese ci racconta di come ai piedi dell’arcobaleno sia posta una pentola colma di monete d’oro, pronta per essere trovata da chi ne sia degno. Un folletto la protegge da occhi indiscreti e confonde con i suoi trucchi coloro che guardano senza vedere.
L’arcobaleno è via da seguire, sentiero senza scorciatoia, cammino da percorrere per intero, viaggio di scoperta e di meraviglia, da fare con i piedi sporchi di luce e di colore.
Il folletto ti vedrà da lontano e saprà che la ricchezza già ti appartiene.

Francesco Callegari


martedì 27 ottobre 2015

LA PIETRA SCHEGGIATA – Alexandre Jollien


Un uomo possedeva, come unica ricchezza, una pietra preziosa. Vegliava scrupolosamente sul suo tesoro. Un giorno lo sventurato lasciò cadere la pietra per terra; la caduta ne rovinò la superficie liscia e lucida. Allora l’infelice, dopo aver tentato inutilmente di ripararla da sé, decise di consultare i tagliatori di pietre del suo villaggio. Tutti si sforzarono di eliminare la scalfittura, ma senza successo. Finalmente arrivò un viaggiatore straniero, e il gioiello fu sottoposto anche a lui: “Guardi, la mia pietra è rovinata per sempre”. L’artigiano esaminò l’oggetto, poi prese i suoi strumenti e sui graffi disegnò foglie e petali.
Alexandre Jollien, Cara filosofia. Lettere di un giovane filosofo ai grandi Maestri, Angelo Colla Editore, Costabissara (Vicenza) 2008, p. 21.


venerdì 8 maggio 2015

NESSUNO PUO’ RESTITUIRE IL TEMPO - Seneca


Nulla ci appartiene, Lucilio, soltanto il tempo è nostro; la natura ci ha dato il possesso di quest’unico bene che fugge e scivola via, dal quale, però, esclude chi vuole esserne escluso. 
E gli uomini sono così stolti che, se ottengono cose insignificanti e di nessun valore e sicuramente recuperabili, accettano che vengano loro messe in conto, e invece nessuno per aver ricevuto il tempo ritiene di dover nulla, mentre questo è proprio l’unica cosa che nemmeno una persona riconoscente può restituire.

Seneca, Lettere a Lucilio in Seneca, Tutte le opere, a cura di G. Reale, Bompiani 2000.

venerdì 20 febbraio 2015

L’ERRORE DI ACCUMULARE - Pierre Lévy


Uno dei nostri errori è di voler accumulare. Accumuliamo conoscenze, esperienze, meriti, rancori. Il senso di colpa è un altro modo ancora di accumulare colpe.
La difficoltà sta nel mollare la presa per aprirsi a ciò che esiste realmente: l'istante presente.

Pierre Lévy, Il fuoco liberatore

domenica 14 dicembre 2014

MARIA, DONNA DI PARTE – Tonino Bello


No, non fu neutrale. Basta leggere il Magnificat per rendersi conto che Maria si è schierata. Ha preso posizione cioè dalla parte dei poveri, naturalmente. Degli umiliati e offesi di tutti i tempi. Dei discriminati dalla cattiveria umana e degli esclusi dalla forza del destino. Di tutti coloro, insomma, che non contano nulla davanti agli occhi della storia.
Non mi va di avallare certe interpretazioni che favoriscono una lettura puramente politica del Magnificat, quasi fosse, nella lotta continua tra oppressi e oppressori, una specie di marsigliese ante litteram del fronte cristiano di liberazione. Significherebbe ridurre di gran lunga gli orizzonti dei sentimenti di Maria, che ha cantato liberazioni più profonde e durature di quelle provocate dalle semplici rivolte sociali. I suoi accenti profetici, pur includendole, vanno oltre le rivendicazioni di una giustizia terrena, e scuotono l'assetto di ben più radicali iniquità.
Sta di fatto, però, che, sul piano storico, Maria ha fatto una precisa scelta di campo. Si è messa dalla parte dei vinti. Ha deciso di giocare con la squadra che perde. Ha scelto di agitare come bandiera gli stracci dei miserabili e non di impugnare i lucidi gagliardetti dei dominatori.
Si è arruolata, per così dire, nell'esercito dei poveri. Ma senza roteare le armi contro i ricchi. Bensì, invitandoli alla diserzione. E intonando, di fronte ai bivacchi notturni del suo accampamento, perché le udissero dall'alto, canzoni cariche di nostalgia. Ha esaltato, così, la misericordia di Dio. E ci ha rivelato che è partigiano anche Lui, visto che prende le difese degli umili e disperde i superbi nei pensieri del loro cuore; stende il suo braccio a favore dei deboli e fa rotolare i violenti dai loro piedistalli con le ossa in frantumi; ricolma di beni gli affamati e si diverte a rimandare i possidenti con un pugno di mosche in mano e con un palmo di naso in fronte.
Qualcuno forse troverà discriminatorio questo discorso, e si chiederà come possa conciliarsi la collocazione di Maria dalla parte dei poveri con l'universalità del suo amore e con la sua riconosciuta tenerezza per i peccatori, di cui i superbi, i prepotenti e i senza cuore sono la razza più inquietante.
La risposta non è semplice. Ma diventa chiara se si riflette che Maria non è come certe madri che, per amor di quieto vivere, danno ragione a tutti e, pur di non creare problemi, finiscono con l'assecondare i soprusi dei figli più discoli. No. Lei prende posizione. Senza ambiguità e senza mezze misure. La parte, però, su cui sceglie di attestarsi non è il fortilizio delle rivendicazioni di classe, e neppure la trincea degli interessi di un gruppo. Ma è il terreno, l'unico, dove lei spera che un giorno, ricomposti i conflitti, tutti i suoi figli, ex oppressi ed ex oppressori, ridiventati fratelli, possano trovare finalmente la loro liberazione.
Tonino Bello, Maria, Donna dei nostri giorni, Edizioni San Paolo


martedì 30 settembre 2014

LA CUSTODIA DEL CREATO – Sorella Natura


I CAMBIAMENTI CLIMATICI
La conferenza internazionale sui cambiamenti climatici, che si è tenuta nei giorni scorsi all’ONU, è certo un evento positivo, anche se l’assenza di Paesi come la Cina e l’India ne limita fortemente la validità.
Evidenziamo però una forte contraddizione nell’affermazione che dalla crisi economica, mondiale si esce con la ripresa della produzione e dei consumi: quindi producendo più CO2 e pertanto spingendo in avanti i fattori umani che concorrono ai cambiamenti climatici.
Dall’altra parte, si raccomanda di ridurre le emissioni di CO2, quindi ridurre la produzione … è vero che si afferma che le modalità produttive debbono esser migliorate, in modo tale da renderle ecocompatibili ed è vero che scienza e tecnologia hanno fatto e faranno giganteschi passi in avanti in questo settore, ma ciò avviene ed avverrà in tempi lunghi e con costi iniziali molto alti, tanto che Paesi come la Cina e l’India, ma non solo loro, non partecipano a questo sforzo e seguitano ad inseguire gli stili di vita occidentali con modalità produttive fortemente inquinanti.
La questione essenziale è questa: dobbiamo pensare di proseguire, in Occidente, con l’attuale stile di vita: consumistico, anzi sprecone, edonistico e permissivo? Dobbiamo pensare che sia questo lo stile di vita da proporre a tutta l’Umanità?
Per Noi certo no. Occorre dare luogo a una Ecologia Umanistica: Amor Creationis!
Roberto Leoni, Presidente di Sorella Natura
FONTE: Sorella Natura, Assisi


venerdì 19 settembre 2014

EDUCARE E’ DIFFICILE – Mario Lodi (1922-2014)


Pochi giorni fa, in una scuola elementare, domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il futuro. Ha risposto subito Massimo: "diventare miliardario!". Sogno, condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere.
Oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza.
A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco, liberare gli schiavi che si credono liberi.

Mario Lodi, saluto al Convegno "Educare è difficile", Legambiente – MCE, Perugia, marzo 2003

lunedì 4 agosto 2014

IL RE CHE DOVEVA MORIRE – Gianni Rodari (1920-1980)


Una volta un re doveva morire. Era un re assai potente, ma era malato a morte e si disperava: - Possibile che un re tanto potente debba morire? Che fanno i miei maghi? Perché non mi salvano?
Ma i maghi erano scappati per paura di perdere la testa. Ne era rimasto uno solo, un vecchio mago a cui nessuno dava retta, perché era piuttosto bislacco e forse anche un po' matto. Da molti anni il re non lo consultava, ma stavolta lo mandò a chiamare.
- Puoi salvarti, - disse il mago, - ma a un patto: che tu ceda per un giorno il tuo trono all'uomo che ti somiglia più di tutti gli altri. Lui, poi, morirà al tuo posto.
Subito venne fatto un bando in tutto il reame: - Coloro che somigliano al re si presentino a Corte entro ventiquattr'ore, pena la vita.
Se ne presentarono molti: alcuni avevano la barba uguale a quella del re, ma avevano il naso un tantino più lungo o più corto, e il mago li scartava; altri somigliavano al re come un'arancia somiglia a un'altra nella cassetta del fruttivendolo, ma il mago li scartava perché gli mancava un dente, o perché avevano un neo sulla schiena.
- Ma tu li scarti tutti, - protestava il re col suo mago. - Lasciami provare con uno di loro, per cominciare.
- Non ti servirà a niente, - ribatteva il mago.
Una sera il re e il suo mago passeggiavano sui bastioni della città, e a un tratto il mago gridò: - Ecco, ecco l'uomo che ti somiglia più di tutti gli altri!
E così dicendo indicava un mendicante storpio, gobbo, mezzo cieco, sporco e pieno di croste.
- Ma com'è possibile, - protestò il re, - tra noi due c'è un abisso.
- Un re che deve morire, - insisteva il mago, - somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato della città. Presto, cambia i tuoi vestiti con i suoi per un giorno, mettilo sul trono e sarai salvo.
Ma il re non volle assolutamente ammettere di assomigliare al mendicante. Tornò al palazzo tutto imbronciato e quella sera stessa morì, con la corona in testa e lo scettro in pugno.
Gianni Rodari, Favole al telefono, p. 64-65.


lunedì 28 aprile 2014

FURORE - John Steinbeck (1902-1968)


La vicenda narra l'epopea della 'biblica' trasmigrazione della famiglia Joad, che è costretta ad abbandonare la propria fattoria nell'Oklahoma a bordo di un autocarro e a tentare di insediarsi in California, dove spera di ricostruirsi un avvenire. Nella stessa situazione si trovano centinaia di altre famiglie, sfrattate dalle case dove avevano vissuto per generazioni perché le banche a cui avevano chiesto i prestiti non rinnovano i crediti e confiscano i terreni spedendo le "trattrici" a spianare tutto, comprese le abitazioni in legno.
La storia inizia con Tom, che è appena stato rilasciato sulla parola con un permesso speciale del carcere - dove ha già scontato quattro dei sette anni ai quali è stato condannato per aver ucciso un uomo che lo aveva accoltellato. Egli ritorna a casa attraversando un paesaggio desolato dall'aridità e dalle piogge torrenziali che rovinano l'ennesimo raccolto e che preannunciano la miseria incombente. Con la sua famiglia decide così di abbandonare l'Oklahoma per tentare la fortuna all'Ovest. Costoro intraprendono a bordo di un autocarro il lungo viaggio verso la California.
John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1940.
Nuova edizione: Bompiani 2013, nuova traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni.

Titolo originale: The grapes of wrath, Copyright 1939 John Steinbeck

sabato 29 marzo 2014

37. IL VOLO LEGGERO – Francesco Callegari


Occorre essere leggeri per volare senza sforzo. Gli uccelli sono un buon esempio di volo leggero. Il loro elemento è l’aria e quando stanno sulla terra sembrano sempre un po’ a disagio. Le loro zampe minuscole tengono bene i rami degli alberi o i fili della luce, ma aiutano poco i movimenti terrestri. I loro passi imbarazzati lasciano orme appena accennate, quasi per sbaglio, come di scusa. Il segreto degli uccelli sta nel paradosso dell’assenza, ha molto a che vedere con il vuoto, si spiega togliendo e non riempiendo.
Ho conosciuto persone come uccelli, passate sulla terra in punta di piedi, senza possedere nulla, senza rovinare nulla. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai. Il loro sguardo sfiora senza desiderio, la loro mano accarezza senza violenza, la loro parola incanta per la disarmante semplicità. Più del cielo che della terra, queste donne e questi uomini ci sono prestati per esempio, per indirizzo: il loro volo ci invita ad alzare lo sguardo.
E rimane lo stupore generato dalla gratuità, rimane lo scompiglio di fronte al silenzio, rimane la difficoltà di capire il perdersi per ritrovarsi. Noi, così pieni, così pesanti.  

Francesco Callegari   

martedì 11 marzo 2014

34. LA NOSTRA PIU’ PREZIOSA CONSEGNA – Francesco Callegari


LA NOSTRA PIU’ PREZIOSA CONSEGNA

LETTERA APERTA AL NUOVO MINISTRO DELL’ISTRUZIONE - 11 marzo 2014

Nelle nuove “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo dell’istruzione”, a pagina 9 si legge:
“La scuola realizza appieno la propria funzione pubblica impegnandosi, in questa prospettiva, per il successo scolastico di tutti gli studenti, con una particolare attenzione al sostegno delle varie forme di diversità, di disabilità o di svantaggio”.
E ancora: “Le finalità della scuola devono essere definite a partire dalla persona che apprende”.
Una scuola che ricerca quotidianamente il senso della propria esistenza nella centralità dell’alunno, senza se e senza ma, legge queste parole con grande favore.  Soprattutto perché la nostra è una scuola che da sempre considera l’alunno con disabilità come la sua più preziosa consegna.
Il 5 agosto 2009 sono state emanate le “Linee guida sull’integrazione scolastica degli alunni con disabilità” e lì leggiamo che:
“La presenza di alunni disabili non è un incidente di percorso, un’emergenza da presidiare, ma un evento che richiede una riorganizzazione del sistema e che rappresenta un’occasione di crescita per tutti”.
E proprio questo, noi abbiamo cercato di fare in questi anni: organizzarci in modo da offrire ai ragazzi con disabilità il meglio della nostra competenza, delle nostre energie, della nostra didattica, della nostra capacità di accogliere e di creare benessere.
“L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si pèrdono loro, la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura i sani e respinge i malati, diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo?”
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 20.
A complicare le cose, negli ultimi tempi, è venuta la carenza di personale specializzato nel sostegno. Gli alunni con le necessità più particolari, quelli che avrebbero più bisogno di docenti di grande competenza ed esperienza, vengono ora affidati a insegnanti precari, spesso senza alcuna preparazione specifica e attinti dalle graduatorie delle varie discipline: tecnologia, musica, educazione fisica…, sulla base del loro punteggio. Insegnanti con tanta buona volontà, ma nessuna specializzazione sul sostegno.
Quando, anziché l’alunno, a essere privilegiata è la “Graduatoria” o addirittura l’Intergraduatoria, che è la “Graduatoria delle graduatorie”, tutto può succedere. E così, di anno in anno, all’insegnante di musica subentra l’architetto, il docente di educazione fisica sostituisce l’insegnante di lingua straniera, e così via...  
Noi crediamo che, prima di ogni altra considerazione, il ragazzo con disabilità abbia il diritto di avere accanto a sé un esperto che sappia cogliere le sue difficoltà e le sappia gestire con competenza professionale. In caso contrario, corriamo il rischio che uno più uno non faccia due.
Gian Antonio Stella sul Corriere del 31 gennaio 2013, alla fine di un articolo dal titolo “Bocciare il merito, la scuola non cambia mai”, parlando dei modi in cui vengono assunti i docenti, scriveva:
“…ti senti sperduto in un'intricatissima foresta in cui ancora una volta è stata smarrita la strada che porta a quel «merito, merito, merito» di cui tutti si riempiono la bocca. E in cui i diritti fondamentali da difendere sembrano comunque essere ancora quelli dei professori e solo dopo (molto dopo) quelli degli studenti.”

Sperando in un futuro dove nella scuola italiana il primo “avente diritto” sia realmente l’alunno, Le porgo i più sinceri auguri di buon lavoro.

Francesco Callegari
Dirigente scolastico

lunedì 24 febbraio 2014

20. RICCHEZZE DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana


San Cristobal de las Casas - Chiapas
È un privilegio poter girare a piedi per  la città e metterci solo cinque minuti per arrivare a scuola.
È un privilegio vivere a 200 m dal mercato e far colazione con 50 cent.
È un privilegio avere una casa tutta per me in questo mese, spaziosa, col giardino e internet.
È un privilegio potermi permettere un anno di formazione in una scuola che mi entusiasma, mi stimola, mi motiva e mi fa imparare.
È un privilegio avere degli amici che ti introducono rapidamente nella vita sociale, a cui far le domande, con cui andare  nelle comunità indigene, a cui far riferimento.
È un privilegio poter fare un nuovo corso di shiatsu e arrotondare facendo massaggi.
È un privilegio vivere in un posto pieno di gente alternativa perché ci sono un sacco di attività interessanti e innovative che in una città così piccola normalmente non si trovano.
È un privilegio che il papà di un bimbo della scuola sia artigiano e che quindi possa andare a lavorare da lui (quando mi tornerà la voglia...).
È un privilegio avere il tempo di pensare, di ascoltarsi, di fare le cose con calma, di scrivere, leggere..

Soprattutto questo non è solo quello che volevo, è di più!

martedì 8 ottobre 2013

CONTRO L'AVIDITA' - Chiara Frugoni


I primi francescani sono apertamente contro la strategia dell’appagamento che esclude chi non ha i mezzi per raggiungerlo, che protegge i beni derivati dalla ricchezza, dalle proprietà in città e campagna, da posizioni sociali di prestigio; chiedevano a tutti di servirsi di quei mezzi per gli scopi fissati da Dio e non per quelli dell’avidità umana che aveva creato squilibri e dolore.

Chiara Frugoni, Storia di Chiara e Francesco, p. 52

martedì 10 settembre 2013

36. LE FAVOLE E I DRAGHI - Francesco Callegari


Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. 
Perché questo i bambini lo sanno già. 
Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti. 

Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), Tremendous Trifles, 1909 

“Questo esercizio non mi riesce proprio”. “Oh no! Ancora in banco con quel compagno”. “E’ sempre più pesante lavorare con quel collega”. “Le cose con mio marito non vanno per niente bene”. “In questo Paese non c’è niente che funzioni!”.
Che i draghi esistano, nessuno lo ha mai messo in dubbio. Li incontriamo ogni giorno: nelle situazioni difficili, nei compiti faticosi, nelle relazioni problematiche, nelle persone antipatiche, nei colleghi indisponenti, nella malattia, nelle perdite …
Ma la prima bella notizia è che i draghi possono essere sconfitti. Certo, bisogna mettersi in gioco, bisogna combattere. Se impauriti gli voltiamo le spalle, possiamo star certi di venire inceneriti all’istante: il drago non aspetta altro. “Ah, se in classe avessi altri compagni o altri professori …”. “Sono proprio questi colleghi che mi impediscono di lavorare bene”. “Se facessi un altro lavoro, allora sì che potrei esprimermi al meglio”.
E’ l’atteggiamento di rinuncia a farci bruciare dal drago.
Il primo passo per vincerlo è allora quello di riconoscerlo, dargli l’importanza che si merita e fargli sapere che ci siamo. Dobbiamo fargli capire che conosciamo la sua forza e siamo pronti ad affrontarlo alla pari. Tutto questo implica un grande lavoro per noi: se rimaniamo fermi come siamo, non potremo che soccombere. Dobbiamo essere agili sulle gambe, sempre in guardia e in movimento, dobbiamo essere pronti a cambiare strategia, armi, tempi. In tutto questo, è chiaro che non dobbiamo aspettarci che sia il drago a cambiare: la situazione, il compito, il collega, il compagno, la malattia, la perdita sono quelli e molto probabilmente non cambieranno. In questo atteggiamento positivo, in questa tensione verso il cambiamento di noi stessi, e non dell’altro, sta la parte che ci compete, la nostra battaglia.
Affrontare il drago significa allora prima di tutto conoscere se stessi, avere la consapevolezza di chi siamo e cosa siamo in grado di fare, saggiare la nostra forza e le nostre potenzialità. E questa è già una grande sfida.
Ma non saremo soli: fin dall’inizio del nostro cammino avremo intorno a noi persone che ci indicheranno la strada, che ci sosterranno con le parole e l’aiuto, che ci daranno forza con le armi dell’amicizia e dell’affetto. Accogliamo la loro presenza e siamo grati a questi fidati scudieri, siano essi i nostri insegnanti, i nostri colleghi, i nostri compagni, i nostri amici…
E’ il primo regalo che l’incontro con il drago ci fa.
La seconda bella notizia è che ogni drago custodisce un tesoro. Il drago è messo apposta lì a guardia per difenderlo, ma anche per consegnarlo al cavaliere che lo merita.
E sarà un tesoro diverso per ciascuno di noi. Sarà il tesoro che ci serve in quel preciso momento della nostra vita.
Auguro a tutti noi di trovarlo.
Francesco Callegari

12 settembre 2013  

domenica 10 marzo 2013

I FIORI E LA SPAZZATURA - Anonimo



Un giorno un uomo ricco consegnò un cesto di spazzatura ad un uomo povero. L'uomo povero gli sorrise e se ne andò col cesto, poi lo svuotò, lo lavò e lo riempì di fiori bellissimi. Ritornò dall'uomo ricco e glielo diede.
L'uomo ricco si stupì e gli disse:
«Perché mi hai donato fiori bellissimi se io ti ho dato la spazzatura?».
E l'uomo povero disse:
«Ogni persona dà ciò che ha nel cuore».

martedì 27 novembre 2012

I BENI SUPERFLUI - Tommaso Moro (1478-1535)


Gli Utopiani si stupiscono che esista qualche mortale cui diletti l’incerto splendore di una piccola gemma, di una perla, quando può contemplare qualche stella e anche lo stesso sole.
Ugualmente si stupiscono che l’oro, per sua natura così inutile, sia stimato tanto ai nostri giorni che qualsiasi zoticone, disonesto o sciocco o con meno intelligenza di un pezzo di legno, possa tenere in servitù molti uomini sapienti e buoni; e questo per il solo fatto di trovarsi in possesso di un sacco di monete d’oro.
E che dire di quelli che accumulano beni superflui, per dilettarsi non già di far uso dei loro tesori, ma di conservarli? Ne ricevono un piacere vero o piuttosto si lasciano illudere da un piacere immaginario? O quelli che, per un’altra specie di stortura, nascondono l’oro in modo da non potersene più servire e forse non poterlo neanche più vedere? Eppure tu, dopo aver seppellito il tuo tesoro, esulti di gioia, come se ormai non avessi più pensieri! Ma se qualcuno nel frattempo te lo ruba e tu, senza sapere nulla del furto se non dopo dieci anni, per tutto quel decennio sei sopravvissuto alla perdita del denaro, cosa importa se ti fosse stato sottratto o lasciato lì? In un caso o nell’altro te n’è venuto lo stesso vantaggio, né più né meno.
Tommaso Moro, L’Utopia, [1516], Bari-Roma 1993, p. 80-81, 87-88

mercoledì 31 ottobre 2012

LA CONGIURA DEI RICCHI - Tommaso Moro (1478-1535)



Esaminando e considerando gli Stati che oggi possiamo trovare nel mondo, non si presenta altro che una congiura di ricchi, i quali, sotto il nome e il pretesto dello Stato, non si occupano che dei propri interessi.
E immaginano e inventano ogni maniera, ogni arte con cui conservare anzitutto, senza paura di perderlo, ciò che hanno disonestamente ammucchiato, e in secondo luogo come serbare per sé, volgendolo a proprio utile al prezzo più basso possibile, ciò che a fatica viene prodotto da tutti i poveri. I ricchi stabiliscono che queste subdole disposizioni debbano essere osservate in nome dello Stato, cioè anche in nome dei poveri, e così diventano legge!
Ma questi uomini immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro i beni che sarebbero bastati a tutti, sono ben lontani dalla felicità che regna nella repubblica di Utopia!
Tommaso Moro, L’Utopia, 1516, Bari-Roma 1993, p. 131-132

venerdì 7 settembre 2012

DIO NON HA RISERVE - Mahatma Gandhi


Dio non ha riserve per il futuro. Egli non crea mai più dello stretto necessario in quel momento. Perciò se confidiamo nella sua provvidenza dobbiamo essere sicuri che Egli ci darà ogni giorno il nostro pane quotidiano, ossia tutto ciò che ci occorrerà. I santi e i devoti che sono vissuti con una simile fede ne hanno sempre sperimentato la fondatezza. La nostra ignoranza o negligenza della legge divina che dà all'uomo ogni giorno il suo pane quotidiano e niente più, ha provocato le ineguaglianze e le conseguenti miserie. I ricchi possiedono molte cose superflue di cui non hanno bisogno, che vengono così trascurate e sprecate, mentre milioni di persone muoiono di fame per mancanza di cibo...
Nell'attuale situazione il ricco è tanto insoddisfatto quanto il povero. Il povero vorrebbe diventare milionario e il milionario vorrebbe diventare multimilionario. I ricchi invece dovrebbero prendere l'iniziativa e privarsi dei propri beni allo scopo di accontentare tutti...
La civiltà nel vero senso della parola, non consiste nel moltiplicare i bisogni, bensì nel ridurli volontariamente e deliberatamente...
Dobbiamo ricordare che il non-possesso è un principio che può essere applicato sia ai pensieri che alle cose.

Mahatma Gandhi, La resistenza nonviolenta, Roma 2000, p 52-53

domenica 6 maggio 2012

LA RICCHEZZA E LA LIBERTA' - Seneca



La libertà non puoi comprarla. Perciò è inutile scrivere sui documenti la parola libertà: non si può comprarla, né venderla: questo bene te lo devi donare tu stesso, devi chiederlo a te stesso. Liberati prima di tutto dalla paura della morte, che ci impone il suo giogo, e poi dalla paura della povertà.
Nella povertà non c'è niente di male; per rendertene conto confronta tra loro il volto dei poveri e quello dei ricchi: il povero ride più spesso e più di cuore, non ha nessuna preoccupazione nel suo intimo e, anche se gli capita qualche cruccio, passa come una nube leggera. Ma l'allegria di quegli uomini che vengono definiti felici è simulata oppure gravata e corrotta da un'intima tristezza, ed è tanto più penosa perché certe volte non possono mostrare apertamente la loro infelicità, ma devono fingersi lieti anche se gli affanni rodono loro il cuore.
Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio

giovedì 3 maggio 2012

IL CUORE PIU' BELLO DEL MONDO - Storia indiana



C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti glielo ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto e, più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: "Beh, a dire il vero... il tuo cuore è molto meno bello del mio."
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene - così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.
Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: "Stai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un tutto un rattoppo."
"E’ vero", ammise il vecchio. "Il tuo cuore ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non lo cambierei mai con il mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi - e così ho qualche bitorzolo, a cui sono affezionato, però: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone... e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia la vera bellezza?"
Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e glielo offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.
Poi il vecchio aggiunse:
«Se la nota musicale dicesse: “Non è la nota che fa la musica… ” non ci sarebbero le sinfonie.
Se la parola dicesse: “Non è una parola che può fare una pagina…” non ci sarebbero i libri.
Se la pietra dicesse: “Non è una pietra che può alzare un muro…” non ci sarebbero case.
Se la goccia d’acqua dicesse: “Non è una goccia d’acqua che può fare un fiume…” non ci sarebbero gli oceani.
Se l’uomo dicesse: “Non è un gesto d’amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo…” non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, né felicità sulla terra degli uomini».
Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava meraviglioso: perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.

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