Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber
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martedì 1 marzo 2016

COME FARE DELL’AVVERSARIO UN AMICO - Dale Carnegie (1888-1955)


Ringraziare di cuore l'avversario per il suo interesse. Chiunque si prenda la briga di dissentire sulle idee di qualcuno dimostra interesse per le stesse cose.
Considerare un genuino desiderio di chiarificazione facendo, a volte, dell'avversario un amico.

Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 136.

mercoledì 25 novembre 2015

IL FORUNCOLO SUL COLLO - Dale Carnegie (1888-1955)


La gente che parla solo di se stessa pensa solo a se stessa. “E la gente che pensa solo a se stessa,” come dice il dottor Nicholas Murray Butler, per lungo tempo rettore della Columbia University, “rimane ignorante senza speranza.” “Non c’è modo di toglierli dalla loro stupidità,” prosegue Butler, “non c’è modo di istruirli.”
Così se volete diventare un buon conversatore, siate prima di tutto un ascoltatore attento. Per interessare, mostratevi interessati. Fate domande che sapete fanno piacere al vostro interlocutore. Incoraggiatelo a parlare di sé e dei propri successi.
Ricordatevi che la gente alla quale state parlando si interessa molto di più ai suoi problemi che ai vostri. Il proprio banale e personalissimo mal di denti preoccupa assai di più della grande carestia che in Cina miete milioni di vittime. Un foruncolo sul collo è più inquietante di cinquanta terremoti in Africa. Pensateci, la prossima volta che vi mettete a parlare con qualcuno.
Dale Carnegie, Come trattare gli altri e farseli amici, 1936, ed. it. Bompiani, Milano 2001, p. 111.


mercoledì 21 ottobre 2015

IL BENE DI TUTTI – Patrizia Malachin


Caro Francesco,
sono sempre più convinta che la vera democrazia non consista nel voto di maggioranza.
E lo sai il perché? Perché il cittadino non dà un voto in piena coscienza e ragionevolezza, dopo un’attenta documentazione dei fatti, un ripercorso di frammenti storico/sociali, una valutazione ampia delle problematiche del Paese, nell'intento di raggiungere il valore massimo della collettività: "il bene di tutti".
Oggi si vota per simpatia e, soprattutto, per alleanze. Ma quanto dura un'alleanza? Poco, assai poco. E' un patto fra contraenti che non ha in sé nessun valore etico, per cui non è basato su intenti benefici comuni con lo scopo di amministrare con saggezza un popolo, ma sottende sempre l'intenzione di soddisfare gli interessi personali e di risaldare il proprio potere politico.
Così succede nelle scuole: non si cerca la soluzione che possa (per quanto possibile) garbare alla "vera maggioranza" degli alunni e dei genitori, cioè tenendo presente le problematiche di tutti. La "falsa maggioranza" impone le sue richieste al resto dell'assemblea con prepotenza, calpestando gli individui più fragili e non vagliando le conseguenze del poi. In quel voto vedono solo se stessi e non il raggiungimento di un livello di scuola più funzionale, accogliente e aperta ai bisogni di tutti. Se questa maggioranza non ottiene ciò che vuole, passa al ricatto e al boicottaggio, mettendo alle strette chiunque debba prendere decisioni.
Patrizia Malachin


venerdì 7 novembre 2014

LA PIOGGIA NEL COLLEGIO – Nadia Vidale


Pensavo di cavarmela rapidamente, oggi, da un Collegio andato direi insolitamente lineare. Invece, quasi in capo alla discussione, è arrivata la grandine e i professori, bilanciando Collegio e automobili, hanno ritenuto di mettere al coperto le macchine.
Così almeno immagino sia andata, perché ho visto uno sciame uscire per poi rientrare con difficoltà e forse qualcuno non è più rientrato.
Poi invece ha cominciato a entrare l’acqua in auditorium, un rivolo lungo il lato esposto, che ha destato un grandissimo interesse e allora anche quelli che non avevano le macchine si sono affrettati a raggiungere le uscite di emergenza per guardare fuori e qualcuno, per giustificarsi, diceva che voleva vedere dove andava l’acqua…
Sicché c’era grandissima cagione di distrazione nell’aula e inoltre cominciavano a spegnersi le luci.
Io avevo la parolina magica: “O tornate a sedere o io sospendo il collegio e lo riconvoco domani alle tre, così non piove”, ma stentavo a dirla perché il radiomicrofono dava segnali di cedimento e non era facile sentirmi.
Il punto più alto è stato raggiunto quando i soliti geni hanno cominciato a protestare che, a microfono spento, non si sentiva… restando seduti sparsamente qua e là, perché all’oratore è pericoloso avvicinarsi (ti ascolto, sì, se mi fai arrivare la voce fin dove sono io, sennò vedi di alzare il volume che non sarò mai io ad alzare le…).
A un certo punto si è capito che facevo sul serio e, col telefono senza fili, la notizia della riconvocazione ha preso consistenza e indotto anche i più restii e affascinati dalla potenza della natura che si accaniva con successo contro l’edificio della scuola a riprendere posto.
Il mio vero timore era che le luci partissero tutte e a quel punto il guaio era grosso, perché la delibera era importante e per approvarla per alzata di mano, le mani, occorre che si vedano.

Una Preside, durante il Collegio dei docenti

sabato 1 novembre 2014

DISPERAZIONE - Mariapia Veladiano


C'è questo stupore che il tempo continui, continui oltre il nostro dolore. Com'è possibile che le persone abbiano ancora un'intenzione, una meta da raggiungere, un'incombenza da sbrigare, magari di corsa, senza niente pensare. E c’è un governo con un decreto astratto e maldestro da votare, assenti tutti dai banchi, tranne gli interessati. Perché ancora sono convinti che un interesse, il loro interesse, valga la pena. Mentre il mondo è tutta una pena. E tutti fan finta di credere a qualcosa: la cena da preparare, il bollo da incollare.
Bisogna averla conosciuta la disperazione. Toccato la fine del nostro mondo, addossati al confine ultimo, niente più in là. Non il caldo di un desiderio che ci aspetta almeno come promessa, non le mani che ci sfioravano e che abbiamo perduto, nemmeno la fantasia, la più bugiarda delle promesse. Niente.
E niente si può dire perché la disperazione sente solo parole insincere, che dicono la consolazione senza conoscerla, e fanno male come una predica distratta a un funerale.
Che ci trovino accanto. Silenziose presenze senza pretesa. Senza giudizi. Senza soluzioni. Dove trovar pace. Una vastità accogliente. Che non giudica. Che offre riposo. Non siamo soli, non siamo soli.

Mariapia Veladiano, Ma come tu resisti vita, Einaudi, Torino 2013, p. 17.

mercoledì 25 giugno 2014

ANIMATORI E GUIDE – Mario Lodi (1922-2014)


Noi abbiamo dimostrato abolendo i voti e sostituendo a essi l’interesse reale del bambino, e quindi trasformando noi stessi da maestri-giudici in animatori e guide dei ragazzi, che è possibile strappare dal loro animo la gramigna spirituale dell’invidia e della superbia che producono l’opportunismo e il conformismo in un ambiente autoritario, proprio come avviene dell’operaio che sotto la spinta della necessità si comporta col padrone senza dignità.
Nell’ambito di questi rapporti negativi (ricordi quanto ne discutemmo?) avviene la distruzione, sul piano operativo, dei valori e dei principi: la libertà, la democrazia, il cristianesimo non s’imparano se non si vivono subito fra i banchi della scuola.
Ma questo è pericoloso per il sistema. Nella realtà di un mondo come il nostro che ha sull’altare il dio-lira, chi vuol mantenersi coerente con quei principi finisce presto in rovina. Te lo immagini un padrone che volendo essere cristiano sul serio, dividesse con i suoi operai tutto, grattacapi e utili? Sarebbe probabilmente un uomo amato e ricordato, ma non avrebbe sul piano economico vita lunga. 
Nell’infinita gamma di situazioni umane che il sistema produce, il motivo drammatico dell’inconciliabilità fra il messaggio cristiano e l’impegno sociale con il prossimo è sempre presente per un educatore.

Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, Torino 1995, pp.18-21.

lunedì 23 giugno 2014

IL PROFITTO ANCHE A SCUOLA – Mario Lodi (1922-2014)


Da una parte abbiamo le belle parole del programma-contratto: “Scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia e il gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l’abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita”. 
Dall’altra abbiamo la realtà di una scuola che invece di essere un servizio sociale per l’uomo è espressione e strumento di un sistema simile nei fini ultimi a tutti i sistemi che considerano gli uomini una massa da asservire e strumentalizzare per fini che gli sono estranei. 
Da noi il sistema è fondato sul principio considerato sacro della proprietà e dell’iniziativa privata, la quale ha come unica motivazione il profitto e come conseguenza la competizione. Chi comanda ha modellato la scuola a immagine e somiglianza del sistema: il profitto lo troviamo sulla pagella espresso in voti. 
E tu sai per esperienza diretta che dove c’è la prova oggettiva dell’esame uguale per tutti non si tiene conto del punto di partenza di ognuno, dei talenti e degli sforzi compiuti dall’handicappato.

Mario Lodi, Il paese sbagliato. Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, Torino 1995, pp.18-21.

lunedì 16 giugno 2014

DEBITI E CREDITI SCOLASTICI – Maurizio Pallante


L’altro giorno mio figlio è tornato a casa da scuola dicendo che aveva tre debiti. «Figliolo – ho balbettato – e adesso come facciamo a pagarli?»
Debiti e crediti scolastici. Dopo aver colonizzato tutto il territorio dei beni materiali e gran parte del territorio dei servizi, la mercificazione ha inviato le sue avanguardie nel territorio del pensiero. Non penserai più se non in termini quantitativi e con parametri monetari.
Se sai, hai un titolo in più nel tuo portafoglio, che potrai spendere al momento opportuno. Hai fatto un investimento fruttifero nella borsa del sapere. Ma, attenzione, non tutti i titoli hanno lo stesso valore. Alcuni sono più quotati e danno più crediti, altri sono meno quotati e danno meno crediti. Prima d’investire chiedi il prospetto informativo.
Se non sai, hai uno o più debiti da recuperare, che nessuno però verrà mai a esigere. E’ come con le tasse: vige il condono. Tanto, meno sai e meno pensi, meno pensi e più sei plasmabile sulle esigenza della crescita: produrrai sempre più merci per poterne consumare sempre di più, e consumerai sempre più merci per poterne produrre sempre di più, senz’altro orizzonte davanti a te.
Misurare il sapere in debiti e crediti ti farà capire da subito, che nella vita il denaro è la misura di tutto.
Maurizio Pallante, La decrescita felice, Roma, Editori Riuniti, 2005, 11-13 passim


giovedì 1 maggio 2014

TERRA SENZA AMORE – John Steinbeck (1902-1968)


Non amava la terra, non più di quanto l'amasse la banca; ma non amava nemmeno la trattrice. Si contentava di ammirarne le superfici lucenti, la potenza, il rombo dei suoi cilindri detonanti. A rimorchio rotavano i lucidi dischi che vivisezionavano la terra: non  più col faticoso lavoro dell'aratro, ma con la fredda opera d'un chirurgo la terra smossa s'ammucchiava da un lato mentre il secondo ordine di dischi la incideva e l'ammucchiava dall'altro; rilucevano le lame taglienti per il costante lustramento della terra. E dietro ai dischi gli erpici rastrellavano le zolle con denti di ferro. E dietro agli erpici le lunghe seminatrici - dodici ferrei membri eretti - violentavano la terra, stuprando meccanicamente, senza passione, sputando il seme. Il conducente sul suo sgabello di ferro s'inorgogliva dell'impeccabile dirittura dei solchi che non tracciava lui, della trattrice che non era sua e ch'egli non amava, della potenza di cui si sapeva schiavo. E s'arrivava alla maturazione e alla mietitura senza che nessun essere umano avesse sbriciolato con le mani le tiepide zolle o setacciato la terra tra le dita, senza che nessuno avesse toccato il seme o ne avesse spiato con ansia la crescita. Gli uomini mangiavano ciò che essi non avevano coltivato, più nessun vincolo li legava al proprio cibo. La terra s'apriva sotto il ferro e sotto il ferro gradatamente inaridiva: nessuno c'era più ad amarla o a odiarla, nessuno più la supplicava o malediceva.
John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1940, p. 27
Titolo originale: The grapes of wrath, Copyright 1939 John Steinbeck


mercoledì 30 aprile 2014

IL TRATTORISTA – John Steinbeck (1902-1968)


Sul suo sedile in ferro il conducente non aveva aspetto umano. Inguantato, occhialuto, mascherati il naso e la bocca contro la polvere, era parte integrante del mostro, era un fantoccio meccanico. Lo strepito dei cilindri echeggiava su tutta la contrada, divenne un elemento come l'aria o la terra, e l'aria e la terra e lo strepito sussultavano all'unisono sotto le identiche vibrazioni. Il conducente non poteva impedire al mostro di avanzare e retrocedere in linea retta per la campagna e di travolgere nella sua marcia dozzine di fattorie. Azionando leve e comandi si sarebbe potuto deviarlo, ma il conducente non poteva perché un altro mostro, il mostro che aveva costruito la trattrice, che l'aveva inviato sul posto s'era immesso nelle mani, nel cervello, nei muscoli del conducente, lo teneva imbrigliato e imbavagliato... imbrigliata la mente, imbavagliata la bocca, imbrigliate le sue facoltà di percezione, soffocata ogni sua voce di protesta. Non poteva vedere la campagna così com'era, né assaporare l'odore genuino della terra, né calpestarne le zolle, né sentirne il calore e la forza. Sedeva su uno sgabello di ferro e premeva pedali di ferro. Non poteva apprezzare né comprimere, o maledire o incoraggiare il proprio potere nel confronti della terra e di conseguenza era incapace di provare gioia o tormento, furore o sollievo. Non conosceva la terra, non era sua, non aveva fede in lei, non la supplicava. Se un granello di seme non germinava, egli non se ne dava pensiero. Se i teneri virgulti appassivano nella siccità o affogavano sotto la pioggia, egli rimaneva indifferente, come la trattrice.
John Steinbeck, Furore, Bompiani, Milano 1940, p. 26-27
Titolo originale: The grapes of wrath, Copyright 1939 John Steinbeck


lunedì 27 gennaio 2014

16. LE MATERIE DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana


San Cristobal de las Casas - Chiapas
C’è spazio anche per lo yoga, la lettura, la musica, l’inglese, l’informatica e la falegnameria. Ogni venerdì si fa sport o un’uscita in un museo a scelta dei bambini. Quello che conta è dare strumenti, non tanto i contenuti che ognuno poi saprà trovare da solo avendo imparato il metodo.

Mi ha colpito molto la risposta di Joni a una signora che gli chiedeva se vedeva differenza tra lui e i suoi amici che frequentano altre scuole. Lui, che ha fatto l’asilo e le elementari in questa scuola e che è al suo ultimo anno, le ha detto che i suoi amici di altre scuole gli sembrano dei robot, ossia poco consapevoli e esecutori di ordini imposti dall’alto. 
Forte no? Joni, seppure non abbia molta voglia di parlare, è sempre contento di ciò che fa e gli piace anche fare corsi di rinforzo pomeridiani. 

lunedì 20 gennaio 2014

15. UN’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana



San Cristobal de las Casas - Chiapas
Forse sembreranno banalità ma fanno parte di un sistema diverso, in cui ai bambini si chiede se sono d’accordo rispetto alle attività proposte e li si ringrazia quando fanno qualcosa che gli viene chiesto di fare, anche raccogliere i colori che hanno fatto cadere loro.
Poi, per far vedere la scuola a Maya, facciamo un giro e passiamo dal gruppo dei grandi e da quello dei mediani e chiediamo loro quanti siano, infine andiamo in giardino a raccogliere le foglie per un’altra attività e di ritorno in classe questo diventa un problema per casa: quanti bambini e bambine ci sono nella scuola?
E tutto segue in un fluire che sarebbe impossibile programmare e infatti viene da sé, dalla volontà di far in modo che tutto diventi apprendimento, ma anche dal rispetto per i tempi dei bambini, per cui dopo aver scritto si fa un gioco da cui poi nasce l’attività successiva.
L’obiettivo di questi primi giorni è che si formi il gruppo, quindi ci contiamo, ci nominiamo, ci descriviamo, scriviamo i nostri nomi sulle foglie che abbiamo disegnato prendendo spunto da quelle del giardino e le usiamo per segnare le presenze, poi diamo un nome al gruppo che, per elezione popolare, si chiama “Stelle e lune diamante”.
Si respira un’aria calma di rispetto reciproco in questa scuola, nessuno urla e se qualche bambino alza la voce sono gli altri a chiedergli se per piacere può abbassare il tono. Questi bambini sanno giocare tutti insieme mettendosi d’accordo su ogni cosa senza litigare e sono sempre rimandati alle loro responsabilità. Ogni scelta è una loro responsabilità. Se qualcuno all’assemblea mattutina inizia a disturbare, semplicemente viene richiamato al motivo per cui ci si trova lì e può sempre scegliere di andarsene.
Tutto si decide a maggioranza e chi non è d’accordo, se non accetta, esce dal cerchio tranquillamente. A volte restano, pur un po’ irrequieti, altre volte lasciano il gruppo e aspettano che termini l’assemblea o un’altra accompagnante li porta con sé.

In cerchio la prima cosa che si fa è chiedere “come stai?” e le risposte “bene” o “male” vengono sempre rese più esplicite; poi si ascoltano altre esigenze e si fa un gioco, un canto o si lascia spazio ad un momento di spiritualità prima di dividersi nelle classi o nei saloni, come vengono detti qui, per le attività di scrittura o matematica. 

lunedì 23 dicembre 2013

11. COMPITI DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana



San Cristobal de las Casas - Chiapas
I compiti sono un tema delicato perché non sempre vengono svolti. Quando li correggiamo, Laura, l'accompagnatrice, chiede ai bambini: “Sei stato felice di far questi compiti?” La risposta è sempre affermativa e allora mattiamo una faccetta sorridente; poi Laura gliene mette un'altra perché dice “e io sono contenta che tu abbia imparato”.
Questi primi giorni di scuola sono stati molto intensi e ho avuto l’impressione che mi abbiano già aperto porte che aspettavano proprio questo!
Ad esempio quando Malena, 6 anni, arrivando a scuola si è accorta di essersi dimenticata di far i compiti, la risposta dell’accompagnante Laura, che con molta tranquillità ha detto: “Non importa, può succedere che ci dimentichiamo, che non siamo in casa e che non possiamo farli, non succede nulla” mi ha liberato i pori della pelle! Il punto è che se sono libera e ci tengo, quei compiti li farò e avrò voglia di farli altre volte.
Laura aveva infatti chiesto ai bambini se volevano dei compiti e loro avevano risposto di sì ed erano felici di averne! E così, a pranzo, Ix, 6 anni, finita la scuola, invece di mangiare scrive liberamente e con molto impegno un esperimento, che alla fine si rivela la ricetta delle empanadas che proveremo a cucinare un giorno. Ichi, invece, non vede l’ora di presentarci la sua conferenza: ha scelto di parlare dei gufi, per cui sta scegliendo le foto e il materiale di cui ci parlerà fra qualche giorno.

Questo si chiama seguire la naturale motivazione e curiosità dei bambini e si cerca di far attenzione che i bambini siano felici di ciò che stanno facendo, che abbiano voglia di farlo. In questo modo infatti affrontano le materie di studio senza obbligo e con entusiasmo. 

lunedì 2 dicembre 2013

8. UNA SCUOLA DELL’ALTRO MONDO – Anna Chiara Fontana


San Cristobal de las Casas - Chiapas
Settembre. Qui, piogge torrenziali pomeridiane a parte, è iniziata la scuola.
Venerdì c'è stato un anticipo e in cerchio i bambini, che sono una ventina, hanno espresso i loro desideri e le loro intenzioni per l'anno e tutti non vedevano l'ora di riprendere ad imparare. Già solo questo è di buon auspicio!
La scuola inizia alle 9 e finisce alle 14. La frequenza non è obbligatoria, come del resto nella pubblica. I bambini per ora sono una ventina (ma ne aspettiamo altri per ottobre) e si dividono in tre gruppi a seconda dell’età: prima – seconda, terza – quarta e quinta – sesta e si lavora anche in sottogruppo all'interno dei tre gruppi.
Io sto col primo gruppo e a dieci giorni dall’inizio della scuola la maggior parte conta fino a cento, gioca con unità decine e centinaia, fa addizioni e sottrazioni in colonna. Chi è entrato in prima già legge o a poco a poco sta imparando le lettere con gran motivazione per essere come gli altri.
Ogni gruppo tratta un argomento che gli interessa, all'interno del quale l'accompagnante cerca di inserire più materie possibili, e i bambini sono anche incoraggiati a fare delle ricerche personali che poi espongono alla classe.
Si cura anche la matematica nello specifico, sempre in forma ludica, e si intermezzano laboratori di yoga, musica, arteterapia, legno, lettura con schedatura dei libri, orto e mi hanno chiesto di far un laboratorio.
Ah, si inizia la giornata con un'assemblea e un gioco, o massaggi o un momento di spiritualità (è stato preparato un altare con spiritualità di vari tipi, per ricordarci la nostra divinità, in sostanza).
Insomma sembra un sistema completo, i bambini felici di esserci, se qualcuno disturba gli si chiede cosa preferisce fare e possono anche uscire, ma generalmente restano.

C'è rispetto e nessuna imposizione. Vi aggiornerò man mano.

venerdì 18 ottobre 2013

L’INSEGNANTE IN GIOCO – Italo Fiorin


Pur con tutto il rispetto per le tecnologie e le loro promesse, è l’insegnante il primo e più importante mediatore didattico. Di fronte ai suoi alunni, l’insegnante è in gioco; convocato dall’“aula”, non può sottrarsi.
Nell’interazione con gli studenti sono richieste molte cose: proporre contenuti di studio in forma efficace, facendo ricorso a strategie e metodi coinvolgenti e responsabilizzanti.
Contenuti e metodi sono i ferri del “mestiere”, ma non basta padroneggiarli.
Al di là di quanto l’insegnante presenta agli alunni e di come lo fa, c’è qualcosa d’altro, ancora più importante. E riguarda la relazione che l’insegnante ha con i contenuti della sua comunicazione, che è tanto più efficace quanto maggiore è in coinvolgimento personale.
Solo chi è appassionato può appassionare, solo chi è intimamente interessato è capace di interessare.

Italo Fiorin, “Scuola e formazione”, n. 9/10 (2012)

domenica 8 settembre 2013

DEL TEMPO PER ME - Seneca (4 a.C - 65)


Quando qualcosa colpisce il mio animo non avvezzo a essere urtato, quando mi si presenta qualche situazione spiacevole, come ce ne sono molte nella vita di ognuno, o di quelle che procedono poco agevolmente, oppure occupazioni di non gran conto mi richiedono troppo tempo, mi concedo del tempo per me e, come succede anche ai greggi stanchi, tomo più velocemente verso casa.
Mi piace chiudere la vita tra le sue pareti: "Che nessuno ci porti via alcun giorno, dato che non potrà renderci nulla che sia degno di tanta perdita; l'animo stia con se stesso, si coltivi, non si dedichi a nulla di esterno, a nulla che attenda il giudizio di altri; si cerchi una tranquillità priva di tormenti pubblici e privati".

Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65), La tranquillità dell’animo

sabato 22 settembre 2012

IL PRIMO GIORNO CHE VORREI - Alessandro D’Avenia


Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compagni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad annoiarmi da subito, ma mi venga almeno un po’ voglia di cominciarlo, quest’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Ditemi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiuterà a capire meglio il mondo e me stesso, che insomma ne vale la pena di stare qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fare potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di desiderabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Dimostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Voglio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci credete voi, perché dovrei farlo io?
E non mi parlate dei vostri stipendi, del sindacato, della Gelmini, delle vostre beghe familiari e sentimentali, dei vostri fallimenti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 miliardi di anni e trasforma il suo idrogeno in luce, vita, energia. Ditemi come accade questo miracolo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interrogarla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possibile che la rosa abbia i petali disposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuore è un muscolo che batte involontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagini. Ci sono così tante cose in questo mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stupore conosce.
E ditemi il mistero dell’uomo, ditemi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sembra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a unire bellezza e utilità come nessun altro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a migliorarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il segreto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo.
Ditemi come faccio a decidere che farci della mia vita, se non conosco quelle degli altri. Ditemi come fare a trovare la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno lasciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiutatemi a scovare i miei talenti, le mie passioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vostri sogni, progetti, passioni. Altrimenti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momento mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano.
Sfidatemi, mettete alla prova le mie qualità migliori, segnatevele su un registro, oltre a quei voti che poi rimangono sempre gli stessi. Aiutatemi a non illudermi, a non vivere di sogni campati in aria, ma allo stesso tempo insegnatemi a sognare e ad acquisire la pazienza per realizzarli quei sogni, facendoli diventare progetti.
Insegnatemi a ragionare, perché non prenda le mie idee dai luoghi comuni, dal pensiero dominante, dal pensiero non pensato. Aiutatemi a essere libero. Ricordatemi l’unità del sapere e non mi raccontate solo l’unità d’Italia, ma siate uniti voi dello stesso consiglio di classe: non parlate male l’uno dell’altro, vi prego. E ricordatemelo quanto è bello questo Paese, parlatemene, fatemi venire voglia di scoprire tutto quello che nasconde prima ancora di desiderare una vacanza a Miami. Insegnatemi i luoghi prima dei non luoghi. E per favore, un ultimo favore, tenete ben chiuso il cinismo nel girone dei traditori. Non nascondetemi le battaglie, ma rendetemi forte per poterle affrontare e non avvelenate le mie speranze, prima ancora che io le abbia concepite. Per questo, un giorno, vi ricorderò.

Alessandro D'Avenia, “Avvenire”, 10 settembre 2012

giovedì 17 maggio 2012

TROVATE UNA VOCAZIONE - Jonathan Haidt



Trovate una vocazione, rilancia Jonathan Haidt, professore di psicologia all’università della Virginia. «Lavorate di meno, guadagnate di meno, accumulate di meno e dedicate invece più tempo alla famiglia, alle vacanze o altre attività gradevoli. Perseguite i vostri obiettivi ma ricordate: ciò che conta è il cammino, non il risultato. Se il lavoro che svolgete non ha nulla a che vedere con la vostra vocazione, perché non tentate di impostarlo in modo che vi appaia qualcosa di più di un semplice stipendio a fine mese? Se non ce la fate, cercatevi un impegno appagante al di fuori dell’ambito lavorativo. In campo religioso, sociale o politico. Trovate attività che sappiano coinvolgere pienamente la vostra attenzione: cantare in coro, dipingere, praticare sport. Solo così vi sentirete 'in sintonia' con voi stessi. Tutti abbiamo necessità di dare e ricevere amore, di impegnarci e di sentirci collegati a qualcosa di più grande di noi. Create le condizioni ideali e abbiate pazienza».

Hannah Booth

lunedì 6 febbraio 2012

DlSCORSO SUL P.I.L. - Robert Kennedy



"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi. Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."

Discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas
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