Foto Intestazione di Alberto Gianfranco Baccelli

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Non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all'amore, il resto è niente - Giorgio Gaber

giovedì 5 luglio 2012

UBERTINO DA CASALE - Umberto Eco



Ai piedi della Vergine, in preghiera, quasi prostrato, stava un uomo, vestito con gli abiti dell’ordine cluniacense.
Ci appressammo. L’uomo, udendo il rumore dei nostri passi, alzò il volto. Era un vegliardo, col volto glabro, il cranio senza capelli, i grandi occhi celesti, una bocca sottile e rossa, la pelle candida, il teschio ossuto a cui la pelle aderiva come fosse una mummia conservata nel latte. Le mani erano bianche, dalle dita lunghe e sottili. Sembrava una fanciulla avvizzita da una morte precoce. Posò su di noi uno sguardo dapprima smarrito, come lo avessimo disturbato in una visione estatica, poi il volto gli si illuminò di gioia.
« Guglielmo! » esclamò. « Fratello mio carissimo! » Si alzò a fatica e si fece incontro al mio maestro, abbracciandolo e baciandolo sulla bocca. « Guglielmo! » ripeté, e gli occhi gli si inumidirono di pianto. « Quanto tempo! Ma ti riconosco ancora! Quanto tempo, quante vicende! Quante prove che il Signore ci ha imposto! » Pianse. Guglielmo gli rese l’abbraccio, evidentemente commosso. Ci trovavamo davanti a Ubertino da Casale.

Umberto Eco, Il nome della rosa, p. 56
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